PER NON DIMENTICARE

11.09.2018
 Massimo Recchioni

Il re codardo, da “Il Gobbo del Quarticciolo”

Così, l’8 settembre alle 18.30, dai microfoni di Radio Algeri, il generale Dwight Eisenhower rese pubblico l’armistizio; lo stesso fece Badoglio, alle 19.42, attraverso il proclama trasmesso dall’Eiar, la radio di Stato italiana.
Il proclama recitava: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.
Con questo atto, l’Italia cessava immediatamente le ostilità contro le forze angloamericane. Quel proclama, al contempo, non forniva però istruzioni rispetto al come comportarsi nei confronti dei tedeschi. Subito dopo l’annuncio radiofonico, Badoglio si diresse dal re e dagli altri ufficiali, che si trovavano al Ministero della Guerra, per preparare la famosa e ignominiosa fuga, che avrebbe lasciato l’esercito italiano senza ordini e il paese allo sbando: l’Italia venne immediatamente invasa e Roma circondata dai tedeschi (da “Il Gobbo del Quarticciolo e la sua banda nella Resistenza, Massimo Recchioni e Giovanni Parrella)

08.09.2018
 Silvio della Tuscia
 
“Sono prigioniero dei tedeschi”. Il biglietto lanciato da GIACOMO ZOLLA, mentre il vagone bestiame della deportazione era in sosta a Torino, che la Croce rossa riuscirà a recapitare ai genitori, a Soriano nel Cimino.

Nel 75° dell’Otto settembre. Ricordiamo 🌷

Su Zolla, la scheda redatta per il Dizionario biografico Gente di Tuscia:
http://www.gentedituscia.it/zolla-girolamo-edmondo/

_____________________________________________________________________________

24.08.2018

 Marco Marcucci 

  
 
L'immagine può contenere: 1 persona, testo

I Maestri del Socialismo

 

QUANDO LE MULTINAZIONALI AMERICANE ESULTAVANO PER IL NAZISMO CHE SCHIAVIZZAVA I LAVORATORI

L’impianto di imbottigliamento della Coca-Cola ad Essen cresceva in modo considerevole la sua redditività poiché, sotto il regime di Adolf Hitler, i lavoratori “erano poco più che servi ai quali era proibito non solo scioperare, ma anche cambiare lavoro, costretti a lavorare più duramente e più velocemente, mentre i loro salari erano deliberatamente tenuti ai livelli minimi.”

Infatti, nella Germania Nazista, i salari effettivi si erano abbassati rapidamente, mentre i profitti in corrispondenza erano accresciuti, e non era possibile far parola alcuna di problematiche del lavoro, tanto meno cercare di organizzare uno sciopero, senza che immediatamente si scatenasse una risposta armata da parte della Gestapo, con il risultato di arresti e licenziamenti.

Questo è stato il caso della fabbrica Opel della GM a Rüsselsheim, nel giugno 1936. Come ha scritto dopo la guerra il professore e membro della Resistenza anti-fascista della Turingia, Otto Jenssen, i dirigenti delle imprese della Germania erano felici “che il terrore per il campo di concentramento rendesse i lavoratori Tedeschi docili e mansueti come cagnolini.”

I proprietari e i managers delle corporations Americane con investimenti in Germania erano non meno incantati, e se apertamente esprimevano la loro ammirazione per Hitler, come erano usi fare il Presidente della General Motors, William Knudsen, e il boss della ITT Sosthenes Behn, questo avveniva senza alcun dubbio perché Hitler aveva risolto i problemi sociali della Germania in modo tale da creare giovamento ai loro interessi.

[fonte: Le Corporations Americane ed Hitler, di Jacques R. Pauwels]

________________________________________________________________________________

23.08.2018
 Silvio della Tuscia
 
Puntualmente, nell’ann.rio dell’esecuzione di SACCO e VANZETTI (https://www.youtube.com/watch?v=J6AAKZ5iuck), ripropongo le vicende relative a questo Manifesto che indice, per il 30 ottobre 1921, il Comizio in p.za del Comune a Viterbo, “per strappare al martirio della sedia elettrica, della vendetta del capitalismo borgese americano” i due più celebri, detto drammaticamente, anarchici italoamericani. 

A tal proposito, nell’80°, scrissi un art. per “Carmilla”, su invito di Alberto Prunetti. Doveva essere un contributo sui fatti di Viterbo del luglio ’21, per cui avevo da qualche mese discusso la Tesi di laurea, la cui pubblicazione, quasi 4 anni dopo, avrà per titolo Faremo a fassela. 
Per l’art. decisi però di concentrarmi su questo episodio, vista l’imminenza dell’ann.rio. Prunetti fu d’accordo. Ecco come scrivevo 11 anni fa: https://www.carmillaonline.com/…/un-manifesto-per-sacco-e-…/

_____________________________________________________________________________________

 Silvio della Tuscia
Oggi, 23 agosto, ricorre l’ann.rio d’un altro delitto, quello del parroco di Argenta, l’antifascista, Medaglia d’argento al valor militare per la Grande guerra, DON GIOVANNI MINZONI, avvenuto la sera di 95 anni fa per mano dei fascisti di Italo Balbo, che lo aggredivano selvaggiamente, alle spalle, mentre era di ritorno in canonica.

Ecco l’ottimo sceneggiato Rai DELITTO DI REGIME, IL CASO DON MINZONI, di Leandro Castellani (una volta su Youtube per intero, ora spezzettato in 3 parti, di cui questa è la sigla iniziale), che ricostruisce magistralmente i motivi, le circostanze dell’omicidio e le indagini che ne faranno seguito. 
Assai significativa la figura dell’antagonista, Balbo, interpretato egregiamente da Giulio Brogi.

 Padri e Madri della Libertà
DON GIOVANNI MINZONI Antifascista

“….La sera del 23 agosto del ’23, nei pressi della canonica, viene aggredito e ucciso a manganellate da alcuni squadristi facenti capo a Balbo che, travolto dallo scandalo e dal vasto moto di indignazione, deve dimettersi da console della Milizia.”

Don Giovanni Minzoni (Ravenna, 29 giugno 1885 – Argenta, 23 agosto 1923) è stato un prete e antifascista italiano, figura simbolo del cattolicesimo italiano.Nato in una famiglia piccolo-borghese – il padre, dapprima ferroviere, aveva rilevato una locanda – Giovanni Minzoni entrò in seminario nel 1897 e nel 1909 fu ordinato prete. Durante gli anni del seminario ebbe modo di entrare in contatto con don Romolo Murri, subendo il fascino del modernismo teologico e avvicinandosi al movimento democratico cristiano.
L’anno seguente fu nominato cappellano ad Argenta. Animato da totale amore per la Chiesa e dotato di acuta sensibilità per i problemi sociali, si interessò subito alla vita politica e civile del paese. Guardava, in particolare, con vicinanza le istanze dei lavoratori, che in quegli anni si andavano coagulando attorno alle nascenti Camere del Lavoro. Nel 1912 lasciò Argenta per studiare alla Scuola Sociale della diocesi di Bergamo, dove si addottorò nel 1914.
Alla morte del parroco di Argenta nel gennaio 1916 fu designato a succedergli, ma nell’agosto successivo fu chiamato alle armi per prestare servizio nella prima guerra mondiale. Inizialmente operò in un ospedale militare di Ancona, ma successivamente chiese di essere inviato al fronte: vi giunse come tenente cappellano del 255° reggimento fanteria della brigata Veneto. Durante la battaglia del Piave, dimostrò un coraggio tale da essere decorato sul campo con la medaglia d’argento al valore militare.Al termine del conflitto tornò ad Argenta e divenne parroco di San Nicolò. Qui si dedicò a tradurre in pratica i presupposti del cattolicesimo sociale, tanto nei confronti dei ragazzi quanto a beneficio delle classi lavoratrici. Promosse la costituzione di cooperative di ispirazione cattolica tra i braccianti e le operaie del laboratorio di maglieria. In ambito educativo promosse inoltre il doposcuola, il teatro parrocchiale, la biblioteca circolante, i circoli maschile e femminile. Grazie all’incontro con don Emilio Faggioli, già fondatore nell’aprile del 1917 del gruppo scout «Bologna I», e poi assistente ecclesiastico regionale dell’ASCI, don Minzoni si convinse della validità dello scautismo, per cui decise di fondare un gruppo scout nella propria parrocchia.
Nel ferrarese in quegli anni si respirava un clima da guerra civile: il 20 dicembre 1920 si erano registrati sei morti nel corso dell’eccidio del Castello Estense. Il 17 aprile 1921 fu vittima dello squadrismo fascista il sindacalista socialista Natale Gaiba, consigliere comunale ad Argenta e amico di Don Minzoni. Questo e molti altri episodi convinsero il sacerdote a ad opporsi esplicitamente al fascismo già prima della marcia su Roma, e a manifestare vicinanza alle vittime dello squadrismo, anche a quelle di matrice socialista.
L’educazione dei giovani era al centro delle sue preoccupazioni pastorali; la sua indubbia capacità organizzativa rese così stentatissima la costituzione ad Argenta dell’Opera Nazionale Balilla[L’ONB è successiva alla morte, di 3 anni]. Contrastò inoltre l’istituzione dell’Avanguardia giovanile fascista. Combattuto tra la preoccupazione di non acuire la conflittualità in un contesto già profondamente diviso e il desiderio di testimoniare le proprie convinzioni democratiche e religiose, don Minzoni attese l’aprile 1923 per rendere esplicita la propria adesione al Partito Popolare Italiano. Divenne in tal modo il punto di riferimento degli antifascisti di Argenta.
L’8 luglio 1923 don Emilio Faggioli fu invitato nel teatro parrocchiale di Argenta a tenere una conferenza sulla validità educativa dello scautismo. “Attraverso questo tirocinio e disciplina della volontà e del corpo”, affermò don Faggioli, “noi intendiamo formare degli uomini di carattere”. Dalla galleria lo interruppe allora il segretario del fascio di Argenta “C’è già Mussolini…!”. Monsignor Faggioli riprese il suo intervento spiegando all’uditorio che lo scautismo agisce sopra e al di fuori delle fazioni politiche. “Vedrete da oggi lungo le vostre strade i giovani esploratori col largo cappello e il giglio sopra il cuore. Guardate con simpatia questi ragazzi che percorreranno cantando la larga piazza d’Argenta.” “In piazza non verranno!” esclamò ancora il segretario del fascio. Gli rispose allora don Minzoni stesso: “Finché c’è don Giovanni, verranno anche in piazza!”. L’applauso dei giovani troncò il dialogo. Gli oltre settanta iscritti al gruppo degli esploratori cattolici di Argenta erano una realtà, e le minacce non erano servite al loro scopo.
Non tardò il tentativo del console della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Raul Forti, originario di Argenta, di portare don Minzoni nel proprio campo: facendo leva sui suoi trascorsi militari, gli propose infatti di diventare cappellano militare della MVSN. Don Minzoni rifiutò adducendo come motivazione la presenza di molti ex comunisti nei ranghi della milizia fascista.
La sera del 23 agosto 1923, mentre stava rientrando nella canonica in compagnia del giovane parrocchiano Enrico Bondanelli, don Giovanni Minzoni fu vittima di un agguato teso da alcuni squadristi facenti capo al futuro Console della milizia Italo Balbo: venne colpito alle spalle con sassi e bastoni e ucciso con una forte bastonata alla nuca. Poco prima della morte Don Minzoni aveva scritto:

« a cuore aperto, con la preghiera che mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo delle causa di Cristo »
Si era realizzata la preghiera fatta a Dio prima di partire per la guerra:

« Prego Iddio che mi faccia morire compiendo sino all’ultimo momento il mio dovere di sacerdote e italiano, felice di chiudere il mio breve periodo di vita in un sacrificio supremo »
Come voleva la dirigenza fascista ferrarese, le ricerche sui responsabili dell’omicidio furono archiviate nel novembre 1923. L’anno successivo – sull’onda dello scandalo politico provocato dal delitto Matteotti – i quotidiani Il Popolo e La Voce Repubblicana ritornarono sull’episodio denunciando Italo Balbo quale presunto mandante. “La Voce Repubblicana aveva pubblicato un pesante attacco a Balbo sul piano personale e politico, accusandolo di corresponsabilità nell’omicidio.”: quest’ultimo giornale in particolare pubblicò alcuni documenti riguardanti ordini da lui impartiti di bastonature di antifascisti e sue pressioni sulla magistratura Nel 1924 Balbo, divenuto nel frattempo Console della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), a seguito di tali rivelazioni fu costretto a dimettersi dalla carica, perdendo la causa per diffamazione da lui intentata al quotidiano e condannato a pagare le spese processuali.

Nel dicembre 1924 fu riaperta l’inchiesta sul delitto. Il 14 luglio 1925 fu aperto un nuovo processo presso la corte di assise di Ferrara, che giunse a conclusione due settimane dopo, il 1° agosto 1925, in un clima di esplicita intimidazione di giornalisti e testimoni. Nell’ambito di questo processo, fu accertato in tribunale che il colpo mortale era stato inferto con un comune bastone da passeggio. Nonostante le tre condanne chieste dalla pubblica accusa, tutti gli imputati vennero assolti all’unanimità dai dodici giudici popolari.
Nel 1946 la Corte di cassazione annullò il secondo processo e l’anno successivo ne fu istruito un terzo, nuovamente presso la Corte di Assise di Ferrara. Quest’ultimo processo si concluse con la condanna per omicidio preterintenzionale degli imputati superstiti, che comunque furono scarcerati per sopravvenuta amnistia.
A sessant’anni dalla morte, nel 1983 le spoglie di don Minzoni furono traslate dal cimitero monumentale di Ravenna alla chiesa di San Nicolò di Argenta, dove furono inumate alla presenza, tra gli altri, del presidente del Senato Francesco Cossiga. Nell’occasione Giovanni Paolo II scrisse:

« Don Minzoni morì “vittima scelta” di una violenza cieca e brutale, ma il senso radicale di quella immolazione supera di gran lunga la semplice volontà di opposizione ad un regime oppressivo, e si colloca sul piano della fede cristiana. Fu il suo fascino spirituale, esercitato sulla popolazione, sulle forze del lavoro ed in particolare sui giovani, a provocare l’aggressione, si volle stroncare soprattutto la sua azione educativa diretta a formare la gioventù per prepararla nel contempo ad una solida vita cristiana e ad un conseguente impiego per la trasformazione della società. Per questo gli Esploratori Cattolici sono a lui debitori. »
(Papa Giovanni Paolo II, Lettera all’Arcivescovo di Ravenna in occasione del 60º della morte di don Minzoni)

_____________________________________________________________________________________

12.08.2018
 
SANT’ANNA DI STAZZEMA 12 agosto 1944.

STORIA DEI FASCISTI ITALIANI CHE AIUTARONO LE SS

“I “più viscidi”, nei ricordi dei superstiti, erano però i collaborazionisti locali. Furono loro, con ogni probabilità, a condurre le quattro colonne a Sant’Anna. Circondarono il paesino da ogni lato, bloccando ogni via di fuga.”

C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata che compì la strage del 1944: alcuni portavano la divisa tedesca, altri arrivarono con abiti civili per non farsi riconoscere. Ma i superstiti santannini il loro modo di parlare lo ricordano ancora
C’erano anche gli italiani con le SS a Sant’Anna di Stazzema. Non solo i civili costretti a portare di notte, lungo i tornanti, il peso delle munizioni fino al paese della Versilia e, una volta assolto il compito, fucilati. Ma anche i volontari. Alcuni, arruolati regolarmente nella divisione, non si distinguevano dai tedeschi, perché portavano la divisa; altri, i fascisti locali, giunsero a Sant’Anna con gli abiti civili e il volto coperto per non farsi riconoscere. Dimenticarono però di camuffare la voce. E il loro accento, i santannini lo ricordano ancora.
C’erano anche gli italiani nella 16esima divisione corazzata. Un pensiero che, a distanza di 71 anni, non dà pace a uno dei superstiti, Enio Mancini. Nelle retrovie della divisione, composta in gran parte da ragazzi tra i 17 e i 20 anni e che contava in totale tra i 10mila e i 12mila uomini, gli italiani erano quasi la metà. Lo confermarono, dopo la guerra, il generale Max Simon, ufficiale dell SS, e Frederich Knorr, comandante dei servizi della divisione. Tra i nostri connazionali, alcuni erano stati reclutati dai campi di concentramento, altri arruolati come volontari, altri ancora venivano dall’esercito italiano, disciolto dopo l’8 settembre. Lo storico Carlo Gentile, tra gli esperti chiamati a deporre nel processo del tribunale militare di La Spezia, ha individuato 25 repubblichini arruolati nella 16esima divisione Reichsführer, per gradi che andavano dai soldati scelti ai sergenti.

I “più viscidi”, nei ricordi dei superstiti, erano però i collaborazionisti locali. Furono loro, con ogni probabilità, a condurre le quattro colonne a Sant’Anna. Circondarono il paesino da ogni lato, bloccando ogni via di fuga. Arrivarono all’alba, passando per vie impervie e sconosciute se non ai versiliesi. Del resto Mauro Pieri, Genoveffa Moriconi, Lilia Pardini, Enio Mancini, Renato Bonuccelli, Ada Battistini e molti altri superstiti hanno detto e ripetuto con assoluta certezza di aver sentito parlare in versiliese quella mattina. Nel 1945, a meno di un anno dall’eccidio, lo scrittore Manlio Cancogni, classe 1916, scriveva sulla Nazione del Popolo: “Dei nomi, uno sopra tutti, girano da tempo sulle bocche degli abitanti dell’intera regione e ci si aspetta, forse invano, che prove definitive confermino la verità del sospetto”.

Tra gli accusati di collaborazionismo, c’era Aleramo Garibaldi, che, come ammise alla commissione statunitense che fece le indagini subito dopo i fatti, aveva portato le armi a Sant’Anna, ma negò qualsiasi coinvolgimento attivo. Dopo la guerra, però, una superstite, Maria Luisa Ghilarducci, riconobbe in lui l’uomo che aveva azionato la mitragliatrice contro il suo gruppo. Garibaldi fu scagionato dal fatto che a Sant’Anna furono uccise anche sua moglie e le sue due figlie, che infatti figurano nell’elenco delle vittime. Ma i sospetti su di lui non sono mai stati cancellati. Al contrario di altri portatori, una volta a Sant’Anna Garibaldi non fu fucilato. Anzi, gli fu dato un lasciapassare tedesco per entrare e uscire dalla città. Tra gli altri presunti collaborazionisti citati nel corso degli anni figurano anche Francesco Gatti ed Egisto Cipriani. Nessuno però fu mai condannato, per insufficienza di prove. A dare il colpo di spugna nel 1946, fu l’amnistia firmata dall’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, con cui il guardasigilli, in un primo tentativo di pacificazione, condonò i reati di collaborazionismo e di concorso in omicidio compiuti dopo l’8 settembre.
Sant’Anna non è stata l’unica strage nazista che porta il marchio dei collaborazionisti. In altri casi, intervennero, a fianco dei nazisti, vere e proprie formazioni fasciste, come la Decima Mas a Guadine e a Forno, la Brigata Nera Apuana a Vinca e a Bergiola, la Brigata Nera di Lucca in Garfagnana e a Camaiore.
Ilaria Lonigro

____________________________________________________________________________________

25.07.2018

25 Luglio 1943: la caduta di Mussolini

Dice di aver convocato il Gran Consiglio non per discutere la situazione interna, ma bensì per informarlo della situazione bellica del momento e poter prendere una decisione a livello di strategia militare, da applicare in seguito allo sbarco degli alleati anglo-americani in Sicilia e alle difficoltà riscontrate.

Mussolini, che appare fiducioso e sicuro di sé, da tempo però cova il malcontento di alcuni gerarchi, che trovano in Dino Grandi il loro portavoce.
La situazione è grave e richiede decisioni chiare e capaci di creare una reale svolta nella guida del governo.
Terminata la relazione introduttiva, seguita da non poche critiche, prende la parola Grandi che si appresta a leggere il documento preparato e firmato dai dissidenti.
Si tratta di un attacco diretto alla persona di Mussolini e di sfiducia nel suo operato, che si trova così con le spalle al muro, costretto ad ammettere tutta la sua colpevolezza.
Si apre la frattura: si parla di abolizione del regime totalitario, ritorno allo Statuto, ripristino del Parlamento e restituzione alla corona di tutte le sue prerogative.

L’errore più grave che gli viene imputato è quello d’aver accettato la germanizzazione del partito e del paese, avviando l’Italia a intraprendere l’ascesa in guerra.
Nel dibattito interviene anche Galeazzo Ciano.
Mussoline viene quindi disarmato dagli stessi appartenti al PNF, tenta un ultimo misero tentativo di riabilitazione della sua immagine, ma ormai la sorte è certa, non può evitare la messa in votazione del documento.
L’esito dello scrutinio avviene all’alba del 25 luglio ed è senza appello: diciannove sì contro sette no.

I favorevoli sono: Grandi, Bottai, Federzoni, Ciano, De Vecchi, De Marsico, Albini, Acerbo, Alfieri, Marinelli, Pareschi, De Bono, Rossoni, Bastianini, Bignardi, De Stefani, Gottardi, Balella, Cianetti.

Nonostante l’esito della votazione, Mussolini crede ancora di poter ottenere la fiducia del re; ma questi lo fa arrestare, mentre sale al potere come nuovo capo del governo Pietro Badoglio.
La radio trasmette il seguente comunicato: “Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro e segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro e segretario di Stato S.E. il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.
Alle ore 22.45 il maresciallo legge alla radio un proclama alla nazione nella quale dichiara che “la guerra continua”.
Vi è una confusione generale ma  il popolo non può fare a meno di esultare e riversarsi nelle piazze per festeggiare.

Non possono immaginare quello che di lì a poco accadrà.
Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un commando nazista tedesco e trasportato in Germania dove darà vita alla Repubblica sociale italiana.
Coloro che avevano firmato l’ordine del giorno Grandi saranno processati e condannati a morte nel processo di Verona dell’8-10 gennaio 1944.
I 5 arrestati (Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi), giudicati colpevoli d’alto tradimento, saranno giustiziati mediante fucilazione.
Mussolini fece la storia degli avvenimenti militari gettando la colpa dei suoi crimini e delle sue sconfitte su tutti, salvo che su se stesso.
La liberazione da lui si sancì solamente con la sua uccisione il 28 Aprile del 1945.

Ma quel 25 Luglio rimane nella memoria per la caduta definitiva del suo governo.

Fonte: InfoAut

Sabato 27 gennaio 2018 

Viterbo – Enrico Mezzetti, presidente Anpi, in occasione della Giornata della memoria

La tragica storia degli ebrei sia da monito per l’oggi

di Enrico Mezzetti – Presidente provinciale Anpi

L’Anpi di Viterbo parteciperà alle celebrazioni promosse dal comune di Viterbo di concerto con l’istituto comprensivo Fantappié.

Ricorderemo davanti alle pietre d’inciampo della loro abitazione, al civico 19 di via della Verità,   Emanuele Vittorio Anticoli,  Letizia Anticoli, Bruno di Porto cioè …

 _____________________________________________________________

Stragi naziste, il giudice condanna la Germania a risarcire ma l’Italia sta con Berlino. “Paura di incidenti diplomatici”

Il giudice: “La Repubblica federale è erede del Terzo Reich”. Ma la Farnesina è al fianco dei tedeschi. Il motivo? Evitare un caos diplomatico. Ma anche il timore che altri Stati se la prendano con noi per le stragi fasciste nella ex Jugoslavia o in Grecia. Gli esperti di diritto al fatto.it: “In realtà le soluzioni ci sono, ma manca la volontà politica”. Come gli ex SS condannati ma mai in carcere

Contro le vittime dei nazisti, a fianco della Germania. E’ la posizione dello Stato italiano nel processo per la strage di Limmari del 1943, per la quale il tribunale di Sulmona, il 2 novembre, ha condannato la Germania, come erede del Terzo Reich, a risarcire il Comune di Roccaraso e i discendenti delle 128 vittime per danno “non patrimoniale”. Una sentenzastorica, perché apre la strada ai risarcimenti anche per le altre numerose stragi naziste in Italia, da … Continua a leggere su Ilfattoquotidiano

_____________________________________________________________

Venerdì 23 NOVEMBRE 2017

NelloMarignoli

23 nov. 2014: 3 anni fa ci lasciava NELLO MARIGNOLI (Viterbo, 19 aprile ’23), gommista, Radiotelegrafista della Regia marina militare italiana e Combattente partigiano della X brigata Herzegovaska dell’Eplj. Qui, inedito, al 1° onomastico del figlio Giuseppe, nel ’48.
Ecco, riproposto, il comunicato di cordoglio: http://www.tusciaweb.eu/…/3morto-nello-marignoli-lultimo-p…/

Silvio Antonini

_____________________________________________________________

Domenica 19 NOVEMBRE 2017

a Pesaro

VENERDÌ 17 NOVEMBRE 2017

Troupe di LA7 e PD di Ostia oggetto di vili atti intimidatori: sdegno e solidarietà dell’ANPI Provinciale di Roma

Dopo l’aggressione ai due giornalisti RAI e le manifestazioni di risposta contro mafia e fascismo ad Ostia, ieri ignoti hanno squarciato le gomme dell’auto della troupe di LA7 e nella notte incendiato il portone della sede del PD locale.

Evidentemente questi “ignoti” vogliono dimostrare che nonostante la grande mobilitazione popolare, mediatica e delle Istituzioni i padroni del territorio rimangono loro; e soprattutto quali metodi intendono usare allo scopo.

Il comitato provinciale dell’ANPI di Roma esprime profondo sdegno per questi vili atti intimidatori, esprime la propria solidarietà alla troupe di LA7 e al Partito Democratico di Ostia. Auspica che le indagini delle forze dell’ordine portino all’individuazione e punizione degli autori di tali gesti e dei loro mandanti. Auspica un intervento delle Istituzioni nel territorio di Ostia non meramente repressivo, che ci vuole, ma soprattutto volto alla riqualificazione materiale e socio culturale dello stesso secondo i dettami costituzionali: lavoro, salute, istruzione in un ambiente sano e vivibile. Solo così potranno essere sconfitte le forze fasciomafiose che vi spadroneggiano. 

Il Comitato Provinciale ANPI di Roma

_____________________________________________________________

17 novembre 1943-2017.

74 anni fa la “Strage dei sardi”. 17 avieri sardi sbandati, più tre locali, fucilati dai nazifascisti in località Montefosco, tra Capranica e Sutri, e nel territorio di Bracciano (4 giorni dopo).
Il doc di Dino Sanna I Martiri di Sutri, con l’intervista all’unico superstite (https://www.youtube.com/watch?v=mjM4Xyq_Ab8)

Salvatore Alessi, Capranica, 20 anni 
Piero Barcellona, Oristano, 20 anni 
Giuseppe Canu, Dorgali, 23 anni 
Emilio Coni, Ales, 24 anni 
Piero Contini, Oristano, 19 anni
Salvatore Cossiga, Ploaghe, 20 anni
Giuseppe Deroma, Osidda, 22 anni 
Francesco Manca
Salvatore Manca 
Giovanni Mè, Ploaghe, 20 anni 
Salvatore Meloni, Olmedo 
Pasqualino Mereu, Oristano, 20 anni 
Giovanni Mezzettieri, Ploagne, 20 anni 
Giovanni Mulas, Ploaghe, 20 anni
Gavino Pilo, Ploaghe, 20 anni 
Sebastiano Pinna, Osidda, 22 anni 
Efisio Piras, Oristano, 26 anni 
Giuseppe Riu

Fucilati il 21 nel territorio di Bracciano: Virgilio Andreotti, 21 anni – Antemio Baldi, 21 anni

Silvio Antonini

_____________________________________________________________

Nespolo: “La sentenza di condanna per il Sindaco di Affile è una rilevante conquista per l’Italia democratica e antifascista”

Pronunciata oggi l’attesa sentenza per la costruzione del monumento al criminale fascista Graziani. 8 mesi di condanna al Sindaco di Affile e risarcimento danni per l’ANPI, parte civile

28 ottobre 2017

Bandierafascista

Bandiera fascista in piazza Montecitorio: denunciato militante di estrema destra
„Tentava di esporre una bandiera con simbolo dell’aquila fascista“
Fermato e denunciato da polizia e carabinieri un attivista di estrema destra mentre tentava di esporre una bandiera con il simbolo dell’aquila sul fascio littorio in piazza Montecitorio. M.B., queste le sue iniziali, tentava di …
http://www.romatoday.it/cronaca/bandiera-fascista-montecitorio.html

_____________________________________________________________

25 ottobre 2017

Un anno fa ci lasciava il Compagno Beniamino Serafini.
Riporto l’articolo pubblicato in occasione della scomparsa da Silvio della Tuscia 
Un esempio per tutta la mia generazione, per tutto il nostro territorio!

Beniamino Serafini, amico degli oppressi

Pubblicato il 25/10/2016 da 

Oggi, alle 12,00, all’Ospedale di Belcolle, ha cessato di battere il cuore del Maestro Beniamino Serafini. Aveva 87 anni. Era originario del borgo di Bagnaia, dal 1927 frazione di Viterbo. Sin da bambino aveva espresso le sue posizioni antifasciste avvicinandosi al socialismo, che a Viterbo vantava una nobile e antica tradizione. Dell’immediato Secondo dopoguerra ricorderà soprattutto la fame e gli stenti che non gli avevano impedito di dedicarsi alle buone letture, le prime, come i Quaderni di Gramsci, che uscivano subito dopo il conflitto. Si trasferirà presto nel Comune di Vallerano per insegnare nella locale Scuola elementare. Sarà qui maestro per decenni, attivo anche sul fronte sindacale della categoria. Sarà, per un breve periodo, anche Sindaco del Paese. Nel 1957, verrà candidato alle Elezioni suppletive provinciali nel Collegio di Valentano, lasciato vacante dalla scomparsa di un democristiano. Nel periodico della Federazione Psi, “La Voce dei socialisti” (I, 1957, 1, p. 1), è pubblicata una sua intervista in questa veste, ove dichiara: “Mi batterò con tutte le mie forze perché i problemi delle popolazioni del Collegio, oppresse da una miseria plurisecolare, vengano affrontati e risolti urgentemente”. E non era mera retorica o populismo di facciata: alle parole seguivano i fatti, per cui Serafini, assieme ad altre decine e decine di militanti socialcomunisti del nostro territorio, si era fatto il carcere per il sostegno fattivo alle lotte dei contadini, per debellare quella “miseria plurisecolare” di cui sembra oggi essersi persa memoria. Socialista di sinistra, con il passare degli anni manifestava sempre più insofferenza verso la deriva moderata e ambigua del Psi, per cui, agli inizi anni Settanta, entrava nel Pci.beniaminoserafini1957
Ostile alla svolta della Bolognina, assieme ad Angelo La Bella e ad altre autorevoli personalità comuniste del Viterbese, darà vita al Partito della rifondazione comunista, con cui rimarrà fino alla fine. Ricoprirà la carica di Segretario della Sez. Togliatti di Vallerano, quando ancora si usava la bacheca in piazza per esprimere le posizioni e, sempre in piazza, si tenevano i comizi. Di suo pugno molti manifesti scritti a pennarello che, allora, nessuno si poneva il problema di conservare. Nel Partito Serafini manterrà sempre una posizione critica, soprattutto in merito al governismo a tutti i costi e a determinate scelte politiche, segnatamente negli ultimi anni, fedele a quello spirito socialista, radicale e libertario, che aveva abbracciato nell‘infanzia. Con la morte di Beniamino si chiude un’esperienza politica e umana ormai senza pari, dotata di un’intelligenza e di un acume singolari, espressi con aneddoti ed esempi lampanti, e difficilmente confutabili, mutuati dalla tradizione contadina.

Le condoglianze del nostro Comitato provinciale Anpi alla moglie, e compagna di vita, Silvana, ai figli Marco, Elisabetta e Silvia.

L’ultimo saluto, domani, mercoledì 26, alle ore 15,30, presso il Cimitero di Vallerano.

 

 

 

 

 

_____________________________________________________________________

2 ottobre 2017

MARCEAU PIVERT: “40 ans au service du socialisme”

“Quando assistiamo alle parate fasciste, non abbiamo, forse, nel profondo di noi stessi una sensazione di tristezza? Quando vediamo sfilare a ranghi serrati questi ragazzi, non abbiamo il cuore triste a pensare che se il nostro partito avesse avuto un po’ di dinamismo rivoluzionario e si fosse preoccupato meglio di questa gioventù, al posto di trasformare le nostre sezioni in comitati elettorali, questa gioventù sarebbe stata al nostro fianco?”.
122 anni fa, il 2 ottobre 1895, a Montmachoux, nasceva Marceau Pivert, politico, sindacalista e giornalista della Sinistra socialista francese, Combattente della Grande guerra. Dapprima animatore delle correnti rivoluzionarie interne alla Sfio (il Partito socialista francese), poi, nel ’38, fondatore del Parti socialiste ouvrier et paysan (Psop, Partito socialista operaio e contadino: Pugno su Tre frecce), una di quelle formazioni della sinistra socialista e comunista che non si riconoscevano nella III internazionale, senza perciò aderire alla IV.
Pivert fu, soprattutto, uno dei principali animatori del Front rouge, l’organizzazione promossa dai combattenti della Grande guerra impegnati a fronteggiare il fascismo sul terreno dell’organizzazione squadristica. Proprio in Francia, la patria dell’illuminismo e del suo contrario, l’offensiva fascista, foraggiata dall’Italia, fu fautrice di attività terroristiche che, per modi e finalità, anticiparono quella strategia da noi poi chiamata “della tensione”. 
Pivert si spese nel nome di una lotta unitaria ma tenace delle sinistre e delle forze repubblicane contro il fascismo. Con l’invasione tedesca, la Repubblica collaborazionista di Vichy e la conseguente messa fuorilegge del Psop, Pivert riparerà in Messico, da dove s’impegnerà per la Liberazione. Morirà a Parigi il 3 giugno ’58. Riposa al Colombario di Père Lachaise.

Per altre info, la scheda curata da “La Bataille socialiste”: https://bataillesocialiste.wordpress.com/biographie-pivert/

SILVIO ANTONINI

_____________________________________________________________________

8 settembre 2017

Così, l’8 settembre alle 18.30, i microfoni di Radio Algeri resero pubblico l’armistizio da parte del generale Dwight Eisenhower; lo stesso fece Badoglio, alle 19.42, attraverso il proclama trasmesso dall’Eiar, la radio di Stato italiana.
Il proclama recitava: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane.
La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.
Con questo atto, l’Italia cessava immediatamente le ostilità contro le forze angloamericane. Quel proclama, al contempo, non forniva però istruzioni rispetto al come comportarsi nei confronti dei tedeschi. Subito dopo l’annuncio radiofonico, Badoglio si diresse dal re e dagli altri ufficiali, che si trovavano al Ministero della Guerra, per preparare la famosa e ignominiosa fuga, che avrebbe lasciato l’esercito italiano senza ordini e il paese allo sbando: l’Italia venne immediatamente invasa e Roma circondatadai tedeschi.
Era la mattina del 9 settembre quando Vittorio Emanuele III e Pietro Badoglio iniziarono la loro fuga in direzione di Pescara. Quali le disposizioni e gli ordini lasciati ai comandi militari? Nessuno. Nello stesso giorno, alle porte di Roma, avvennero scontri tra i primi resistenti e le forze militari tedesche (Massimo Recchioni Giovanni Parrella: Il Gobbo del Quarticciolo, Milieu 2015).

IlGobbo

_____________________________________________________________________

5 settembre 2017

(foto di Daniele Vita, Morale della favola)

(foto di Daniele Vita, Morale della favola)

Oggi avrebbe fatto 93 anni. Il 5 sett 1924, a Soriano nel Cimino, nasceva GIACOMO EDMONDO ZOLLA. Giacomo per il Martire, “I’ padre mio.., quello era ‘n fegataccio”, Edmondo per lo zio minatore emigrato e morto lavorando. Cospiratore antifascista, Combattente partigiano della David – Diana, tipografo, autore della principale pubblicazione storiografica su Antifascismo e Resistenza nella Tuscia, e altro ancora. Sempre nel cuore di chi lo ha conosciuto e di chi ha letto e ascoltato la sua opera. AUGURI MEMMO!
Silvio Antonini

________________________________________________

 12.08.2017SantannadiStazzema

Descrizione: La strage di Sant’Anna di Stazzema si inquadra in quella particolare fase della situazione bellica che si apre con l’arretramento dell’esercito tedesco sulla così detta Linea Gotica. In zone di grande rilievo strategico, come i monti a ridosso della Versilia, le Alpi Apuane o la Lunigiana, la presenza di numerose formazioni partigiane, di diverso orientamento (dai garibaldini agli autonomi) rappresentava per i tedeschi un effettivo problema.
Nella zona arrivò in quei giorni la 16. Divisione Panzer-Grenadier delle SS, comandata dal generale Simon, un fanatico nazista, … (per continuare clicca sull’immagine).

_______________________________________________________________________________

27.07.2017

Nel 10° ann.rio, ripropongo l’articolato comunicato di cordoglio che scrissi in morte di GIOVANNI PESCE (venne anche pubblicato da alcuni giornali on line di cui oggi non c’è traccia). Avevo fatto in tempo a conoscerlo nel Consiglio nazinale Anpi che si era tenuto nel marzo a Riccione. Me lo aveva presentato l’allora nostro Presidente, nonché suo fraterno amico, Biagio Gionfra (qui con lui a Milano nei ’70), assieme alla moglie Nori. Dinanzi a quello che era stato non solo una Medaglia d’oro della Resistenza ma anche un Combattente antifascista in Spagna, esperienza di cui conservava il piombo nel corpo, non seppi dire una parola. Vi scambiai poi solo delle battute in merito al barista che non si vedeva mentre eravamo in fila per il caffè. Mi resta di lui, a livello per così dire materiale, la copia di Senza tregua con dedica e firma che Biagio mii fece fare. Assieme a Bentivegna è l’altra figura epica della Resistenza che ho conosciuto.

Giovanni Pesce con Buagio Gionfra anni settanta

Giovanni Pesce, a destra di chi guarda, con Biagio Gionfra.

CI HA LASCIATI IL PIU’ GRANDE
L’ANPI Comitato Provinciale Viterbo in morte di Giovanni Pesce
di Silvio Antonini (segretario e portabandiera)

Giovanni Pesce, Gianni, nasce a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918. Con l’avvento del fascismo la famiglia è costretta ad emigrare in Francia, a Grand Combe, dove arriva nel novembre ’24. Il padre fa il minatore mentre la madre apre un’osteria, caratteristica dell’immigrazione italiana nei siti minerari, proprio per i minatori. Gianni frequenta le scuole elementari e frattanto inizia, per 150 Fr. al mese, a fare il guardiano del bestiame, professione caratteristica invece dell’immigrazione infantile. Fa amicizia nelle notti di guardia con un cagnone che ricorderà per tutta la vita, da lui chiamato Medoc.
Quattordicenne, scende in miniera e si trova così a vivere a fianco di lavoratori immigrati di diverse parti d’Europa e Nord Africa. Si avvicina al Partito Comunista Francese proprio quando la destra d’oltralpe sta conducendo una feroce battaglia contro l’immigrazione, a seguito soprattutto di alcuni fatti di nera che vedevano ingiustamente accusati degli italiani. Gianni entra nel vivo della politica in occasione delle amministrative del ‘35. Nell’aprile dell’anno dopo, il Fronte Popolare delle sinistre vince le politiche ma il 18 luglio in Spagna i militari reazionari dànno il via al colpo di stato per rovesciare il governo repubblicano democraticamente eletto. Il conflitto spagnolo acquisisce subito carattere internazionale: il capo della ribellione militare Francisco Franco chiama in aiuto l’Italia fascista e la Germania nazista che non tardano a rispondere mentre, sul versante opposto, confluiscono a migliaia combattenti da tutto il mondo in difesa della Repubblica, arruolandosi come volontari nelle Brigate Internazionali. Tra questi anche il diciottenne Gianni Pesce, che combatte per tre anni consecutivi dimostrando straordinarie doti di abilità e coraggio. È qui che inizia ad imparare l’italiano che non conosceva, combattendo nelle Brigate Garibaldi. Viene ferito in una battaglia, conservando poi in corpo per tutta l’esistenza delle schegge di piombo qui “acquisite”, vista la pericolosità della loro estrazione.
Una volta capitolato il fronte repubblicano si dirige in Francia e quindi in Italia (1940), per cercare lavoro presso alcuni parenti. Non fa in tempo ad arrivare che la polizia fascista lo trae in arresto e lo assegna al confino a Ventotene. Qui si trova con persone del calibro di Eugenio Curiel, Giuseppe Di Vittorio, Luigi Longo, Pietro Secchia ed Umberto Terracini. Questi, tra i crampi della fame e le angherie dei secondini, fanno a Gianni, e non solo, da maestri, sia per l’approfondimento della lingua italiana che per la dottrina politica e le altre conoscenze e “il confino si tramutò in una scuola, in un’accademia di notevole livello” (Giovanni Pesce, Il giorno della bomba, Milano, Mazzotta, 1983, p. 47).
Pesce viene liberato nell’agosto ’43 e, siccome “Oggi in Spagna, domani in Italia”, si reca a Torino ove coordina l’attività dei GAP (Gruppi d’Azione Patriottica) col nome di battaglia di comandante Ivaldi. I GAP, i soldati senza uniforme: giovani che non devono dare nell’occhio, conducendo una vita all’apparenza borghese, ma che d’un tratto, come se nulla fosse, debbono far fuori un tedesco, una spia fascista, un prezzolato (anche tutti e tre contemporaneamente) o un deposito militare con una raffica di mitra, un colpo secco di pistola oppure con le bombe. Su questi soldati che tennero in scacco i nazifascisti nelle città si è detto e scritto molto, soprattutto con polemica strumentale: non avevano la divisa quindi non erano soldati; come se fosse un vestito a qualificare moralmente un combattente o come se portare a termine azioni di quel calibro, con tutti i rischi che ciò comportava, fosse uno scherzo. E infatti il Pesce gappista esprimeva nostalgia per la guerra civile spagnola, quando con la divisa tutto era più prevedibile e premeditato. Sia da esempio proprio un fatto di cui Ivaldi è stato partecipe, quando coi GAP torinesi stavano andando a fare un’operazione di sabotaggio contro una radio fascista che disturbava il segnale di radio Londra. Durante l’azione i gappisti venivano braccati dai tedeschi e feriti; uno di loro, il giovane Dante Di Nanni, in modo grave. Nella fuga, Ivaldi lo prendeva in braccio e lo portava nel covo partigiano di via S. Bernardino. Ad un certo punto, mentre Di Nanni era da solo nella stanza in attesa del medico, arrivavano i fascisti e i tedeschi. Il ferito, con le gambe paralizzate, iniziava a sparare e a lanciare bombe prima in direzione della porta e poi dalla finestra, facendo fuori diversi fascisti e tedeschi, i quali, pensando che nella stanza vi fossero più partigiani, chiamavano rinforzi. Di Nanni continuava fino all’esaurimento delle munizioni, quando con le ultime energie si aggrappava sulla ringhiera della finestra, alzava il pugno chiuso e si gettava gridando “W l’Italia libera!”. Le decine e decine di nazifascisti, increduli e meravigliati per l’ardimento di questo partigiano ora morto sul suolo, gli facevano l’onore delle armi.
A seguito di questi avvenimenti, Torino si era fatta troppo pericolosa. Pesce nel maggio ‘44 viene trasferito così a Milano ove assume il comando dei locali GAP col nome di comandante Visone. Qui continua, magistralmente e con successo, a portare a termine azioni di sabotaggio e di eliminazione fisica di nemici, spie e traditori. Qui conosce la coraggiosa giovane partigiana Nori Brambilla che sarà sua sposa e fedele compagna per tutta la vita. Del 25 aprile ’45 ricorda: <Fino a ieri ho camminato nelle strade di questa grande città considerando i passanti potenziali nemici, dubitando di tutti, sospettando di ognuno. Oggi, confuso in questa folla amica, è come se uscissi da un incubo. Mi accorgo che le case sono belle case, che le strade sono ampie e che sopra di me c’è il cielo […]. C’è un gruppo di operai, tutti hanno un fucile. Un uomo dà alcuni ordini. Mi fermo ad osservarlo. Mi vede e mi chiede chi sono. Parlo, finalmente parlo. “Sono Visone, comandante della 3a GAP” […]. Quarantotto ore prima eravamo pochi, ora siamo folla. Però, dietro di noi a sorreggerci, ad aiutarci, a nasconderci, a sfamarci, a informarci, c’è sempre stata questa massa di popolo che ora corre per le strade, si abbraccia e ci abbraccia, e grida: “Viva i partigiani”> (G. Pesce, Senza tregua, Milano, Feltrinelli, quinta ed., 2003, p. 306).
Finita la guerra Pesce è tra i fondatori dell’ANPI, per la quale diviene membro del Consiglio Nazionale. Nel ’47 verrà insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare, poiché: “Organizzatore eccezionale ed eroico combattente, dotato di irresistibile leggendario coraggio conquistò con il suo valore un luminoso primato alla gloria delle formazioni garibaldine ed alla storia immortale della Patria”. Nel luglio ’48, a seguito dell’attentato a Palmiro Togliatti, viene chiamato a Roma per costituire la guardia del corpo del segretario. È stato consigliere comunale a Milano per il PCI dal ’51 al ’64. Il forte legame col Partito non gli impedirà di venire a contatto con le nuove realtà della sinistra: nel ’68, a Milano, collabora col movimento studentesco. Mario Capanna ricorda che in quell’anno formidabile girava con lui e quando gli si facevano contro dei carabinieri con atteggiamento ostile li informava che quello che gli era accanto era la Medaglia d’Oro Pesce, circostanza che obbligava i militari a scattare sull’attenti. Anche il collettivo teatrale La Comune di Dario Fo si servirà della consulenza gentilmente messa a disposizione da Pesce per redigere alcuni spettacoli sulla Resistenza. Tra le persone con le quali il comandante Visone stringe rapporti di fraterna amicizia a Milano va ricordato il partigiano Biagio Gionfra, attuale presidente del Comitato Provinciale ANPI Viterbo, che prima di tornarsene a Vignanello gli farà addirittura da autista!
Pesce è stato autore di diverse pubblicazioni, a carattere in larga prevalenza autobiografico, tra queste la più celebre è indubbiamente Senza tregua, uscita nella Milano del ’67, destinata ad influenzare grandemente la sinistra extraparlamentare. Innumerevoli sono invece i suoi contributi su riviste, opuscoli e documentari audiovisivi. Eppure il mito di questo eroe internazionale è riuscito solo in minima parte ad affermarsi oltre l’Italia settentrionale, per motivi quasi inspiegabili.
Nel 1991, contrario alla svendita del PCI, contribuisce alla nascita di Rifondazione Comunista, per la quale ricopre la carica di membro del Comitato Politico Nazionale, riconoscendosi nella corrente Essere Comunisti e collaborando con la rivista “L’Ernesto”.
Nel marzo scorso ha preso parte al consiglio nazionale ANPI di Riccione, intervenendo, seppur con voce flebile, con un discorso fatto perlopiù di ricordi dei moti spagnoli e della Resistenza che ha entusiasmato i presenti.
Gianni Pesce è morto venerdì 27 luglio al Policlinico di Milano, dov’era da qualche giorno ricoverato a seguito d’una caduta in casa.
L’ANPI Comitato Provinciale di Viterbo saluta quello che era il più grande esponente in vita della Resistenza spagnola e italiana e si stringe attorno all’ugualmente valorosa combattente partigiana, vedova Nori.

Viterbo 29/7/’07

_______________________________________________________________________________

20.07.2017

– Contestazioni e saluti romani ieri a Latina, in occasione dell’intitolazione dei Giardini Mussolini a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone

Video La7

_______________________________________________________________________________

11.07.2017

Nel paesino delle Marche ogni 11 luglio si commemorano 5 collaborazionisti che aiutarono le SS. I parenti delle vittime: “Infame oltraggio alla Memoria”

HUFFPOST

Nel condannare la propaganda fascista il Partito Democratico predica sul piano nazionale la più assoluta intransigenza, su quello locale pratica alle volte un ambiguo lassismo. È il caso di Ostra, piccolo paese di settemila anime in provincia di Ancona, dove le famiglie di tre martiri partigiani, fucilati dalle SS tedesche durante il periodo della Resistenza, vedono la memoria dei propri cari calpestata ogni anno l’11 luglio. Una ferita che si è aperta 73 anni fa e che ancora non si è rimarginata perché il potere “temporale”, il sindaco, e quello “spirituale”, il parroco, contribuiscono in una singolare affinità d’intenti a gettarvi sopra altro sale. Come? Commemorando, a ogni anniversario, la morte di cinque spie nazifasciste proprio di fronte al luogo dove furono fucilati i tre partigiani. L’omaggio da una parte, l’oltraggio dall’altra.

Prima i fatti. All’alba del 6 febbraio 1944 ufficiali tedeschi delle SS aiutati da Carabinieri e agenti della Questura, rastrellarono tutto il territorio di …

Continua a leggere

_______________________________________________________________________________

Tg3

È diventato un caso politico quello dello stabilimento balneare di Chioggia dedicato a Mussolini e che inneggia al fascismo. L’Associazione nazionale partigiani ha chiesto la chiusura immediata, Pd e Sinistra Italiana la revoca della concessione. Il servizio di Rossana Caviglioli per il Tg3 delle 19 del 9 luglio 2017

_______________________________________________________________________________

 

SugoniNepiEmilio Sugoni, Partigiano

Nato a Nepi il 3 Agosto del 1906, quarto di cinque figli, da genitori mezzadri da poco trasferitisi da Montoro (TN).
Fin da ragazzo manifesta interesse per la politica come mezzo per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.
Appena ventenne aderisce al neonato PCI che, di li a poco, diverrà clandestino in seguito alla promulgazione delle “Leggi Speciali” da parte del governo fascista.
In quegli anni persegue l’alfabetizzazione del mondo contadino, attraverso la diffusione dei fogli clandestini de l’Unità, convinto che la conoscenza può affrancare la classe operaia dallo sfruttamento.

Fonda la Camera del Lavoro, la Casa del Popolo e la sezione del PCI di cui è primo segretario.

 

Proprio all’interno della sezione PCI viene aggredito ed accoltellato da una squadraccia fascista.
Per diffondere l’Unità e tenere i collegamenti con i compagni di Roma, periodicamente percorre in bicicletta, nottetempo, i  trenta chilometri che separano Nepi da La Storta dove, presso un’osteria, paga con una banconota da una lira, stracciata a metà, a cui l’emissario di turno accosta la metà in suo possesso. Suo nome in codice è “Gregori”, famiglia di possidenti terrieri presso cui presta l’opera.
Richiamato alle armi, partecipa all’avventura dell’ARMIR da cui torna miracolosamente vivo, ma con i piedi con un principio di congelamento.
Nel primo dopoguerra si mette a capo del movimento dei contadini e braccianti, guidando l’occupazione delle terre dei latifondisti. Per questo viene arrestato e perseguito, mentre il popolo inneggia cantando “Evviva Bruttacchino che ce fa magnà, quest’anno la pulenta e st’artranno ‘o pà”.
La nascita della figlia Giuseppina, le condizioni di salute e le insistenze della moglie Anna lo convincono a cessare l’attività politica da leader, ma non smette mai di leggere, da cima a fondo, ogni giorno, l’Unità, seduto in bella vista nella piazza del paese.

La perdita dell’amatissima figlia, per un male incurabile nel 1973, lo porta ad isolarsi sempre più fino a morire, dimenticato da tutti, all’ospedale di Civita Castellana l’8 Agosto 1978.

 

Archivio dell’Anpi di Viterbo

L’archivio dell’Anpi, Comitato provinciale di Viterbo è stato depositato presso l’Archivio di Stato di Viterbo nel 2010 e riordinato ed inventariato da Silvio Antonini. La documentazione è quella prodotta dall’associazione a partire dal 1968 fino al 2002 ed è liberamente consultabile presso l’Archivio di Stato di Viterbo negli orari di apertura al pubblico dell’Istituto
 
_______________________________________________________________________________
 
 La resistenza dopo la Resistenza

Premessa del curatore

Trentaquattro buste d’archivio, contenenti  473 fascicoli – di cui 104 muniti di fotografie e sessantadue di manifesti  – e 178 sottofascicoli, per gli anni 1968-2002, con documentazione originale che data a partire dal 1944; quattordici buste di materiale emerotecario, contenenti “L’Antifascista”, periodico dell’Anppia (anni 1981-92), e “Patria indipendente”, periodico della Resistenza e degli ex Combattenti (anni 1966-2002), più la mostra Storia e cronaca della Resistenza italiana ed europea.

È la consistenza della documentazione descritta in questo inventario, frutto di oltre 450 ore di lavoro volontario, tra schedatura, ordinamento, selezione e, appunto, inventariazione del materiale.

Il complesso archivistico, depositato presso l’Archivio di Stato di Viterbo, riguarda essenzialmente la documentazione prodotta dal Comitato provinciale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) tra il 1968 e il 2002. Nel 1968, dopo un periodo di stallo, il Combattente partigiano Luigi Tavani riprendeva in mano le sorti dell’organizzazione. Facevano seguito la Presidenza di Alessandro Bonucci (1972-94) e di Luigi Amadori (1994-2002). Con la morte di Amadori, avvenuta il 6 luglio 2002,  e la successiva elezione di Biagio Gionfra nel Congresso straordinario tenuto il 15 dicembre successivo, si entra nella fase dell’archivio al momento da considerarsi corrente.

Alla documentazione Anpi qui si aggiunge quella dell’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (Anppia), organismo “fratello” dell’Anpi, la cui finalità è quella di conservare memoria e valori degli imprigionati, confinati, esiliati e assassinati dal regime fascista. L’Anppia si è nei decenni spesso “appoggiata” all’Anpi per ramificare la propria organizzazione. Difatti, nella documentazione qui conservata (relativa agli anni 1981-92), risulta Presidente Alessandro Bonucci, che contemporaneamente ricopriva lo stesso incarico nell’Anpi.

L’archivio si suddivide in tre serie: documentazione e pratiche (a sua volta suddivisa in quattro sottoserie: Antifascisti e partigiani di Viterbo e Provincia, Paesi della Provincia; Antifascismo e bande partigiane della Provincia; Altre province italiane); Attività Anpi e Attività Anppia.  La trascrizione dell’inventario consta sia di una versione sommaria, per avere un’idea circa il contenuto delle buste, sia di una analitica, con la descrizione dei singoli fascicoli e sottofascicoli. A quest’inventario vanno ad aggiungersi gli indici delle formazioni partigiane, dei luoghi e dei nomi citati. Uno strumento di ricerca redatto proprio per venire incontro alle richieste che solitamente vengono rivolte alla nostra Associazione.

Al contrario di quanto spesso succede al momento dei depositi d’archivio, la nostra non è una realtà che ha cessato la sua esistenza o esaurito la sua funzione: a partire dal Congresso nazionale di Chianciano (2006), l’Anpi ha aperto le iscrizioni a chiunque fosse vicino ai suoi scopi associativi. Il venir meno dei partigiani, per ragioni anagrafiche, è stato ampiamente compensato da una crescita dell’Anpi che, nel 2009, ha superato i 110 mila iscritti. L’inventariazione e il deposito del nostro archivio è quindi da inquadrare nel complesso delle attività che l’Anpi svolge per salvaguardare la memoria, locale e non, dell’Antifascismo e della Resistenza. Mettiamo a disposizione di storici, studiosi e semplici interessati un patrimonio archivistico ragguardevole, per la nostra storia civile, politica e sociale, senza imporre limiti, cronologici o d’altro tipo, alla consultazione.   

Silvio Antonini

Segretario e Portabandiera

Anpi Cp Viterbo

26 agosto 2010

_______________________________________________________________________________

26 Maggio 2017

Gionfra

_______________________________________________________________________________

21 Maggio 2017 – 45 anni fa moriva LUIGI TAVANI, “Appassionato comunista, valoroso partigiano”.

Comunicato scritto nel 2012, per il 40°, quando tenemmo una commemorazione presso la sua tomba, al Cimitero di Viterbo.

Il Comitato provinciale Anpi di Viterbo dà appuntamento a domenica 20 maggio 2012, ore 11 all’ingresso principale del cimitero di S. Lazzaro, Viterbo, per cerimonia in ricordo di Luigi Tavani “Appassionato comunista, valoroso partigiano” nel 40esimo anniversario della morte.

Picchetto d’onore, discorso pubblico e omaggio floreale.

Letture di Laura Antonini

Luigi Tavani, nato il 12 luglio 1909 da una famiglia proletaria del quartiere di Pianoscarano, da bambino inizia a lavorare alle cave di peperino Anselmi in località Palanzana.

Nella città dell’acqua e della roccia, partecipa alle battaglie sindacali promosse nell’immediato Primo dopoguerra dai lavoratori della pietra e dell’edilizia, per l’aumento del salario e il miglioramento delle condizioni di lavoro; battaglie vittoriose di cui gioverà tutta la cittadinanza.

Il 2 maggio 1921 è tra la folla che contesta il comizio fascista di Giuseppe Bottai in città e, poco dopo, entra nella squadra giovanile degli Arditi del popolo. Il 9 luglio 1922, l’assassinio del fratello Antonio, “Soldato d’Italia alla fronte, Ardito del popolo in patria”, per mano di ex amici ed ex compagni di lotta in trattativa per passare al Fascio.

Subito dopo, ormai nella semiclandestinità, Luigi Tavani si adopera per costituire la sezione viterbese del Partito comunista d’Italia, il cui fratello Silvano sarà eletto Segretario nel 1924.

Due anni dopo, durante le battaglie contro le leggi eccezionali, Luigi è tratto in arresto insieme ad altri giovani compagni; episodio che segna la fine della sez. comunista in città. Non cessano però le azioni di dissenso di cui Tavani si rende partecipe, con le celebrazioni clandestine del I Maggio in località Palanzana e le attività di soccorso verso i perseguitati politici.

Lasciato il lavoro in cava, nel 1940 Luigi apre un’osteria nel centro storico che, giocoforza, diviene punto di riferimento per gli antifascisti. Due anni dopo è però chiamato in guerra, sull’avamposto di Bovalino Marino (Reggio Calabria). Commette diversi gesti d’insubordinazione e, dopo il 25 Luglio 1943, si dà alla fuga per tornare a casa.

Con l’Armistizio dell’8 Settembre, partecipa alla formazione della banda Ferdinando Biferali, dove sarà Commissario militare. Alla banda, legata alle Brigate Garibaldi e facente riferimento al Raggruppamento monte Soratte, saranno riconosciute ben trentadue azioni, di cui quattordici di guerra, tra sabotaggi, scontri a fuoco, catture di diversi militari tedeschi, protezione dei soldati degli eserciti alleati scappati dalla prigionia e diffusione della stampa clandestina.

Dopo la guerra, Tavani, divenuto commerciante ortofrutticolo, sarà protagonista della vita del Pci, per cui ricoprirà il ruolo di Consigliere provinciale, e della Cgil, come dirigente della Federbraccianti. È del 1968 la sua idea di rilanciare l’Anpi a Viterbo, dopo una fase di stallo del partigianato seguita alla Ricostruzione; ne diviene presidente per il Comitato provinciale.

Il 21 maggio 1972, mentre sta facendo dei lavori nel suo terreno, in località Montigliano, Luigi Tavani muore d’infarto, a quasi sessantatré anni. Poche settimane prima aveva partecipato alla presentazione del libro di Giacomo Zolla 1936-1966, 30 anni di storia e di lotte dei comunisti di Soriano nel Cimino, al quale aveva contribuito con la sua preziosa testimonianza.

Al funerale in piazza dei Caduti, c’è una massiccia partecipazione della cittadinanza. Dal palco, allestito proprio sotto la lapide che ricorda i caduti partigiani del Viterbese, Alessandro Bonucci, che gli succederà alla Presidenza provinciale Anpi, pronuncia l’orazione. Il manifesto funebre della Federazione Pci, che gli intesterà la sezione della frazione di Bagnaia, recita: “Appassionato comunista, valoroso partigiano, la sua vita, alto esempio di impegno civile, è stata interamente spesa per un’Italia libera, antifascista, democratica. Il suo ricordo vivrà a lungo tra tutti gli antifascisti viterbesi che perdono un prestigioso rappresentate. I comunisti abbrunano le proprie bandiere”.

Silvio Antonini
Presidente Anpi Cp Viterbo

_______________________________________________________________________________

Saluti romani durante la messa.

Per ricordare la morte del 28 aprile del 1945 il dittatore Benito Mussolini un centinaio di ‘camerati’ si sono radunati all’interno della chiesa di Santa Caterina a Catania.

Fonte: Il FattoQuotidiano

scomunica_comunisti

_______________________________________________________________________________

Festa della Liberazione 2017

Spettacolo teatrale Drug Gojko di e con Pietro Benedetti.

Storia di Nello Marignoli partigiano viterbese nella resistenza jugoslava.

Nello a Pietro: ma che c’eri pure tu?

_______________________________________________________________________________

A mio nonno Ulderico Stornelli 39 anni, a mio zio Alberto Poggiani 23 anni, partigiani fucilati nel marzo del 43.Orvieto

 

 

_______________________________________________________________________________

Audio racconti

Sorgente: Una partigiana, una deportata nei campi nazisti e un gappista a Radio Popolare Roma. Con racconti da tenere sempre a mente… | Radio Popolare Roma – News, Cultura, Spettacoli

Sorgente: Il nostro saluto a Rosario Bentivegna, il partigiano | Radio Popolare Roma – News, Cultura, Spettacoli

Sorgente: Stermini nazifascisti rimossi o taciuti. Nel decimo anno del Giorno della Memoria, succede anche questo nella Roma di Alemanno. | Radio Popolare Roma – News, Cultura, Spettacoli

_______________________________________________________________________________

Il genio, il titano e l’antifascista


Il francobollo commemorativo a cento anni dalla nascita

150 anni dalla nascita di Arturo Toscanini. Una vita instancabilmente dentro la musica, da un’orchestra all’altra, da un Paese all’altro, dall’Europa all’America. A lui si deve anche la realizzazione di una straordinaria riforma del teatro lirico. Un punto fermo che si è opposto in ogni modo a quel governo fascista che lo voleva sottomesso

Al maestro Arturo Toscanini, che nei giorni più neri dei delitti fascisti, della vergogna d’Italia e della pazzia del mondo, mantenne senza compromessi gli ideali di Mazzini e di Garibaldi e con fede immortale anticipò l’alba del Secondo Risorgimento Italiano.

Gaetano Salvemini e Giorgio La Piana

Sorgente: Patria Indipendente

_______________________________________________________________________________

Giuseppe Tacconi (15 agosto 1937 – 5 aprile 2016)

012Nel primo anniversario della sua scomparsa, la sezione Anpi “Emilio Sugoni”di Nepi ricorda il presidente  Giuseppe Tacconi (15 agosto 1937 – 5 aprile2016),  architetto e docente universitario, un antifascista, un uomo buono, generoso, intelligente, un vero costruttore di Pace. Nella sua vita fin da giovane si è sempre  battuto per la difesa della democrazia, dei diritti inviolabili di tutte le persone, dei più poveri e degli oppressi. Giuseppe soleva ripeterci  continuamente: “ Leggete e rileggete sempre  le Lettere dei condannati a morte della Resistenza; è a
loro che dobbiamo la nostra Costituzione da amare e difendere sempre, quella Costituzione che ripudia la guerra, ogni guerra e invoca sempre la Pace”.Siamo grati a
Giuseppe per la sua vita, per il suo insegnamento che cercheremo di seguire ed onorare e che indichiamo ad esempio a tutti i cittadini e in particolare ai giovani.

Direttivo sezione Anpi “Emilio Sugoni”

Nepi, 5 aprile 2017

_______________________________________________________________________________

24 Marzo 1944 – 24 Marzo 2017; 73 anni fa l’eccidio delle Fosse ardeatine

Riportiamo alcune segnalazioni fatte da Silvio Antonini, Massimo Recchioni e Laura Ciulli

  • In questi istanti, 73 anni fa, in via Rasella, Roma, Rosario Bentivegna, “Paolo”, avvicinava la pipa alla miccia collegata all’esplosivo contenuto nel carretto della spazzatura, che scoppiava al passaggio dell’XI Compagnia del Reggimento di polizia altoatesina, Bozen.

Il più formidabile attacco contro l’occupante nazista in una capitale europea, legittimo atto di guerra. La mattina dopo, la vendetta: 335 trucidati alle cave Ardeatine. “QUEST’ORDINE E’ GIA’ STATO ESEGUITO”
Questa è la più celebre drammatizzazione delle due giornate. Lo spettacolo che ha dato fama a Ascanio Celestini, e che ha condizionato gran parte della drammaturgia civile in Italia.

  • Roma, Via Rasella, 23 marzo 1944: una bomba esplode improvvisamente colpendo un drappello di soldati SS.

L’attentato, come verrà reso noto in seguito, è un avvertimento della Resistenza italiana contro gli invasori tedeschi. La rappresaglia nazista scatta immediatamente: per ogni tedesco ucciso pagheranno con la vita dieci italiani, scelti tra i detenuti politici e comuni di Regina Coeli e del carcere di via Tasso. È Herbert Kappler il comandante delle SS che compila la lista delle vittime e che, quattro anni più tardi, racconterà, nel corso del processo a suo carico, la dinamica dell’eccidio. Il 24 marzo le vittime designate raggiungono le cave di pozzolana lungo la via Ardeatina, scelte per l’esecuzione. Un trafiletto su Il Messaggero del giorno dopo notifica al mondo che il massacro si è compiuto.
L’unità ricostruisce, attraverso l’utilizzo di materiale d’archivio e d’immagini cinematografiche, questa pagina drammatica della Resistenza italiana.

Pagina web RaiStoria

  •  Sono passati 73 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine.

335 civili italiani, dei quali 75 ebrei, vengono massacrati da un commando nazista guidato da Erich Priebke e da  Karl Hass. … clicca qui

_______________________________________________________________________________

TITO BERNARDINI (1898 – 1944)

Tito Bernardini era nato a Orte, in una casa in piazza del Mercato, il 24 aprile del 1898. Suo padre, Giovanni, era ferroviere con la qualifica di «deviatore». Sua madre, Argentina Bassetta, aveva dato alla luce tre figli, dei quali Tito era il più giovane.

Da Orte poi la famiglia si trasferì, in data imprecisata, a Viterbo; di lì Tito, successivamente, si spostò da solo a Roma. Nel 1940 abitava a Roma, in via Gioberti, a poca distanza dal luogo dove operava il Centro Operativo clandestino «Grottarossa». Il 6 aprile del 1942, Bernardini si era sposato con Clementina Masella, nata a Napoli il 15 maggio 1901. Non fecero in tempo ad avere figli. La vedova morì l’11 febbraio 1988, a Roma, nella sua casa di via della Bufalotta, alla periferia nord della capitale.

Tito militava nel «Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa». Ferroviere come il padre, nel 1923 venne licenziato dalle Ferrovie dello Stato per i suoi atteggiamenti antifascisti. Da allora, fece ogni tipo di mestiere per poter sopravvivere.

Quando, nel settembre del 1943, i tedeschi occuparono Roma e requisirono l’azienda dove Tito era impiegato come magazziniere, Tito, pur di non lavorare per il nemico, si licenziò. Fu attivissimo, nella sua Organizzazione e dunque nella Resistenza romana, finché non venne arrestato, a causa di una spiata, il 7 marzo del 1944 dalle SS e dalla milizia fascista.

Fu subito condotto nel lager di via Tasso. Nell’elenco dei fucilandi, compilato personalmente dal boia Kappler, figurava tra quelli sotto inchiesta della polizia in quanto accusato di «propaganda comunista». Nel lager di via Tasso Tito Bernardini fu bestialmente torturato affinché confessasse quanto sapeva sui suoi compagni e sulla sua Organizzazione. Di fronte al suo silenzio, gli spezzarono la schiena a colpi di spranga di ferro; non soddisfatti, quei carnefici arrivarono a cavargli gli occhi. Ma Tito non parlò.

Cieco e impossibilitato a muoversi autonomamente, fu trasportato di peso nel III braccio del carcere romano di Regina Coeli. Di lì, il 24 marzo 1944, portato alle Fosse Ardeatine e fucilato.

Alcune immagini sulla intitolazione a Orte di piazza Titto Bernardini, Martire ortano delle Fosse Ardeatine il 28 ottobre 2016.

Visualizzazione di 30(13).JPG

Visualizzazione di 13.JPG

Visualizzazione di 17.JPG

Visualizzazione di 18.JPG

Visualizzazione di 30(11).JPG_______________________________________________________________________________

 “Con Ilio Muraca perdiamo un costruttore inestimabile di democrazia”

10 Marzo 2017

_______________________________________________________________________________

L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 1943-1945 Convegno internazionale di studi 14-16 settembre 2016 Casa della Memoria, via Federico Confalonieri 14, Milano

DATABASE

Negli ultimi due anni 120 ricercatori hanno schedato ogni episodio di violenza su inermi da parte delle truppe tedesche e dei fascisti repubblicani nel periodo 1943-1945. Il progetto, promosso dall’ANPI e dall’INSMLI, è stato finanziato dal Governo della Repubblica federale tedesca sul “fondo italo-tedesco per il futuro” e dalla Presidenza del Consiglio dei ministri italiano nell’ambito dei progetti per il 70° anniversario della Resistenza. La ricerca ha portato a compimento un censimento di tutte le violenze contro civili e partigiani disarmati, quale ancora mancava, mettendo così a disposizione degli studiosi una massa critica di dati ed informazioni di grande rilievo, per il tramite di un portale dedicato e di un database che, legato a un GIS storico in grado di georeferenziare tutti gli episodi, è oggi fruibile al sito www.straginazifasciste.it Proprio per l’importanza della ricerca, è fondamentale il confronto con studiosi che si sono occupati e si stanno occupando dei temi che sono stati al centro del lavoro: sistemi di occupazione nazisti, regimi collaborazionisti, profili dei criminali di guerra, pratiche di controguerriglia, politiche giudiziarie, evoluzione delle culture militari, delle forme di legittimazione e delle pratiche della violenza contro i civili. Il convegno ha questo scopo e vedrà la partecipazione oltre che dei vertici nazionali dell’ANPI e dell’INSMLI, di rappresentanti del Ministero degli esteri italiano, del Governo tedesco e di studiosi provenienti da tutta Europa. Il saluto del Presidente Nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia, non sarà il giorno 14, come scritto nel programma, bensì all’inizio dei lavori del giorno 15.

SORGENTE: ANPInews 13-20 settembre 2016

_______________________________________________________________________________

Comunicato redatto dall’A.N.P.I. – COMITATO PROVINCIALE DI VITERBO riunitosi il 20 febbraio.

Le violenze su un ragazzo indifeso che trascorre in serenità e allegria il suo fine settimana, da parte di un branco selvaggio motivato da quella ideologia dell’odio che si chiama fascismo, non può che suscitare profondo sdegno e ripugnanza in ogni persona che si ispiri ai valori della pacifica convivenza, del reciproco rispetto, della democrazia.
Particolarmente efferato e odioso è l’episodio, per la viltà tipicamente squadristica della sua esecuzione: il branco contro un ragazzo indifeso.
Nessuna tolleranza, nessuna fuorviante e general-generica argomentazione è ammessa di fronte a tali episodi che vanno chiamati con il loro inequivocabile nome: fascismo.
Dire che si è trattato di una lite tra ragazzi, appellarsi a generici richiami alla pace senza entrare nel merito, equivale a nascondere il fenomeno che è sotto gli occhi di tutti e, in qualche modo, colpevolmente, a legittimarlo. Si tratta di rigurgiti della ideologia fascista, si tratta di fenomeni di stampo squadristico che ormai si ripetono con inquietante frequenza.
Per le vie di Viterbo compaiono sempre più spesso vistosi manifesti di chiara ispirazione fascista; manifesti che, peraltro, le autorità preposte dovrebbero rimuovere con tempestività (contrariamente a quanto troppo spesso accade).
Troppe volte episodi analoghi hanno lasciato l’amaro senso della impunità.
È anche indispensabile che in questi casi la giustizia intervenga tempestivamente individuando i responsabili e portandoli al più presto a processo: i tempi lunghi creano sfiducia nelle persone per bene e danno un senso di impunità ai violenti pronti a scatenarsi di nuovo vigliaccamente contro altre vittime.
L’ANPI di Viterbo esprime tutta la propria solidarietà al ragazzo vittima della vile aggressione ed ai suoi familiari.
Auspica che di fronte a episodi del genere l’opinione pubblica reagisca con intelligenza e passione a difesa della pacifica convivenza civile, manifestando nel contempo la propria riprovazione ed il proprio disprezzo (senza se e senza ma) per pratiche di violenza ed intolleranza di chiara marca squadristica e fascista.
Si impegna a portare avanti e a diffondere, in tutte le forme garantite, i valori della nostra Carta Costituzionale nata dalla Resistenza.

A.N.P.I.
COMITATO PROVINCIALE DI VITERBO

_______________________________________________________________________________

17 febbraio 1945

 

Partigiana….Elisa Sala, nome di battaglia “anna”.
Nata a Monza nel 1924, uccisa dai fascisti a Monza il 17 febbraio 1945.
Elisa era entrata, giovanissima, nella Resistenza. Staffetta della 150ma Brigata GAP “Diomede”, la ragazza manteneva i contatti tra le formazioni dislocate nel territorio della Brianza e quelle della Bergamasca, avventurandosi in bicicletta verso Lecco e le alture sovrastanti. A volte prendeva la strada verso Trezzo sull’Adda, per raggiungere i patrioti con i quali era collegata ad Osio Sotto o andava verso la Val Brembana.

Un giorno, mentre si trovava con i partigiani di un distaccamento di San Giovanni Bianco, “Anna” apprese da un’altra staffetta che i fascisti avevano fucilato a Vimercate alcuni partigiani. Pensò che sua madre non aveva più da tempo sua notizie e decise di rassicurarla tornando a Monza.

Passando da Vimercate tornò a Monza, riabbracciò la famiglia e il giorno 16, convinta di non essere stata notata, decise di recarsi al cimitero per rendere omaggio alla tomba del padre. Sulla strada non fece caso ad un’auto che la seguiva e dalla quale balzarono improvvisamente fuori due individui; scaraventata nella macchina, “Anna” fu condotta alla casa del fascio e sottoposta a un primo pesante interrogatorio.

Trasferita poi alla Villa Reale di Monza, visto che non parlava, fu sottoposta ad atroci torture e, quando era ormai ridotta in fin di vita, fu eliminata con quattro colpi di pistola alla testa. Il mattino del 17 il cadavere martoriato della ragazza fu notato da un passante sulla strada tra Macherio e Sovico, dove i funerali si svolsero alla presenza della madre straziata e di una gran folla proveniente anche dai paesi vicini.

Nel dopoguerra la città di Monza aveva intitolato a Elisa Sala una scuola media, (oggi nell’Istituto Comprensivo “Salvo D’Acquisto” di via Paganini). Alla valorosa staffetta Riccardo Vinciguerra ha intitolato un libro. Porta il nome di Elisa Sala anche la Sezione dell’ANPI di Macherio e Sovico, che nel 2010 ha organizzato una sua celebrazione con i ragazzi della scuola di Monza.

Sorgente: Amici Anpi


16 febbraio 1943

a Domenikon, in Grecia, l’esercito italiano massacra 150 civili per rappresaglia. Italiani brava gente?… NO, molto più semplicemente hanno occultato le stragi fasciste. «Domenikon», fu il primo di una serie di episodi repressivi nella primavera-estate 1943.

Il generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione, emanò una circolare sulla lotta ai ribelli il cui principio cardine era la responsabilità collettiva. Per annientare il movimento partigiano andavano annientate le comunità locali . L’ordine si tradusse in rastrellamenti, fucilazioni, incendi, requisizione e distruzione di riserve alimentari. A Domenikon seguirono eccidi in Tessaglia e nella Grecia interna: 30 giorni dopo 60 civili fucilati a Tsaritsani. Poi a Domokos, Farsala, Oxinià. Le autorità greche segnalarono stupri di massa.

 

Sorgente: AMICI ANPI

 


 ONLINE I CRIMINI NAZIFASCISTI – Patria Indipendente

Prime informazioni sulle tredicimila carte desegretate dalla Camera. Una documentazione rilevante per conoscere le cause e i responsabili dell’occultamento dei fascicoli relativi alle stragi

Il 16 febbraio 2016 è stata mantenuta una promessa: la Camera dei Deputati, su sollecitazione della Presidentessa Laura Boldrini, che più volte si era espressa in tal senso e personalmente impegnata perché ciò avvenisse[1], ha desegretato 13.000 carte riguardanti i lavori della “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti” (2003-2006). E non solo: ne ha messo online l’inventario, sul sito del proprio Archivio Storico[2], creando la possibilità di richiedere direttamente la consultazione di tale documentazione e così riceverne copia digitale. In sintesi, un insieme di trasparenza amministrativa, facilitazione mediatica a favore della ricostruzione storiografica (o giornalistica, o personale perché possibile per ogni cittadino) e concretezza nel lavoro di memoria, che è innanzitutto storia basata su fonti …

 

Sorgente: ONLINE I CRIMINI NAZIFASCISTI – Patria Indipendente

______________________________________________________________________________

 

E’ morta a Borgo San Dalmazzo all’età di 87 anni, il padre e un fratello erano stati trucidati dai nazisti e un altro fratello era caduto in

Sorgente: Cuneo, addio alla staffetta partigiana Aurora Barale, ultima superstite d’una eroica famiglia – Repubblica.it

___________________________________________________________

Giacomo MatteottiCivita Castellana – Gennaio 2017  – Centro commerciale Marcantoni

Vandalismo politico 

.facebook_1485726269296 

.facebook_1485726115700 

 

________________________________________________________

Il 2 febbraio 1944 i Partigiani istituiscono la Repubblica Partigiana del Corniolo

_____________________________________________

Il 31 gennaio 1910 nasceva Giorgio Perlasca, eroe italiano che salvò dalla Shoah oltre 5.000 ebrei ungheresi.

Be Sociable, Share!