Didomenica 2020

InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 4.4.2020.

Resistenza e Resilienza.

Il periodo di quarantena (mi veniva da scrivere arresti domiciliari…) che stiamo tutti attraversando porta naturalmente a ripensare le proprie vite, tra una seduta di lavoro on line, una pulizia della casa ed un momento di intimità familiare.

Carla Nespolo, la nostra presidente nazionale, ci invita a raccontare via web “questi giorni partigiani”, scambiandoci frasi, canzoni, flash mob in Rete e soprattutto a festeggiare comunque il 25 aprile in tutti i modi che l’osservanza delle regole anti contagio permette.

Per forza di cose mi vengono in mente due princìpi cardine della nostra bellissima Costituzione: la libertà (di espressione, in particolare) e la solidarietà tra gli esseri umani, in pratica gli articoli 2 e 21.

Li vedo in forse quando leggo sui volti delle persone in fila per il cibo o i medicinali un’espressione di sospetto, non di rado paura che sfocia a volte in aggressività verbale (speriamo che tale resti…), oppure nella richiesta di un personaggio quale Burioni, a nome di un non meglio identificato Patto Trasversale per la Scienza, di oscuramento del sito Byoblu (gestito da Claudio Messora), che più volte lo ha invitato, invano, a esporre le proprie posizioni, in nome del pluralismo che proprio l’articolo 21 tutela.

Ancora una volta penso che i nostri Padri Costituenti abbiano avuta davvero la sfera di cristallo: forse prevedevano che le tentazioni liberticide in una situazione di reale emergenza non sarebbero mai passate di moda, e pensarono di metterci in guardia.

L’altro termine che può e deve essere collegato a Resistenza è Resilienza: la capacità – presente in ogni essere umano – di attraversare grandi difficoltà e situazioni dolorose potenziando la sua parte migliore invece che far crescere l’ostilità verso gli altri e la spinta all’egoismo che esclude chi non sia del tuo ristretto circolo.

Pensavo: i partigiani in qualche modo hanno sublimata l’energia e la forza morale impegnata contro il fascismo ed i fascisti di allora, mutandola in una corrente morale positiva che parlava di solidarietà e di eguaglianza, interrompendo appena possibile quella lotta armata e non che si rese necessaria per la liberazione dal nazifascismo.

Forse tutti noi siamo chiamati a questo duplice sforzo: riaffermare i diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino non appena sarà definitivamente passata questa tremenda pandemia, soprattutto il diritto alla informazione ed alla controinformazione.

Contemporaneamente tornare a pensare – in senso decisamento non liberista ed anche un pochino anticapitalistico – che una società sana è quella che non esclude nessuno e non si basa sulla competizione ad ogni costo (visti i disastri che ha provocato e sta provocando anche in questo momento di emergenza).

Saluti antifascisti a tutt*

 Gabriele Busti 4.4.2020.

capitale e salute.

Siamo arrivati al dunque, nei prossimi due anni ne vedremo delle belle. A fine Novecento abbiamo assistito alla rottura del compromesso tra capitale e lavoro, alla vittoria schiacciante del primo sul secondo. Adesso la guerra è tra capitale e salute e arriva dritta al nocciolo della questione: il diritto all’esistenza.

Intendiamoci, non sarà certo la prima volta che il centro decisionale capitalista preferirà uccidere qualche milione di persone per salvaguardare il meccanismo di accumulo piramidale delle ricchezze (negli Stati Uniti pare stia già accadendo), ma sarà la prima volta in cui tutto ciò avverrà alla luce del sole e con l’assenso più o meno convinto di una parte consistente degli uccisi.

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 28.3.2020

I diritti del dopo pandemia

Nel nostro ordinamento costituzionale sono previste, riguardo i diritti fondamentali (libertà personale, libertà di movimento e di riunione) del cittadino, deroghe nel caso di emergenza nazionale, ma al momento attuale non esiste un chiaro quadro di riferimento legislativo che disciplini a priori l’applicazione di misure emergenziali necessarie a frenare situazioni come quella che tutti stiamo vivendo.

Nei due decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri si nota un grande sforzo, nel passaggio dall’uno all’altro, di ridurre il più possibile ambiguità ed incertezze che sono dannosissimi per i citttadini, che rischiano di essere sanzionati (o peggio) per comportamenti che non hanno una definizione di reato o violazione formulata in modo certo.

Nel primo (il 6/2020) si preventivava, all’articolo 2, la eventuale adozione di misure che andassero oltre il decreto stesso…in pratica si apriva la porta ad una indeterminatezza legislativa assai pericolosa, che demandava il potere decisionale di fatto ad un solo uomo, non coinvolgendo le opposizioni (come ci si aspetta in una repubblica parlamentare) e nemmeno la maggioranza e, in una certa misura, il capo dello stato.

Fortunatamente un arbitrio così grosso (e pericoloso per la struttura stessa dei diritti fondamentali) è stato ridotto con un decreto successivo (il 19/2020), che elenca in modo assai meno generico comportamenti da tenere e da evitare, e soprattutto che tipi di provvedimenti possano essere adottati dalle autorità.

In mezzo ai due testi si è generata una situazione difforme a livello di comuni e regioni, che hanno interpretato molto liberamente le deleghe che il primo decreto forniva agli amministratori locali: si è arrivati a preventivare l’utilizzo di droni di sorveglianza dei comportamenti della popolazione (insomma, the Big Brother is watching you, il Grande Fratello ti sta osservando, per vedere se fai il bravo o meno…).

Come si può facilmente intuire si rischia una grave violazione della sfera individuale, in aperto contrasto non solo con l’articolo 13 della Costituzione (la libertà personale è inviolabile) ma anche con il recente pacchetto normativo europeo sulla privacy.

Il problema si pone in particolar modo con la proposta di tracciare tramite GPS gli spostamenti delle persone, neanche avessimo tutti un braccialetto di segnalazione al polso o alla caviglia…come sempre ammetto la mia ignoranza (non sono un giurista, ma solo un misero partigiano antifascista della Costituzione, con tutti i limiti che questo comporta), ma a questo punto mi pare proprio che stiamo andando davvero troppo oltre, in nome della repressione di una indisciplina italiota che trasgredirebbe continuamente e diffusamente le prescrizioni atte a fermare il Covid19…

Mi ha molto preoccupato – ciliegina sulla torta – la richiesta del dottor Burioni di oscurare il sito di informazione indipendente Byoblu (diretto da Marco Messora), accusato di suscitare panico e procurato allarme riportando opinioni a suo giudizio infondate (salvo poi a non dire che il suddetto canale ospita tranquillamente personaggi che esprimono pareri diametralmente opposti).

Dovremo seriamente iniziare a preoccuparci quando, in nome di una tranquilla sicurezza nazionale, si proporrà di limitare e censurare ogni voce difforme da quella ufficiale, che potrebbe creare allarmismi inutili e panico diffuso tra la popolazione…

Il dopo pandemia dovrà essere caratterizzato (si spera) dalla costruzione di un quadro legislativo che regoli in modo chiaro e rispettoso della Costituzione (si, perché non va sospesa nemmeno nelle emergenze conclamate come questa) le situazioni più critiche.

Ancora una volta potremmo essere chiamati tutti noi cittadini a riaffermare che i diritti non ce li può togliere nessuno, e che non si può confondere consapevolezza e rispetto di misure necessarie con un senso dell’obbedienza che a me ricorda troppo qualcosa di troppo lontano dal minimo delle garanzie che non possono essere sospese nemmeno in situazioni di massima emergenza.

Siamo moderatamente ottimisti…

Saluti antifascisti a tutt*

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 Gabriele Busti 28.3.2020

La comunità europea e il pareggio di bilancio

L’unione Europea è stata concepita e strutturata come una piattaforma per economie in competizione, con lo scopo nemmeno troppo segreto di eliminare l’impianto socialdemocratico delle democrazie europee post-belliche attraverso una deregulation che favorisse i grandi capitali. Per quanto riguarda l’Italia, l’integrazione europea ha determinato
– in primis, lo sganciamento della banca centrale dal ministero del tesoro (1981) con conseguente moltiplicazione del debito pubblico, che prima di quella data era totalmente sotto controllo.
– il secondo step è stato la svendita del patrimonio industriale di stato. Immaginate di trovarvi in una situazione come questa che stiamo vivendo con una forza industriale pubblica di ottocento mila dipendenti a fare mascherine, respiratori, attrezzature, a curare logistica, etc.
– il terzo, l’aggancio a una moneta unica sconveniente al nostro sistema di esportazione, per neutralizzare il gap abbiamo dovuto abbassare i salari distruggendo la domanda interna
– quarto step, l’imposizione di un parametro deficit/PIL di nessun senso, sbertucciato da ogni economista internazionale. Un vero e proprio cappio al collo, che, tra l’altro, abbiamo dovuto rispettare solo noi che siamo in avanzo primario da trent’anni.
– Ultimo, ci ha pensato Mario Monti: salito al governo dopo una manovra speculativa indotta, ha imposto il pareggio di bilancio in costituzione (pietra tombale di ogni economia keynesiana) e l’obbligo di adesione ai trattati per via costituzionale, con Presidente della Repubblica a garante.
– La commissione europea ha invitato per dodici volte il nostro paese a ridurre le spese della sanità. I posti letto sono diminuiti di due terzi negli ultimi trenta anni.

Fuggiamo da questo abominio, in un modo o nell’altro, adesso o mai più.

Ps.: gli Eurobond, che imporrebbero una condivisione del debito da parte di tutti gli stati UE, determinerebbero ipso facto la fine dei trattati.

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 21.3.2020

Dopo l’emergenza sanitaria

Vorrei per un momento che pensassimo tutti insieme – in pratica cerchiamo di creare una intelligenza connettiva, come dice Derrick Deckerkove – al dopo emergenza.

Di certo, come è stato sottolineato da molti, non avremo più la situazione di prima, ed i provvedimenti di restrizione dei movimenti continueranno, sia pure attenuati (si spera di molto, diffusione del contagio permettendo), almeno per alcune settimane.

Quello che mi preoccupa, e parecchio, sarà la permanenza o meno delle misure restrittive non strettamente necessarie.

Molti ricorderanno di certo le famose (o famigerate) leggi antiterrorismo varate negli anni Settanta e tutt’oggi in vigore dopo tanto, troppo tempo; e temo che la sospensione delle garanzie costituzionali minime (le libertà personali, di movimento e di riunione, come da articoli 131617 della carta costituzionale) possa andare oltre il dovuto ed il necessario.

Accanto a questo mi auguro non si verifichi il problema della libertà di espressione: con una ordinanza di sapore un tantino antidemocratico l’Assessore alla Sanità Mario Nieddu ha richiesto ai dirigenti delle ASL della regione Sardegna di colpire con provvedimenti disciplinari chiunque tra il personale delle strutture mediche pubbliche rilasci dichiarazioni al di fuori dei comunicati ufficiali approvati.

Per ora l’unica cosa che questo apprendista tiranno ha ottenuto è stata una levata di scudi dall’Ordine dei Giornalisti e da quello dei Medici, che gli hanno fatto notare, anche con una certa ironia, che non è opprtuno mettere il bavaglio al posto della mascherina.

Forse si dovrebbe capire che noi semplici cittadini, gente comune e non di rado ignorante di cose mediche (almeno quelli che non si sentono infettivologi solo perché hanno passato tre pomeriggi in Rete a cercare notizie sull’argomento) saremmo rassicurati e più motivati ad adempiere alle indicazioni ministeriali se l’informazione fosse sempre trasparente e confrontabile attraverso fonti diverse (così magari riusciremmo anche a capire quali sono i fake e quali le notizie attendibili).

Staremo a vedere cosa succederà una volta terminata questa quarantena nazional popolare…saremo in grado di ritrovarci quanti più possibile per richiedere di nuovo i diritti fondamentali?

Saluti (in solitaria, ma con l’animo vicino ad ognuno) antifascisti a tutt*

Riferimenti: intelligenza connettiva – 1316 , 17 – ordinanza

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 Gabriele Busti – 13.3.2020

Allora dovremo cominciare davvero a prendere in mano la situazione

Restare a casa, lavorare a distanza, gestire famiglie complesse e numerose in cattività, accudire anziani e malati, far fronte a ristrettezze presenti e future, scacciare ansie, fare i conti con sbalzi di umore, depressione, irritabilità…
Bloccare il propagarsi dal contagio, difendere se stessi, i propri cari, la comunità, sostenere in ogni modo possibile i lavoratori medici e paramedici che ci stanno tenendo in piedi, farsi coraggio, aiutarsi, cantare dal balcone, sentirsi parte di qualcosa che travalica le nostre esistenze individuali.
Tutto bello, ma non basta.
Quando tutto sarà finito, quando si sarà fatto conto delle vite perdute, dei danni economici e sociali, allora dovrà arrivare il secondo tempo.
Allora dovremo cominciare davvero a prendere in mano la situazione.

Chi ha distrutto il sistema sanitario nazionale, ridotto di quattro quinti il numero dei posti letto in terapia intensiva, regalato miliardi di euro alla sanità privata, voluto e messo in atto questa autonomia regionale da barzelletta.

Chi ha sottratto 1040 miliardi di euro in trenta anni alla collettività, fatto la guerra a ogni servizio pubblico con la scusa di combattere inefficienza e corruzione – e infatti adesso guardali, quanto sono onesti, quanto sono efficienti.

Chi ha sostenuto che i soldi dei cittadini dovessero essere impiegati per fare la TAV, il nucleare francese, il ponte sullo stretto di Messina, etc.

Chi ha manomesso la Costituzione e destinato il paese a una piattaforma sovranazionale sperequata, ingiusta, basata sul l’abbassamento progressivo dei salari, sulla competizione delle economie, sulla stabilità dei bilanci, guidata da personaggi mediocrissimi e unicamente rispondenti ai loro elettorati nazionali. Senza visione, senza cultura, senza solidarietà, senza futuro.

Ebbene, tutti questi, finita la pandemia, da soli non se ne andranno. Anzi, diranno che avevano ragione loro.
Sarebbe proprio il caso di spingerli via, con le buone o con le cattive. Perché il mondo cambierà, di questo possiamo starne certi.
Ma se non saremo noi a metterci le mani, se continueremo a lasciarli fare, se torneremo a immergerci nell’irrealtà creata dai loro media, se perderemo anche questo treno, allora…

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 14.3.2020

Della libertà, delle rinunce necessarie e di altro…

Fila (possibilmente ordinata) è la parola chiave di queste settimane: per la spesa, per entrare in farmacia, sempre attenti a rispettare la fatidica distanza di un metro tra le persone (augurandoci tutti che non sia distanza umana, oltre che fisica).

In strada cerco di essere gentile più del solito, nella speranza di contagiare non con virus di varia natura, ma con un sentore di cordialità e solidarietà (e in fondo cosa ci raccomanda l’articolo 2 della Costituzione, se non questo?).

Riaffiorano i ricordi dell’infanzia, quando abbiamo tutti attraversata una epidemia di colera provocata da un carico di cozze allevato vicino ad una fognatura (ingegnosi noi italiani…), e la situazione era assai più delicata di quella attuale, ma si andava in giro lo stesso rispettando tutti norme igieniche applicate con il buonsenso.

Paura è l’altra parola chiave, si percepisce nello sguardo di molte persone che incontri per la strada…come vorrei far capire loro che va benissimo essere prudenti e rispettare le disposizioni governative, a beneficio di tutti, ma attenzione a non credere nella paura, è il modo migliore per essere assogettati…ci si prepara alla perdita della libertà con il sorriso sulle labbra.

In queste ore i flash mob dai balconi: un modo per ritrovarci tutti, ce ne ricorderemo passata l’emergenza?

Ripenso a Drug Gojko, al Partigiano Johnny di Fenoglio, alla solidarietà nel segno dell’antifascismo frutto dell’amore per la libertà che univa individui che nemmeno si conoscevano, e che spesso avevano posizioni diverse; spero che ritroviamo tutti quel sentore, sarebbero felici – dovunque si trovino – i padri partigiani nel vedere che la memoria del loro esempio non è andata perduta…

Magari spero troppo, ma continuo a farlo…

Saluti antifascisti a tutt*

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InfantinoR2

Riccardo Infantino – 7.3.2020

Cosa potremmo diventare

Risultato immagini per ospedale chiuso tagli sanità

Più di una volta, data la mia non più verde età, mi è capitato di notare come nelle situazioni critiche (o presunte tali) tiriamo fuori il meglio e il peggio di ognuno.

Suppongo sia fisiologico, ma forse la mia ingenuità, come dire, costituzionale (…) mi fa sempre sperare che nelle difficoltà l’essere umano (io per primo) torni a capire che non c’è nulla di scontato e che, soprattutto, non ci si salva mai da soli; l’ideale sarebbe, come dicono saggiamente i NoTAV, partire insieme e tornare tutti insieme.

Giorni di emergenza sanitaria questi, con le tende da campo di fronte agli ospedali (forse chi ha votato le forze politiche che hanno tagliati migliaia di posti letto ora si starà mordendo le mani) e una molteplicità di raccomandazioni che dovrebbero almeno ridurre le possibilità di contagio, tipo restare tutti almeno ad un metro di distanza l’uno dall’altro e lavarsi spesso le mani.

Quello che vedo è sconcertante: esercizi commerciali al collasso, famiglie in crisi per la chiusura delle scuole e la conseguente difficoltà di tante famiglie con i figli piccoli che non sanno come gestire, un sotterraneo ma non meno palpabile senso di sospetto reciproco, ma soprattutto il sentore che non torneremo affatto come eravamo prima di questa situazione.

Già…come saremo dopo?

Con dopo non intendo discutere sulla effettiva portata del contagio e sulla conseguente inevitabilità delle draconiane misure che vengono di giorno in giorno prese dal Consiglio dei Ministri (e voglio dirla tutta, ci sono molte cose che non mi quadrano, a partire dal fatto che ci sommergono di raccomandazioni e di allarmi per un pericolo di pandemia e poi veniamo a sapere che ben 30.000 soldati americani “miracolosamente” immuni stanno raggiungendo l’Europa), ma su come saremo cambiati a livello profondo in quanto cittadini che si rapportano agli altri cittadini.

Sapremo rispettare i diritti altrui, primo fra tutti quello di non essere aggrediti perché sospettati di essere untori propagatori del virus, come è accaduto ad una donna cinese pochi giorni fa, ci ricorderemo che fare incetta di viveri e mascherine priva chi ci sta intorno di oggetti dei quali magari potrebbero avere bisogno?

Eppure nella Costituzione è indicato chiaramente: non può esistere civiltà in un paese nel quale i cittadini non collaborino tutti per una vita quanto meno decente per ognuno, magari rinunciando ad un qualcosa per creare una situazione vantaggiosa per tutti, che poi ricadrà positivamente su ciascuno di noi.

Domani sarà il tanto celebrato e criticato 8 marzo: un valido esempio di dedizione al bene comune resta sempre quello delle partigiane donne (staffette e combattenti) e delle 21 donne che contribuirono alla stesura della carta costituzionale.

Forse capiremo meglio che “democrazia” è un valore collettivo, che non prevede privilegi individuali o cittadini più eguali degli altri…speriamo sia così.

Saluti (prudenti) antifascisti a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 29.2.2020

Fame di sicurezza

Visto che siamo in tempi di “emergenza sanitaria” (mi si perdonino le virgolette) vorrei parlare del sintomo della fame, nel caso specifico della fame di sicurezza e di come venga provocata e se possibile alimentata.

Supponiamo che si voglia portare l’opinione pubblica di un paese a pensare che per il suo bene debba essere soggetta a restrizioni della libertà personale (garantita, tra l’altro, dall’articolo 13 della Costituzione) in vista di una emergenza che incombe su tutto e tutti, in modo pervasivo quanto indeterminato.

Come si può fare?

Basta applicare un principio della psicologia di massa: dare l’allarme per l’avvicinarsi di un pericolo generalizzato, prospettando conseguenze imprevedibili sui singoli e sulla collettività, e non limitarsi a dirlo una sola volta, ma ripeterlo a voce alta in continuazione, possibilmente con l’appoggio di media ufficiali compiacenti nell’amplificare a tutto campo il messaggio della spaventosa emergenza, appoggiandolo con gesti eclatanti compiuti magari da personaggi delle istituzioni.

Entro poco tempo si creerà un effetto domino su larga scala: una cospicua parte dei cittadini si convincerà che il pericolo sussiste, è diffuso e magari viene da qualcuno a noi molto vicino, per cui si rendono necessarie misure drastiche di limitazione delle libertà fondamentali, dato che la salute e la sicurezza vengono (tale è la tesi di fondo di tutta questa faccenda) prima di ogni cosa, anche dei diritti fondamentali.

Ovviamente dovranno essere emanati decreti che fronteggino uno stato di eccezionalità manifesto a tutti: limitazione e blocco della libertà di movimento (altro diritto garantito dall’articolo 16 della Costituizione…), naturalmente di pubbliche manifestazioni e riunioni (diritto sempre garantito all’articolo 17 della carta costituzionale…) pacifiche di cittadini nemmeno a parlarne, di fronte ad un pericolo così largamente percepito non è il caso di rischiare.

Ovviamente si potrebbe obiettare che le restrizioni di cui sopra sono legittimate da una situazione di pericolo (e in effetti gli articoli citati prevedono questo)…ma allora di fronte alla opinione di una persona competente, quale potrebbe essere una direttrice di una struttura sanitaria pubblica, che fa osservare come non si tratti di una epidemia – non ci sono i numeri, almeno per ora -, ma di una forma virulenta e pericolosa per soggetti già compromessi, che richiede comunque sane precauzioni, ma di certo non misure così drastiche come quelle adottate, cosa deve pensare chi ha il sospetto che si sia posto un pericoloso precedente di controllo sproporzionato dei cittadini?

Sono forse paranoico?

Comunque saluti antifascisti a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 22.2.2020

Il referendum sulla riduzione dei parlamentari visto da un ignorante

Giuramento Mattarella Montecitorio.jpg

L’ignorante, preciso subito, sono io…il lato positivo della ridda di opinioni e sparate in Rete e fuori sulla riduzione o meno del numero di parlamentari (siamo tutti costituzionalisti?…), al punto che tra non molto qualche bello spirito suggerirà l’uso del Corona virus per realizzare questo tanto sbandierato obiettivo, è il farmi sentire ignorante in materia di diritto costituzionale più di quanto lo sia già; questo ovviamente ha avuto come secondo effetto positivo la spinta a documentarmi per arricchire le mie scarse cognizioni in materia.

Risultato delle mie incompetenti ricerche: l’Italia è una democrazia parlamentare i cui deputati e senatori, in proporzione al territorio (per il Senato) ed al numero degli abitanti (per la Camera) sono delegati a gestire la sovranità popolare che ogni avente diritto al voto ha, sempre secondo la Costituzione.

Dato che uno dei presupposti della democrazia parlamentare è il bilanciamento dei poteri – piccoli e grandi – tra di loro, al fine di evitare pericolose concentrazioni nelle mani di uno o più individui, si calcola il numero dei parlamentari secondo un criterio di ragionevole distribuzione e di efficace rappresentanza del numero di elettori che fa capo ad ogni eletto, in modo da garantire la effettiva presenza dei cittadini nelle decisioni che vengono prese in parlamento.

Riducendo in modo significativo il numero dei parlamentari si aumenta di parecchio il numero di elettori che fanno capo ad ogni singolo deputato o senatore, in aperta contraddizione con il principio del bilanciamento dei poteri – piccoli e grandi – di cui sopra: un numero ridotto di rappresentanti dei cittadini comporterebbe una maggiore possibilità, per la maggioranza che di volta in volta sia al governo, di indebolire la indispensabile funzione della opposizione.

Una cosa poi mi insospettisce, e parecchio: chi sostiene il taglio dei parlamentari invoca risparmi corposi sul bilancio pubblico e magari procedure più rapide nella discussione delle leggi e nella gestione della cosa pubblica; da un punto di vista quantitativo siamo intorno a percentuali minime, che non risolverebbero certo il problema dei costi di un apparato statale ingolfato da una serie di passaggi che generano ognuno un costo per la collettività.

Riguardo poi la maggiore velocità di gestione della vita pubblica…mi sbaglio, o era uno degli argomenti preferiti da un certo signore che dichiarava di assumersi, lui solo uomo al comando, il peso dell’Italia, al solo scopo di ripararne i guasti, quasi fosse un padre che con autorità provvede al bene dei propri figli in quel momento incapaci di risollevarsi da soli…ma il diritto di voto non si acquisisce alla maggiore età, quando si è ritenuti responsabili delle proprie azioni e dunque capaci di gestirsi per conto proprio?

Saluti antifascisti a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 15.2.2020

Memoria condivisa?

Nei giorni che hanno immediatamente preceduta e seguìta la data del 10 febbraio, il così detto Giorno del Ricordo, ho ascoltata non so più quante volte l’espressione “memoria condivisa”.

Confesso che non mi sono mai chiesto fino in fondo cosa possa essere, al di là dei valori fondamentali della nostra Costituzione (e già quello sarebbe davvero tanto), anche perché quello che viene fatto passare come memoria condivisa non sembra proprio essere tale.

Mi riferisco in particolare alla definizione di “tragedia delle foibe”, “morti da entrambe le parti” (Salò e Partigiani, nel caso specifico) e via di questo passo.

Una illuminazione me l’ha data il breve e denso intervento di Alessandro Barbero, che divide nettamente la Memoria e la Storia, facendo l’esempio di un uomo al quale i fascisti hanno fucilato il padre e l’opposto, una signora figlia di un gerarca, che difficilmente ricondurrebbe il proprio genitore alla essenza criminale tipica del fascismo: la loro memoria è, a livello personale, opposta, ma questo non può essere motivo – prosegue Barbero – per definire una banda di assassini i partigiani, dato che la Storia dimostra il contrario.

Lo stesso problema si pone se pensiamo agli anni di piombo: come li può ricordare il figlio di un carabiniere ucciso durante una azione delle Brigate Rosse, oppure quello di un brigatista morto in un conflitto a fuoco (magari dalla dinamica assai dubbia, come nel caso di Via Fracchia a Genova, ai tempi del generale Dalla Chiesa)?

Vivendo parte della mia vita in Rete – tento di fare attivismo digitale, per quanto sia possibile – ho incrociato su un social network il profilo di Barbara Balzerani, che delle Brigate Rosse fu parte attiva, scontando per questo numerosi anni di carcere.

Essendo curioso di avere notizie sul periodo che ho vissuto da studente di liceo (sono nato nel 1962) e da neo universitario le ho chiesto se ritenesse giusto aver ucciso, in nome di un ideale rivoluzionario (si può dissentire con il partito armato, ed io sono uno di quelli, ma è innegabile che lo scopo dichiarato dai brigatisti fosse l’avvento del comunismo).

Lei mi ha risposto che a differenza delle stragi nere (e proprio in questi giorni si è concluso il quarantennale iter delle indagini sulla strage di Bologna, con la esplicita dichiarazione di mandanti, depistatori ed esecutori) le BR uccidevano solo personaggi in vista collusi con quello stato borghese che dicevano di voler combattere.

Le ho fatto notare che in realtà i morti della scorta di Moro erano carabinieri in servizio, persone comuni in divisa (ovviamente mi è stato risposto che erano servi di uno stato nemico), e lì ho finito, capendo che una idea radicata non è proprio facile da mutare…

La cosa interessante di questo fortuito incontro digitale è stato il toccare con mano la divergente posizione su uno stesso fatto che entrambi gli interlocutori hanno vissuto: lei come parte del gruppo che rapì ed uccise Moro, io come spettatore poco più che adolescente, ma già convinto della inutilità dell’uso della violenza, fosse pure nel tentativo di abbattere un apparato statale repressivo (e lo era davvero).

Dunque avrebbe ragione Alessandro Barbero, negando la possibilità Di una memoria condivisa?

Non completamente, aggiungo…i fatti per come sono accaduti, li riporta alla luce la Storia, alla faccia dei tentativi di falsificazione vecchi e nuovi (foibe incluse…), poi ognuno li vive dal proprio punto di vista.

Quello che però resta, vorrei dire come bene comune, da curare e ravvivare tutti insieme, è il principio cardine della Costituzione: il rispetto per l’essere umano in quanto tale, e per il cittadino come depositario della sovranità popolare.

Su questo potremmo essere tutti concordi, non credete?

Saluti antifascisti a tutt*

Riferimenti: intervento di Alessandro Barbero – caso di Via Fracchia a Genova

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 26.1.2020

Oltre i citofoni

Dai comizi pubblici dell’era pre televisiva alle Tribune politiche della RAI degli anni Sessanta e Settanta e oggi alla Rete non sono mancati di certo i mezzi per una propaganda politica diffusa e incisiva.

Mai ci saremmo aspettati, noi gente comune, che anche i citofoni diventassero veicolo di propaganda elettorale…mi sono davvero divertito nel vedere le molteplici parodie del salviniano gesto: se citofonando (se lo sentisse la povera Mina!), meno male che siete Testimoni di Geova, pensavo fosse Salvini…e via di questo passo.

Personalmente sono convinto che con l’ironia si possa se non abbattere almeno incrinare un regime, e vorrei che in tanti bersagliassimo con ferocia satirica tutti quei comportamenti fascisti e razzisti che da episodi isolati stanno diventando abitudine quotidiana.

Siamo a questo punto di fronte ad un bivio: arginare la deriva fascista e razziale utilizzando la forza – i nostri padri partigiani furono costretti ad imbracciare la mitraglietta per scardinare il fascismo – oppure cercare di muoverci in massa in qualsiasi modo – anche scrivendo articoli su un giornale in Rete… – opponendo un risveglio di coscienze che mostri a tutti il vero disumano volto di comportamenti ormai non isolati – il pestaggio di gruppo di una ragazza omosex, la scritta “qui abita un ebreo” su un portone e via dicendo – che sono divenuti ormai la banalità del male.

Non sono così presuntuoso da avere la soluzione a portata di mano, voglio solo provocare e, se possibile, chiedere di sforzarsi per trovare una soluzione, dato che ormai non abbiamo più molto tempo per raddrizzare la nostra sofferente democrazia.

Saluti speranzosi ed antifascisti a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 19.1.2020

Quando muore un giornalista

Era prevedibile che la scomparsa di Giampaolo Pansa provocasse una ridda di polemiche e reazioni contrastanti, di lode e di condanna; in fin dei conti la sua vita si è svolta all’insegna della contraddizione: da redattore conclamato di sinistra e filopartigiano a critico sempre più implacabile e detrattore della Resistenza in quanto tale.

Un documentato resoconto della sua vicenda mediatica lo ha fornito Tomaso Montanari in Micromega, evidenziando la progressiva e sempre più intensa opera di delegittimazione del movimento resistenziale, che è divenuto, di fatto (secondo Pansa), intoccabile ed inesplorabile nella sua parte oscura.

Risponde Guglielmo Federici sul Secolo d’Italia, tacciando Montanari di ignoranza e faziosità nei confronti di uno studioso che ha osato vedere dietro un oggetto mitico quale la Resistenza, dando visibilità a fatti di sangue (quello dei vinti) occultati nella loro terribilità.

Come sempre, quando incontro giudizi così opposti sono incitato a farmi una opinione mia…è una deformazione professionale, insegnando Storia (quella con la “S” maiuscola, che va vista da tutte le angolazioni possibili): confesso candidamente di aver letto poco di Pansa, ma mi ha colpito che in ogni sua affermazione è sempre stato assai avaro nel citare le fonti dalle quali dovrebbe aver prese le informazioni sui massacri e gli eccidi nascosti perpetrati dai partigiani…come mai?

Leggendo della morte di un essere umano provo istintivamente un grande cordoglio, è una vita che si spegne, non c’è niente da fare; subito dopo mi viene da chiedermi: come ha vissuto e che cosa ha fatto?

Da un punto di vista strettamente professionale si può definire uno che il suo mestiere lo conosceva bene (scandalizzatevi pure, ma una pratica giornalistica vasta come la sua l’hanno avuta in pochi, in qualunque direzione sia stata diretta); quello che mi sconcerta del suo agire è stato il repentino cambiamento di rotta, iniziato con Il sangue dei vinti (del 2003) e proseguito in tutti gli anni successivi.

 

In tutta sincerità mi sembra di avere di fronte un rivoluzionario pentito che inevitabilmente finisce per diventare più realista del re; non mi interessa discutere se questo repentino cambio di rotta sia avvenuto per convenienze di tipo economico o ideologico, quanto far notare che nessuno, lui per primo, abbia considerato che i supposti episodi di violenza individuale e collettiva fossero da inquadrare in un contesto di vessazione fascista fatta di omicidi, torture e quant’altro, protrattasi per anni ed anni…ecco come si genera quella che nelle sue opere viene definita la caccia al fascista negli anni 1945-1946, e la successiva – sempre a suo dire – indebita santificazione della Resistenza in Italia e non solo.

Lo studio della Storia (di nuovo quella con la “S” maiuscola) impone di inserire ogni fatto, per quanto terribile, nel contesto che lo ha generato, pena il non capirlo e comprenderlo fino in fondo; le polemiche pro e contro Pansa mi rammentano subito quelle sui fatti di Piazzale Loreto, uno degli episodi più gettonati dalla ultra destra (e non solo) per dimostrare la disumanità dei partigiani.

Basterebbe andare a vedere un pochino in profondità e si scoprirebbe che i cadaveri di Mussolini, di Claretta Petacci e dei gerarchi che vennero appesi per i piedi e coperti di sterco non furono deturpati dai partigiani, ma strappati a loro dalla folla dei milanesi inferociti, perché otto mesi prima furono costretti ad assistere allo scempio di altri cadaveri, quelli di tredici partigiani fucilati e lasciati all’aria aperta su quella piazza, sotto lo sguardo dei familiari (e il partigiano Sandro Pertini intervenne per far cessare lo strazio dei cadaveri, nemici ormai morti).

Preferisco a questo punto, lo devo proprio dire, la parabola giornalistica di un vecchio fascista come Indro Montanelli, che nel suo essere reazionario e non di rado ipercritico nei confronti delle istituzioni repubblicane ha sempre perseguita una coerenza di pensiero e di orientamento politico, nella sua diretta e a volte brutale sincerità.

Saluti più che antifascist* a tutti

Riferimenti: scomparsa di Giampaolo Pansa – documentato resoconto – Risponde Guglielmo Federici – Il sangue dei vinti

 

L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso, persona seduta Silvio Antonini 19.1.2020

HAMMAMET.

Ce l’ho fatta a vederlo, e proprio a ridosso del 20° della morte del protagonista. Se solo penso, per es., ad una discografia sui brani contro Craxi che hanno segnato la mia formazione politico-culturale non la finisco più. Craxi era il nemico: “Chi non salta socialista è”, si intonava nei momenti collettivi. Già: Craxi aveva reso epiteto un’aggettivazione nobile; i “socialisti” anni ’80 – inizi ’90 erano antropologicamente ormai di destra, non è certamente da imputare al caso se la quasi totalità del loro elettorato e dei loro quadri sia stata assorbita dal berlusconismo, assumendo spesso al suo interno le posizioni più reazionarie, anche rispetto agli “ex” fascisti. Hanno costoro rappresentato la traduzione italiana del reaganismo, hanno fatto assurgere la corruzione a stile di vita: al debito pubblico si è così sommato quello morale, con danni non meno ingenti.

Nel corso del tempo, studiando e curiosando, ho collocato nel craxismo l’epilogo della disgraziata storia del socialismo italiano. La principale pubblicazione che mi sovviene è, appunto, Ma l’idea non muore, Storia orgogliosa del socialismo italiano, di Giorgio Galli, poi rieditata col più prosaico titolo di Storia del socialismo italiano, o giù di lì. In quel saggio è descritta la fulminea ascesa di Craxi, che si era fatto largo a suon di citazioni di Trotzki e Rosa Luxemburg e, come Saragat, esatti 30 anni dopo, aveva perciò arruolato parte di quanto si muoveva a sinistra del Pci, che ora si identificava con la Nuova sinistra. Dal movimentismo libertario all’autoritarismo corrotto, il passo sarà breve. Certo, episodi come Sigonella erano ancora possibili: il mondo era diviso in blocchi e la sudditanza non aveva ancora raggiunto i livelli che si avranno nei decenni successivi, a causa però proprio della classe dirigente già allora in auge.

Con questo spirito mi sono recato al cinema. La pellicola è, detto da comune fruitore, bella. Si è scritto ormai tutto sulla bravura di Favino nel restituire il personaggio, quel suo tipico parlato con pause che, si disse, aveva mutuato da Mario Capanna.

Soggetto e sceneggiatura – va detto, non con spirito del tutto assolutorio – si incentrano, va da sé, sulla dimensione privata, sull’ascesa e rovina dell’individuo, al fine solo. E’ questo un fatto ovvio nella trattazione biografica ma le pur legittime e naturali letture psicologiche, che portano giocoforza ad empatizzare con il singolo, possono risultare fuorvianti nelle conclusioni, politiche o pubbliche che siano.

Craxi sembra uscirne romanticamente sconfitto ma occorre, purtroppo, ricalcolare questo bilancio. Egli, non a caso divenuto poi riferimento per i neofascisti ed i rossobruni, ha aperto la strada all’involuzione autoritaria e personalistica delle nostre istituzioni, ha messo, primo nella storia, il suo faccione sui manifesti del Psi, dopo avervi tolto la falce e martello e i riferimenti al marxismo, preferendogli, significativamente, Proudhon.

A ben vedere, il principio di tutta la melma venuta dopo e in cui oggi siamo pienamente impantanati.

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Riccardo Infantino – 2.1.2020

Le parole della Costituzione

Per il pezzo che propongo oggi prendo a prestito il titolo di una autorevole pubblicazione dell’Istituto Treccani, che in un volume degli anni Duemila analizza i 40 vocaboli cardine della carta costituzionale; in un intervento all’Accademia dei Lincei del 26 settembre 2019 Massimo Bray, il direttore dell’Istituto Treccani, ricorda quanto sia fondamentale l’insegnamento di quella che era chiamata Educazione Civica, ora Cittadinanza e Costituzione.

Iniziando dalla proposta di Aldo Moro alla Costituente nel 1947, reiterata nel 1976, due anni prima del suo assassinio, sulla necessità di introdurre nella scuola lo studio della Costituzione per creare cittadini responsabili e solidali, il relatore prosegue sottolineando come in un momento nel quale la carta costituzionale non solo viene attaccata, ma tacciata di parzialità ideologica, riprende le parole di don Luigi Ciotti:”In quanto legge fondamentale dello Stato la Costituzione non chiede solo “obbedienza” ma molto di più: corresponsabilità, ossia impegno ad essere liberi con gli altri e per gli altri”.

La parola chiave più importante è dunque responsabilità, abbinata al rapporto di fiducia tra Stato e cittadino, minato dalla corruzione; per fronteggiarla – continua l’intervento – non serve solo la sanzione penale, ma anche, e molto di più, l’educazione dei futuri cittadini attraverso uno studio della Costituzione che non si limiti ad una lettura degli articoli, ma che faccia vivere nella quotidianità i suoi princìpi (che come ben sappiamo sono contenuti nei suoi primi 11 articoli), in modo da non renderli una astratta materia di studio, soprattutto nella scuola superiore.

Attraverso la cultura (la base dell’articolo 9) si potrebbe realizzare una esperienza totale (mi verrebbe da dire globale ed immersiva) basata sulla praticità, attualità e coinvolgimento, parole chiave determinanti soprattutto in considerazione della fondamentale importanza che la Rete ha nel veicolare informazioni ed essere luogo di acculturazione politica che renda i diciottenni in grado di scegliere consapevolmente chi votare, identificando e scartando fake news e rigurgiti populisti o peggio ancora fascisti, magari travestiti da democrazia.

Volevo condividere con tutti voi questa densa riflessione (qui il testo), perché la trovo assai motivante per l’ANPI, in quanto associazione antifascista che attraverso l’azione diffusa dei suoi membri può concretamente contribuire a rimotivare i cittadini – e non solo i più giovani – a praticare la buona politica ed arginare il “fascismo del terzo millennio” non abboccando alle sue facili promesse di ordine e legalità a scapito dei diritti: nella Storia finisce sempre così.

Saluti antifascisti a tutt*

Riferimenti nel testo: interventoarticolo 9qui il testo

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 2.1.2020

Ma davvero non cambia nulla?

Inizio 2020…non proprio positivo, considerata la “coraggiosa” aggressione ai danni di Arturo Scotto a Venezia nella notte di Capodanno; pare proprio che il debutto non sia buono, anche in considerazione del fatto che solo un ragazzo è intervenuto – prendendosi pugni e calci – in difesa dell’aggredito, di fronte a centinaia di persone che non hanno mosso nemmeno un dito per intervenire, magari in gruppo, evitando forse il degenerare di quella che era partita come una lite verbale.

Sulla stampa e sui social network pioggia, anzi, diluvio di solidarietà per l’aggredito…va bene, di certo è un grande conforto in un momento in cui troppi italiani vengono convinti a pensare che il fascismo non è poi così cattivo ed antidemocratico come ce lo hanno sempre presentato…ma allora come invertire la rotta, come agire sulle coscienze addormentate da un nuovo duce cialtrone, per dirla con Pietro Terracina, sopravvissuto allo sterminio, in uno dei suoi ultimi incontri con i ragazzi?

Qui entriamo in campo noi cittadini comuni, attraverso il mezzo di comunicazione per eccellenza: la parola, soprattutto quella detta a chi incontri, persona nota o meno; ogni sillaba pronunciata a favore del rispetto tra gli esseri umani e contro il fascismo come forma mentale diffusa (quello è il vero nemico) potrebbe costituire il mattone di un argine contro la disumanizzazione dei rapporti interpersonali, esito inevitabile della logica di esclusione del dissenso e della sana critica al potere costituito e alla opinione che si spaccia come dominante; e che cosa è se non un atto repressivo e persecutorio l’arresto di Nicoletta Dosio, nota terrorist…pardon!…nota insegnante in congedo e leader NoTav, che in una lettera scritta subito dopo l’arresto incoraggia all’azione per una società diversa, che è di possibile realizzazione.

Un po’ come sostenne Erri De Luca, anche lui processato per l’appoggio ai NoTav, nel suo opuscolo La parola contraria; come si vede bene le cose possono cambiare, e magari non c’è neppure bisogno di gesti eroici eclatanti, ma di una azione quotidiana, capillare e diffusa.

Proviamoci tutti insieme.

Saluti antifascist* a tutti

Riferimenti: “coraggiosa” aggressione ; l’arresto di Nicoletta Dosio ; La parola contraria.

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