Per non dimenticare 2022

4.5.2022

Giorgio Marincola

Il 4 maggio 1945 a Stramentizzo, in Trentino, il partigiano Giorgio Marincola muore colpito alle spalle dai nazisti  nell’ultima strage  compiuta sul territorio italiano, con Riccardo Michelucci. Repertorio: Archivio Rai: Tg3 del 20 agosto 2020; Estratti dal Reading “Razza Partigiana” di WuMing2; Archivio Luce: Bombardamenti su Roma 1943. Riccardo Michelucci è un giornalista, traduttore e conduttore radiofonico.

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28.4.2022

Bandiera della Rsi sulla mura cittadine – Il presidente dell’associazione, Enrico Mezzetti, condanna il gesto e aggiunge: “Ma non ho intenzione di fare pubblicità a quattro fascistelli”

“Il bisogno di antifascismo e la crescita dell’Anpi danno fastidio…”

“Non ho alcuna intenzione di fare pubblicità a quattro fascistelli”. La prima reazione alla bandiera della Repubblica sociale italiana apparsa la scorsa notte sulle mura di porta Romana è questa: poca voglia di parlarne. “Perché è proprio quello che cercano”, sostiene. Però il presidente dell’Anpi, Enrico Mezzetti, un’idea del perché sia stata appesa proprio sul finire del 25 aprile ce l’ha chiarissima: “L’associazione cresce, il bisogno di antifascismo anche. E tutto questo dà molto fastidio”. …

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26.4.2022

Sopra la scritta inneggiante al fascismo: “Rsi Idea assoluta”

La bandiera della Repubblica sociale italiana sulle mura della città per il 25 aprile

Viterbo – La bandiera della Repubblica sociale italiana sulle mura della città per il 25 aprile. La festa della liberazione dal nazifascismo.

Ieri sulla mura della città è spuntata la bandiera della Repubblica sociale italiana, guidata da Benito Mussolini e il suo governo fantoccio al servizio dei nazisti.

Sopra la bandiera la scritta: “Rsi Idea assoluta”. 

La grande bandiera è stata affissa, non senza la necessaria perizia tecnica, a porta della Verità. Probabilmente anche grazie ai ponteggi che servono per il restauro. Ed è probabile che a issarla sia stato un gruppo di persone. E non una sola persona.

Un fatto gravissimo che, ne siamo convinti, vedrà l’immediato intervento del prefetto Giovanni Bruno, magari convocando il Comitato per l’ordine pubblico, la sicurezza e la legalità. …

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8.4.2022

 “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera”

Una minuscola organizzazione neofascista, nota anche alle cronache viterbesi per vari delitti tra cui pestaggi e stupri, minaccia non meglio precisate “azioni eclatanti” per impedire la presentazione di un libro a Viterbo.
Sorprende che vi siano mezzi d’informazione che ne pubblichino pedissequamente i deliri e le intimidazioni.
Bene ha fatto il presidente provinciale dell'”Associazione Nazionale Partigiani d’Italia”, l’avvocato Enrico Mezzetti, una delle figure piu’ prestigiose dell’impegno civile a Viterbo, a denunciare l’organizzazione neofascista all’autorita’ giudiziaria, trattandosi di un ennesimo episodio di flagrante criminalita’.
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Esprimere solidarieta’ agli organizzatori della presentazione del libro ed all’autore fatti oggetto della grottesca intimidazione da parte dei criminali neofascisti e’ dovere di ogni persona decente.
Lo scrisse memorabilmente Heinrich Heine una volta per sempre: “dove si bruciano i libri, poi si bruceranno gli esseri umani”. E’ gia’ tragicamente accaduto nel corso della storia.
In questi giorni di sofferenza e orrore per le stragi in Ucraina provocate dalla guerra scatenata dal folle e criminale governo russo, ancora una volta occorre riaffermare che ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita’, alla solidarieta’. Che alla violenza occorre opporsi con la nonviolenza. Che occorre contrastare il male facendo il bene. Che il fascismo, come la guerra (e la guerra e’ fascismo in atto, consistendo sempre e solo di uccisioni di esseri umani), e’ un crimine contro l’umanita’.
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Dalla parte di tutte le vittime, contro tutte le uccisioni. Ogni vittima ha il volto di Abele. Tutte e tutti siamo una sola umana famiglia, parte e custode di quest’unico mondo vivente.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto. Opporsi a tutte le guerre e le violenze.
Salvare le vite e’ il primo dovere.

Peppe Sini, cittadino viterbese

Viterbo, 8 aprile 2022

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28.3.2022

IN MEMORIA DEL PROFESSOR ALDO LATERZA.

 Il ricordo di Enrico Mezzetti presidente del Comitato provinciale  dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia – Anpi

 

Un anno fa, il 29 marzo 2021, veniva a mancare il professor Aldo Laterza.

Ancora oggi ho il rammarico di aver appreso la notizia solo alcune settimane dopo, per la precisione il 25 aprile successivo.

Parto da questa annotazione personale perché, a mio avviso, è indicativa dello stile di vita che ha sempre caratterizzato – e questa è l’impressione che ho sempre avuto, da quando ebbi il privilegio di conoscerlo – la sua persona ed il suo entourage familiare.

Lo stile di vita di un uomo schivo, riservato, che rifuggiva dalle luci della ribalta, che coniugava la sua grande cultura e la sua grande professionalità con la semplicità, l’umanità e la signorilità dei modi, tipici di un uomo dai sentimenti profondamente democratici.

Lo conobbi nel 1976, a quell’epoca lui, che era già un grande professionista, sedeva nei banchi del Consiglio comunale di Viterbo come consigliere indipendente eletto nelle liste del Partito Comunista Italiano – P.C.I., partito nel quale militavo anch’io.

Decidemmo insieme di organizzare una conferenza sulla legge 685 del 1975, cioè la “disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza” introdotta pochi mesi prima.

Ai fini di una analisi, la più ampia possibile, della nuova normativa, io mi sarei occupato degli aspetti legali, Vincenzo Meschini (all’epoca dirigente della Federazione Giovanile Comunista Italiana – F.G.C.I. di Viterbo) degli aspetti sociali, ed il professor Laterza degli aspetti psichiatrici, psicologici e terapeutici.

Ricordo quella sera in cui io e Vincenzo fummo ospiti nella bella casa del professore (dove lui è vissuto per tutto il resto della sua vita) e la sua accoglienza calda e cordiale, in cui il rispetto per i suoi giovani interlocutori rifuggiva da atteggiamenti predicatori e paternalistici, pur nella reciproca consapevolezza delle differenze generazionali.

Da grande cultore ed appassionato di musica classica, nell’intermezzo delle nostre riflessioni preparatorie, ci fece ascoltare la settima sinfonia di Shostakovich, “Leningrado”, quella scritta nel 1941 durante l’assedio nazista alla città di Leningrado.

L’ascolto fu veramente emozionante ed io lo ricordo ancora molto vividamente, grazie alla avvolgente empatia del professore, percepimmo fin nelle viscere (attraverso la narrazione sinfonica) la drammaticità di quegli eventi storici.

E poi, in seguito, in incontri successivi, il modo semplice di raccontare le sue memorie di studente nel fecondo rapporto con il suo amatissimo e indimenticabile insegnante, il professor Mariano Buratti.

Quegli incontri nella casa di Buratti, a San Martino al Cimino, dopo l’8 settembre 1943, quelle discussioni feconde e appassionate in cui il professor Buratti e i suoi allievi prediletti, come Aldo Laterza, prefiguravano, proprio come Altiero Spinelli e gli altri confinati di Ventotene, la nuova Europa che sarebbe nata dalla sconfitta del mostro fascista e nazista.

Ho presenti, per avervi in alcuni casi personalmente assistito, quelle sue narrazioni agli studenti liceali, sempre fatte in modo semplice, senza alcuna retorica o supponenza, ma capaci di toccare il cuore e le menti di quei giovani; giovani come era stato, ed in un certo senso era sempre rimasto lui, nei rapporti con il suo insegnante Mariano Buratti.

Uno degli ultimi incontri che ho avuto con lui fu il 25 aprile del 2019, davanti alla chiesa di San Sisto, da dove sarebbe poi partito il corteo commemorativo della Giornata della Liberazione.

Ricordo che pronunciò una frase rimasta scolpita nella mia memoria perché esprime da un lato la sua personalità sempre nobile e modesta, dall’altro rappresenta, nella sua sintesi, il tremendo “vissuto” di milioni di italiani in quel tragico periodo storico che va dall’otto settembre 1943 alla Liberazione dal nazi-fascismo.

Disse, con semplicità e quasi di sfuggita, “Io non ho fatto niente di speciale, ma ho fatto quanto bastava per essere fucilato”.

L’ultima volta che lo vidi, pochi mesi prima della sua morte, e fu ancora una volta nella sua casa, la casa della settima sinfonia di Shostakovich, ero in compagnia di un nipote di Mariano Buratti, Giuliano Bianchini, purtroppo anche lui venuto a mancare solo pochi mesi fa.

Giuliano nei suoi ricordi di infanzia, aveva viva la memoria di una casa sulla Palanzana dove era rifugiata la sua famiglia; casa frequentata da Mariano Buratti – cognato di Vincenzo, padre di Giuliano- e dove Mariano aveva ricevuto visite anche dal suo allievo Aldo Larterza.

Vincenzo Bianchini ed il giovane Aldo Laterza si dovettero poi far carico del tragico compito di riconoscere la salma di Mariano Buratti, fucilato a Forte Bravetta il 31 dicembre 1944.

Da qui, da questi antichi legami, nacque il desiderio di Giuliano di incontrare il professor Laterza; e l’incontro, di cui ebbi il gradito incarico, fu molto caldo e cordiale.

Fu anche l’ultima volta che vidi il professor Laterza.

Con queste poche righe ho voluto ricordarlo ed onorarlo non solo a mio nome ma anche a nome di tutta l’Associazione nazionale partigiani d’Italia – Anpi impegnata nel continuare a dare vita ai valori a cui è stata ispirata l’intera vita del professor Laterza e che sono i valori dell’Antifascismo, della Democrazia e della Pace su cui è fondata la Repubblica Italiana.

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Viterbo 24 Aprile 2002

 Liceo classico Mariano Buratti

 Commemorazione del Prof. Mariano Buratti nel centenario della sua nascita.

 Testimonianza dell’ ex alunno prof. Aldo Laterza

 Autorità, Signor Preside, Professori, Signore,Signori e, particolarmente,

 giovani studenti di questo liceo, è solo con grande commozione che posso rievocare l’amara vicenda di Mariano Buratti, che vive tra i miei ricordi indelebili, inalterata dal tempo.

 Mariano Buratti esercitò l’attività di insegnante di storia e filosofia presso questo liceo classico negli anni scolastici 41/42 e 42/43. Il 12 dicembre del 1943 venne catturato dalle SS ed il 31 gennaio del 44 fucilato in Roma a forte Bravetta.

 Non è possibile delineare compiutamente l’influenza che quest’ uomo mite, operoso, responsabile, esercitò sull’ orientamento intellettuale, politico, civile di una generazione di studenti, senza richiamare alla memoria gli eventi tragici di quel periodo e soprattutto le aspirazioni, le incertezze, le contraddizioni, diffusamente presenti negli animi di noi giovani, che con grande amarezza vedevamo di giorno in giorno profilarsi lo spettro della sconfitta ed il crollo di tante illusioni.

 Si può essere facilmente portati a pensare che solo una follia diffusa, una catastrofe mentale collettiva, poteva rendere così nutrita ed acritica l’adesione di noi giovani al fascismo. Le cose non stanno esattamente in questi termini e meritano certamente un giudizio più articolato.

 Le generazioni di studenti che Buratti incontrò nelle aule scolastiche, avevano frequentato il ginnasio negli anni 34-38; il loro incontro con il fascismo si era pertanto svolto nel periodo della vita in cui si è maggiormente sensibili al fascino delle estrosità incontrollate, delle ideologie e dei formalismi aggreganti; e quelli erano gli anni in cui la facciata del fascismo era piena di aspetti seducenti; alcuni di questi sicuramente positivi, altri quanto meno apparentemente tali, in virtù di un nazionalismo esasperato che disponeva gli animi degli italiani ad un diffuso consenso.

 Un’ indiscusso favore, anche internazionale, aveva infatti riscosso la politica estera di Mussolini della prima metà degli anni trenta: la stipulazione a Roma del patto a quattro tra Italia Francia Inghilterra Germania del 1933 fu giudicata anche all’ estero uno suo straordinario successo; un ampio consenso ebbe inoltre la energica reazione italiana al colpo di stato nazista del luglio 1934, che aveva causato l’ uccisione del cancelliere austriaco Dollfuss: l’ immediato invio 60.000 uomini al Brennero disposto da Mussolini fu giudicato un determinante argomento dissuasivo della paventata annessione tedesca dell’ Austria e accomunò gli animi degli Italiani in un comprensibile orgoglio e in un diffuso sentimento di avversione per il tradizionale nemico del nostro risorgimento e della recente guerra mondiale del 1915-18, il cui ricordo era ancora vivissimo nel paese.  Ad aggregare gli animi in un gratificante clima di unità nazionale, contribuivano inoltre grandemente in quel periodo le prestigiose affermazioni sportive, vivamente incoraggiate e sponsorizzate dal governo fascista: vincemmo due esaltanti campionati mondiali di calcio, si attuarono straordinarie imprese aviatorie, tra cui mitiche trasvolate atlantiche, che resero popolari i nomi di Delpinedo, Ferrarin, Delprete, Balbo.

 Seguirono poi le imprese militari. La conquista dell’ Etiopia, l’annessione dell’ Albania, la campagna di Spagna parvero agli occhi della stragrande maggioranza degli Italiani imprese nobili, eroiche, vittoriose. Anche vecchi consumati antifascisti, cito Vittorio Emanuele Orlando, approvarono la conquista dell’ Africa Orientale ed ebbero espressioni di plauso per Mussolini. Non si discutono gli eroismi, che per definizione sono individuali, abbiamo però potuto apprendere successivamente, che, quanto meno, di nobile vi fu ben poco non ci sottraemmo infatti all’infamia di usare nella guerra etiopica l’ iprite ed i gas asfissianti. A questo proposito, per dovere di cronaca, traggo da “Italiani in Africa” di Del Boca che il fascistissimo generale De Bono non si prestò a questa ignominia cui, all’ inverso, si prestarono tranquillamente i generali Badoglio e Graziani.

Imbevuti di nazionalismo sin dai primi rudimenti scolastici, inebriati da continui cortei in divise militaresche, bandiere spiegate al vento, inni della patria cantati a squarciagola, fummo in molti a non resistere al fascino di tante vittorie.

Ad accrescere l’ entusiasmo collettivo contribuivano inoltre efficacemente le frequenti esibizioni oratorie di Mussolini. Nulla unisce gli animi di una folla, quanto la cognizione di un comune torto subito o la consapevolezza di un diritto calpestato o la possibilità di una affermazione o di una rivincita. Mussolini sapeva far leva mirabilmente su questi sentimenti; conosceva perfettamente le componenti vulnerabili dell’ animo umano, le sfruttava con molta abilità e poteva manovrare le piazze a suo piacimento, suscitando deliranti reazioni emotive collettive.

Non fu facile per noi giovani, privi di esperienze politiche e di invoglianti credibili punti di riferimento alternativi (questo è il dramma delle dittature), essere dissenzienti; fummo nella gran parte sinceramente fascisti, convinti di essere nel giusto.

 D’altra parte, neanche i meno giovani resistettero alle lusinghe del fascismo; il consenso era così diffuso nel paese ed il livello della critica così basso che la gente poteva leggere senza sorridere e con la massima serietà autentiche idiozie scritte sui muri, del tenore: “Il Duce ha sempre ragione”. La scuola fu una cassa di risonanza della propaganda fascista, del tutto prona alle direttive del regime. La stragrande maggioranza dei professori non si sottrasse al disdoro di propinarci le scempiaggini che la propaganda suggeriva: ci dissero e ci fecero scrivere nei temi scolastici che Mussolini era il Veltro di Dante, che incarnava il principe Machiavelli, che incombeva su di noi cittadini romani il compito di restaurare l’ impero sui colli fatali di Roma, che ci dovevamo apprestare alla IV guerra punica, e altre amenità del genere.

 Purtroppo, agli anni gioiosi delle imprese esaltanti e delle conquiste vittoriose seguirono presto gli anni tristissimi delle delusioni e delle sconfitte.

 Un primo motivo di sconforto fu per alcuni di noi la incomprensibile campagna antiebraica, che ebbe inizio nel 1938. La ignominia delle leggi razziali e alcuni aspetti tragici della campagna di Spagna, che con discrezione filtravano tra le crepe di una propaganda mistificante, avevano però minato la fede solo dei più attenti.

 Non molti invero si resero conto della gravità di ciò che stava accadendo. Io potetti rendermene conto abbastanza presto per merito di mio padre, che avendo lavorato in America sino al 1935, aveva sempre avuto idee molto chiare sul fascismo e questa volta riuscì a farmi ragionare.

 Venne poi la immensa sventura della guerra mondiale, affrontata con la presunzione diffusa di una conclusione rapida, facile, vittoriosa. Solo dopo 4 giorni ci piovve addosso la prima doccia fredda: navi da guerra francesi avevano infatti potuto tranquillamente violare il porto di Genova e attuare indisturbate un cannoneggiamento della città. Continuò quindi ininterrotta la serie di sconfitte e di umiliazioni alla quali non eravamo assolutamente preparati.

Ci furono in noi giovani reazioni diverse, accomodamenti, percorsi, travagli personali, ma un grande disagio e una grande amarezza ci accomunavano.

 Ci fu chi passivamente chiuse gli occhi di fronte alla evidenza della catastrofe, aspettando fatalmente qualche manna dal cielo; questo atteggiamento era incoraggiato dalla propaganda fascista che, per alimentare nei nostri animi “la fede incrollabile nella vittoria”, faceva circolare con insistenza la voce che una favolosa “arma segreta” avrebbe presto capovolto a nostro favore le sorti del conflitto.

 Alcuni altri ritennero di poter conciliare la validità del fascismo con il dissenso verso la politica del governo e affermavano: “il vero fascismo siamo noi e non i molti gerarchi corrotti che ci portano alla rovina”: una modalità surrettizia per illudersi di poter nello stesso tempo essere dissenzienti con il governo e non sleali con i sacri valori della rivoluzione fascista.

Fummo però in buon numero a non chiudere gli occhi di fronte all’ evidenza del disastro incombente e delle aperte falsità che la propaganda continuava a diffondere; ma eravamo senza risorse, incapaci di affrontare l’ inettitudine, la fatuità chiaramente visibili in gran parte della classe dirigente, immensamente contrariati dalla impossibilità di conciliare un prepotente desiderio di rivolta, con la irrinunciabile esigenza di solidarietà verso i molti nostri coetanei in armi che, in quello stesso momento, in ogni parte di mondo immolavano la loro vita; il dissenso si accompagnava pertanto nel nostro animo al disagio di una slealtà intollerabile ed amara.

In questa sofferta ambiguità di sentimenti e di valori, il paese e particolarmente la scuola furono avari di soccorsi. Il malessere e il dissenso diffusi non trovarono concrete e rintracciabili forme di aggregazione e non avemmo a portata di mano, come praticabile punto di riferimento, una qualche evidenza di un antifascismo organizzato, qualunque esso fosse. La maggiore forma di disapprovazione si manifestava nel paese con barzellette sui gerarchi o con un diffuso, inaffidabile disfattismo apodittico, che provocavano nei nostri animi, affranti dalla tragedia che avevamo di fronte agli occhi, più indignazione che conforto. Era questo il nostro stato d’ animo quando incontrammo il professor Buratti.

 Il suo atteggiamento amichevole e bonario, una assoluta disponibilità al dialogo aperto, esercitarono su di noi un fascino immediato. Buratti si presentò più come un amico che come un professore; ci permise infatti di frequentarlo anche fuori dalle aule scolastiche, presso la sua abitazione in via Saffi a Viterbo, ove era possibile comunicare con maggior libertà. Si mostrò immediatamente partecipe del nostro disagio, delle nostre aspirazioni, delle nostre contraddizioni e, con un coraggio autentico e responsabile, alieno dalla esigenza di vivere inutili avventure eroiche, si prodigò animosamente a fornirci una analisi rigorosa, fedele della realtà, mettendo a nostra disposizione la sua esperienza, le sue solide basi culturali ed una onestà intellettuale impareggiabile. La sua pacatezza, la sua grande umiltà e nel contempo il rigore assoluto che pretendeva nell’ accertamento dei fatti, ebbero una grandissima presa nei nostri animi. Abituati al pressappochismo, all’ arroganza, alla supponenza senza fondamento, che imperavano tra i gerarchi e tra molti apprezzati esponenti della cultura del tempo, fu per noi una svolta decisiva.

 La sua bonarietà però cedeva alla indignazione ed all’ assoluto disprezzo per chi aveva alterato e alterava la verità: quelli erano i veri traditori, non certo i giovani che combattevano e noi che avevamo il sacrosanto diritto alla logica, al raziocinio, alle conoscenze certe.

Assetati di conoscenze, sentimmo di poter essere dissenzienti e sereni, con la coscienza di non tradire nessuno. Prendemmo consapevolezza di verità stravolte o del tutto trascurate dai libri di testo e dalle correnti fonti di informazione; ad esempio, che non vi era una sola parola su Matteotti e sull’ Aventino nei corsi di storia per i licei (non faceva eccezione quello di Salvatorelli che successivamente, nella sua Storia del Fascismo edita nel 1952, non si esime dall’ attribuire a noi giovani di allora la responsabilità di aver sostenuto il Fascismo!). Appresi che nei “Littoriali” del 1939, una manifestazione culturale giovanile organizzata e patrocinata dal fascismo, era stato tranquillamente enunciato che il concetto di razza non aveva fondamento, una notizia del tutto ignorata dalla altisonante propaganda razzista, che trovava espressione in un vergognoso periodico dal titolo emblematico “la difesa della razza”. Ho appreso successivamente da una accorata monografia di Grimaldi, che un vincitore di quei Littoriali, il “Littore” Teresio Olivella, che aveva denunciato l’inconsistenza scientifica del concetto di razza, morì in un campo di concentramento tedesco nel 44,  nell’ atto di fare scudo del proprio corpo ad un ebreo. Buratti possedeva in misura straordinaria l’ attitudine di esporre con semplicità anche le vicende e le congetture più complesse; le sue lezioni, ordinate e documentate, collocavano scrupolosamente ogni evento ogni dottrina nel contesto delle loro origini, sia in senso cronologico che concettuale.

In linea con quella svolta che nell’ era Crispina aveva reso la nostra cultura, sino allora prevalentemente ispirata alle mode ed agli orientamenti francesi, incline alle congetture della filosofia germanica, Il fascismo aveva imperniato la sua filosofia sulle istanze irrazionali dell’idealismo tedesco, istanze che venivano accreditate di una superiore razionalità. Ci venivano additati come modelli di vita esemplari quelli ispirati al culto dell’ eroe o addirittura delle passioni violente, oscure e indeterminate, predilette da Byron; venivano decantati i modelli di governo con chiari vagheggiamenti autoritari, ispirati allo statalismo Hegeliano e, all’inverso, erano regolarmente prese di mira e ridicolizzate dalla stampa umoristica del tempo, le soluzioni razionali democratiche.

L’orientamento filosofico di Buratti era decisamente controcorrente: strettamente rato ai principi razionali dell’illuminismo, considerava le concezioni Kantiane, che particolarmente prediligeva, il confine invalicabile delle conquiste del pensiero positivo, al di là del quale vi erano gli atti di fede e le correnti filosofiche fondate su assunti indimostrabili. E noi effettuammo con lui un cammino inverso: recuperammo fiducia nei percorsi razionali del pensiero, nella logica, nelle verità incontestabili, non velate dall’ oscurantismo di emblematici assunti irrazionali, incomprensibili e censurabili dal buon senso. Nel sacrosanto esercizio della logica basata sui presupposti rigorosamente documentati, gli fummo in buon numero vicini e devoti.

 Veniamo ora alle vicende che conclusero la sua esistenza per come io posso testimoniarle.

 Nel maggio 1943, dopo il riuscito sbarco in Tunisia, le truppe anglo americane avevano acquisito il dominio pressoché totale del mediterraneo. Lo sbarco nelle isole Italiane appariva imminente ed il governo ritenne opportuno anticipare la chiusura delle scuole. Per ripararsi dai bombardamenti aerei, Buratti si era trasferito con la moglie, Maria Bianchini, ed il piccolo Enzo di pochi mesi, a San Martino al Cimino. Era al suo secondo matrimonio in quanto la cattiva sorte non lo aveva certamente risparmiato: aveva perduto, a causa di malattie, una prima figlia, la moglie e quindi una seconda figlia: una tragedia che rivive nel suo commovente libro di poesie, dal titolo emblematico ” Focolare spento”. Io ed alcuni altri più devoti continuammo a frequentarlo, sobbarcandosi più volte alla settimana, in bicicletta, i sei chilometri di ripida salita, necessari per raggiungere San Martino. Nella prima metà di luglio la nostra sconfitta era divenuta assolutamente  indubitabile: Gli anglo-americani erano giunti a Pantelleria ed in Sicilia; ilpaese era martoriato da incessanti bombardamenti aerei; sul fronte orientale, una controffensiva tedesca, sulla quale era stato fatto molto affidamento, era fallita miseramente e altrettanto miseramente erano falliti gli sforzi del nostro Stato maggiore, e dello stesso Mussolini, in un incontro con Hitler a Feltre, di convincere i tedeschi a trovare una qualche soluzione di pace con la Russia e a destinare il maggior sforzo bellico nel Mediterraneo: Le cronache di questo incontro riportano che a Mussolini non fu concesso di aprire bocca.

 Alcuni degli esponenti più responsabili della nomenclatura fascista decisero di non restare più inattivi di fronte all’evidenza dei fatti e, come è ben noto, il 25 luglio in una tempestosa seduta del Gran Consiglio del fascismo, un organo consultivo composto dalle più alte gerarchie del regime, deliberarono di non concedere ulteriormente la fiducia a Mussolini, auspicando che il Re avrebbe attuato un rapido sganciamento italiano dalla Germania e concluso immediate trattative di pace con gli anglo-americani. Purtroppo le cose non andarono nella direzione auspicata; molti però si illusero e fu la loro fine. Buratti fu purtroppo tra questi.

E’ questo un punto cruciale della vicenda che sento il dovere di chiarire. Grandi, Bottai, Federzoni, Ciano, DeBono e gli altri componenti del gran Consiglio firmatari dell’ordine del giorno che sfiduciò Mussolini, non erano dei rivoluzionari che attuarono un complotto, erano dei fedelissimi alti esponenti del fascismo che esercitarono un loro diritto istituzionale. Il loro comportamento apparve, ed appare ancora oggi, sotto ogni riguardo, responsabile e dettato da un sano amor patrio. Neanche le analisi storiche successive vi hanno ravvisato meschini interessi personali o di altro genere. La gran parte di essi, Grandi in particolar modo, come emerge dal suo diario, ritenne che “per salvare il salvabile” e ottenere condizioni di pace più miti di una resa incondizionata, bisognasse attuare una svolta netta ed immediata dell’ orientamento politico che aveva deciso la guerra e costituire un governo privo di personaggi compromessi con il passato regime; cioè con le carte in regola per riscuotere la maggiore credibilità da parte degli anglo-americani.

Il Re non fu di questo avviso; non prese in considerazione la candidatura, che molti gli suggerivano, I generale Caviglia, un serio vecchio militare che si era sempre gagliardamente tenuto fuori dal fascismo, e sostitui Mussolini con Badoglio, che, se pure da un paio di anni in disgrazia, aveva durante tutto il ventennio trafficato con il fascismo, raccogliendo a profusione prebende ed onori. Secondo le disposizioni della Corona, il governo d’ affari che Badoglio costitui non comprese alcun esponente dell’antifascismo e non dette segni tangibili di voler attuare un immediato sganciamento dalla Germania: nel suo primo proclama si esortava tutti a riprendere “il posto di combattimento ” e si affermava “la guerra continua”. Queste frasi furono da molti considerate solo strumentali e finalizzate a non allarmare i tedeschi: i tedeschi si allarmarono ugualmente e gli anglo americani all’ inverso le dovettero giudicare credibili e non interruppero i massicci bombardamenti aerei delle città italiane. Furono pochi a capire che l’auspicata svolta non era così netta definitiva e che il fascismo e l’odiata alleanza con i Tedeschi erano ancora operanti. non fu certamente tra quei pochi, non valutò nella maniera giusta ciò che in realtà stava accadendo, anche perché il siluramento di Mussolini aveva scatenato nel paese una travolgente esultanza che limitava la lucidità di giudizio. Il 26 luglio lo trovai in un atteggiamento che potrei definire di gioiosa, ottimistica esaltazione. La sua analisi dei fatti appariva però indiscutibilmente logica: gli stessi fascisti, in un ammirevole rigurgito di amor patrio e, finalmente, di buon senso, si erano autonomamente tolti di scena, avevano coraggiosamente decretato la fine del potere di Mussolini e dello stesso Fascismo; il loro comportamento sembrava mettere fuori di causa la necessità di un sovvertimento rivoluzionario dell’ ordine pubblico e scongiurare una guerra civile. Il paese poteva, finalmente unito e compatto, interrompere le ostilità verso gli anglo-americani e considerare decaduta l’alleanza con i nazisti. Posso testimoniare che Buratti disapprovò vivamente gli atti di intolleranza diretti verso noti esponenti del fascismo locale che, in quei giorni, tra il generale tripudio, si ripetevano nelle strade; esercitò tutte le sue capacità persuasive per mitigare i risentimenti, insistendo che il comportamento responsabile espresso dal Gran consiglio del fascismo indicava che il regime fascista era definitivamente tramontato e permetteva al paese di affrontare senza divisioni interne un nuovo corso storico.

I primi atti intrapresi dal governo sembrarono dargli ragione; il partito fascista fu sciolto assieme alla camera dei fasci e delle corporazioni, il Gran consiglio del fascismo ed il Tribunale speciale furono soppressi ed inoltre fu istituita una commissione per l’accertamento degli illeciti profitti di guerra. Lo frequentai assiduamente per tutto il mese di agosto in quanto aveva espresso il desiderio di redigere insieme ad alcuni di noi più devoti (ricordo Franco Maldacea, Celestino Mazzucato, Luigi Grandinetti) un documento contenente i fondamenti di una nuova costituzione italiana.

Documento che il professor Rapone vi ha poco fa ampiamente illustrato, é stato ripetutamente pubblicato in giornali e in opere storiche; la sua ultima stesura dattiloscritta, con correzioni calligrafiche apportate dallo stesso Buratti, dopo averla per anni conservata gelosamente tra le mie cose più care, la ho recentemente depositata a Roma, presso il Museo della resistenza in via Tasso. Per me, e credo anche per gli altri componenti del gruppo, la stesura di questo documento fu un’esperienza esaltante ed irripetibile. Le riunioni si svolgevano a San Martino, all’ aperto, tra splendidi castagni secolari. Buratti trasmetteva ed elargiva senza risparmio entusiasmo e conoscenze, rivolti non solo agli argomenti strettamente attinenti al lavoro programmato, ma anche a quelli delle frequenti divagazioni che la sua ampia cultura umanistica gli suggeriva. Si finiva così, ad ogni occasione, con il dissertare su qualsiasi soggetto destasse la nostra curiosità, gioiosamente liberi di poterlo fare. Inoltre un fonografo accompagnava frequentemente il nostro lavoro, con un sottofondo musicale: il più delle volte ascoltavamo una sinfonia di Beethoven, o la “Incompiuta” di Schubert, o la “Sinfonia del Nuovo mondo” di Dvorak.Se in passato Buratti aveva usato scarso riserbo, in quel periodo non fece più nulla per nascondere il suo orientamento politico; sottoponeva regolarmente il documento che stavamo elaborando all’attenzione di chiunque fosse disposto a leggerlo; gli piacque inoltre prendere frequentemente la data del 25 luglio come punto di riferimento cronologico: in una copia del suo “Focolare spento ” che mi regalò il 9 di agosto, siglò una affettuosa dedica scrivendo “san Martino al Cimino nel quindicesimo giorno della restaurata libertà”; e ritengo che vi furono altre (probabilmente molte altre) dediche di questo tenore.

Nel frattempo il comportamento del governo e del Re disattesero ogni aspettativa di una rapida e definitiva conclusione del nostro stato di guerra. Solo il 13 agosto (si persero cioè ben 19 giorni) fu inviato agli alleati un emissario, il generale Castellano, per trattare la pace. Le trattative non furono facili e spedite, soprattutto perché l’ atteggiamento del Governo e della Corona non invogliava gli anglo-americani alla fiducia. Solo il 3 settembre fu siglata a Cassibile la prima bozza di armistizio (il cosiddetto “armistizio breve”) e l’ armistizio definitivo fu proclamato l’ otto settembre, peraltro non contemporaneamente nei paesi sottoscrittori a causa di incredibili omissioni ed errori procedurali. Alla luce dei fatti, l’ unica. iniziativa accuratamente preparata dal Re e dal governo fu quella della propria salvaguardia mediante la ignominiosa fuga a Brindisi; nulla era stato fatto per bloccare al Brennero l’ afflusso crescente di forze armate tedesche, nulla per organizzare un difesa dalle prevedibili reazioni tedesche. L’8 settembre ci trovammo pertanto indifesi alla mercé dell’esercito tedesco e, qualche giorno dopo, anche tra le insidie di una dilaniante guerra civile, provocata dalla irresponsabile decisione di Mussolini di ridare vita al fascismo con la “Repubblica di Salò”. Il fascismo aveva fatto anche cose buone, ma questo fu sotto ogni punto di vista un atto esecrabile.di una classe politica completamente asservita allo straniero tedesco e così incurante degli elementari principi della civiltà giuridica, da condannare a morte “per alto tradimento” anche quegli alti esponenti del fascismo che il 25 luglio non avevano compiuto alcun atto proditorio: nel non concedere la fiducia a Mussolini, avevano esercitato un loro istituzionale diritto, che peraltro lo stesso Mussolini aveva loro conferito. Per molti di quelli che, come Buratti, si erano il 25 luglio illusi di aver chiuso con il fascismo e avevano apertamente manifestato il proprio orientamento politico, non vi fu scampo. Buratti lo comprese; più volte lasciò chiaramente intendere che la sua era una posizione indifendibile; cercò di contattare, per quello che a me risulta senza successo, i vecchi esponenti dell’ antifascismo locale, che probabilmente si negarono giustificatamente, in quanto anni di militanza clandestina li avevano resi consapevoli dei rischi che correvano inglobando nel loro giro un elemento apertamente compromesso.

Ma Buratti non si perse d’ animo; tentò di realizzare in Viterbo una resistenza organizzata, rintracciando ex alunni ed altri giovani disposti a reagire alle sopraffazioni dei tedeschi. La mia casa, disponibile perché i miei si erano rifugiati in campagna per evitare i bombardamenti, divenne la sede elettiva di frequenti riunioni effettuate a questo scopo. Il maggior compito che ci fu assegnato, e cui ci dedicammo con impegno, fu quello di rintracciare e custodire delle armi, presenti in discreta quantità nel territorio dopo il disfacimento dell’ esercito. Buratti si era nel frattempo trasferito a Grottamelia, una località boschiva situata tra San Martino e Vetralla, ove raccolse militari sbandati, giovani che come me non avevano aderito al richiamo alle armi della repubblica di Salò, e altri dissidenti di diversa estrazione sociale, tra cui alcuni trasparentemente intellettuali. Vi incontrai, tra gli altri, il noto direttore d’ orchestra maestro Previtali.

Molto presto arrivò il 12 dicembre. Nel tentativo di prendere contatto con il comitato di liberazione nazionale di Roma (non ho mai saputo per quale tramite) Buratti cadde in un tranello, fu catturato e trasferito a Roma nella orrenda prigione di via Tasso.

Ci si è spesso domandati chi lo abbia tradito. Io ritengo che fosse di dominio pubblico ciò che Buratti stava facendo e che non dovette essere difficile per i nazifascisti venirne a conoscenza ed organizzarne la cattura. Con il suo arresto venne a mancare un fondamentale punto di riferimento, io e altri giovani studenti viterbesi che avevamo aderito al suo richiamo, restammo senza una guida e ci disperdemmo; i collegamenti con il gruppo di Grottamelia, i cui componenti, dotati di esperienze militari che noi non avevamo, riuscirono a organizzare forme di resistenza attiva, divennero per noi impraticabili e non potemmo far altro che salvaguardarci, ciascuno per suo conto, in clandestinità. Io e gli altri possiamo oggi attribuirci solo il merito di non aver collaborato con i nazifascisti e di aver tentato di reagire. L’unica incombenza concreta di cui ci occupammo attivamente fu quella di raccogliere e trasportare delle armi, che, in caso di necessità, per quanto mi riguarda, non avrei neanche saputo usare.

Ciò nondimeno, questo poco che facemmo era più che sufficiente per essere arrestati e condannati. Se ciò non accadde lo si deve a Buratti che non parlò e non fece alcun nome, nonostante le tremende torture cui fu sottoposto e di cui suo cognato, il medico dottor Bianchini, rilevò gli orrendi segni nelle sue povere spoglie.

Nel concludere sento vivo il desiderio di invitare i giovani, cui questa testimonianza e’ preminentemente diretta, ad un momento di riflessione su quella costante prerogativa degli eventi umani, per la quale ciò che è accaduto una volta può ancora accadere.

A noi giovani di allora accadde di non resistere alle lusinghe del fascismo; non eravamo una generazione di dementi, pur tuttavia non ci rendemmo conto di non utilizzare la nostra mente in perfetta libertà e cedemmo al fascino dell’ irrazionale e dell’ incomprensibile. E’ questo un fascino diabolico a cui tutti, in particolare i giovani, sono esposti e che oscura la libertà di giudizio e priva di un prezioso irrinunciabile privilegio umano, quello della dignità di essere una libera autonoma unità pensante, scevra da sudditanze, nella luce limpida della logica e delle conoscenze certe. Non fate lo stesso errore, non cedete alle insidie di vecchi o nuovi formalismi, che irretiscono le coscienze e trasformano gli esseri umani in automi, alla mercé di vecchi o nuovi imbonitori.

 Buratti costituisce un esempio di dignità umana; ci ha trasmesso il fascino della onestà intellettuale, il fascino dei percorsi del pensiero illuminati dalla logica e dai presupposti rigorosamente accertati. Questo é il messaggio che io ho ricevuto e che, con sincera commozione, sento di trasmettervi per onorarlo. (Aldo Laterza)

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12.2.2022

Vademecum

Vademecum_10_febbraio_IrsrecFVG_2019

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6.2.2022

Pagliarulo: «Una memoria non di parte» – Marinella Salvi, GORIZIA, 06.02.2022

Gianfranco Pagliarulo, Autore a Patria Indipendente

Foibe, «Giorno del Ricordo» Presenti partigiani sloveni con storici di Lubjana e italiani come Eric Gobetti e Fulvio Salimbeni Un convegno per rivendicare l’antifascismo, la ricerca storica, l’esigenza di non approfittare di una giornata che dovrebbe essere dedicata alla storia drammatica del confine orientale e che da subito, invece, è stata occasione per rinfocolare divisioni, propagandare il nazionalismo più odioso ammiccando a nostalgie irredentistiche e addirittura riabilitando il fascismo storico. La Giornata del Ricordo celebrata in Italia come memoria di una sola parte che si autoassolve nonostante sia stata origine e protagonista di quelle tragedie. …

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In Piemonte fa scandalo rappresentare il terrore che i titini crearono

RegionePiemonte Manifesto

Rappresentare dei mostri come fossero dei mostri per la sinistra non è accettabile. È l’ultima, incredibile polemica nata dopo il via alla campagna di comunicazione istituzionale della Regione Piemonte in occasione del prossimo 10 febbraio, giornata del Ricordo delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

L’annuncio del ciclo di eventi “Identità oltre confine” organizzato dall’assessorato all’Emigrazione in collaborazione con la Fondazione Circolo dei Lettori è stato accompagnato dalla diffusione del manifesto promozionale realizzato dall’Anonima fumetti di Torino. Una rappresentazione artistica che vede in primo piano uomini e donne fuggire dalla ferocia dei partigiani titini, con i volti coperti dall’ombra, le forme inquietanti, la stella rossa a dominare dall’alto dell’uniforme.

L’articolo intero

Foibe, l’Anpi ci riprova: convegno negazionista a Gorizia con i partigiani sloveni e Eric Gobetti

giovedì 3 Febbraio 16:36 – di Redazione

Si intitola ‘La storia insieme’ ma è già destinata a suscitare polemiche l’iniziativa organizzata dall’Anpi a Gorizia il 5 febbraio, in vista del Giorno del Ricordo, insieme all’associazione dei partigiani sloveni e con la partecipazione dello storico Eric Gobetti, autore del saggio “E allora le foibe?“. Il libro ha ricevuto aspre contestazioni dal Comitato 10 febbraio per il taglio ‘riduzionista’ rispetto alla tragedia delle foibe.

 Ormai l’Anpi non fa mistero del suo negazionismo sulle foibe. L’ansia di inquadrare il fenomeno in un contesto storico  mira in realtà a un obiettivo ben preciso: cancellare la distinzione tra vittime e carnefici, giustificando l’operato delle truppe titine. Basta leggere quanto sostiene il presidente Anpi, che auspica una “visione transnazionale” sulla tragedia delle foibe.

CHI LEGGE QUESTE COSE SOPRA E’ BENE CHE LEGGA ANCHE QUESTO DOCUMENTO:

IlconfineItalosloveno
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27.1.2022

Giornata della memoria, la lettera del presidente Anpi Pagliarulo: “Quel che è accaduto può ritornare, l’antifascismo e l’antinazismo siano fondamento dell’Ue”

Il Fatto Quotidiano

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“Un percorso in città per ricordare le vittime viterbesi della Shoah”

Giorno della Memoria – Gli studenti della scuola americana in visita alle porte di inciampo in via della Verità assieme ai loro professori e al ricercatore Bruzziches

Tusciaweb

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