Anpi e AMBIENTE

13.9.2021

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Associazione medici per l’ambiente

“Interrompere la captazione di acqua dal lago di Vico e rifornire di acqua potabile con mezzi alternativi le popolazione di Caprarola e Ronciglione”

 

L’Associazione medici per l’ambiente- Isde ( International society of doctors for the environment) di Viterbo, da oltre 15 anni studia e documenta il degrado dell’ecosistema del lago di Vico e i possibili e commessi rischi per la salute delle popolazioni residenti nei due comuni rivieraschi.

A seguito della richiesta inoltrata alla Asl di Viterbo della copia dei giudizi d’idoneità relativi alle acque erogate ad uso umano nei comuni di Caprarola e Ronciglione dal mese di gennaio 2020 al mese di maggio 2021, l’Isde di Viterbo ha preso visione nei giorni scorsi della documentazione resa disponibile.

La documentazione conferma ancora una volta i giudizi negativi relativamente alla qualità delle acque erogate nei due acquedotti comunali, come anche da comunicazione al sindaco di Caprarola del giorno 11 marzo 2021 n. protocollo19597 e come anche da comunicazione al sindaco di Ronciglione,sempre del giorno 11 marzo 2021 n. protocollo 19594.

Nelle due comunicazioni, del Dipartimento di Prevenzione Servizio Igiene Alimenti Nutrizione Acque Potabili della Asl di Viterbo, si legge:  “… acqua non potabile per la rilevante presenza di Cianoficee  (fra cui anche la specie potenzialmente tossica Planktothrix rubescens) e tossine algali…”.

Sempre da questa stessa documentazione disponibile si evincono, in alcuni esami, superamenti del parametro Arsenico – elemento cancerogeno certo di Classe 1 secondo la classificazione della Iarc- e presenza di batteri coliformi nelle acque dei due acquedotti comunali.

Come noto, nei due Comuni persistono da anni le ordinanze di non potabilità dell’acqua

 http://www.asl.vt.it/Cittadino/arsenico/localita.php?ms=caprarola

(ordinanza n.92 del 28/12/2012)

 http://www.asl.vt.it/Cittadino/arsenico/localita.php?ms=ronciglione rete idrica lago di Vico (ordinanza n.11 del 19/01/2015) rete idrica fogliano ( ordinanza n.135 del 25 luglio 2017).

L’Isde di Viterbo, per la documentazione sopra richiamata, messa a disponibile dalla Asl di Viterbo, e in considerazione:

  • della Deliberazione del n. 276 del 19 maggio 2020 della Giunta regionale del Lazio che indica nella classificazione inferiore alla categoria A3 le acque lacustri vicane per la produzione di acqua potabile e stabilisce che : “… tali acque possono essere utilizzate, in via eccezionale, solo qualora non sia possibile ricorrere ad altre fonti di approvvigionamento e solo dopo opportuno trattamento…” e  
  • delle conclusioni dello studio CyanoAlert Horizon 2020, per quanto di pertinenza dell’Istituto Superiore di Sanità-Iss nelle quali si legge: “…Poiché oltre che Riserva naturale e zona SIC il lago di Vico è tutelato in qualità di fonte di approvvigionamento idropotabile, la presenza di cianotossine, conseguenza delle fioriture di specie tossiche dovute allo stato trofico delle acque del lago, rende l’eventuale uso delle acque per fruizione limitato a situazioni di emergenza, in assenza di altri approvvigionamenti disponibili con mezzi congrui e richiede delle misure di trattamento di elevata e provata efficienza”,

 torna ad invitare tutte le Istituzioni per quanto di loro competenza ad interrompere immediatamente la captazione di acqua dal lago di Vico e a rifornire di acqua potabile con mezzi alternativi le popolazione di Caprarola e Ronciglione.

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 10.9.2021

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Piero Belli

Ambiente e lavoro. Sostenibilità ambientale e sostenibilità del lavoro

Sì, lo sappiamo il nostro territorio è così ricco di luoghi con caratteristiche paesaggistiche architettoniche e culturali che potremmo vivere di rendita tutti quanti se solo sapessimo sfruttare questa miniera di diamanti che abbiamo alla luce del sole.

No, non è questo di cui voglio parlare ma di lavoro e ambiente cioè il lavoro che l’ambiente aggiunge o toglie a secondo delle scelte di sviluppo urbanistico edilizio e rurale e quindi della dislocazione sul territorio delle attività relative alla produzione e al commercio.

Prendo lo spunto da un articolo apparso qualche giorno fa su un giornale locale e sulla rete diffuso da quotidiani online. Questo l’articolo, In cui si riporta che la grande distribuzione dislocata quasi tutta sulla direttrice Cassia nord (anni precedenti anche Cassia sud) con la sua superficie commerciale grande quanto l’intera area del centro storico cittadino ha depauperato le attività commerciali di vicinato, il negozio sotto casa, queste attività prevalentemente a conduzione familiare, stanno chiudendo o hanno già chiuso.

Accade poi che chi ha, aveva una propria attività commerciale si ritrovi a fare il dipendente per la grande distribuzione. Negli anni inoltre i contratti di assunzione sono stati sempre più a favore del datore di lavoro che del lavoratore, “I nuovi contratti vengono stipulati per lo più a part time, poi gli orari vengono spalmati su tutta la giornata, 6 ore di lavoro vengono divise fra mattina e pomeriggio, costringendo i dipendenti a vivere nel punto vendita.

I commercianti, chi se lo può permettere chiudono il negozio al centro e lo aprono all’interno del nuovo centro commerciale. Così che zone della città sia al centro che nella prima periferia restano con i locali sfitti e invenduti, chiusi, ma soprattutto non c’è richiesta nonostante il notevole deprezzamento del valore di mercato di questi locali. Di conseguenza anche gli immobili in genere di natura residenziale perdono di valore. Qualche anno fa ma credo che ancora sia così, Viterbo era l’unica città sul territorio italiano dove il valore di mercato degli alloggi al centro erano più bassi di quelli in periferia. Tenendo poi presente quanto affermato dal sindaco di Sutri che “Viterbo ha una periferia brutta e mafiosa” possiamo immaginare quale sia la situazione di comfort abitativo al centro storico.

Da diversi anni nelle grandi città del mondo assistiamo al fenomeno di sviluppo urbano incontrollato, lo “sprawl”, è un fenomeno che riguarda oramai da anni anche le nostre città in modo particolare le città lombardo venete e quelle dell’Emilia Romagna, città frazioni e paesi che si uniscono lungo una direttrice di espansione che è a bassa densità edilizia e di scarsa qualità architettonica e paesaggistica anzi proprio il paesaggio a rimetterci e più in generale l’ambiente naturalistico rurale dei luoghi.

Viterbo non si trova in queste situazioni però negli anni subito dopo i primi anni settanta ha avuto,  in un certo qual modo il suo sprawl, uno sviluppo disordinato, la campagna limitrofa alla città ha via via intensificato una produzione di “case rurali” ville vere e proprie che se da un lato ha dato vigore al lavoro edilizio dall’altro non ha considerato il consumo di suolo sparso con nessuna infrastruttura di servizio per queste nuove aree da considerare quasi urbane. 

Diritto all’ambiente, ma anche diritto al lavoro, in altri termini difesa dell’ambiente (consumo di suolo rurale per l’urbano, perdita di colture diversificate a favore di una monocoltura a produzione intensiva),  e difesa del posto di lavoro (perdita di occupazione e perdita di diritti contrattuali a tutela dei lavoratori).

Sappiamo che l’intreccio tra le due tutele, ambiente e lavoro, sia stato da sempre nelle cose, per l’ovvia ragione che di fronte, ad esempio, ad agenti cancerogeni, l’impatto sui lavoratori non è dissimile né distinguibile da quello sulla popolazione circostante. La differenza, però, è che soltanto i lavoratori (e le loro famiglie) sono titolari anche di un altro interesse, quello alla occupazione, che può entrare in conflitto con quello della restante popolazione.

Situazioni di danni all’ambiente e alla salute dei lavoratori e ai cittadini che non andrebbero sottovalutati sul territorio intorno ai laghi, Vico prima e ora anche quello di Bolsena, qui, si sta intensificando la produzione di nocciole, ettari di terreno riconvertiti alla coltura delle nocciole con la conseguente irrogazione di erbicidi e disinfestanti chimici sul terreno, sostanze che poi per percolamento arrivano alle acque dei laghi causando anche il divieto di balneazione. Gli stessi lavoratori si trovano a respirare l’aria appena contaminata dai diserbanti quindi con il diritto al lavoro in questo caso alla sicurezza e tutela sanitaria del lavoratore non adeguatamente salvaguardata.

La presenza di arsenico nelle acque potabili, altra problematica di questo territorio, di tutti i comuni della provincia è stata un altro fattore scatenante di conflitto sociale e disuguaglianza fra cittadini e lavoratori che risiedono in territori privi di arsenico nell’acqua che qui è stato  parzialmente risolto con la costruzione dei dearsenificatori che però hanno un costo di gestione che la comunità dei singoli comuni non sono in grado di sostenere, come anche le attività agro alimentari sono state penalizzate e costrette a provvedere a loro spese la dearsenificazione dell’acqua nelle proprie aziende e attività commerciali.

Da tutto ciò emerge che la “sostenibilità ambientale” e la “sostenibilità del lavoro” devono avere come obiettivi l’inclusione sociale e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

Equità e giustizia sociale, (considerando la sostenibilità ambientale come leva di sviluppo delle capacità umane, dei lavoratori così come dei cittadini).

Occorre in ultima analisi, ridisegnare concretamente il modello di sviluppo produttivo in linea con le esigenze di sviluppo territoriale, trasformando i prodotti e i servizi rendendoli più sostenibili, promuovendo la qualità della vita di lavoro di tutti, riducendo le disuguaglianze e migliorando l’ambiente fisico e sociale.

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31.8.2021

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Cesare Naticchioni

Meno consumo del suolo e più alberi

Sporchiamoci di più le scarpe di fango e salviamo l’ombra.

Lo sport più praticato da alcune amministrazioni locali è il taglio indiscriminato degli alberi lungo i viali dei paesi: pini, lecci, eucalipti, pruni selvatici e persino gingko bilova, con la scusa che sono malati e pericolanti. Anche a Tuscania è passata la scure dell’Amministrazione Comunale che quest’anno nel periodo primaverile, durante il periodo di nidificazione degli uccelli, con la scusa della precarietà degli alberi, ha abbattuto soprattutto pini e pruni selvatici. Però in base alla normativa vigente di cui alla legge nazionale 157/92 art. 21, comma 1, che recita il divieto di distruzione di uova e nidi in periodo riproduttivo ( essendo Tuscania sotto i 600 metri di altitudine si possono potare o abbattere alberi fino al 15 Aprile), LTR 30/2015  art 79, forme di tutela della fauna; decreto ministeriale 10 marzo 2020 art.9 e 11. Qualora trattasi di alberi protetti a ciò si aggiunge il codice penale art.635 e 544. Qualora l’iniziativa Comunale derivasse da: “esigenze improcrastinabili di incolumità pubblica” dovrebbe dimostrare che dopo decine di anni di esistenza degli alberi improvvisamente tutte le piante necessitano di abbattimento e questo dovrebbe essere avvalorato da una perizia e successiva relazione di un fitopatologo. Molti degli alberi pericolanti è il risultato di potature poco curate fatte nel corso degli anni. I pini non essendo in grado di ricacciare nei punti potati (rami grossi come trochi) crescono verso l’alto per recuperare la massa verde con assottigliamento del tronco. La perdita dei rami tagliati è compensata in altezza e sottoterra da radici che muoiono e marciscono creando un problema di stabilità dell’albero. L’allungamento del tronco porta ad una maggiore esposizione dei venti forti e la morte di radici creano uno scarso ancoraggio a terra. Inoltre l’albero non svolge più la sua funzione: ombreggiatura, biodiversità, paesaggio, riduzione pigmenti. Sui pini pinea nidificano: cardellini, verzellini, tortora dal collare, cornacchia grigia, passera d’Italia, capinera Silvia, ghiandaia, colombaccio, merlo gabbiano reale ecc. 

Il taglio degli alberi è in stretta connessione con il degrado del suolo. 

Quando si parla di Transizione Ecologica, quindi tutela dell’ambiente e della salute, non si parla mai o quasi di tutela del suolo. Il suolo è ancora considerato come supporto per parcheggiarci la macchina o come mezzo magari per attuare una buona speculazione edilizia. C’è una totale incapacità a comprendere come un suolo cementificato, asfaltato o altro, ormai è perso per sempre e non si comprende che ha perso tutte le sue funzioni vitali. Per inciso, la Provincia di Viterbo detiene il non invidiabile primato per il consumo di suolo per abitante (rapporto ISPRA sul consumo del suolo 2019), 1,91 metri quadri per residente rispetto alla media regionale di 0,47 e nazionale 0,80.  Le piante metabolizzano il CO2 che sta nell’aria e lo trattengono nel legno e nella sostanza organica che sta negli strati più superficiali del suolo e se si abbattono o si asfalta o altro perdono la loro funzione.  Il suolo coperto perde la sua permeabilità e aumentano i rischi di alluvioni. Tagliando gli alberi e sigillando il suolo si aumenta il calore estivo; una zona coperta dall’ombra degli alberi offre una temperatura molto minore, non solo sotto le chiome ma anche all’ambiente circostante dovuta all’evapotraspirazione del fogliame. Offendendo il suolo si eliminano tutti i microscopici esseri viventi che in esso albergano, impoverendo l’ambiente. Anche il cattivo sfruttamento del suolo con l’agricoltura, magari con l’uso di mezzi pesanti o con il pascolo eccessivo degli animali fa sì che Il terreno diviene meno penetrabile dall’acqua iniziando il problema del ruscellamento e con esso il problema dell’erosione. Inoltre perdere suolo significa produrre meno cibo. Penso che il degrado e consumo di suolo si debba combattere soprattutto con l’educazione del cittadino alla comprensione di quanto sia importante il valore in termini di sopravvivenza. Infine credo che politicamente chi debba interessarsi ed essere a capo di scelte così complicate debba essere un pedologo cioè un esperto che ha fatto la sua esperienza sul campo ed è stato a contatto con questi problemi sempre più incalzanti. Quindi uno scienziato del campo con un gruppo di esperti: biologi, climatologi e non solamente politici o tecnologi.

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20.8.2021

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Piero Belli

Viva la guerra e tutti giù per terra

 

Disperazione lacrime e sangue dei vinti e dei vincitori. Con la guerra si commettono e si giustificano i peggiori crimini che il genere umano può in altre circostanze orrendamente immaginare. La guerra porta distruzione e quel che resta è cenere, è miseria. Le guerre non solo mietono vittime tra soldati e popolazione civile, ma mettono anche a rischio la vita attraverso la distruzione delle risorse naturali, l’impoverimento delle terre con la deforestazione, la desertificazione, la deforestazione rappresenta solo una parte dei danni ambientali riconducibili  ad esempio del massiccio utilizzo di defolianti nella guerra in Vietnam con l’ulteriore impossibilità di coltivare i terreni agricoli. 

Nell’enciclica  Laudato si’, il Papa ha richiamato l’attenzione sulla questione del degrado ambientale dovuto ai conflitti. La guerra, scrive il Papa, «causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa alle armi nucleari e a quelle biologiche».

La guerra quindi impoverisce e distrugge l’ambiente ma è altrettanto vero che l’ambiente influisce sui conflitti armati, il degrado della natura aumenta la probabilità di conflitti, il controllo delle risorse naturali è tra i fattori che scatenano i conflitti. 

Man mano che il degrado ambientale e il cambiamento climatico si intensificano, diventa sempre più importante tenere conto dei legami tra guerra e natura, se vengono distrutte le risorse naturali e gli ecosistemi sui quali si basano i mezzi di sussistenza della popolazione, non potrà esistere una pace durevole.

ormai da vent’anni, con le guerre per il petrolio (dal Golfo nel 1991, alla Libia nel 2011); ma anche con altri conflitti di cui si sente meno parlare, ma che sono altrettanto cruenti e dagli effetti devastanti, come le guerre per i diamanti in Africa centrale, o quelle per l’acqua nel Sud del mondo, in corso da molti anni.

la guerra siriana, ha portato ad una situazione in cui ad oggi, più del 50% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, con conseguenze drammatiche dal punto di vista alimentare ed igienico-sanitario.

Secondo l’Unep, il programma Onu per l’ambiente, il 40% dei conflitti armati degli ultimi 60 anni sarebbero avvenuti proprio per cause ambientali, un dato quest’ultimo, che sarebbe solo destinato ad aumentare. La ragione è semplice, l’ambiente significa molte cose: innanzitutto possibilità di sopravvivenza, basti pensare alla necessità di potersi approvvigionare a fonti idriche pulite ed abbondanti d’acqua; ma anche sviluppo economico, insito nella possibilità di coltivare un campo, o accedere alle risorse naturali di un determinato territorio per sostenere lo sviluppo industriale. Non va poi dimenticato che in un tempo di cambiamento climatico, di incipiente esaurimento delle risorse energetiche tradizionali e di produzione capitalistica di massa, aggiudicarsi il controllo di un bacino idrico, così come dei giacimenti di petrolio o gas rimasti, o riuscire a mettere le mani sulla gestione delle miniere di coltan, sono considerati da molti attori di diversa natura, siano essi governanti, terroristi o leader di bande armate, mosse strategiche, che servono a far sopravvivere o incrementare il proprio potere.

Infine l’ambiente può essere anche trasformato per arricchimento dei signori della guerra.

l’Afghanistan, secondo una recente relazione dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), non solo è la principale fonte mondiale di produzione di oppio e il principale fornitore dei mercati di eroina dell’UE e della Federazione russa, ma anche uno dei principali produttori mondiali di cannabis;

Con il ritiro di questi giorni degli Stati Uniti e della Nato dall’Afghanistan e la caduta della capitale Kabul, i talebani sono di nuovo al potere l’Afghanistan non sarà solo un posto dove le donne conteranno meno che zero e dove la gente verrà giustiziata in piazza perché magari è arrivata tardi alla preghiera, ma tornerà ad essere un Narco-Stato visto che i talebani che uccidono le persone solo perché ascoltano della musica, con la droga guadagnano centinaia di milioni di dollari con i quali hanno finanziato anche questa insurrezione.

Considerando quanto accaduto l’Italia lascia l’Afghanistan dopo vent’anni, quando l’Alleanza Atlantica fece scattare, per la prima volta nella sua storia, l’articolo 5 del Patto transatlantico, la clausola di difesa collettiva, in seguito agli attacchi contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Iniziava allora la “war on terror”, concretizzatasi in Afghanistan con la missione Isaf.

Da anni l’Italia partecipa a missioni di pace internazionale, decise dall’O.N.U., mediante il proprio esercito, che è coinvolto anche in azioni di guerra. È legittimo chiedersi se tale partecipazione sia lecita, dato che l’Italia ripudia la guerra. L’invio di soldati sotto le bandiere dell’O.N.U., che implica l’uso della forza armata con modalità belliche, ha suscitato un forte dibattito: secondo una corrente di pensiero, questi interventi sono privi della necessaria legittimità costituzionale; altri studiosi, invece, ritengono ammissibile la partecipazione italiana sulla base di una consuetudine di diritto internazionale che impone la tutela dei diritti umani. Detto in altri termini, partecipare a missioni che contemplano l’uso delle armi sarebbe in questo caso uno strumento per affermare la pace e i diritti umani; di fatto, non si tratta di partecipare a una guerra per ampliare il territorio italiano, ma di inviare i propri soldati in missioni internazionali allo scopo di difendere valori ritenuti universali come l’ambiente, tutto, se nella nostra Costituzione l’ambiente integrerà quanto riportato all’articolo 9.

La difesa ambientale ci riguarda tutti e tutti dobbiamo partecipare perché questa sfera terrestre è quella dove dobbiamo stare e lasciare che le generazioni future ci possano vivere sereni e senza più conflitti ambientali. Dire alla fine: Abbasso la guerra e tutti felici sulla terra.

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Potrebbe essere un'immagine raffigurante incendio e attività all'aperto

Tivoli 13.8.2021

Potrebbe essere un'immagine raffigurante incendio e attività all'aperto

Calabria Aspromonte 11.8.2021

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9.8.2021

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Piero Belli

Il principio della fine.

Ma noi non ci saremo

Dalla gestione della pandemia ai record di temperature (Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna sono attese punte di 42-43 gradi di temperatura, record assoluto per l’Italia.

Incendi di vaste proporzioni in Canada, Germania, Cina, Siberia, India, Filippine, Madagascar, Uganda e ancora, Albania, Grecia e Turchia. In Turchia si registrano i peggiori incendi dell’ultimo decennio. In Siberia Il fuoco ha incenerito oltre 1,5 milioni di ettari, soprattutto nella regione della

Jacuzia, un’area di 3 milioni di chilometri quadrati nell’estremo nordest dell’Asia con una temperatura max registrata quest’anno di 39 gradi. Un record per queste latitudini. Si teme anche che nell’aria ci siano alte concentrazioni di sostanze chimiche come ozono, benzene e acido cianidrico.

Se da una parte la terra brucia in un’altra area, magari a breve distanza, si annega sotto piogge torrenziali senza precedenti.

Ci stiamo abituando, ma non attrezzando, a precipitazioni che raccolgono in tre ore l’80% della pioggia che normalmente cade in un mese.

Anno dopo anno le nostre estati stanno condensando in un brevissimo lasso di tempo una serie impressionante di eventi climatici fuori norma, che spesso battono i record dell’anno precedente.

Triplicano le grandinate in Italia con 11 tempeste di ghiaccio al giorno dall’inizio dell’estate rispetto allo stesso periodo dello scorso anno con danni per milioni di euro su coltivazioni e strutture agricole.

 

L’aumento delle temperature medie e l’allungamento dei periodi di siccità, affiancato all’abbandono, all’impermeabilizzazione e alla cementificazione dei territori, sono una combinazione esplosiva, a cui la crescita della superficie boschiva italiana, aumentata del 20% negli ultimi trent’anni, non è riuscita a porre rimedio.

Le incredibili e bellissime capacità degli ecosistemi naturali di rigenerarsi e ristabilire un equilibrio, come osservato durante il primo Lockdown, non sono abbastanza davanti all’attuale impatto antropico.

Smettiamo di chiamarlo maltempo, smettiamo di dire che non c’è più tempo e che tutto rientra nell’ordine naturale delle cose. Si può  invece e si deve fare ancora tanto, se però domandiamo ad una persona anziana ma anche ai cinquantenni inoltrati con figli e nipoti, cosa pensa degli stravolgimenti climatici   e che questi aumenteranno negli anni di intensità, la risposta è quasi sempre “ma tanto noi non ci saremo più”. Oppure: passerà del tempo e quindi a me non interessa e comunque non ci posso fare niente, ci penserà chi resta.

Ecco questo atteggiamento banalmente brutale, profondamente egoistico, materialistico, privo di etica, la mancanza di senso di responsabilità, ci porterà a fondo.

Non possiamo permetterci che questo virus dell’indifferenza si propaghi anche fra i giovani e purtroppo è evidente che una buona percentuale di  questi dimostra un marcato atteggiamento menefreghista nei confronti dell’ambiente e, di conseguenza verso l’inquinamento. un esempio pratico è la ritrosia nel fare la raccolta differenziata: “tanto una volta raccolta la buttano tutta insieme”.

Le nuove generazioni devono prendere coscienza e avere a cuore il loro futuro.

E’ importante agire a monte del problema, affrontando il cambiamento climatico e per fare questo dobbiamo consumare meno, rendere più sobrio il nostro stile di vita, cercare di non continuare a immettere nell’atmosfera enormi quantità di gas a effetto serra che fanno aumentare la temperatura globale, e quindi tutti i rischi che ne derivano, come gli incendi siberiani ma anche le alluvioni della Germania. Due facce della stessa medaglia».

Mi viene in mente una vignetta dove una persona getta a terra della sporcizia, dopo di lui un’altra e poi un’altra ancora e lo sporco si accumula. Ripassa la prima persona che, quando vede il cumulo di sporcizia, esclama “questa città fa schifo”.

Non ci si rende conto che a volte basta davvero poco per fare la differenza!

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30.7.2021

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Cesare Naticchioni – Gianni Bartolacci

A proposito di transizione ecologica…

La tempesta perfetta:  tutte insieme crisi climatica, ambiente, energetica, delle risorse naturali, alimentare, dei rifiuti, economica.  Queste drammatiche emergenze minacciano anche i diritti individuali e collettivi sanciti dalla Costituzione, come quelli del paesaggio e della salute.

Eppure la minaccia della catastrofe non fa paura a nessuno. Cosa fare? Ci vuole una nuova coscienza collettiva. Stop a dibattiti tra politici disinformati o in conflitto d’interessi. Se aspettiamo loro sarà troppo tardi, se ci arrangiamo da soli sarà troppo poco, ma se lavoriamo insieme possiamo davvero cambiare.

Citando le parole di Luca Mercalli: «In tanti  si occupano di sostenibilità ambientale ma assistiamo attoniti ad una  transizione eco-illogica. La visione di Cingolani sembra essere un’addizione verde più che  sostenibilità ambientale».

 Quello che manca è un imperativo forte e chiaro: STOP ai processi che danneggiano irreversibilmente il nostro ambiente. Misure importanti come la legge contro il consumo di suolo volte ad arrestare il rischio climatico, idrogeologico e della perdita di biodiversità, che dovrebbe ogni giorno essere promossa a gran voce sia dal Governo che dal Parlamento, giace immobile dal 2012. Anche questa volta tra ambiente ed economia, purtroppo, quella che sembra sempre avere la meglio, per questo Governo, è l’economia.

In questi ultimi anni,in nome di questa presunta green economy è la Tuscia a esser aggredita dalla speculazione energetica: siamo di fronte a ben 51 progetti di campi fotovoltaici presentati (oltre a quelli realizzati negli anni precedenti), in parte approvati e solo in minima parte respinti, in pochi anni complessivamente oltre 2.100 ettari di terreni agricoli e boschivi.  Analogamente sono ormai numerosi i progetti di centrali eoliche presentati o già in esecuzione tra cui un parco eolico a Tuscania che prevede installazione di 16 pale alte 250 metri con un diametro delle stesse di 170 metri con un devastante impatto ambientale. Tanto per fare un confronto: Cupola di S. Pietro 136 metri, Torre di Pisa 57 metri, la Torre Eiffel  312 metri…

 

Una notizia di grande interesse arriva in controtendenza invece dalla Regione Lazio: per evitare l’enorme mòle di richieste di impianti eolici e fotovoltaici su terreni agricoli di pregio, l’Assessore regionale alla Transizione Ecologica e Trasformazione Digitale Roberta Lombardi ha presentato uno specifico emendamento alla proposta di legge regionale sulle disposizioni collegate alla legge di stabilità regionale 2021 (pag. 254), in corso di discussione e approvazione, per una moratoria delle autorizzazioni e delle installazioni in attesa dell’atto di individuazione delle aree e dei siti non idonei per l’installazione di impianti energetici da fonti rinnovabili.

La moratoria prevede la sospensione fino al 30 giugno 2022.

L’individuazione di tali aree è prevista fin dal D.M. 10 settembre 2010, basata su criteri tecnici oggettivi legati ad aspetti di tutela dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio artistico-culturale, connessi alle caratteristiche intrinseche del territorio e del sito. 

Oggi l’individuazione di tali aree è fondamentale, anche alla luce del favore esplicito per l’installazione degli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili di cui al decreto-legge n. 77/2021 in corso di conversione.

In particolare va evitato che centinaia e centinaia di ettari di terreni agricoli e boschivi siano stravolti dalla speculazione energetica, senza che vi sia alcuna assicurazione sulla chiusura di almeno una centrale elettrica alimentata da fonti fossili. Allo stato attuale sembra che la centrale Enel termoelettrica di Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, principale sito di emissione di gas serra in Italia, resterà attiva.

La realizzazione di questi progetti energetici snaturerebbe radicalmente alcuni dei più pregiati paesaggi agrari della Tuscia con pesanti impatti sull’ambiente e sui contesti economico-sociali locali. Stupisce l’assenza di una seria e adeguata analisi preventiva sugli inevitabili impatti negativi. 

La Provincia di Viterbo detiene il non invidiabile primato per il consumo del suolo per abitante (rapporto ISPRA sul consumo del suolo 2019), 1,91 metri quadri per residente rispetto alla media regionale di 0,47 e nazionale di 0,80.

Soprattutto va evidenziato che le autorizzazioni vengono rilasciate in assenza di espliciti consensi da parte delle Amministrazioni Comunali ( spesso non si presentano alla Conferenza dei Servizi) e in totale dispregio delle volontà dei cittadini residenti se non  di quelli sottoposti a ricatto economico per la concessione dei terreni.

Anche per non voler criminalizzare gli imprenditori che cedono alle lusinghe delle multinazionali, vogliamo ricordare invece le posizioni sempre più puntuali di molte associazioni agricole che propongono modelli alternativi a tutela della terra  riservata alle colture di pregio, prevedendo per gli impianti fotovoltaici l’utilizzo di terreni marginali o incolti e spingere invece per  il fotovoltaico pulito ed  ecosostenibile con l’utilizzo dei tetti di stalle, cascine, magazzini, fienili, laboratori di trasformazione ed altre strutture agricole.

Per ovviare alla sempre più invadente presenza dell’eolico  sul paesaggio della nostra provincia è opportuno riflettere sulla possibilità di eolico off shore, collocando le pale in mare aperto, così come già sperimentato da numerosi paesi del nord Europa.

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19.07.2021

Piero Belli

Siamo nel pieno di una tragedia mondiale a causa della pandemia e della gigantesca crisi economica e sociale da questa determinata.
Il solco tracciato nelle diseguaglianze sociali e ambientali diventa sempre più profondo, all’aumentare del degrado ambientale e all’impoverimento delle categorie più fragili.
Appare evidente che il concetto di giustizia ambientale (environmental justice) deve progredire di pari passo con quello di giustizia sociale per garantire l’abbattimento dell’iniquità e il diritto alla salute di ogni individuo.
Lo Stato o – se si vuole – la Repubblica si deve prendere cura dei beni comuni, uno Stato democratico deve tutelare la fruizione di risorse e servizi essenziali da parte dell’intera comunità. L’esempio dell’acqua è il più comune ed evidente.
Il tema dell’ambiente e del riscaldamento globale dev’essere assunto dall’Anpi, nell’ambito e nei limiti delle sue competenze, come una delle attenzioni.
Da questo punto di vista è bene valorizzare la sensibilità delle giovanissime generazioni e contribuire a determinare punti di convergenza nelle istituzioni e con le istituzioni, in una più generale logica di alleanza democratica, sul tema della difesa ambientale.
Il Comitato provinciale apre una sezione dedicata all’ambiente come tema di discussione e approfondimento mettendo in luce le criticità che si stanno attuando anche sul nostro territorio a livello locale nel rispetto di quanto la Costituzione ribadisce nell’articolo 9 e 41 e con l’allargamento del concetto di ambiente che verrà prossimamente meglio specificato con la proposta di modifica costituzionale discussa in questi giorni in Parlamento proprio di questo importantissimo articolo.

Articolo 9 – La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Articolo 41 – L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.

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 Il documento con cui apriamo questa pagina riguarda una situazione drammatica che la nostra provincia vive da decenni, infatti prima del 2010 dell’arsenico nell’acqua al cosumo umano non se ne sapeva nulla. La direttiva europea  del 2000 in cui si stabiliva di non superare 10 microgrammi /litro di arsenico (As) venne per ben due volte prorogata fino al 2010, quando la Comunità europea non accettò più ulteriori proroghe richieste ancora dallo Stato italiano. nel 2010 scoppiò il bubbone dell’arsenico. 

Siamo nel 2021 e ancora alcuni comuni hanno i livelli di arsenico superiori a quelli consentiti per legge. Negli anni tra il 2010 e il 2015 si è cercato di tamponare la situazione con la costruzione di diversi dearsenificatori nelle condotte cittadinee ora si pensa in modo più convinto alla miscelazione delle acque per attenuare ed eventualmente dismettere i dearsenificatori che procurano alti costi di gestione e manutenzione.

Il documento analizza la presenza di arsenico nelle acque potabili sotto tutti i punti di vista evidenziando alla fine un aspetto fondamentale per la prevenzione della nostra salute. Viene richiesto che la popolazione sia sottoposta ad esami clinici per capire meglio gli effetti che l’arsenico ha causato o causerà nelle persone, se non se ne porre rimedio.

Segue documento elaborato dall’associazione Medici per l’ambiente.

 

problematiche ambientali e rischi per la salute umana derivanti dalla presenza di arsenico  nelle acque ad uso umano”

Viterbo, 16 luglio 2021

La  storia

L’Arsenico, simbolo chimico As, è un elemento molto diffuso e presente nella struttura geologica terrestre.

L’Arsenico è  un semimetallo o metalloide in quanto possiede proprietà intermedie tra quelle dei metalli e quelle dei non metalli.

Da sempre conosciuto per il suo potere venefico, è usato come componente di leghe metalliche e del vetro; viene impiegato anche nella realizzazione di semiconduttori ed è stato utilizzato per lungo tempo in alcuni tipi di preparazioni per il legno.

Fin dai tempi di Ippocrate, è stato impiegato anche in preparazioni per la cura di diverse malattie: in epoca pre-antibiotica se ne ricorda l’uso nel trattamento della sifilide.

 

Il problema ambientale

Negli ultimi 150 anni di storia industriale la presenza dell’Arsenico nell’ambiente è stata notevolmente incrementata dalla combustione del carbone e di altri combustibili di derivazione fossile.

Centrali elettriche alimentate a carbone, a gas, ad olio combustibile e a biomasse, fonderie, cementifici, traffico veicolare ed aereo, incenerimento dei rifiuti e l’uso di pesticidi e fitofarmaci in agricoltura, hanno contribuito e contribuiscono alla diffusione di questo elemento nell’aria, nei terreni e nelle acque.

La  combustione del carbone e dell’olio combustibile, nei grandi impianti energetici di Civitavecchia e Montalto di Castro hanno contribuito e contribuiscono con le loro emissioni anche all’aumento del quantitativo di Arsenico nell’aria e quindi per ricaduta anche nel territorio viterbese e dell’Alto Lazio.

Inoltre gli sversamenti illegali di rifiuti tossici e la contaminazione di corpi idrici con percolato, proveniente da discariche non a norma o del tutto abusive di rifiuti pericolosi, possono incrementare la presenza di Arsenico nei terreni e nelle falde acquifere.

Questa immissione e diffusione nell’ambiente dell’Arsenico altera gli ecosistemi e contamina la catena alimentare.

Gli esseri umani possono essere esposti all’Arsenico principalmente attraverso l’assunzione di acqua, dove esso è presente in forma inorganica: sia come Arsenico trivalente (As III) che Arsenico pentavalente (As V), ma anche tramite l’aria, le bevande, gli alimenti (principalmente con l’assunzione di pesce, molluschi, crostacei, carne, pollame, alghe e derivati, cereali e derivati, riso e derivati, verdure).

L’esposizione delle persone all’Arsenico può avvenire anche durante comuni attività come il lavarsi e il nuotare.

 

Gli effetti sulla salute derivanti dall’esposizione cronica all’Arsenico

Le problematiche sanitarie e ambientali determinate dall’arsenico sono ben note e sono costante oggetto di studi e ricerche; sul sito on-line di una delle più importanti biblioteche mediche internazionali “PubMed” (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/ ), digitando “arsenic drinking water” sono presenti, al giugno 2021, ben 4048 pubblicazioni scientifiche su questo specifico argomento.

L’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro-Iarc (International Agency for Research on Cancer (https://publications.iarc.fr/120) classifica l’Arsenico come elemento cancerogeno certo di classe 1 e lo pone in diretta correlazione con diverse patologie oncologiche e in particolare con il tumore del polmone, della vescica, del rene e della cute.

L’esposizione ad Arsenico attraverso l’acqua destinata a consumo umano è stata associata anche a cancro del fegato e del colon. Gli effetti dell’Arsenico sull’epigenoma cellulare potrebbero spiegare i meccanismi di cancerogenicità di questo elemento e questi effetti avvalorano la tesi che anche dosi ridottissime di Arsenico possono esercitare effetti negativi sulla salute.

L’azione cancerogena e pro-cancerogena dell’Arsenico come di altri metalli è stata finora indagata essenzialmente in ambito tossicologico, privilegiando lo studio dei meccanismi genotossici (mutageni) diretti e indiretti (produzione di radicali liberi).

E’ importante sottolineare come la cancerogenesi da Arsenico e da metalli in genere rappresenti invece un esempio ideale per introdurre i nuovi modelli “epigenetici” di cancerogenesi, basati sull’esposizione continua a quantità minimali di agenti epi-genotossici, in grado di indurre in varie popolazioni cellulari uno stato di stress genomico persistente e, per questa via, una condizione di flogosi cronica, con progressiva attivazione di specifiche pathways cellulari, favorenti la trasformazione del tessuto in senso neoplastico. 

L’ipotesi più accreditata è che l’Arsenico possa agire come promotore tumorale attraverso la produzione di ROS (Radicali liberi dell’Ossigeno) e l’attivazione e/o ipersecrezione di citochine pro-infiammatorie e fattori di crescita.

Tuttavia, l’Arsenico potrebbe esercitare la sua azione cancerogena anche attraverso meccanismi epigenetici, che determinano ipometilazione del DNA (la deplezione di gruppi metilici potrebbe essere dovuta al fatto che l’Arsenico deve essere continuamente metilato).

I possibili meccanismi di cancerogenicità comprendono: genotossicità diretta, stress ossidativo, 

co-cancerogenesi, inibizione dei sistemi di riparazione del DNA, la promozione della proliferazione cellulare, ma anche alterazioni della trasduzione del segnale e alterata metilazione del DNA.

L’assunzione cronica di Arsenico è  indicata  inoltre da numerosissimi studi scientifici anche quale responsabile di patologie cardiovascolari (in particolare della “malattia del piede nero -black foot disease-“ per compromissione della vascolarizzazione periferica, infarto del miocardio, ictus, coronaropatie etc.);  patologie neurologiche e neurocomportamentali; diabete di tipo 2; lesioni cutanee (iperpigmentazione ed ipopigmentazione, cheratosi, melanosi); disturbi respiratori; disturbi della sfera riproduttiva e malattie ematologiche.

E’ importante considerare che nel metabolismo dell’Arsenico e quindi nel rischio di malattia da esposizione all’Arsenico, gioca un ruolo importante anche la diversa suscettibilità individuale determinata dalla presenza di particolari polimorfismi che codificano enzimi coinvolti nel processo di metilazione dell’Arsenico.

Un aspetto emergente e sempre più studiato della tossicità dell’Arsenico è inoltre quello relativo alla sua azione quale Endocrine Disruptor (EDCs), termine corrispondente all’italiano interferente endocrino (IE).

Gli interferenti endocrini (IE) sono un gruppo eterogeneo di sostanze e miscele di sostanze- tra cui anche i pesticidi, il bisfenolo e i ftalati- che interferiscono sul normale funzionamento del sistema endocrino umano e su quello di molteplici organismi quali: pesci, foche, uccelli, rettili, anfibi, primati e persino invertebrati.

L’azione di interferenza endocrina può determinare un aumento o una riduzione della quantità di ormone prodotta e della sua attività metabolica e un’azione appunto d’interferenza tra l’ormone e il legame con i suoi recettori.

Gli interferenti endocrini dotati di potenzialità mimetiche e in grado di interagire con recettori di membrana e nucleari e, quindi, direttamente o indirettamente, con i (co)fattori di trascrizione, modificando l’espressione genica e, nel lungo termine, l’assetto (epi)genetico di cellule, tessuti, organismi, ecosistemi.

E’ stata dimostrata l’associazione significativa tra l’esposizione cronica ad Arsenico inorganico e diabete di tipo 2; studi sperimentali hanno mostrato che l’Arsenico è in grado di inibire la produzione e secrezione dell’insulina e la tolleranza al glucosio, nonché di modificare l’attività del recettore nucleare per i glucocorticoidi.

Altri studi evidenziano come l’esposizione all’Arsenico durante la gravidanza (questo elemento attraversa la barriera placentare) può causare dei cambiamenti nell’espressione genica del feto che possono determinare la comparsa di gravi patologie, anche di tipo neurocognitivo, nel corso della vita e anche a decenni di distanza dall’esposizione materna.

E’inoltre estremamente importante considerare la possibile interazione e sinergia tra le diverse sostanze tossiche e cancerogene che oltre all’Arsenico possono essere riscontrate nell’acqua.

Il Vanadio, il Selenio, il Fluoro, i metalli pesanti ed elementi radioattivi, i pesticidi,le diossine, le sostanze perfluoro alchiliche (Pfas), le microplastiche, i sottoprodotti della disinfezione dell’acqua per clorazione, batteri, virus, parassiti, alghe e le microcistine prodotte da particolari tipi di alghe e cianobatteri (come nel caso del cianobatterio Plankthotrix rubescens,detto anche alga rossa, presente nel lago di Vico) etc.; tutti questi elementi possono determinare rischio e danno alla salute con molteplici meccanismi di interazione ed amplificazione diversi da quello della sola e semplice sommazione.

 

Le vigenti disposizioni di legge

Il Decreto legislativo n. 31 del 2 febbraio 2001

(https://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/01031dl.htm)

modificato e integrato con successivo D.Lgs. 27/02, disciplina la qualità delle acque potabili destinate al consumo umano garantendone la salubrità e la pulizia. Questo decreto legge, in recepimento della Direttiva europea 98/83/CE, dal dicembre 2003 ha abbassato il limite previsto per l’Arsenico nelle acque potabili da 50 a 10 μg/l (microgrammi/litro), proprio in considerazione della sua cancerogenicità e dell’evidente rischio per la salute umana.

L’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità fornisce chiare indicazioni riguardo alla tossicità dell’Arsenico nelle acque potabili ed indica come accettabile e solo in via transitoria, il valore da 1 a 10 microgrammi/litro di Arsenico nelle acque destinate a consumo umano mentre auspica valori tra lo 0 e i 5 microgrammi/litro come obiettivo realistico, in considerazione delle  attuali problematiche di dearsenificazione e dell’incertezza relativa al rischio per la salute umana determinato da esposizioni anche a basse concentrazioni di questo elemento

(https://www.who.int/water_sanitation_health/dwq/chemicals/arsenic.pdf?ua=1

La Regione Lazio sin dal 2003 ha fatto ricorso all’istituto della deroga che ha innalzato il limite previsto dal D. Lgs.  31/2001 da 10 a 50 microgrammi/litro per l’Arsenico ( ma anche i limiti per altri elementi quali: il Fluoro, il Vanadio, il Selenio) e di fatto ha reso potabili per deroga fino al 2010 acque che in realtà non lo erano e quindi con esposizione delle popolazioni fino a 5 volte il limite di legge consentito, e con una terza ed ultima deroga, fino al 2012,  acque con contenuto fino a 20 microgrammi/litro di arsenico.

La Commissione Europea, con il documento n. C (2010) 7605 del 28 ottobre 2010 e il documento n. C (2011) 2014 del 22 marzo 2011,  ribadiva che il contenuto massimo e provvisorio di arsenico nelle acque destinate a consumo umano non avrebbe dovuto superare i 10 microgrammi per litro come già stabilito anche dal Decreto legislativo n. 31/2001 già più volte richiamato.

In questi due documenti si prescriveva, in forma assolutamente vincolante per l’Italia, che alle donne in gravidanza e ai bambini fino a tre anni di età non fossero somministrate acque con un contenuto di Arsenico più elevato di 10 microgrammi per litro, e che le industrie alimentari dovessero utilizzare per le loro preparazioni acque con questa stessa caratteristica di parametro.

I periodi di deroga erano stati concessi perché i gestori attuassero piani di rientro mediante idonee tecnologie di trattamento delle acque captate e/o individuando nuove risorse idriche sostitutive che avrebbero dovuto permettere di assicurare acque salubri e pulite alle popolazioni sempre e costantemente debitamente informate. 

A giugno 2021 in alcuni comuni della Provincia di Viterbo si riscontra ancora l’erogazione di acqua con livelli di Arsenico al di sopra dei limiti di legge (http://www.asl.vt.it/Cittadino/arsenico/base.php).

 

La Commissione europea deferisce l’Italia alla Corte di giustizia

https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_21_1545

Il 9 giugno 2021 la Commissione europea ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia per il mancato rispetto della direttiva sull’acqua potabile (direttiva 98/83/CE).

La direttiva imponeva e impone a tutti gli i Stati membri di garantire che le acque destinate al consumo umano siano salubri e pulite, e richiede che nell’acqua potabile non siano presenti microrganismi e parassiti, né sostanze che potrebbero rappresentare un pericolo per la salute umana. Nella comunicazione si legge: “… La Commissione deferisce l’Italia alla Corte di giustizia poiché da molto tempo in alcune zone della provincia di Viterbo, in Lazio, i livelli di arsenico e fluoruro nell’acqua potabile superano i valori parametrici stabiliti dalla direttiva sull’acqua potabile: ciò può danneggiare la salute umana, in particolare quella dei bambini. Sono sei le zone in cui i livelli di arsenico nell’acqua potabile restano al di sopra delle soglie di sicurezza: Bagnoregio, Civitella d’Agliano, Fabrica di Roma, Farnese, Ronciglione e Tuscania. Nelle zone di Bagnoregio e Fabrica di Roma sono state inoltre superate le soglie di sicurezza per il fluoruro. Nel maggio 2014 la Commissione aveva inviato all’Italia una lettera di costituzione in mora, seguita da un parere motivato nel gennaio 2019 riguardante 16 zone di approvvigionamento idrico della provincia di Viterbo. Dall’invio del parere motivato la piena conformità alla direttiva è stata raggiunta solo in 10 di queste zone. Sebbene la Commissione accolga con favore sia l’adozione da parte dell’Italia di misure che vietano o limitano l’approvvigionamento idrico nelle zone interessate, sia l’invio ai consumatori di informazioni sulla situazione, ad oggi sei zone di approvvigionamento idrico non sono ancora pienamente conformi alla direttiva. La Commissione deferisce quindi l’Italia alla Corte di giustizia…”.

 

Gli studi sullo stato di salute delle popolazioni esposte nella Regione Lazio

Le popolazioni  esposte, in particolare quelle dell’Alto Lazio, hanno subito un grave danno  in termini di aumento di rischio di malattia per patologie correlate all’esposizione cronica all’Arsenico, come documentato anche da studi scientifici effettuati anche tra i cittadini resistenti nel viterbese.

Si segnalano in particolare i  seguenti lavori di ricerca:

  • lo  studio “Valutazione Epidemiologica degli effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da Arsenico nelle acque potabili nelle popolazioni residenti nei comuni del Lazio”, realizzato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale della Regione Lazio, e presentato nell’aprile del 2012 che ha documentato una situazione molto grave e preoccupante;  a pagina 42 si legge infatti:  “ In conclusione, l’indagine evidenzia eccessi di incidenza e mortalità nei Comuni con livelli stimati per il periodo 2005-2010 per patologie associabili ad esposizione ad arsenico (tumori del polmone e della vescica, ipertensione, patologie ischemiche, patologie respiratorie, diabete)

http://www.deplazio.net/it/arsenico-nelle-acque );

  • lo studio dell’ Istituto Superiore di Sanità “ Arsenico urinario speciato quale biomarcatore dell’esposizione alimentare all’arsenico inorganico in popolazioni residenti in aree ricche di arsenico nel Lazio”,  effettuato anche su soggetti volontari residenti nei comuni di Acquapendente, Canepina, Capranica, Caprarola, Carbognano, Civita Castellana, Fabrica di Roma, Farnese, Lubriano, Marta, Montalto di Castro, Orte, Ronciglione, Tarquinia, Tessennano,Vetralla e Viterbo che ha come considerazione : “…Valori eccedenti i 15 μg/L per iAs ( arsenico inorganico) e metaboliti sono stati trovati nel 41% dei campioni, evidenziando esposizioni alimentari all’arsenico inorganico superiori alla media della popolazione generale…” .(http://www.iss.it/prvn/?lang=1&id=279&tipo=4) ;

 

  • i risultati dello  studio Sepias -Sorveglianza epidemiologica in aree interessate da inquinamento ambientale da arsenico di origine naturale o antropica realizzato dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio nazionale delle ricerche, finanziato dal programma CCM (Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie) del Ministero della Salute, presentati il 9 maggio 2014. Questa ricerca ha coinvolto 282 persone residenti in aree del Monte Amiata, nei comuni viterbesi di Ronciglione e Civita Castellana e nelle città di Taranto e Gela. I partecipanti  a questo studio sono stati sottoposti ad un biomonitoraggio con la ricerca nelle urine di diverse specie organiche e inorganiche di arsenico, con la  misura di parametri di rischio cardiovascolare mediante ecodoppler carotideo e cardiaco e, nel sangue, con  l’analisi di numerosi biomarcatori di suscettibilità genetica, di danno del DNA , segni di effetto precoce da esposizione ad arsenico. 

Lo studio Sepias per l’area viterbese ha concluso: “I risultati dell’indagine indicano plausibili effetti sulla salute della popolazione residente nei comuni della provincia di Viterbo esposta a livelli di As>10 μg/L.” ed ha fornito indicazioni importanti per la definizione di sistemi di sorveglianza nelle aree studiate che includono interventi di prevenzione sulle fonti inquinanti conosciute e la valutazione della suscettibilità individuale all’arsenico (http://www.epiprev.it/pubblicazione/epidemiol-prev-2014-38-3-4-suppl-SEPIAS).

  • il lavoro “ Valutazione Epidemiologica degli effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da Arsenico nelle acque potabili : studio di coorte nella popolazione residente nella provincia di Viterbo, 1990-2010”  sempre a cura del Dipartimento di Epidemiologia del SSR del Lazio presentato nel 2014 che riporta i risultati della seconda fase della ricerca ed utilizza un disegno di coorte, relativo a 17 Comuni della provincia di Viterbo.  La coorte è rappresentata da 165.609 soggetti residenti in 8 Comuni esposti a livelli di arsenico nelle acque ad uso umano superiori  a 20 microgrammi per litro (As>20 μg/L, livello medio As=36.4) e in Comuni con esposizione a valori di arsenico meno elevati   (As<10 μg/L, valori medi As=8.7 μg/L). Lo studio ha valutato  l’associazione tra esposizione cronica ad arsenico ed effetti sulla mortalità in un periodo di 20 anni (1990-2010)  ed  ha definito  indicatori di esposizione individuale  a questa sostanza tossica e cancerogena per valutare nelle popolazioni esposte possibili effetti sulla mortalità per tumori (polmone, vescica, prostata, fegato, rene) e per malattie croniche (cause cardiovascolari, respiratorie e diabete). Anche risultati dello studio evidenziano effetti significativi su diverse patologie ed un gradiente di rischio al crescere del livello  e del tempo di esposizione e si inserisce nel dibattito  scientifico attuale e relativo proprio alle esposizione medio-basse all’Arsenico.

I risultati forniscono un importante contributo sulle evidenze degli effetti sulla salute dell’esposizione ad As inorganico per dosi medio-basse, evidenziando come il rischio di mortalità aumenti anche per concentrazioni inferiori anche al limite di legge definito dall’Unione Europea (10 μg/L).( http://www.deplazio.net/it/arsenico-nelle-acque) .

 

Il Rapporto 2020 “I tumori in Provincia di Viterbo”,  i dati di mortalità dell’ Istat per la provincia viterbese e quelli dell’Osservatorio sulla salute della Regione Lazio  

Nel Rapporto 2020 “I tumori in Provincia di Viterbo”

(http://www.asl.vt.it/approfondimenti/registro_tumori/RTVT2020.pdf) si legge che nel corso dell’ultimo quinquennio di osservazione, ovvero 2012-2016, in provincia di Viterbo sono stati diagnosticati 10.087 nuovi casi di tumore, esclusi i carcinomi cutanei e i tumori non maligni del Sistema nervoso centrale – Snc.

 In particolare sono stati diagnosticarti 5425 casi tra gli uomini (53.8%) e 4662 casi tra le donne (46.2%).

Sono poi più di 2000 i casi di tumore che vengono diagnosticati ogni anno in ambito provinciale.

Sempre nel Report si legge che i tassi di incidenza risultano più elevati nel distretto C della Asl (Vetralla-Civita Castellana) e si conferma una incidenza superiore alla media nazionale per quanto riguarda i melanomi cutanei.

I dati forniti dall’Istat-Istituto nazionale di Statistica per il 2018-ultimo periodo di osservazione- (http://dati.istat.it/index.aspx?queryid=26441) indicano nella provincia di Viterbo quella con il primato nel Lazio per quoziente di mortalità generale pari a 120,11 per ogni 10mila abitanti e per tasso standardizzato di mortalità generale, pari a 93.95 per ogni 10mila abitanti.

Sempre l’Istat per il 2018 riporta in numero di 1088 le morti dovute a cancro sul territorio provinciale ovvero nel 2018 circa 3 persone al giorno sono morte a causa di una neoplasia.

I dati dell’Osservatorio sulla salute della regione Lazio (https://www.opensalutelazio.it/salute/stato_salute.php?stato_salute)  per l’ultimo anno disponibile ovvero il 2017, indicano in 3853 il numero di decessi su 317.030 residenti e su questi in 1377 il numero dei decessi attribuibili a malattie del sistema circolatorio -pari al 34.7% – e per il 2020 un numero di ricoveri sempre per malattie circolatorie pari a 3605.

 

L’esposizione a dosi medio-basse

Come già ribadito dall’Agenzia internazionale di ricerca sul Cancro – Iarc e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità  – OMS non esistono livelli di sicurezza per le sostanze cancerogene certe come l’Arsenico. Ricerche e studi in ambito scientifico, anche condotti  in forma sperimentale e in laboratorio, vanno da diverso tempo focalizzandosi sull’esposizioni a dosi medio-basse di Arsenico nelle acque ad uso umano, in particolare in relazione a malattie cardiovascolari – in primis le ischemie cerebrali, cardiopatia ischemica e aterosclerosi-

( https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32272785/), neurotossicità, malattie della sfera riproduttiva e malattie dismetaboliche. Un atteggiamento di maggiore prudenza quindi, anche in ossequio al Principio di Precauzione, dovrebbe indurre le Istituzioni competenti a mettere in atto tutti gli interventi per  ridurre al massimo, fino allo zero la presenza di l’arsenico nelle acque.

Tra l’altro anche i risultati dello studio Valutazione Epidemiologica degli effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da Arsenico nelle acque potabili : studio di coorte nella popolazione residente nella provincia di Viterbo, 1990-2010” , già sopra menzionato,

http://www.deplazio.net/it/arsenico-nelle-acque)  hanno dato un importante contributo circa le evidenze  scientifiche degli effetti sulla salute dell’esposizione ad As inorganico per dosi medio-basse, evidenziando come il rischio di mortalità aumenti anche per concentrazioni inferiori  agli attuali limite di legge (10 μg/L).

 

Prevenire continua ad essere meglio che curare: ridurre l’esposizione all’Arsenico

Nei nostri territori, come ovunque,  la prevenzione del cancro ma anche delle altre malattie non trasmissibili  ( in primis le malattie cardiovascolari, diabete di tipo II, tireopatie, malattie autoimmuni, patologie neurodegenerative e disturbi comportamentali e dello spettro autistico nei bambini) può e deve essere raggiunta riducendo tutte le fonti di esposizione delle popolazioni ad inquinanti ambientali e nello specifico quindi anche garantendo acque potabili e salubri alle popolazione, nella fattispecie acque prive di Arsenico e di altri contaminanti.

 

Monitoraggio dello stato di salute delle popolazioni

 Le popolazioni che vivono in territori, come quello dell’Alto Lazio, dove le acque hanno presentato e continuano in diversi comuni a presentare valori di Arsenico al di sopra degli obiettivi di qualità e di quanto disposto dalle vigenti normative di legge e raccomandazioni dell’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro – Iarc e dell’Organizzazione mondiale della sanità- OMS , dovrebbero essere sottoposti ad un attento e periodico monitoraggio dello stato di salute anche attraverso studi osservazionali di lungo periodo: in particolare i bambini per le peculiarità del loro metabolismo e poiché in fase di costante e rapido accrescimento organico e per la neurotossicità documentata dell’Arsenico. 

Il monitoraggio delle condizioni di salute dovrebbe essere effettuato con periodiche visite ambulatoriali, con la raccolta dell’anamnesi e un attento esame obiettivo, esami strumentali e dovrebbe prevedere l’esecuzione di test mirati alla valutazione del quantitativo di Arsenico e dei suoi metaboliti nel sangue, nelle urine, nei capelli e nelle unghie delle persone esaminate.

Questi test sono in grado di quantificare l’esposizione all’Arsenico ma non sono in grado di predire come l’esposizione stessa possa influenzare lo stato di salute di ogni singola persona e in particolare di ogni bambino poiché la suscettibilità individuale nei processi di disintossicazione gioca un ruolo in gran parte sconosciuto nei suoi meccanismi ma dovrebbero e potrebbero rappresentare una sorta di risarcimento etico-sanitario.

 

Conclusioni

L’acqua è un elemento fondamentale e prezioso per la vita del pianeta e di ogni essere umano.

E’ una risorsa non illimitata che va protetta con il risparmio e la razionalizzazione della sua distribuzione, con la salvaguardia e il risanamento degli ecosistemi e dei bacini idrici utilizzati per approvvigionamento di acque potabili, con il miglioramento del sistema degli acquedotti, della depurazione e delle reti di distribuzione.

“ Ex aqua salus”. L’accesso e la disponibilità di acque, salubri, pulite e di qualità, sono le condizioni necessarie ed indispensabili per vivere in modo sano e per tutelare e proteggere lo stato di salute di tutte le persone ed in particolare dei bambini e delle generazioni a venire.

L’Arsenico presente nelle acque insieme ad altre sostanze tossiche e cancerogene crea una inaccettabile condizione di rischio e danno alla salute delle persone e altera l’intero ecosistema.

L’uso delle tecnologie oggi disponibili, insieme ad una sana politica di trasformazione e controllo di tutte quelle attività industriali ed agricole, che immettono nell’ambiente Arsenico insieme ad un numero sempre più elevato di sostanze tossiche e dagli effetti ancora poco conosciuti, è l’unica, rapida e fattibile soluzione per garantire in modo compiuto il diritto alla salute e alla vita per tutti.  

                                                           

 dottor  Giovanni  Ghirga

           dottoressa Antonella Litta

   dottor Mauro  Mocci

       

per il Coordinamento dell’Alto Lazio dell’Isde – Associazione medici per l’ambiente

(International Society of Doctors for the Environment – Italia)

 

 

 

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