Didomenica ancora

Riflessioni presenti in questa pagina:

Paolo Coppari 13.5.2022 – Messaggio di saluto

Enrico Mezzetti 25.4.2022 – 8 settembre 1943 la rinascita della Patria

Riccardo Infantino 24.4.2022 – La Resistenza che unisce

Riccardo Infantino 23.4.2022 – Quando scoppia la pace

Riccardo Infantino 10.4.2022 – Come ti convinco a fare la guerra

Riccardo Infantino 2.4.2022 – Vecchia e nuova normalità

Bianca Piergentili 27.3.2022 – Intervento XVII Congresso ANPI

Riccardo Infantino 26.3.2022 – Stato di diritto, di tracciamento e di sorveglianza

Paolo Coppari 12.3.2022 – Questa guerra fa schifo

Paolo Coppari 9.3.2022 – Essere Anpi oggi

Riccardo Infantino 5.3.2022 – I buoni e i cattivi

Silvio Antonini 27.2.2022 – Le manifestazioni

Riccardo Infantino 19.2.2022 – La democrazia rovesciata

Piero Belli 17.2.2022 – Anpi: se non ora quando?

Riccardo Infantino 13.2.2022 – Io non discrimino

Riccardo Infantino 29.1.2022 – Nutrire la democrazia

Riccardo Infantino 16.1.2022 – Il futuro bussa alla porta del presente

Riccardo Infantino 4.1.2022 – Anpi diffuso

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PaoloCoppari

 

 

Paolo Coppari – 12.3.2022

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MESSAGGIO DI SALUTO DALLA SEZIONE A.N.P.I. DI VETRALLA

 

La sezione ANPI “Renato Fabri” di Vetralla rivolge ai giovani della costituenda sezione ANPI studenti di Viterbo il suo messaggio di saluto e di caloroso, benaugurante benvenuto.
La costituzione di una sezione ANPI giovani è il conseguimento di un obiettivo prestigioso per tutti noi, un successo che ci gratifica, ci inorgoglisce, e riempie i nostri cuori di speranza.
Questo importante risultato è tanto più significativo in quanto giunge al termine di un lungo processo di discussione, confronto, impegno, studio e riflessione attenti e costanti, a riprova della serietà con cui fin dal primo momento è stato affrontato.
Cari ragazzi: i partigiani erano giovani come voi.
Lo erano quelli che combatterono sui monti per liberare l’Italia dal nazifascismo.
Lo erano le Madri ed i Padri Costituenti che scrissero la nostra Costituzione.
Lo sono stati i tanti che hanno lottato e si sono sacrificati per difendere la libertà conquistata a caro prezzo nel corso di questi ultimi 75 anni di vita della nostra democrazia.
Ecco perché crediamo che questo “atto di nascita” che oggi andate a celebrare, non sia soltanto il formale riconoscimento della vostra pur preziosa e costruttiva presenza militante.
Ma che sia anche l’affermazione di una legittima volontà di svolgere quel ruolo da protagonisti che la Storia vi ha da sempre assegnato, e che noi ora vi chiediamo di assumere per il presente ed il futuro della vita della nostra associazione.
Con le nostre più vive congratulazioni per questo importante traguardo che oggi conseguite, e con i nostri più fervidi auguri di Buon Lavoro.

F.to Il presidente della sezione ANPI “Renato Fabri” – Vetralla

Paolo Coppari

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Enrico Mezzetti 25.4.2022

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Allocuzione di Enrico Mezzetti presidente del Comitato provinciale dell’ A.N.P.I.

in occasione delle Celebrazioni per il 25 aprile a Viterbo

 “… contrariamente a quello che dicono alcuni politologi, l’8 settembre 1943 non fu la morte della patria, l’8 settembre 1943 fu la rinascita della patria”.

 Sapete chi ha pronunciato questa stupenda frase?

E’ stata pronunciata dal generale Fulvio Poli, attualmente in servizio presso lo Stato maggiore dell’esercito, quale capo ufficio generale della promozione pubblicistica e storia.

L’ha pronunciata in un applauditissimo discorso al diciassettesimo congresso nazionale

dell’A.N.P.I. svoltosi a Riccione a fine marzo 2022.

Il generale Poli fa onore alle Forze armate italiane, il cui “Ordinamento” come recita l’art. 52 della nostra Costituzione “si informa allo spirito democratico della Repubblica”.

Il generale Poli ci ha ricordato il ruolo fondamentale delle forze armate nel far capire che la pace non si costruisce con la guerra e l’uso delle armi non favorisce il processo democratico di pace.

Il generale Poli ha ricordato con comprensibile orgoglio il contributo ed il sacrificio di centinaia di migliaia di soldati italiani, dagli alti ufficiali ai semplici soldati semplici, nella lotta di Liberazione.

Noi, A.N.P.I.  di Viterbo abbiamo intenzione di coltivare la memoria di questi contributi e di questi sacrifici.

Tra pochi giorni, in una conferenza pubblica, ricorderemo l’episodio, poco noto, della deportazione in massa dei Carabinieri di stanza a Roma dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943 (deportazione che coinvolse anche decine di carabinieri originari della Tuscia). 

Una settimana prima del rastrellamento degli ebrei di Roma, il ministro della guerra della repubblica sociale fascista, generale Rodolfo Graziani, ordina ai Carabinieri di rimanere confinati nelle caserme e di consegnare le armi.

Il 7 ottobre 1943- ovvero nove giorni prima del rastrellamento del Ghetto di Roma, avvenuto il 16 ottobre successivi – duemila di loro saranno fatti prigionieri dalle SS e deportati nei lager.

I Carabinieri sarebbero stati infatti di intralcio al rastrellamento nazista.

Questa terribile storia è stata “riesumata” e ricostruita in un saggio dal titolo “Carabinieri kaputt!” che l’autore ci illustrerà  in una conferenza  programmata a breve.

Tutti noi conosciamo la figura eroica di Mariano Buratti a cui sono intitolate piazze, strade,  dedicate lapidi e a cui, dal 21 gennaio 1964, è intitolato il Liceo classico di questa città.

Prima di essere stato un grande educatore, Mariano Buratti fu uomo del corpo delle Fiamme Gialle e certamente quella esperienza di vita gli giovò poi nella lotta partigiana.

E’ uscito di recente un nuovo studio su questa nobilissima figura, orgoglio della nostra terra, scritto a quattro mani da un colonnello della Guardia di finanza e da un insegnante di materie letterarie.

Il lavoro porta l’appassionata prefazione del Presidente nazionale dell’A.N.P.I. Gianfranco Pagliarulo, a ulteriore conferma dei rapporti positivi e costruttivi che devono intercorrere e che intercorrono tra la nostra associazione e le forze armate nel coltivare la memoria, nella ricerca storica, nell’impegno a difesa della democrazia.

C’è un’altra pagina, poco ricordata se non dimenticata, se non occultata, nella storia della Resistenza italiana e del ruolo che in essa hanno svolto i soldati italiani, dagli Alti ufficiali ai soldati semplici.

Mi riferisco alla vicenda dei partigiani italiani in Montenegro.

Nel novembre 1943 in Montenegro ventimila soldati italiani costituiscono la divisione italiana partigiana “Garibaldi”.

Da truppe di occupazione responsabili di una violenta campagna repressiva, questi soldati diventano partigiani in terra straniera, costretti a combattere in condizioni estreme e circondati dalla diffidenza della popolazione. Nei diciotto mesi successivi circa metà dei resistenti italiani moriranno, ma la divisione “Garibaldi” sopravvive e torna in patria nel marzo 1945.

I reduci vengono inviati come truppe di presidio a Viterbo e la divisione, riprese le caratteristiche di unità militare regolare, viene trasformata in reggimento Garibaldi, nome che manterrà fino al 1976.

II)

 L’A.N.P.I.  ha richiesto, e noi continuiamo a richiedere a gran voce, lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste che costituiscono un’infezione mortale e repellente per la nostra società.

Ricordiamo l’assalto alla sede nazionale della C.G.I.L. del 9 ottobre scorso da parte dei fascisti di Forza nuova.

Come ebbe a dire in quella  drammatica circostanza, il Segretario generale della C.G.I.L. Maurizio Landini, quella criminale aggressione ha costituito “una ferita democratica, un atto di offesa alla Costituzione nata dalla Resistenza, un atto che ha violentato il mondo del lavoro e i suoi diritti” .

 Si è trattato di un disegno preordinato di gruppi organizzati che hanno messo in campo una azione squadrista e fascista. La democrazia italiana, e non solo, è insidiata dai fascismi e dai razzismi (“ospiti inquietanti della democrazia”).

Qui a Viterbo ricordiamo l’assalto squadrista al Liceo Ruffini occupato, e le gravi minacce e gli slogan fascisti urlati contro gli studenti occupanti.

E da ultimo, in ordine di tempo ma non certo per importanza, le gravi minacce volte ad impedire lo svolgimento di una mostra fotografica organizzata dall’ A.N.P.I., regolarmente annunciata ed autorizzata.

Si legge, nel delirante comunicato (coraggiosamente anonimo, come è costume di questi figuri) che “ Casapound Italia – Viterbo chiede l’annullamento dell’evento o, in alternativa, un pubblico confronto sull’argomento” . E minaccia: “… qualora le nostre richieste non fossero considerate, saremo ben pronti a mettere in atto azioni di protesta, anche eclatanti, al fine di non permettere lo svolgersi di tale oltraggioso evento” .

coraggiosamente anonimi autori del testo si qualificano come Casapound Italia – Viterbo, si qualificano cioè come esponenti di quella associazione ben nota alle cronache giudiziarie viterbesi per i tragici fatti di piazza San Faustino, per la terribile e vilissima aggressione in branco e  per il pestaggio di un adolescente di Vignanello colpevole di aver postato su facebook un messaggio ironico.

Si tratta di quella stessa associazione che nel marzo 2011 fu protagonista di una aggressione ad una analoga, anzi identica, mostra allestita presso la Sala Gatti a Viterbo.

Aggressione che fu condannata con un Ordine del giorno votato all’unanimità dal consiglio comunale di Viterbo.

L’A.N.P.I.  insiste dunque nel richiedere con voce forte e chiara la condanna di questi atti di minaccia grave e tentata violenza privata, e, soprattutto, lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste che costituiscono un’infezione repellente, pericolosa e troppo sottovalutata nella nostra società.

III)

La guerra di aggressione a uno Stato sovrano, in questo caso l’Ucraina, da parte della Russia di Putin.

Quella che Putin si ostina a chiamare “operazione militare speciale” è una violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Le giustificazioni offerte dal Cremlino sono infondate, a cominciare da quella basata sulla necessità di fermare un genocidio della popolazione russofona del Donbass, una sorta di  “intervento umanitario”, argomento che la stessa Corte internazionale di giustizia ha già di fatto confutato e rigettato.

L’uso della forza da parte dell’Ucraina è invece lecito, a titolo di legittima difesa in quanto risposta a un attacco armato altrui.  Si tratta dunque di una aggressione, nei cui confronti non può non esprimersi la più ferma condanna senza “se” e senza “ma”.

Ho partecipato al congresso nazionale dell’ A.N.P.I. svoltosi a fine marzo a Riccione.

Non c’è stato un solo intervento tra i 125 interventi dei delegati che non abbia affrontato questo tema; e non c’è stato uno solo tra i 125 intervenuti che non lo abbia affrontato in termini sofferti e, in molti casi, perfino drammatici (ho visto persone profondamente commosse e persino arrivare al pianto).

Si sono avvertiti accenti diversi, sottolineature diverse, dubbi, più esattamente interrogativi sulla posizione da assumere rispetto a questo conflitto.

Poi in tutti è prevalsa, in ultima analisi, la volontà di condivisione suggellata dal voto unanime di approvazione della relazione del nostro presidente Pagliarulo.

E’ stata sottolineata l’urgenza di un rafforzamento dell’unità di tutte le forze impegnate per la pace nel nostro paese e del dialogo tra tutte le forze antifasciste per ricercare insieme la via del negoziato, al di là di opinioni diverse su singoli e specifici punti.

Mai dobbiamo dimenticare che i nazionalismi sono stati all’origine della Prima e della Seconda guerra mondiale e che oggi si stanno ripresentando in forme particolarmente preoccupanti e virulente.

Al nostro presidente Pagliarulo va dunque tutta la nostra solidarietà per gli incredibili, pretestuosi, persino violenti attacchi rivoltigli da politici, intellettuali e giornalisti, a causa della sua inequivocabile posizione, nella quale si riconosce tutta l’ A.N.P.I., a favore della pace ed a difesa dei valori sanciti dalla nostra Costituzione e in particolare in ossequio all’articolo 11.

Come ha detto in questi giorni Matteo Lepore, sindaco di Bologna “…se qualcuno pensa che l’A.N.P.I. abbia esaurito la sua funzione o non vede l’ora che questo accada, vogliamo dirgli che si sbaglia di grosso. Il bisogno di antifascismo e di difesa dei principi della Costituzione è attualissimo e nessuno può illudersi di poterlo buttare a mare”.

E’ fondamentale dunque mettere in sicurezza, da attacchi vergognosi e strumentali l’A.N.P. I. e il suo patrimonio, quanto mai attuale, di memoria antifascista.

C’è chi ha manifestato il suo stupore, il suo dolore, e io sono tra questi, nel vedere l’’A.N.P.I. al centro di un dibattito surreale, anche  in ambienti e settori di sinistra, come se l’A.N.P.I.  avesse un qualche potere decisionale, politico, economico o militare per decidere le sorti del popolo ucraino e osservare che queste polemiche portano con sé un inquietante strascico di delegittimazione, di attacco all’antifascismo e di revisionismo storico anche al di là delle miglior intenzioni di chi partecipa a questo dibattito con uno spirito diverso.

Se qualcuno va alla ricerca di putiniani, guardi dunque alla destra italiana e alla destra di tutto il mondo. Guardi a Trump ed ai milioni di trumpiani che allignano in America, in Europa, in Italia. Guardi ai sostenitori di Bolsonaro, guardi alle tante Le Pen in giro anche per l’Italia.

E in Italia si guardi agli evocatori dell’uomo forte, dell’uomo solo al comando, si guardi a quel politico che voleva tutto il potere per sé.  Si riporti alla mente quel politico che si vantava anche  della grande e confidenziale amicizia con Putin e che lo ospitava nelle sue dimore. 

Abbiamo vissuto abbastanza per avere ben impresse nella memoria altre aggressioni a Stati sovrani. Sarebbe interessante andare a verificare quali sono state le posizioni di questi politici, di questi giornalisti, di questi intellettuali, in quei casi, nelle aggressioni cioè ad altri Stati sovrani. E allora scopriremo che molti di questi, in quei casi, non prendevano posizione contro gli Stati aggressori, ma contro lo Stato aggredito, contro chi condannava l’aggressione.

In proposito, tra i bersagli preferiti, in prima linea c’erano figure come quella di Gino Strada, a cui va il nostro commosso ricordo.

Carissimo Gino, quanto ci manchi in questo momento!

Il pretesto, in quei casi, erano le fantomatiche quanto inesistenti “armi di distruzione di massa” o, ancor più falsamente, la giustificazione, in quei casi, era l’ideologia della necessità di “esportare la democrazia”. C’è molta disonestà intellettuale; disonestà spesso prezzolata, a pagamento.

E tale disonestà è contro gli interessi vitali di tutti i popoli.

L’interesse vitale  e principale di tutti i popoli è la pace.

E noi siamo per la pace che si pratica e non si predica, poiché non c’è differenza tra le guerre: muoiono sempre esseri umani. Così come non ci sono profughi buoni e profughi cattivi.

Ammoniva don Luigi Ciotti sempre al Congresso nazionale A.N.P.I. di Riccione: “Riprenda il dialogo tra l’aggressore e l’aggredito, ma non dimentichiamo le altre 33 guerre che si stanno combattendo sulla faccia della terra. In questi ultimi due anni tutti a parlare di pace ma era una pace armata, perché durante il periodo del Covid, tutti preoccupati per la pandemia che ci ha toccato, le spese per le armi sono fortemente aumentate, mentre sono diminuite le spese per il sociale, per la salute, per l’istruzione nel mondo; le spese militari, guarda caso, in un momento così drammatico sono aumentate. Questa guerra ora ci tocca da vicino, ma vi prego di non dimenticare le altre 33 guerre che ci hanno accompagnato in questi anni e di cui nessuno parla. Lì ci sono altre migliaia, anzi milioni di persone coinvolte. Cosi come non ci sono profughi buoni e profughi cattivi, tutti hanno diritto all’accoglienza quanti scappano dalle guerre, ma anche dalla fame, dalla schiavitù, provengano dalle Alpi o dal mediterraneo”.

Ammonisce il nostro presidente Pagliarulo: “Come si fa a non vedere o a sottovalutare che si sta creando una apocalittica reazione a catena di cui nessuno può prevedere le conclusioni?

Noi siamo contrari all’invio delle armi e all’aumento del budget militare del nostro paese fino al 2%, essenzialmente perché ci sembra che questi atti abbiano contribuito e contribuiscano alla rapidissima escalation del conflitto russo-ucraino a cui stiamo assistendo. E’ purtroppo possibile un nuovo Afghanistan nel cuore dell’Europa” .

Noi  dell’A.N.P.I. non abbiamo interessi personali da coltivare, ne’ tantomeno interessi elettorali da difendere o da conquistare. Non abbiamo scale gerarchiche da salire, ne’ aspiriamo a poteri da conquistare. Non abbiamo affari da trattare. Da tale gratuità il nostro esistere, gratuità che è libertà.

E’ dalla libertà dai condizionamenti esterni, che  nasce l’autorevolezza della nostra Associazione e nel contempo è da tale gratuità  e da tale libertà che per reazione nasce l’insofferenza e, talvolta persino l’odio verso di noi, la pulsione incomprimibile a voler eliminare l’A.N.P.I , da parte non solo di fascisti,  ma anche di politici, di giornalisti o intellettuali spesso ben pagati e che comunque non sopportano la nostra gratuità, la nostra autonomia, che significa libertà  di ragionamento, di coscienza, di capacità di giudizio perché l’unica nostra  fedeltà è quella che portiamo alla Costituzione.

Noi siamo convinti che gran parte del popolo italiano condivide o comunque rispetta le nostre posizioni contro la guerra e siamo ancora più’ convinti che le giuste ragioni delle nostre posizioni emergeranno in maniera sempre più evidente nel prosieguo di questa terribile e tragica guerra.

Nel testamento politico in cui Mariano Buratti anticipa molti dei principi scolpiti poi nella nostra Carta costituzionale, testamento politico scritto nei giorni immediatamente successivi al 25 luglio 1943, si legge: “…l’armamento deve essere ridotto al minimo indispensabile richiesto dalla nuova situazione internazionale e dalle esigenze di ordine pubblico interno”.

In queste poche righe, scritte da Mariano Buratti il primo agosto 1943, c’è lo spirito dell’articolo 11 della nostra Carta costituzionale che afferma: “L’ Italia ripudia la guerra!”

E concludo ricordando che non può esserci celebrazione del 25 aprile senza “Bella ciao”!

Viva l’Italia!

Viva la nostra Costituzione repubblicana e antifascista, nata dalla Resistenza!

Viva l’Associazione nazionale partigiani d’Italia!

 

Enrico Mezzetti

 

Presidente del Comitato provinciale A.N.P.I. Viterbo

 

 

Viterbo, 25 aprile 2022

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Riccardo Infantino 24.4.2022

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La Resistenza che unisce

La parola che circola spesso negli ultimi anni è l’aggettivo “divisiva”, in palese (e preoccupante) riferimento al patrimonio morale e politico della Resistenza e di canzoni partigiane come Bella ciao (che suscita regolarmente pruderie politiche di vario tipo).

L’ottimo Piero Belli mi ha segnalato un articolo sulla interminabile polemica (che in effetti ricorda Giampaolo Pansa che scriveva Il sangue dei vinti…) dei morti per mano nazifascista e partigiana; anche solo ad una prima rapida lettura salta agli occhi la considerazione “qualora si narri di vittime del nazifascismo, ci sono più orecchie disposte ad ascoltare di quante ce ne siano per coloro che soffrirono per mano partigiana.”

Mi sono avvicinato all’ANPI ormai dodici anni fa, con la curiosità di capire da vicino il fenomeno resistenziale, ed avere chiarezza da persone informate sui fatti (gli ultimi partigiani, alcuni dei quali ho avuta la fortuna di conoscere) su come fossero andate le cose in un periodo così difficile della nostra storia.

L’Italia non ha mai fatti completamente i conti con il ventennio fascista e con la subcultura che ha riempite, volenti o nolenti, le teste dei cittadini per tanti anni: il risultato è un continuo tentare lo sdoganamento di un pensiero antitetico e nocivo alla democrazia basata sulla sovranità popolare, di certo opposta al leader che decide per tutti assumendosi la “genitoriale” guida di un paese ormai allo sbando, bisognoso per questo di una bella raddrizzata.

In effetti non è troppo difficile rispondere alle obiezioni di chi sostiene che Bella ciao e gli stessi festeggiamenti del 25 aprile siano divisivi, che non tengano conto anche delle violenze perpetrate dai partigiani…peccato che in un conflitto armato – che all’epoca risultava come unica soluzione praticabile – l’azione violenta non sia proprio facile da eliminare.

A proposito di una scelta di lotta non violenta consideriamo che nei paesi scandinavi vennero attuate iniziative di resistenza passiva allargata contro l’invasore nazista…l’Italia, putroppo, non si è mai dimostrata troppo sensibile a pratiche di questo tipo, dunque non sarebbe risultato praticabile un comportamento resistenziale di tipo passivo.

Riguardo alla mai chiarita questione dei morti… nessuno è così disumano da pensare che esistano decessi più importanti di altri, quello che cambia è il motivo per cui si muore; ci viene in aiuto il grande Italo Calvino, che in tempi non sospetti faceva osservare a quelli che “però anche i partigiani di violenze ne hanno commesse tante…” una cosa tanto semplice da capire: quand’anche prendessimo in considerazione il più violento dei partigiani ed il più pacifico dei fascisti la enorme differenza tra i due resterebbe nel mondo per cui hanno lottato e sono morti, il partigiano per un paese libero guidato dal suo stesso popolo sovrano, il fascista per il predominio dell’uomo forte che avrebbe guidato l’Italia verso fulgidi destini di prosperità e gloria.

A questo punto varrebbe la pena di far notare a chi lo usa come l’aggettivo “divisivo” sia in effetti spartiacque tra chi ha a cuore la democrazia, indubitabile figlia della Resistenza, e chi non vuole proprio capire che sdoganare il fascismo con la scusa del “ma in fin dei conti ha fatte anche cose buone” equivale al paradosso della tolleranza di cui parlava, a proposito del nazismo e del neonazismo, Karl Raimund Popper: una democrazia che permetta l’oblio o anche solo l’offuscamento delle proprie radici umane e culturali e che tolleri il rifiorire di quel pensiero che la spazzò via è destinata a soccombere di nuovo… detto in altre parole, facciamo che il vento non smetta mai di fischiare.

Saluti antifascisti a tutt*

Tanti anni fa, in un dibattito pubblico, Vittorio Foa, rispondendo all’esponente del MSI Pisanò, disse: “Vede, la differenza tra noi e voi sta nel fatto che se aveste vinto voi io sarei in galera. Siccome abbiamo vinto noi, lei è deputato in parlamento”. Può bastare questo per giustificare i motivi del nostro essere “divisivi”?

Paolo Coppari

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Riccardo Infantino 23.4.2022

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Quando scoppia la pace

Se vuoi la pace prepara la guerra (si vis pacem para bellum) era il principio che guidava i Romani e che non ha mai smesso di funzionare, è solo passato dal gladio (l’arma del legionario antico) ai droni da combattimento ed ai missili con testata termonucleari (se multiple è anche meglio).

Nel mondo ancora diviso in tre blocchi (NATO, Patto di Varsavia e Paesi non allineati, ricordiamo, vero?) era definito equilibrio del terrore, nel senso che nessuno avrebbe mai iniziata una guerra su larga scala, anche con armi convenzionali, temendo che sarebbe passata all’utilizzo delle altre, quelle che in uno dei film della serie Il pianeta delle scimmie distruggono la Terra (e si potrebbero citare film e serie in quantità sull’argomento).

In realtà la tanto temuta terza guerra mondiale, come ha giustamente osservato papa Bergoglio, è in atto da decenni, ma viene combattuta a pezzi in diverse parti del mondo, e non è meno letale delle due che l’hanno preceduta, tutt’altro, visto che è composta da tanti conflitti ad alta tecnologia.

Nel momento di follia militarista che stiamo attraversando pare che la lezione l’abbiano capita in pochi…le parole che sento ripetere sono pericolo di invasione, riarmo, sicurezza militare, rafforzamento delle difese sul territorio e via di questo passo…e mi torna nelle orecchie il “se vuoi la pace prepara la guerra” di cui sopra.

Giuseppe Ungaretti, che con la guerra ha avuta tanto a che fare, in una intervista della RAI nel tempo che fu disse: “ La guerra non libera mai l’uomo dalla guerra. La guerra è e rimarrà l’atto più bestiale dell’uomo”.

Forse chi sostiene la presente politica di riarmo dovrebbe ascoltare meglio le parole di un poeta che si arruolò volontario nella convinzione, condivisa con tanti altri, che sarebbe stato il conflitto finale, quello che avrebbe eliminate le guerre future.

Come se ne esce fuori allora?

Se vuoi la pace prepara la pace (si vis pacem, pacem para), forse direbbe ora un Romano del tempo antico, di fronte alla possibilità dell’innesco di un conflitto terminale per il genere umano, oppure dell’inizio di una nuova sporca guerra destinata a durare molto, troppo tempo.

Lo stratega romano, magari meno convinto del “se vuoi la pace prepara la guerra”, ci ricorderebbe che non conviene affatto, sotto tutti gli aspetti, iniziare un conflitto troppo lungo e dagli esiti incerti, sarebbe solo una voragine che inghiotte risorse senza una contropartita (e la politica di Roma osservò anche questo secondo principio).

Mi aspetterei che il nostro paese iniziasse a recedere dalla guerra economica (Francia e Germania si stanno muovendo in questa direzione) e da una più o meno esplicita cobelligeranza…si vis pacem pacem para, se vuoi la pace, la pace devi preparare.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 10.4.2022

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 Come ti convinco a fare la guerra

Il lato buono dell’essere prof è l’aver esaminate le guerre antiche e moderne, ma soprattutto aver considerate le motivazioni che la propaganda di regime (qualsiasi) mette sempre in atto per far digerire alla pubblica opinione uno sforzo bellico che, volendolo paragonare ad una transazione commerciale, è decisamente un affare in perdita per i soldati morti al fronte e per i civili – le vittime privilegiate di ogni conflitto, benché descritti come “vittime collaterali” – e in guadagno per le industrie di forniture belliche (e ovviamente per i loro amministratori delegati).

Detto in altre parole: occorre propagandare una motivazione talmente grossa ed incredibile (nel senso letterale di non credibile…) da scuotere le pance – si, perché usando la testa si capisce subito la improponibilità di quanto viene imposto con i media -, possibilmente alimentando un diffuso senso di pericolo per lo stile di vita condotto fino a questo momento e per i “valori” che reggono da sempre la civiltà…è inteso che quella che sbandiera il pericolo sia, manco a dirlo, la migliore, la più giusta e sana, quella che porterebbe il bene e la pace al resto del mondo, se solo le fosse permesso…

Con il termine “politica della paura” (titolo di un bel libro di Serge Quadrani) si intende l’alimentare nei cittadini l’idea che una potenza nemica, molto forte, sia prossima ad invadere il nostro mondo tranquillo, giusto e pacifico, e dunque va fermata con ogni mezzo; è chiaro che tutto quello che si riferisca al paese in procinto di invaderci va boicottato ed allontanato, dato che in ogni abitante dello stato canaglia (definizione che oltreoceano ha sempre avuto molto successo) può nascondersi una potenziale spia al servizio del nemico (ma non era questa una delle basi del maccartismo negli USA?).

Se poi questa fobia dello straniero è accompagnata da misure economiche di embargo che alla fine danneggiano chi lo fa, più che chi dovrebbe subirlo, non importa: tutto è funzionale alla politica di cui sopra…per cui all’armi, all’armi (mi pare di aver già sentita questa duplice invocazione…) per scongiurare il pericolo incombente dei cattivi che non contenti di aver invaso un paese confinante (atto atroce e disumano, va detto esplicitamente) non si fermeranno fino a quando avranno occupato un continente intero….ma è vero? Come no, lo dicono giornali e televisioni a diffusione nazionale ed internazionale…peccato che siano tra di loro perfettamente intercambiabili, dicono tutti la stessa cosa in modo tremendamente simile…

Deliri fantapolitici degni di uno spirito complottardo? Speriamo proprio di si…almeno si scoprirebbe che non si è sul baratro in fondo al quale è in attesa un nuovo conflitto globale.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 2.4.2022

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Vecchia e nuova normalità

 Il 24 marzo l’ultimo (si spera) decreto della Presidenza del Consiglio è stato accolto come la fine dello stato di emergenza… con una buona dose di scetticismo lo sono andato a sbirciare, con l’aiuto di un prospetto pubblicato dal Sole24Ore, che resta sempre una fonte precisa di informazione e spiegazione sull’argomento.

Purtroppo i miei (e di tanti altri) sospetti sono stati confermati: con buona pace di chi ha presentato ai cittadini la fine di questo sofferto periodo è stata decretata, in realtà, solo la fine legale dello stato di emergenza, ma non quella di tutte le misure restrittive e preventive che lo hanno accompagnato e sostenuto.

Mi riferisco nello specifico alla certificazione verde, o green pass, come lo si voglia chiamare: non risulta da nessuna parte che sia stato abolito, ma solo attenuato e da una certa data in poi non più necessario, in pratica messo in animazione sospesa, pronto per essere risvegliato in caso di bisogno.

Stessa cosa per la struttura emergenziale di contrasto alla pandemia, comandata, pardon!, coordinata dal generale Figliuolo, apparentemente liquidata, ma in realtà assorbita dal Ministero della Salute, anche lei pronta ad essere riesumata se e quando necessario.

La “nuova normalità” è stata chiamata, così viene presentata, nella speranza (…) che tutti la accettino come tale; come sempre facciano riferimento alla carta costituzionale, alla quale dovrebbero essere soggette tutte le leggi – ordinarie e non – del paese.

È evidente che il sottoporre i diritti più elementari ad un permesso (mi si perdoni se mi ripeto, ma non me ne capacito proprio) viola l’articolo 3, quello della eguaglianza dei cittadini al di là di qualsiasi loro condizione, e non da ultimo il principio fondamentale della non discriminazione, forse il più efficace vaccino (ops…mi è scappato il vocabolo…) contro il principio di esclusione.

Se davvero, come è stato ampiamente dichiarato, siamo fuori dallo stato di emergenza, come mai ne permangono gli effetti più evidenti?

Insomma, siamo tornati ad una normalità conforme ai diritti o no?

E da ultimo, parlo da insegnante, uno che lavora nell’organo costituzionale (così definisce la scuola Piero Calamandrei) se proprio ci si vuole far credere che sta tornando tutto come prima, perché i colleghi non vaccinati sono stati riammessi nelle scuole, ma privati della possibilità del contatto con i ragazzi, e confinati in ogni locale disponibile che non sia un’aula, neanche fossero pericolosi untori, che però ogni 48 ore forniscono i risultati negativi di un tampone che ne attesta lo stato di salute?

Saluti antifascisti a tutt*

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BiancaPiergentili

 

Intervento Bianca Piergentili, Viterbo XVII Congresso ANPI

Il contesto di Viterbo è complicato, parto con il ricordare un episodio successo a dicembre quando degli studenti di un liceo della mia città hanno deciso di occupare pacificamente la loro scuola. Una protesta che nel mio territorio non si vedeva da anni, dalla riforma della buona scuola, una protesta pacifica per riprendersi quegli spazi tolti da troppo tempo per la pandemia. Una protesta che nasceva poiché per più di due anni, si è vissuta una scuola che purtroppo non si poteva chiamare tale, dove è mancata la socialità, è mancato il contatto, è mancata la partecipazione che tanto viene demonizzata nelle scuole oggi, per esempio. Si protestava per i muri della scuola che cadono a pezzi, per la mancanza di sicurezza, per gli spazi comuni che mancano, per lo sportello psicologico mancante che mai più di ora, risulta necessario dopo la pandemia. Ebbene, un gruppo di giovani esterni, durante la notte, ha organizzato e provato a fare un assalto squadrista, fascista, cercando, attraverso la violenza, di entrare nella scuola e facendo il saluto romano con faccetta nera di sottofondo. Quella notte in una scuola di Viterbo, abbiamo resistito e respinto quei fascisti da un’occupazione il cui obiettivo era solo uno: ricostruire momenti di formazione e di confronto per creare una vera partecipazione studentesca e politica. Politica: quella parola che tanto spaventa chi si dichiara fascista e pratica violenza. L’ANPI di Viterbo ha subito mostrato solidarietà agli studenti occupanti, condannando quella violenza squadrista e fascista. Ma si è finiti, come ormai succede troppo e dico troppo spesso, in una polemica sterile, e non sono mancate persone che hanno definito questo assalto come “una bravata”, “una ragazzata”, minimizzando la vera matrice del fatto. E come al solito, con questa azione, si legittima non solo la violenza, ma si legittima anche quel fascismo dilagante che non vuole essere riconosciuto come tale ma che ne ripropone i caratteri e le idee, costruendo una narrazione che vede l’assalto fascista in una scuola come una bravata causata dall’immaturità. Perché in fondo sono ragazzi, in fondo cresceranno dai, le loro idee cambieranno e non faranno più quelle ragazzate. Ebbene non è vero, l’abbiamo visto con l’assalto alla CGIL, per esempio. Molto più che dall’età, la capacità di partecipare in maniera sana in una società dipende dagli strumenti che si hanno a disposizione, dalle esperienze e dai contesti che sono stati vissuti. Per questo non è scontato che crescendo si acquisisca la maturità e la condivisione di determinati valori politici e umani, così come non è scontato che chi sia giovane non li abbia già acquisiti. Ci deve essere ricordo e partecipazione. Perché l’unica soluzione per portare alla crescita di chi, giovane o grande, continua a dichiararsi fascista, è proprio offrire loro l’opportunità di allargare le proprie vedute, permettere loro di assaporare cosa vuol dire democrazia.

Viviamo, in quanto giovani, studenti, in un periodo di crisi latente, di cui solo ora iniziamo vagamente a comprendere gli effetti, una crisi causata dal cambiamento climatico, dalla pandemia, dalla guerra. Una crisi, perché non è normale che si muoia a 18 anni in pcto, non è normale che si sia costretti a lasciare il paese per lavorare, non è normale sentirsi in pericolo per il riscaldamento globale le cui conseguenze ricadono e ricaderanno necessariamente sui più giovani. I giovani, come ieri si è detto, non devono essere un argomento di discussione, non si deve pensare ai giovani, si deve lavorare con i giovani. Giovani che vengono zittiti, strumentalizzati, discriminati e ignorati dalla maggior parte dell’opinione pubblica. Ci viene detto che non dobbiamo saltare un giorno di scuola per lo sciopero per il clima, ci viene detto che non possiamo esprimerci con forza contro la guerra perché non capiamo. E’ per questo che ci serve l’ANPI. Serve perché è, e penso sia una cosa comune della mia generazione, necessità che ci sia l’ANPI, perché non è solo un’associazione ma anche un’istituzione necessaria, sostanziale per il contesto di oggi. Necessaria per dare spazio ai giovani. Necessaria perché fare l’ANPI vuol dire capire che chi assalta la CGIL, chi cerca di sopprimere una protesta pacifica di studenti con la violenza è un fascista. Necessaria per capire la complessità, per confrontarci, per resistere, insieme ad una comunità che saprà sempre da che parte stare. Io sono preoccupata, come penso tanti e tante altri di noi, per le associazioni neofasciste che dobbiamo chiedere a gran voce di sciogliere, ma soprattutto per il dilagante virus fascista che si insinua nelle fasce di società più giovani. Ci deve essere preoccupazione, ma anche una presa di consapevolezza che porti ad interrogarci veramente sul ruolo che deve assumere l’ANPI in questo, nel contrastare questo virus che attacca non solo i giovani ma anche e soprattutto la nostra democrazia. L’estrema destra e i neofascismi stanno ritornando, in maniera più o meno visibile, nelle scuole, nelle università e nella società.

Non solo aumenta la partecipazione ad organizzazioni di stampo neofascista ma aumenta quel fascismo strisciante che porta le persone, i giovani a non credere più nella politica, nelle istituzioni, nella partecipazione, nella convinzione che le cose si possono cambiare. Quel fascismo che pratica violenza, non per forza fisica, una violenza che si attua contro la nostra Costituzione, contro la nostra democrazia. Dobbiamo interrogarci così sugli strumenti e sulle soluzioni che devono andare in aiuto ai giovani e alle giovani che oggi si impegnano e cercano di costruire una alternativa nei territori. Perché l’alternativa si chiama politica, si chiama democrazia, si chiama Costituzione e si chiama ANPI. E quindi, sono necessari, per la nostra generazione, nuovi strumenti e nuovi metodi portati avanti dall’ANPI per favorire la partecipazione attiva dei giovani nell’associazione. Per innovarsi, per rigenerarsi, per continuare ad essere custodi di quei valori, di quel fuoco. Gli scorsi giorni, attraverso la relazione del Presidente, si poneva una domanda complessa: come diffondere i valori della resistenza?

La risposta include anche noi giovani: e proprio per questo bisogna lavorare con noi e creare una partecipazione nuova e innovativa. Una partecipazione attiva e non passiva da parte dei giovani che si immaginano una società diversa che devono poter effettivamente cambiare, per contrastare quel fascismo dilagante che attecchisce sulle nuove generazioni. Generazioni che, in un sistema di scuola e di società frontale, competitivo e chiuso, non riescono a parlare di memoria, di Costituzione e di antifascismo e che devono quindi trovare e immaginare nuovi metodi, attraverso il confronto e un confronto tra studenti che si interrogano sui linguaggi, sulle modalità più efficaci per trasmettere quei valori indiscutibili della resistenza. Purtroppo la mia generazione non ha la possibilità, tranne in alcuni fortunati casi, di rapportarsi con chi la resistenza l’ha fatta veramente, noi la resistenza, se la studiamo, lo facciamo leggendo libri, spesso consigliati dall’ANPI, vedendo documenti o film, e spesso manca il contatto diretto, la testimonianza. Nasce quindi la necessità di trovare alternative nuove perché i valori della resistenza sono immortali, vanno oltre e si devono mantenere nel tempo. Per mantenersi però, devono necessariamente essere contestualizzati e attualizzati, e questo ragionamento dobbiamo farlo noi, nell’ANPI, attraverso un lavoro trasversale, ampio e coinvolgente. Grazie a tutti e a tutte, ora e sempre resistenza!

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 26.3.2022

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Stato di diritto, di tracciamento e di sorveglianza

Lo stato di diritto

C’era una volta, non molto tempo fa, un paese che si basava sullo stato di diritto: in pratica tutti i suoi abitanti vedevano garantiti i diritti fondamentali a prescindere dalla loro condizione economica, sociale, fisica e di qualsiasi altro tipo, perché alla radice della carta costituzionale a fondamento di quello stato c’era la convinzione che i diritti non sono una concessione subordinata a qualcosa, ma nascono con la persona stessa, eguale a tutte le altre.

Di fronte alla legge, che si adoperava per garantire giustizia (magari non riuscendoci sempre, ma continuando a provarci in ogni caso), erano tendenzialmente tutti eguali, e nel momento in cui sorgeva un contenzioso tra la pubblica autorità ed il singolo individuo era la prima a dover dimostrare che il secondo era in torto, dato che vigeva il principio di innocenza (l’esatto contrario per capirci, di quello di colpevolezza, che vede in ogni persona un potenziale pericolo per l’ordine costituito, come era per la legislazione fascista).

Lo stato di tracciamento

Le cose iniziarono a cambiare quando subentrò una pandemia (vera, presunta, vera ma amplificata da una propaganda dai toni terroristici? Forse non si saprà mai con esattezza, ma alla fine importa?), e si dichiarò uno stato di emergenza prolungato, con la relativa soppressione, si disse temporanea, dei diritti fondamentali riconosciuti e garantiti nello stadio precedente; a chi faceva notare che la costituzione di quel paese non prevedeva la soppressione, ma la limitazione per il tempo strettamente necessario, anche in caso di guerra, veniva risposto che in una situazione così critica le esigenze individuali dovevano di necessità essere sacrificate a quelle collettive.

Fino a qui tutto sembrava plausibile: le forti limitazioni alla libertà di movimento e di accesso ai servizi fondamentali (alimentari, uffici sanitari e quant’altro) tennero in effetti sotto controllo la diffusione del virus e iniziò un regresso lento, ma costante, sia pure con vari ritorni di fiamma.

Ad un certo punto, come per tutte le malattie infettive, spuntò fuori un vaccino, forse non ancora maturo per l’uso massivo che se ne fece (non era terminato il periodo di sperimentazione stabilito per legge), che da facoltativo (in piena garanzia della libertà di scelta) divenne obbligatorio, nel senso che non era scritto da nessuna parte che fosse tale, ma all’atto pratico chi non lo assumeva si vedeva precluso il lavoro (e dunque la possibilità di sopravvivere) e l’accesso ad ogni tipo di luogo (e di trasporto che non fosse privato) esclusi quelli necessari all’acquisto di alimentari e poco altro…in pratica si veniva esclusi dalla vita sociale e dai diritti inalienabili della prima fase, provocando tra le persone una spaccatura, chi era vaccinato e chi no.

Si ideò un modo per vedere chi poteva usufruire dei diritti fondamentali, ovviamente a patto di sottoporsi al vaccino, che senz’altro avrebbe migliorate le cose in modo sostanziale: una tessera verde, senza la quale non si poteva fare praticamente nulla che andasse oltre la pura sopravvivenza, escluso, dicevamo, il lavoro, vietato a chi la tessera non la aveva.

I diritti fondamentali ed inalienabili vennero così soggetti ad una concessione, e ne finirono snaturati, divennero una sorta di privilegio per i cittadini buoni, mentre quelli cattivi risultavano tagliati fuori.

La pubblica autorità aveva fatto in modo di monitorare costantemente, attraverso la tessera verde, lo stato dei cittadini, i loro movimenti e la loro presenza nei luoghi ai quali quel permesso consentiva di accedere: era la fase del tracciamento, non molto differente da una microchippatura che viene praticata con gli animali e con le merci; naturalmente tutto in funzione della sicurezza e della salute individuale e collettiva; in tal modo, però, si capovolgeva il principio fondamentale secondo cui è la pubblica autorità a dover dimostrare il tuo non essere pericoloso sotto qualsiasi aspetto, anche sanitario, non tu.

Lo stato di sorveglianza

Si affiancò una nuova emergenza, mentre si stava preparando una recessione economica degna di un tempo di guerra (durante la prima fase le attività commerciali erano state più volte fermate)…si, di guerra, perché il paese si stava coinvolgendo in una crisi internazionale che stava andando verso una risoluzione basata sulle armi, invece che sulla diplomazia. A questo punto si venne elaborando un nuovo e più efficace sistema di tracciamento e di controllo della vita dei cittadini: una identità digitale che tutti avrebbero posseduto, e che avrebbe consentita ogni cosa: dal prenotare una visita medica al pagare il biglietto del treno, a riscuotere lo stipendio o la pensione, ad entrare in un teatro o in un ristorante. In tal modo la moneta contante sarebbe divenuta superflua, e tutto (ma proprio tutto) sarebbe passato attraverso l’identità digitale…posta integralmente sotto il controllo dell’ente preposto al suo funzionamento, ente che poteva in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo revocare tutti o parte degli accessi delle singole identità ogni volta che lo avesse ritenuto opportuno. Si trattava di una sorveglianza al tempo stesso capillare e massiva, di difficile elusione.

Lo stato di…

…qualcuno vorrebbe proseguire? Gli sarei davvero grato.

Saluti antifascisti a tutt*

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PaoloCoppari

 

 

Paolo Coppari – 12.3.2022

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Questa guerra fa schifo.

Tutte le guerre fanno schifo. Quelle di cui si parla, come questa, e tutte le altre che si consumano e si trascinano sotto gli occhi del mondo, ma che non interessano perché lì i morti sono di serie B.
La guerra è quello che è, da sempre. Fonte di profitti per pochi e di miseria, lacrime e sangue infiniti per tanti. Tutti noi lo sappiamo, ma ogni volta che accade siamo lì a prendere le parti di questo o di quello, e ad alimentare gli odi, le inimicizie, i risentimenti. Le bugie. “La prima vittima della guerra è la verità”. Anche questo dovrebbe suonarci di monito. Ma niente, siamo troppo occupati a fare il tifo per l’uno o per l’altro, per renderci conto che ci stanno raccontando un sacco di menzogne, politici in malafede e giornalisti prezzolati che propalano notizie false, con il solo scopo di portare acqua al grande business mondiale della disinformazione. L’abbiamo fatto sempre. Per l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia, la Cecenia, la Siria, l’Afghanistan. E continuiamo a farlo, perché che ce ne frega a noi di soffiare sul fuoco, l’importante è dimostrare che abbiamo ragione noi e torto gli altri.
La guerra è un modo barbaro e primitivo di risolvere i conflitti. Un leader politico del ventunesimo secolo, che vuole essere considerato tale agli occhi del mondo ha un solo modo per dimostrarlo: quello di saper trattare, negoziare, di mostrare di conoscere i segreti della diplomazia. Di saper prevenire il ricorso alle armi. Ricorrere alle armi non è dimostrare di “avere gli attributi”. Al contrario, è dimostrazione di debolezza, di incapacità, di inettitudine. Di fallimento.
Basta con i signori della guerra.
Con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica ci siamo cullati nell’illusione che non ci sarebbero più state guerre vere. E che popoli e governi avrebbero inaugurato finalmente una politica di pace vera, cominciando a parlare in modo serio di disarmo. Così non è stato. Le spese per gli armamenti sono aumentate in modo esponenziale, da parte di tutti. E la pace non è stata veramente perseguita mai da nessuno.
Smettiamola di parteggiare per chi fabbrica armi, e spinge per usarle. Smettiamola di sostenere governi che preferiscono spendere miliardi per gli armamenti piuttosto che per istruzione, ricerca, cultura, sanità, ambiente. C’è una sola causa da sostenere, nell’interesse di noi tutti, dei nostri figli, dei nostri nipoti, del mondo che vogliamo lasciare alle generazioni future. È la causa della pace, senza “se” e senza “ma”. Che non significa affatto disimpegno, agnosticismo, superficialità, disinteresse. Al contrario. Vuol dire impegnarsi, partecipare, lottare, con tutti i mezzi consentiti dalla democrazia e dalle regole della convivenza civile. Per dare una possibilità, una speranza vera, a quella pace che tutti noi invochiamo.
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PaoloCoppari

 

Paolo Coppari – 9.3.2022

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ESSERE  A.N.P.I., OGGI

Questa è la sintesi di un contributo che lo scorso 19 febbraio 2022 avrei voluto portare al congresso provinciale dell’ANPI. Ma, vuoi perché mi sono stati assegnati compiti di presidenza, vuoi anche perché il tempo è stato tiranno, ho scelto di rinunciare al mio intervento.

Per quanti fossero ora interessati a saperne di più, ecco ciò che avrei detto.

A partire dall’anno di grazia 2006, è possibile iscriversi all’ANPI senza essere stati partigiani. Questo ha fatto sì che l’associazione crescesse numericamente, ma anche che cambiasse, almeno in parte, la sua fisionomia originaria. 

Non è più soltanto un’associazione composta da ex-combattenti, reduci, oppositori politici, deportati, ecc., ma da persone che hanno preso in mano una bandiera che è stata – idealmente – “passata di mano”, consegnata a generazioni successive, che non hanno vissuto sulla propria pelle l’oppressione criminale e liberticida del nazifascismo, e che quindi non possono ricordarla. Ma che l’hanno conosciuta per altre vie, che sono consapevoli dei pericoli di un suo ritorno, e si sentono in dovere di continuare a lottare per impedirlo. 

Molti sono giovani, giovanissimi anche, che hanno deciso di impegnarsi per affermare quei valori e quei principi che sono stati propri di chi ha combattuto nella Resistenza, di chi ha dato vita alla nostra Costituzione ed ha gettato le fondamenta della nostra democrazia. 

Valori e principi che non sono mai stati realizzati compiutamente, e che sono quotidianamente minacciati da tentazioni autoritarie che sono sempre state, e sono tutt’ora, presenti nella nostra società.

Questo “ricambio generazionale”, per quanto necessario, rischia tuttavia, potenzialmente, di determinare una situazione che sarà bene analizzare e su cui si dovrà riflettere con attenzione, perché presenta i sintomi di una “mutazione” di alcuni tratti distintivi dell’associazione, verso qualcosa di nuovo e di diverso da ciò che è stata e che è – e che non so se sia il caso che lo divenga.

Sono molte le voci che ora si affollano per definire l’ANPI come un soggetto destinato a “surrogare” in qualche modo gli attuali (veri o presunti) limiti e le attuali (vere o presunte) inadempienze dei partiti genericamente “progressisti”, e/o di “sinistra”. O a descrivere l’ANPI come un’associazione che sta assumendo il compito di “riempire un vuoto” lasciato da questi stessi partiti, raccogliendo così nelle proprie file gente in vario modo e a vario titolo delusa e/o  scontenta. In questa ottica, qualcuno ora ama definire l’ANPI un “bene rifugio” (noi stessi abbiamo usato ed usiamo talvolta questa definizione). Altri hanno fatto (fanno) riferimento ad un (vero o presunto) “ruolo di protagonismo politico toccato in sorte all’ANPI”. E così via.

Dice il nostro presidente Pagliarulo nella sua relazione che l’ANPI “è un soggetto politico,

ma mentre tutti i partiti sono soggetti politici, non tutti i soggetti politici sono partiti. L’Anpi non era, non è e non sarà mai un partito”. 

E questo credo sia un punto di riferimento importante, da tenere costantemente presente. 

L’ANPI è un soggetto politico, ma non è, né deve diventare, un partito. Né tantomeno – aggiungerei a questo punto – un “surrogato”, di uno o più partiti.

Nell’ANPI si parla di politica, certo. Ci mancherebbe altro. Si è sempre parlato di politica tra i partigiani, ancora prima che nascesse l’ANPI. Nel CLN, durante la guerra di Liberazione, non si discuteva solo di strategia militare, ma anche di politica. Ne parla diffusamente, ed in modo ben documentato – tra gli altri – Giorgio Bocca nel suo “Storia dell’Italia Partigiana”. 

Perché i partigiani non avevano solo il problema di combattere con le armi il nazifascismo. Avevano anche quello di delineare l’identità di un’Italia diversa, libera e democratica. 

E per farlo dovevano parlare di politica.

E non hanno smesso mai, i partigiani, di parlare di politica. Neanche dopo la Liberazione. 

Come ricorda Pagliarulo, l’ANPI “… ha nella sua storia momenti di forte presenza sul terreno della politica: così fu nel 1953 nell’opposizione alla cosiddetta “legge truffa”, nel 1960 per impedire il congresso del Msi a Genova e per contrastare il governo Tambroni, negli anni 70 e 80 per fermare la strategia della tensione prima e il terrorismo poi. Recentemente nel 2006, nel 2016, nel 2020 l’ANPI ha fatto sentire le sua voce nei referendum costituzionali. L’Associazione è perciò un attore del dibattito pubblico, pronto anche alla mobilitazione di piazza laddove sussistano gravi pericoli per la democrazia e il suo assetto costituzionale”.

E questa è, e deve restare – a mio avviso – una caratteristica essenziale e imprescindibile del ruolo dell’associazione nella nostra società. 

L’ANPI è nata come sentinella della democrazia, come custode della Costituzione, come baluardo contro ogni forma di dittatura. E per svolgere questi ruoli, deve “occuparsi di politica”, e quindi interloquire, se e quando necessario, anche su questioni politiche che sono – per la loro natura istituzionale – “campo d’azione” di altri soggetti politici.

Tuttavia – ed è qui che sorge il problema, secondo me – l’ANPI è una realtà che, fin dalle sue origini, ha in sé diverse “anime”, che corrispondono in buona sostanza alle diverse posizioni politiche che ciascuno di noi condivide e sostiene al di fuori dell’associazione, all’interno di partiti, sindacati, movimenti, di schieramenti che si costituiscono in occasione di elezioni politiche o amministrative, e così via. E che ciascuno di noi, fatalmente – “volente o nolente”, aggiungerei– tende a riportare dentro l’ANPI. 

Tematiche che, se non poste correttamente, nel rispetto di quei “protocolli” di comportamento determinati “in primis” dall’osservanza dello statuto e del regolamento – ma anche, se vogliamo, di una prassi, consolidata nel tempo, di metodi e procedure che vengono tradizionalmente seguiti per affrontare i problemi – possono dar vita a sterili contenziosi polemici e ad atteggiamenti divisivi tali da mettere a serio rischio la stabilità e l’affidabilità dell’associazione.

La discussione, il confronto – anche aspro, se necessario – sono salutari se sono costruttivi, e se portano a delle conclusioni largamente accettabili. E non credo ci sia bisogno di fare degli esempi. La storia stessa ci racconta di come le divisioni ci abbiano resi nel corso degli anni e dei secoli politicamente più deboli ed inefficaci. E la realtà del triste panorama politico che abbiamo di fronte attualmente, discende direttamente da quella storia.

Il confronto di idee all’interno del CLN, per quanto aspro, portò talvolta all’adozione di metodi e strategie diversi nella guerra di Liberazione. Ma il confronto non rischiò mai di indebolire l’efficacia della lotta partigiana nel suo complesso. C’era un nemico da combattere, c’era un sistema da abbattere e un altro da costruire al suo posto. Bisognava farlo, e bisognava farlo presto e bene. 

E questo stato di necessità ebbe l’effetto di un “collante” tra le diverse componenti, derivante dal bisogno di porre l’unità di intenti al di sopra di qualsiasi possibile divisione ideologica.

Si dirà: quello “stato di necessità” non esiste più. E’ cosa del passato. Oggi è diverso. Le armi sono state deposte. Oggi possiamo tranquillamente criticare, polemizzare, dividerci. Il fascismo non esiste più. La libertà, la democrazia non sono più minacciate.

E’ così? Davvero ci sentiamo liberi di affermare tutto questo?

Certo che no. 

Il fascismo è tutt’altro che morto, così come la democrazia e la libertà sono ogni giorno minacciate da pericoli di involuzioni autoritarie ordite, più o meno nell’ombra, da forze reazionarie che agiscono in vari modi e a vari livelli nella nostra società.

Ma si dirà ancora: “Io sono antifascista, e sono un difensore della Costituzione. Per questo ho diritto di far parte dell’ANPI. Però sono anche una persona con delle convinzioni politiche, alle quali non posso rinunciare nel momento in cui nell’ANPI si affrontano questioni politiche”.

Giusto. 

Ma abbiamo mai pensato che questo nostro (legittimo) bisogno di coerenza possa e debba essere, nell’ANPI, non motivo di divisioni interne e di debolezza, ma piuttosto una risorsa da sfruttare per far crescere l’associazione?

Non possiamo rischiare di ridurre il terreno di confronto e di discussione all’interno dell’ANPI ad una coperta stretta che, tirata da una parte, lascia inevitabilmente scoperta l’altra parte. 

Le opinioni hanno tutte diritto di cittadinanza, se fanno crescere e maturare l’associazione.

Non abbiamo bisogno di posizioni politiche da far prevalere a discapito di altre. Abbiamo altresì, ora come non mai, un grande bisogno di costruire una visione del futuro in cui possano trovare sempre più spazio e rilevanza i valori ed i principi che l’ANPI va affermando da quando esiste, e che sono da sempre i valori ed i principi che sostanziano le fondamenta della nostra democrazia.

 

Quando si entra in un luogo che porta il nome “ANPI”, si entra in un sacrario, in un luogo di culto, al quale bisogna avvicinarsi in punta di piedi, con il massimo rispetto per chi lo abita, che si tratti o meno di persone viventi.

Un santuario popolato di eroi, di martiri, di combattenti, di gente che non si è sottratta al sacrificio in nome della libertà. 

Di uomini e donne che non hanno mai smesso di resistere, pagando spesso prezzi  altissimi, che lo hanno fatto prima durante il fascismo, e che hanno – quelli che hanno potuto – continuato a farlo dopo. 

E che ci hanno messo nelle mani questa bandiera, che abbiamo il dovere di impugnare e tenere sollevata, per portare avanti una lotta che per essere vinta ha bisogno di quell’unità e di quella determinazione che  furono proprie del CLN e che devono ancora oggi servirci da insegnamento.

Mi sembra appropriato a questo proposito citare le parole di Piero Calamandrei: 

“È la nostra vita che può dare un significato e una ragione rasserenatrice e consolante al sacrificio di coloro che hanno combattuto per la Libertà, e dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre”.

E ancora: 

“Cercare cosa fu la resistenza vuol dire indagare dentro di noi che cosa è rimasto di vivo della resistenza nelle nostre coscienze; che cosa si è tramandato in noi di durevole e quotidiano da quel tempo che già pare leggendario, e cosa ci sentiamo ancora capaci di tramandare di quel tempo a coloro che verranno dopo di noi”.

Mi sembrano degli argomenti tutt’ora meritevoli della nostra attenzione.

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 5.3.2022

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 I buoni e i cattivi

Il titolo dell’antico vinile di Edoardo Bennato mi sembra si adatti all’attuale stato di guerra latente (per noi) e alla martellante propaganda mediatica che vorrebbe riclassificare l’umanità come detto sopra.

Ho desistito nel guardare i telegiornali mainstream e nel leggere i quotidiani più importanti , dato che riportano le stesse notizie tutti nello stesso modo…che ci sia qualcosa che non quadra?

Chi sarebbero i buoni…noi italiani, gli americani, i paesi aderenti o simpatizzanti della NATO, che ancora una volta si pone come vigile custode della democrazia nei paesi di tutto il mondo, ed interviene (o minaccia di intervenire) quando sono minacciate la libertà e la sicurezza di una nazione o peggio di tutto il pianeta?

Lasciando stare il fatto che non si capisce in che modo libertà e democrazia possano essere esportate, o meglio imposte, con la forza militare, alla faccia dell’autodeterminazione dei popoli (detto in termini crudi: se ad una parte degli ucraini sta bene un governo di ispirazione nazista fino a che punto sono affari nostri) la domanda successiva è: allora i cattivi chi sono?

La indubbia efficacia del martellamento mediatico (aiutato magari da immagini di un videogioco come War Thunder, di indubbio impatto visivo ed emotivo) in atto è evidente nel presentare questo conflitto come la lotta del Bene (l’Occidente) contro il Male (l’Oriente, o meglio la Russia di Putin, paragonato ad un novello Hitler).

Mi sembra di rivedere la stessa pantomima alla quale abbiamo tutti assistito in occasione dei raid sulla Bosnia (una guerra umanitaria, che cavolo), della invasione e conseguente distruzione dell’Iraq (c’era il demoniaco tiranno Saddam da cacciare, il novello Mussolini in versione mesopotamica) e della distruzione di Tripoli e Bengasi (in quel caso Gheddafi era il satanasso da eliminare, e visto che un esorcismo non sarebbe servito sono state necessarie le bombe).

Sono sconcertato – se credete tacciatemi di ingenuità, lo merito – nel vedere come una balla colossale abbia tanto credito…e basito ancora di più di fronte al mutamento di opinione degli ex incensatori di Putin (dimentichi che il loro idolo era il numero due del KGB), che ora non esitano a definirlo pazzo guerrafondaio.

In questo caos fomentato ad arte da tutte le parti non si devono perdere di vista le due vittime del conflitto: i civili (che in una guerra sono oltre l’80% dei morti) e la verità, torturata ed uccisa dalla censura mediatica, che in tempi come questi sembra farla da padrona nel voler pilotare l’opinione pubblica comune, altrimenti come verrebbe giustificata una invasione lampo prima ed una guerra economica (basterà quella a provocare sofferenze e problemi gravi, non preoccupiamoci) subito dopo.

E infine l’altra vittima, la libera cultura e la sua altrettanto libera circolazione; non appena ho saputo della sospensione del corso su Dostoevskij alla Bicocca di Milano ho partecipato al fiume di mail di protesta contro l’iniziativa, nella certezza che censurare il pensiero e l’arte sia una operazione degna del peggiore nazifascismo.

Quello che più mi fa male è però il vedere che l’Europa è stata subito coinvolta in una guerra economica per procura: dato che una penetrazione in territorio ucraino o peggio ancora russo significherebbe terza guerra mondiale (stavolta sul serio) i nostri governi, ossequienti alleati, hanno nel giro di poche ore troncati i rapporti economici con la Russia, privandosi di vitali canali di rifornimento quali gas naturale e cereali.

Mi sarebbe piaciuto chiedere a chi è favorevole a questo boicottaggio che dovrebbe far cessare l’occupazione dell’Ucraina come mai in 8 anni nessuna campagna mediatica a largo raggio abbia mai invitati noi (bravi) cittadini europei a chiudere i rubinetti degli scambi commerciali con il (cattivo) governo ucraino che in questo arco di tempo ha collezionate diverse migliaia di vittime civili (stiamo parlando di crimini di guerra contro una popolazione), anche grazie alla zelante opera dei battaglioni Pravi Sector e Azof (si, quelli che dichiaratamente si richiamano al nazismo).

Mi auguro solo che la gente comune, quella che in fondo la guerra non la vuole, alzi la voce sempre più forte, come sta accadendo a Roma e non solo questo pomeriggio, 5 marzo 2022.

Saluti antifascisti a tutt*

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Silvio

 

 

Silvio Antonini 27.2.2022

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Le manifestazioni

Ho dato un’occhiata qua e là alle manifestazioni di oggi, che mi risulta difficile definire “per la pace”, a partire da quella di Viterbo, dove conosco persone e cose, e le ho trovate più dimostrazioni del cortocircuito mentale in atto in questi giorni.

Intendiamoci: l’altra notte è accaduto qualcosa di scioccante, inatteso quanto inedito. Per la prima volta, dopo un trentennio, a bombardare non è più la Nato ma sono gli altri. Il discorso di Putin ha, certo nella sua drammaticità, cambiato il mondo, che ora non è più lo stesso. Il messaggio è chiaro: non potete più fare il bello ed il cattivo tempo. La cosa ha disorientato non poco ed oggi si è visto. Ognuno è sceso in piazza convinto di parole d’ordine che non erano nell’organizzazione o erano smentite dalla composizione delle piazze stesse. Così si è presa la realtà fischi per fiaschi, scandendo slogan e portando striscioni e cartelli con frasi ereditate automaticamente dalle manifestazioni pacifiste dei decenni scorsi, non più attinenti con la realtà corrente.
Il dato prevalente è stato però il tenore nazionalista, con le bandiere dell’Ucraina, le espressioni anti-russe e le richieste di interventi Nato (cioè dello scatenamento della vera e propria Terza guerra mondiale). Non sono chiaramente mancati riferimenti al lugubre retaggio del collaborazionismo filonazista dell’Ucraina. Un problema, questo, che chi si definisce antifascista dovrebbe, almeno, porsi. Insomma: tutti i bei discorsi, come al solito, vanno a farsi benedire.
Non faccio la domanda retorica “Ma dove eravate?”, iscrivo questa confusione al difetto di informazione sull’argomento in oggetto. Da diversi anni, infatti, c’è chi ha documentato e denunciato quanto stesse avvenendo in Ucraina e in altre repubbliche ex sovietiche, in cui si minacciava la Russia riabilitando i regimi collaborazionisti, cancellando la memoria della Lotta contro il nazifascismo, nelle politiche linguistiche come nella toponomastica, sino a passare alle vie di fatto con le persone. Passo, passo, sino al golpe nazionalista a Kiev.
E proprio dall’Est dell’Ucraina la fattiva, e vittoriosa, sollevazione contro questa deriva, culminata nella creazione delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, non senza quel moto di solidarietà internazionale, sull’esempio della Guerra civile e sociale spagnola. Fermo restando il sentimento di solidarietà umana e vicinanza a chiunque si trovi in guerra e sotto le bombe, è quel moto che deve seguire ed appoggiare chi sostiene realmente la pace e la fratellanza fra i popoli.
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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 19.2.2022

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La democrazia rovesciata

Non vorrei essere pessimista o complottardo (meglio di complottista, fa tanto Rivoluzione Francese…), ma mi pare che si stiano manifestando tutti i segnali che dimostrano come nel nostro paese si sia entrati in una sorta di democrazia alla rovescia (e speriamo che se ne esca il prima possibile).

Non possiamo parlare ancora compiutamente di dittatura (tecnosanitaria è una delle denominazioni più in voga) perché la struttura costituzionale Parlamento bicamerale – Governo che a lui risponde della fiducia e delle proprie decisioni – Capo dello Stato al di sopra delle parti è ancora in piedi e soprattutto ha la capacità, qualora ce ne fosse la volontà, di tornare nei binari dei diritti fondamentali inalienabili in qualsiasi situazione e connaturati all’essere umano stesso.

Se si osserva con animo non assuefatto ad una emergenza tirata avanti al punto tale da iniziare a parlare di “nuova normalità”(scusate, ma la normalità o è o non è, sempre quella rimane…) si noteranno due caratteristiche macroscopiche dal punto di vista istituzionale: la condizionalità delle libertà fondamentali (sei libero solo se ti comporti bene), in qualsiasi situazione si trovi il paese, e il capovolgimento del principio di innocenza.

Nella carta costituzionale non è prevista la sospensione delle libertà e dei diritti fondamentali nemmeno in caso di guerra (quando si favoleggia sulla legge marziale forse si dimentica che all’articolo 78 è chiarito che le Camere dichiarano lo stato di guerra e trasferiscono al Governo i poteri necessari, dunque nessun trasferimento di poteri istituzionali ad autorità militari di qualsiasi tipo…).

Allo stesso modo, parlando del principio di innocenza – alla base del diritto penale e civile – non è il cittadino che deve dimostrare di essere non colpevole o non dannoso per la collettività, ma sono le autorità preposte a doverlo dimostrare, se ci riescono, rispondendo in caso di danni derivati da un errore.

Vale sempre la regola che i diritti concessi in base a comportamenti conformi alla ortodossia diritti non sono, ma premi riservati ai cittadini più zelanti ed ossequienti.

Saluti antifascisti a tutt*

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Piero2

 

 

Piero Belli 17.2.2022

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A.N.P.I.: SE NON ORA QUANDO?

Quando l’a.n.p.i. entra nelle scuole e parla della Resistenza durante il fascismo, del coraggio di donne e uomini che mettevano a repentaglio la loro vita ma anche quella dei propri cari. Quando dicevo, si raccontano le vicende dolorose delle stragi nazifasciste su popolazioni inermi, come la strage di Sant’Anna di Stazzema per ricordarne una fra tutte e per anni sconosciuta a molti. Si perché i fascisti hanno sempre vigliaccamente occultato tutto quello che di schifoso avevano fatto durante la dittatura e dopo la guerra, quelli che lo hanno potuto fare, si sono nascosti all’interno dell’apparato statale spostandosi da ufficio ad ufficio di una amministrazione all’altra di una città all’altra tra nord e sud e sud e nord della penisola.

Dicevo appunto, quando si raccontano le torture, le fucilazioni sommarie, quando si racconta delle Fosse ardeatine e di come ascoltando sempre una propaganda di destra che ha cercato di dare la colpa ai partigiani delle 335 vittime fucilati e interrati nelle antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina a Roma, certo si sente dire che se i partigiani non avessero fatto “l’attentato” facendo esplodere una bomba al passaggio di una compagnia di tedeschi non ci sarebbe stata la ritorsione degli stessi , un tedesco morto per 10 innocenti fucilati, oppure si sente dire: perchè non si sono costituiti, lo potevano fare, cosi tanti innocenti si sarebbero salvati. Lo sapete chi erano quelle persone che hanno messo quella bomba? Non erano terroristi come li chiamavano i fascisti, erano partigiani, avevano un nome, un lavoro, una famiglia, ma c’era la guerra, vi ricordate chi sono questi partigiani, no vero? Però sappiamo tutto di Giolitti, del  conte Camillo Benso di Cavour e come non sapere le gesta di Giulio Cesare il grande imperatore.

Ora invece mi chiedo e in senso più ampio vi chiedo: dovremmo ricordare solo quello che è successo oppure anche quello che succede in questa società? possiamo dire che gli studenti non vivono in modo sereno queste ultime riforme della scuola? O che i professori e tutto il personale scolastico precario è quanto meno disorientato? Provare a chiedere allora se le storture possano essere eliminate dai percorsi formativi degli studenti e procedere alle assunzioni di precariato storico senza esami e concorsi che abbruttiscono e avviliscono docenti con famiglie ed esperienza accumulata con anni di insegnamento nelle scuole, perché invece non si segue una graduatoria di merito già presente che si è formata negli anni di servizio? L’anpi deve stare zitta? O deve dire che bisogna fare resistenza anche a leggi poco rispettose dei diritti di studenti, docenti e di tutti i lavoratori. E’ lecito aiutare gli studenti a prendere coscienza che nella promessa riforma degli istituti professionali e tecnici, la componente culturale e quella laboratoriale interna alla scuola è stata impoverita per dare sempre più spazio alla formazione in azienda. I corsi di formazione professionale hanno portato alla morte per la seconda volta in meno di un mese. Dopo Lorenzo Parelli, il diciottenne morto in un capannone di Udine il 21 gennaio 2022, il 14.2.2022  se ne è andato un sedicenne di Monte Urano, Giuseppe Lenoci, a Serra de’ Conti, in provincia di Ancona. Giuseppe stava svolgendo un tirocinio in una ditta di termoidraulica ed era a bordo, come passeggero, del mezzo uscito di strada e schiantatosi contro un albero. Inutili i soccorsi.

 Questo modo di legiferare non  altera i diritti  e soprattutto la sicurezza dello studente e in definitiva del cittadino? 

Non è forse giusto che qualcuno dica agli studenti che è umiliante e disonorevole e non rispettoso degli articoli della costituzione lavorare per tre euro l’ora? Oppure fare turni con ore di buco tra ore di lavoro. Far sapere che in quasi tutta l’europa c’è il salario minimo e qui sono i principali sindacati che si oppongono a metterlo in funzione, oltre le categorie imprenditoriali ovviamente. Un’associazione che ricorda il valore della Resistenza e degli Uomini che hanno reso libera l’Italia dalla dittatura fascista deve dire alle nuove generazioni quello che è necessario cambiare per far nascere una società più giusta e solidale. Avanti Anpi, senza paura come e sempre, Resistenza.

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 13.2.2022

Io non discrimino

Io non discrimino, io non sono razzista…di frasi come queste è pieno il mondo, tanto sono facili da pronunciare, e difficili da mettere in pratica.

Sarà che mi piace essere provocatorio, anche nel mio delicato lavoro di insegnante, ma ogni volta che sento ripetere queste due belle formulette penso a quanto sia impegnativo realizzarle nella vita quotidiana.

L’essere umano, in quanto composto di spinte negative e positive, ha istintivamente timore del diverso (diverso da cosa poi è tutto da chiarire) da lui, almeno fino a quando riesce a capire che nella non conformità ad un qualche standard o modo di pensare e di agire è la chiave della relazione con il prossimo.

Anche in questo caso ci viene in aiuto la Costituzione, nei primi 12 articoli (che teoricamente avrebbero dovuto essere immodificabili, in quanto pilastri si cui poggiano tutti i 127 articoli successivi), basati – come è noto – sui princìpi di eguaglianza, solidarietà e non discriminazione.

Nel nostro tempo la politica è purtroppo molto spesso eterodiretta, condizionata da decisori che seguono più le leggi del mercato (dove l’eguaglianza e la solidarietà non sono certo di casa) che quelle utili per i cittadini che quei decisori hanno eletti come rappresentanti, almeno fino a quando la sovranità popolare avrà ancora un significato.

Un tratto caratteristico ed inquietante del Novecento e del Duemila è la fabbricazione del consenso, che gli attempati come il sottoscritto hanno avuto il privilegio di vedere attuata attraverso i media tradizionali (stampa, radio e televisione) e con l’utilizzo della Rete, divenuta il mezzo pervasivo per eccellenza.

Nel momento in cui una accorta e ben orchestrata azione di convincimento della collettività propaganda una idea che viene ripetuta in modo identico da ognuno dei media più ascoltati (quelli a cui si concede la propria fiducia) si ottiene il risultato di portare, poco alla volta, la maggioranza più o meno silenziosa verso un atteggiamento di fiducia, quasi di fede, verso una verità presentata come indiscutibile e basata su riscontri scientifici e legislativi.

Chi non crede e non si attiene al nuovo dogma viene prima deriso, poi circoscritto e successivamente colpevolizzato anche se colpe proprio non ne ha…la discriminazione è questo, rifugiarsi in una apparentemente comoda verità salvifica, proteggendola da quelli che hanno capito che in realtà è solo un prodotto ben confezionato e seducente, frutto di una propaganda orientata verso scopi ben precisi.

Il bello è che apparentemente non esiste nessuna imposizione coercitiva a credere – nessuno accetterebbe qualcosa di vessatorio, a meno di non essere ricattato (se non ti comporti come si deve ti tolgo il lavoro, tanto per fare un esempio); il risultato finale viene ottenuto con il consenso della stessa maggioranza di cui sopra (quella che non parla…), poco alla volta, con dosi di persuasione sempre più intense, fino a quando viene sostituita ad una corretta ed equilibrata visione della realtà una distorsione che lascia fuori chi non ha abboccato all’esca, perché ha capito che sarebbe la sua rovina.

La discriminazione è frutto del non pensare, della graduale accettazione di una teoria indiscutibile perché fornita da persone competenti, che agiscono sempre e comunque per il bene della collettività.

Alla faccia della democrazia, che si basa sul confronto di posizioni diverse e non di rado divergenti, tutte necessarie a mantenere saldo l’altro principio della carta costituzionale, il pluralismo, la capacità di scegliere ognuno una strada differente, e tutte egualmente valide e degne di rispetto (l’esatto contrario della discriminazione).

Proviamoci, anche se non è e non sarà facile.

 

Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 29.1.2022

Nutrire la democrazia

Lidia Menapace (e non solo lei) era solita ripetere che non occorre riformare la Costituzione, basterebbe applicarla integralmente.

Confesso che questa affermazione mi ha sempre dato da pensare, accanto all’altra, quella che Piero Calamandrei pronunciò nel suo profondo e a tratti spassosissimo intervento sulla Costituzione tenuto alla Statale di Milano all’inizio degli anni Cinquanta del (ormai) secolo scorso: la carta costituzionale non è un foglio da gettare per terra, ma un veicolo che ha bisogno di carburante, deve essere alimentato continuamente per poter funzionare sempre in modo regolare.

In un momento di sospensione (per almeno cinque milioni di persone una interdizione di fatto) dei diritti fondamentali (l’inviolabilità della libertà personale, la libertà di movimento e la partecipazione alla vita civile ed economica) mi sto chiedendo come mettere in pratica le parole di Calamandrei e di Menapace…essendo un antifascista di strada amo poco le grandi teorizzazioni e molto la prassi dell’azione quotidiana.

La prima cosa che tutti potremmo fare, credo, è sforzarci di rispettare chi ha compiute scelte diverse dalle nostre: non è affatto facile, ma il primo cardine di una democrazia reale è la reciproca considerazione delle posizioni divergenti, anche di quelle decisamente in conflitto con le nostre.

Se è vero che democrazia è l’equilibrio dinamico (una volta vinci tu, l’altra io) delle differenze si potrebbe reiniziare da qui, forse si stempererebbe il clima di ostilità a tratti feroce nei confronti di chi non si è allineato ai dettami governativi, rivendicando una fondamentale libertà di scelta (altro cardine essenziale di una democrazia non solo apparente).

Nella mia ignoranza del diritto so che la legge è preceduta dall’uso, dalla consuetudine, che in un momento successivo viene regolato da una normativa: nel momento in cui una legge o un decreto emergenziale vengono emanati non nascono dal nulla, ma trovano alimento in una opinione pubblica orientata in un determinato modo da quell’elemento caratterizzante il Novecento e il nostro secolo che si chiama fabbricazione del consenso, una pratica quasi di marketing che “vende” atteggiamenti non sempre consoni con i diritti fondamentali dell’uomo, prima ancora che del cittadino.

Non vorrei esagerare, ma le metodologie di mercato poco hanno a che fare con eguaglianza e non discriminazione sulla base di un qualsiasi elemento, dato che tendono a presentare una idea come oggetto del desiderio, verso il quale tutti (quelli che si fanno convincere…) tendono per sentirsi appagati, protetti e soprattutto sicuri.

Cesare D’Azeglio, ad Italia unificata dai Savoia, pronunciò la celeberrima frase “Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani”; se fosse vivo e politicamente attivo oggi forse direbbe: “ Fatta la Costituzione democratica bisogna fare i cittadini democraticamente costituzionali”…

Preferisco fermarmi qui, potrei diventare molesto e soprattutto molto molto parziale, quasi partigiano…

Sempre saluti antifascisti a tutt*

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Bell’articolo. Mi piacciono le citazioni richiamate e l’argomento attualissimo, a cui l’Anpi nazionale, mi sembra, non voglia dare alcuno spazio, dimostrando grande ottusità e o, forse, opportunismo politico. Oppure sono io ad essere poco informata su discussioni del genere in ambito nazionale?

Georgina

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 16.1.2022

Il futuro bussa alla porta del presente

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Nella assise del Congresso Provinciale ANPI, sezione di Viterbo Nello Marignoli, il futuro dell’antifascismo ha bussato alla porta: sono intervenuti Bianca Piergentili (Rete Studenti Medi), Roberto Tedeschini (AUCS Unituscia), Lucia Ferrante (Senato Accademico Unituscia), Francesco Boscheri (Giovani Democratici), e il denominatore comune degli interventi è stata la necessità di proseguire una azione di tipo reticolare che porti nella formazione degli studenti l’ antifascismo quale pratica attiva e quotidiana. Mi si è aperto il cuore…ho percepito che una vera rinascita della democrazia e dei diritti ora schiacciati da una emergenza dai non ben definiti contorni. Altro non voglio scrivere, se non che possiamo essere tutt* fuduciosi, con le dovute precauzioni, e dare una mano a chi sta per raccogliere, dopo i partigiani del 1945 e le due generazioni a seguire, i valori fondanti della Costituzione.
Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

 

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Riccardo Infantino 4.1.2022

 ANPI diffuso (riflessioni sul documento congressuale 2022)

Mentre leggevo, in previsione del congresso provinciale di metà gennaio, il documento che costituirà la base dei lavori, mi tornavano alla mente le parole che ho ascoltate in questo anno, costellato di riunioni on line e radi incontri in presenza: collegare l’ANPI con le realtà dei cittadini e delle associazioni che hanno a cuore la democrazia intesa quale pratica dei diritti costituzionali intesi come innati nella persona (e non concessi a determinate condizioni).

Confesso che mi piace molto l’idea di vivere il proprio antifascismo come una pratica diffusa, nel senso di impegno a diffondere i valori della Resistenza (finiti dritti nella Costituzione) in ogni luogo ed in qualsiasi modo, nelle grandi occasioni (il 25 aprile, solo per citare la più grossa) come nelle più piccole, strettamente legate al quotidiano.

Forse sono proprio queste ultime a garantire una capillare diffusione dei valori costituzionali, perché li presenta applicati nella realtà di tutti i giorni, dimostrandoli come fattibili per tutti, che facciano parte della nostra associazione o meno.

Si tratta, in altre parole, di conformare il comportamento abituale di ognuno alla non discriminazione, alla solidarietà e al non considerarsi superiori a qualcuno, e per questo ritenersi detentori di maggiori diritti a qualsiasi titolo; rivedendo una intervista a Primo Levi dell’inizio degli anni Ottanta mi ha impressionato quella sua frase divenuta celebre, quasi inflazionata grazie alla Rete ed ai social network: l’inizio della strada che porta al lager è sempre il ritenersi diversi da qualcuno, e perciò considerarlo inferiore…di una attualità sconcertante, non c’è che dire.

Non è una cosa facile, non è lo sforzo di un momento, magari importante come un convegno o una celebrazione ufficiale…è la pratica quotidiana nel superare quelle spinte egoistiche ed isolazioniste presenti in ognuno di noi, quelle stesse tendenze che vengono sfruttate in ogni tempo da regimi apertamente o nascostamente dittatoriali per carpire il consenso di una parte dell’opinione pubblica, facendola sentire protetta da un pensiero unico e soprattutto sicura e al riparo di una minoranza non silenziosa, identificata come nemica del sistema e della pace sociale.

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