Didomenica 2020

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Riccardo Infantino – 22.2.2020

Il referendum sulla riduzione dei parlamentari visto da un ignorante

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L’ignorante, preciso subito, sono io…il lato positivo della ridda di opinioni e sparate in Rete e fuori sulla riduzione o meno del numero di parlamentari (siamo tutti costituzionalisti?…), al punto che tra non molto qualche bello spirito suggerirà l’uso del Corona virus per realizzare questo tanto sbandierato obiettivo, è il farmi sentire ignorante in materia di diritto costituzionale più di quanto lo sia già; questo ovviamente ha avuto come secondo effetto positivo la spinta a documentarmi per arricchire le mie scarse cognizioni in materia.

Risultato delle mie incompetenti ricerche: l’Italia è una democrazia parlamentare i cui deputati e senatori, in proporzione al territorio (per il Senato) ed al numero degli abitanti (per la Camera) sono delegati a gestire la sovranità popolare che ogni avente diritto al voto ha, sempre secondo la Costituzione.

Dato che uno dei presupposti della democrazia parlamentare è il bilanciamento dei poteri – piccoli e grandi – tra di loro, al fine di evitare pericolose concentrazioni nelle mani di uno o più individui, si calcola il numero dei parlamentari secondo un criterio di ragionevole distribuzione e di efficace rappresentanza del numero di elettori che fa capo ad ogni eletto, in modo da garantire la effettiva presenza dei cittadini nelle decisioni che vengono prese in parlamento.

Riducendo in modo significativo il numero dei parlamentari si aumenta di parecchio il numero di elettori che fanno capo ad ogni singolo deputato o senatore, in aperta contraddizione con il principio del bilanciamento dei poteri – piccoli e grandi – di cui sopra: un numero ridotto di rappresentanti dei cittadini comporterebbe una maggiore possibilità, per la maggioranza che di volta in volta sia al governo, di indebolire la indispensabile funzione della opposizione.

Una cosa poi mi insospettisce, e parecchio: chi sostiene il taglio dei parlamentari invoca risparmi corposi sul bilancio pubblico e magari procedure più rapide nella discussione delle leggi e nella gestione della cosa pubblica; da un punto di vista quantitativo siamo intorno a percentuali minime, che non risolverebbero certo il problema dei costi di un apparato statale ingolfato da una serie di passaggi che generano ognuno un costo per la collettività.

Riguardo poi la maggiore velocità di gestione della vita pubblica…mi sbaglio, o era uno degli argomenti preferiti da un certo signore che dichiarava di assumersi, lui solo uomo al comando, il peso dell’Italia, al solo scopo di ripararne i guasti, quasi fosse un padre che con autorità provvede al bene dei propri figli in quel momento incapaci di risollevarsi da soli…ma il diritto di voto non si acquisisce alla maggiore età, quando si è ritenuti responsabili delle proprie azioni e dunque capaci di gestirsi per conto proprio?

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino – 15.2.2020

Memoria condivisa?

Nei giorni che hanno immediatamente preceduta e seguìta la data del 10 febbraio, il così detto Giorno del Ricordo, ho ascoltata non so più quante volte l’espressione “memoria condivisa”.

Confesso che non mi sono mai chiesto fino in fondo cosa possa essere, al di là dei valori fondamentali della nostra Costituzione (e già quello sarebbe davvero tanto), anche perché quello che viene fatto passare come memoria condivisa non sembra proprio essere tale.

Mi riferisco in particolare alla definizione di “tragedia delle foibe”, “morti da entrambe le parti” (Salò e Partigiani, nel caso specifico) e via di questo passo.

Una illuminazione me l’ha data il breve e denso intervento di Alessandro Barbero, che divide nettamente la Memoria e la Storia, facendo l’esempio di un uomo al quale i fascisti hanno fucilato il padre e l’opposto, una signora figlia di un gerarca, che difficilmente ricondurrebbe il proprio genitore alla essenza criminale tipica del fascismo: la loro memoria è, a livello personale, opposta, ma questo non può essere motivo – prosegue Barbero – per definire una banda di assassini i partigiani, dato che la Storia dimostra il contrario.

Lo stesso problema si pone se pensiamo agli anni di piombo: come li può ricordare il figlio di un carabiniere ucciso durante una azione delle Brigate Rosse, oppure quello di un brigatista morto in un conflitto a fuoco (magari dalla dinamica assai dubbia, come nel caso di Via Fracchia a Genova, ai tempi del generale Dalla Chiesa)?

Vivendo parte della mia vita in Rete – tento di fare attivismo digitale, per quanto sia possibile – ho incrociato su un social network il profilo di Barbara Balzerani, che delle Brigate Rosse fu parte attiva, scontando per questo numerosi anni di carcere.

Essendo curioso di avere notizie sul periodo che ho vissuto da studente di liceo (sono nato nel 1962) e da neo universitario le ho chiesto se ritenesse giusto aver ucciso, in nome di un ideale rivoluzionario (si può dissentire con il partito armato, ed io sono uno di quelli, ma è innegabile che lo scopo dichiarato dai brigatisti fosse l’avvento del comunismo).

Lei mi ha risposto che a differenza delle stragi nere (e proprio in questi giorni si è concluso il quarantennale iter delle indagini sulla strage di Bologna, con la esplicita dichiarazione di mandanti, depistatori ed esecutori) le BR uccidevano solo personaggi in vista collusi con quello stato borghese che dicevano di voler combattere.

Le ho fatto notare che in realtà i morti della scorta di Moro erano carabinieri in servizio, persone comuni in divisa (ovviamente mi è stato risposto che erano servi di uno stato nemico), e lì ho finito, capendo che una idea radicata non è proprio facile da mutare…

La cosa interessante di questo fortuito incontro digitale è stato il toccare con mano la divergente posizione su uno stesso fatto che entrambi gli interlocutori hanno vissuto: lei come parte del gruppo che rapì ed uccise Moro, io come spettatore poco più che adolescente, ma già convinto della inutilità dell’uso della violenza, fosse pure nel tentativo di abbattere un apparato statale repressivo (e lo era davvero).

Dunque avrebbe ragione Alessandro Barbero, negando la possibilità Di una memoria condivisa?

Non completamente, aggiungo…i fatti per come sono accaduti, li riporta alla luce la Storia, alla faccia dei tentativi di falsificazione vecchi e nuovi (foibe incluse…), poi ognuno li vive dal proprio punto di vista.

Quello che però resta, vorrei dire come bene comune, da curare e ravvivare tutti insieme, è il principio cardine della Costituzione: il rispetto per l’essere umano in quanto tale, e per il cittadino come depositario della sovranità popolare.

Su questo potremmo essere tutti concordi, non credete?

Saluti antifascisti a tutt*

Riferimenti: intervento di Alessandro Barbero – caso di Via Fracchia a Genova

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Riccardo Infantino – 26.1.2020

Oltre i citofoni

Dai comizi pubblici dell’era pre televisiva alle Tribune politiche della RAI degli anni Sessanta e Settanta e oggi alla Rete non sono mancati di certo i mezzi per una propaganda politica diffusa e incisiva.

Mai ci saremmo aspettati, noi gente comune, che anche i citofoni diventassero veicolo di propaganda elettorale…mi sono davvero divertito nel vedere le molteplici parodie del salviniano gesto: se citofonando (se lo sentisse la povera Mina!), meno male che siete Testimoni di Geova, pensavo fosse Salvini…e via di questo passo.

Personalmente sono convinto che con l’ironia si possa se non abbattere almeno incrinare un regime, e vorrei che in tanti bersagliassimo con ferocia satirica tutti quei comportamenti fascisti e razzisti che da episodi isolati stanno diventando abitudine quotidiana.

Siamo a questo punto di fronte ad un bivio: arginare la deriva fascista e razziale utilizzando la forza – i nostri padri partigiani furono costretti ad imbracciare la mitraglietta per scardinare il fascismo – oppure cercare di muoverci in massa in qualsiasi modo – anche scrivendo articoli su un giornale in Rete… – opponendo un risveglio di coscienze che mostri a tutti il vero disumano volto di comportamenti ormai non isolati – il pestaggio di gruppo di una ragazza omosex, la scritta “qui abita un ebreo” su un portone e via dicendo – che sono divenuti ormai la banalità del male.

Non sono così presuntuoso da avere la soluzione a portata di mano, voglio solo provocare e, se possibile, chiedere di sforzarsi per trovare una soluzione, dato che ormai non abbiamo più molto tempo per raddrizzare la nostra sofferente democrazia.

Saluti speranzosi ed antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino – 19.1.2020

Quando muore un giornalista

Era prevedibile che la scomparsa di Giampaolo Pansa provocasse una ridda di polemiche e reazioni contrastanti, di lode e di condanna; in fin dei conti la sua vita si è svolta all’insegna della contraddizione: da redattore conclamato di sinistra e filopartigiano a critico sempre più implacabile e detrattore della Resistenza in quanto tale.

Un documentato resoconto della sua vicenda mediatica lo ha fornito Tomaso Montanari in Micromega, evidenziando la progressiva e sempre più intensa opera di delegittimazione del movimento resistenziale, che è divenuto, di fatto (secondo Pansa), intoccabile ed inesplorabile nella sua parte oscura.

Risponde Guglielmo Federici sul Secolo d’Italia, tacciando Montanari di ignoranza e faziosità nei confronti di uno studioso che ha osato vedere dietro un oggetto mitico quale la Resistenza, dando visibilità a fatti di sangue (quello dei vinti) occultati nella loro terribilità.

Come sempre, quando incontro giudizi così opposti sono incitato a farmi una opinione mia…è una deformazione professionale, insegnando Storia (quella con la “S” maiuscola, che va vista da tutte le angolazioni possibili): confesso candidamente di aver letto poco di Pansa, ma mi ha colpito che in ogni sua affermazione è sempre stato assai avaro nel citare le fonti dalle quali dovrebbe aver prese le informazioni sui massacri e gli eccidi nascosti perpetrati dai partigiani…come mai?

Leggendo della morte di un essere umano provo istintivamente un grande cordoglio, è una vita che si spegne, non c’è niente da fare; subito dopo mi viene da chiedermi: come ha vissuto e che cosa ha fatto?

Da un punto di vista strettamente professionale si può definire uno che il suo mestiere lo conosceva bene (scandalizzatevi pure, ma una pratica giornalistica vasta come la sua l’hanno avuta in pochi, in qualunque direzione sia stata diretta); quello che mi sconcerta del suo agire è stato il repentino cambiamento di rotta, iniziato con Il sangue dei vinti (del 2003) e proseguito in tutti gli anni successivi.

 

In tutta sincerità mi sembra di avere di fronte un rivoluzionario pentito che inevitabilmente finisce per diventare più realista del re; non mi interessa discutere se questo repentino cambio di rotta sia avvenuto per convenienze di tipo economico o ideologico, quanto far notare che nessuno, lui per primo, abbia considerato che i supposti episodi di violenza individuale e collettiva fossero da inquadrare in un contesto di vessazione fascista fatta di omicidi, torture e quant’altro, protrattasi per anni ed anni…ecco come si genera quella che nelle sue opere viene definita la caccia al fascista negli anni 1945-1946, e la successiva – sempre a suo dire – indebita santificazione della Resistenza in Italia e non solo.

Lo studio della Storia (di nuovo quella con la “S” maiuscola) impone di inserire ogni fatto, per quanto terribile, nel contesto che lo ha generato, pena il non capirlo e comprenderlo fino in fondo; le polemiche pro e contro Pansa mi rammentano subito quelle sui fatti di Piazzale Loreto, uno degli episodi più gettonati dalla ultra destra (e non solo) per dimostrare la disumanità dei partigiani.

Basterebbe andare a vedere un pochino in profondità e si scoprirebbe che i cadaveri di Mussolini, di Claretta Petacci e dei gerarchi che vennero appesi per i piedi e coperti di sterco non furono deturpati dai partigiani, ma strappati a loro dalla folla dei milanesi inferociti, perché otto mesi prima furono costretti ad assistere allo scempio di altri cadaveri, quelli di tredici partigiani fucilati e lasciati all’aria aperta su quella piazza, sotto lo sguardo dei familiari (e il partigiano Sandro Pertini intervenne per far cessare lo strazio dei cadaveri, nemici ormai morti).

Preferisco a questo punto, lo devo proprio dire, la parabola giornalistica di un vecchio fascista come Indro Montanelli, che nel suo essere reazionario e non di rado ipercritico nei confronti delle istituzioni repubblicane ha sempre perseguita una coerenza di pensiero e di orientamento politico, nella sua diretta e a volte brutale sincerità.

Saluti più che antifascist* a tutti

Riferimenti: scomparsa di Giampaolo Pansa – documentato resoconto – Risponde Guglielmo Federici – Il sangue dei vinti

 

L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso, persona seduta Silvio Antonini 19.1.2020

HAMMAMET.

Ce l’ho fatta a vederlo, e proprio a ridosso del 20° della morte del protagonista. Se solo penso, per es., ad una discografia sui brani contro Craxi che hanno segnato la mia formazione politico-culturale non la finisco più. Craxi era il nemico: “Chi non salta socialista è”, si intonava nei momenti collettivi. Già: Craxi aveva reso epiteto un’aggettivazione nobile; i “socialisti” anni ’80 – inizi ’90 erano antropologicamente ormai di destra, non è certamente da imputare al caso se la quasi totalità del loro elettorato e dei loro quadri sia stata assorbita dal berlusconismo, assumendo spesso al suo interno le posizioni più reazionarie, anche rispetto agli “ex” fascisti. Hanno costoro rappresentato la traduzione italiana del reaganismo, hanno fatto assurgere la corruzione a stile di vita: al debito pubblico si è così sommato quello morale, con danni non meno ingenti.

Nel corso del tempo, studiando e curiosando, ho collocato nel craxismo l’epilogo della disgraziata storia del socialismo italiano. La principale pubblicazione che mi sovviene è, appunto, Ma l’idea non muore, Storia orgogliosa del socialismo italiano, di Giorgio Galli, poi rieditata col più prosaico titolo di Storia del socialismo italiano, o giù di lì. In quel saggio è descritta la fulminea ascesa di Craxi, che si era fatto largo a suon di citazioni di Trotzki e Rosa Luxemburg e, come Saragat, esatti 30 anni dopo, aveva perciò arruolato parte di quanto si muoveva a sinistra del Pci, che ora si identificava con la Nuova sinistra. Dal movimentismo libertario all’autoritarismo corrotto, il passo sarà breve. Certo, episodi come Sigonella erano ancora possibili: il mondo era diviso in blocchi e la sudditanza non aveva ancora raggiunto i livelli che si avranno nei decenni successivi, a causa però proprio della classe dirigente già allora in auge.

Con questo spirito mi sono recato al cinema. La pellicola è, detto da comune fruitore, bella. Si è scritto ormai tutto sulla bravura di Favino nel restituire il personaggio, quel suo tipico parlato con pause che, si disse, aveva mutuato da Mario Capanna.

Soggetto e sceneggiatura – va detto, non con spirito del tutto assolutorio – si incentrano, va da sé, sulla dimensione privata, sull’ascesa e rovina dell’individuo, al fine solo. E’ questo un fatto ovvio nella trattazione biografica ma le pur legittime e naturali letture psicologiche, che portano giocoforza ad empatizzare con il singolo, possono risultare fuorvianti nelle conclusioni, politiche o pubbliche che siano.

Craxi sembra uscirne romanticamente sconfitto ma occorre, purtroppo, ricalcolare questo bilancio. Egli, non a caso divenuto poi riferimento per i neofascisti ed i rossobruni, ha aperto la strada all’involuzione autoritaria e personalistica delle nostre istituzioni, ha messo, primo nella storia, il suo faccione sui manifesti del Psi, dopo avervi tolto la falce e martello e i riferimenti al marxismo, preferendogli, significativamente, Proudhon.

A ben vedere, il principio di tutta la melma venuta dopo e in cui oggi siamo pienamente impantanati.

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Riccardo Infantino – 2.1.2020

Le parole della Costituzione

Per il pezzo che propongo oggi prendo a prestito il titolo di una autorevole pubblicazione dell’Istituto Treccani, che in un volume degli anni Duemila analizza i 40 vocaboli cardine della carta costituzionale; in un intervento all’Accademia dei Lincei del 26 settembre 2019 Massimo Bray, il direttore dell’Istituto Treccani, ricorda quanto sia fondamentale l’insegnamento di quella che era chiamata Educazione Civica, ora Cittadinanza e Costituzione.

Iniziando dalla proposta di Aldo Moro alla Costituente nel 1947, reiterata nel 1976, due anni prima del suo assassinio, sulla necessità di introdurre nella scuola lo studio della Costituzione per creare cittadini responsabili e solidali, il relatore prosegue sottolineando come in un momento nel quale la carta costituzionale non solo viene attaccata, ma tacciata di parzialità ideologica, riprende le parole di don Luigi Ciotti:”In quanto legge fondamentale dello Stato la Costituzione non chiede solo “obbedienza” ma molto di più: corresponsabilità, ossia impegno ad essere liberi con gli altri e per gli altri”.

La parola chiave più importante è dunque responsabilità, abbinata al rapporto di fiducia tra Stato e cittadino, minato dalla corruzione; per fronteggiarla – continua l’intervento – non serve solo la sanzione penale, ma anche, e molto di più, l’educazione dei futuri cittadini attraverso uno studio della Costituzione che non si limiti ad una lettura degli articoli, ma che faccia vivere nella quotidianità i suoi princìpi (che come ben sappiamo sono contenuti nei suoi primi 11 articoli), in modo da non renderli una astratta materia di studio, soprattutto nella scuola superiore.

Attraverso la cultura (la base dell’articolo 9) si potrebbe realizzare una esperienza totale (mi verrebbe da dire globale ed immersiva) basata sulla praticità, attualità e coinvolgimento, parole chiave determinanti soprattutto in considerazione della fondamentale importanza che la Rete ha nel veicolare informazioni ed essere luogo di acculturazione politica che renda i diciottenni in grado di scegliere consapevolmente chi votare, identificando e scartando fake news e rigurgiti populisti o peggio ancora fascisti, magari travestiti da democrazia.

Volevo condividere con tutti voi questa densa riflessione (qui il testo), perché la trovo assai motivante per l’ANPI, in quanto associazione antifascista che attraverso l’azione diffusa dei suoi membri può concretamente contribuire a rimotivare i cittadini – e non solo i più giovani – a praticare la buona politica ed arginare il “fascismo del terzo millennio” non abboccando alle sue facili promesse di ordine e legalità a scapito dei diritti: nella Storia finisce sempre così.

Saluti antifascisti a tutt*

Riferimenti nel testo: interventoarticolo 9qui il testo

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Riccardo Infantino – 2.1.2020

Ma davvero non cambia nulla?

Inizio 2020…non proprio positivo, considerata la “coraggiosa” aggressione ai danni di Arturo Scotto a Venezia nella notte di Capodanno; pare proprio che il debutto non sia buono, anche in considerazione del fatto che solo un ragazzo è intervenuto – prendendosi pugni e calci – in difesa dell’aggredito, di fronte a centinaia di persone che non hanno mosso nemmeno un dito per intervenire, magari in gruppo, evitando forse il degenerare di quella che era partita come una lite verbale.

Sulla stampa e sui social network pioggia, anzi, diluvio di solidarietà per l’aggredito…va bene, di certo è un grande conforto in un momento in cui troppi italiani vengono convinti a pensare che il fascismo non è poi così cattivo ed antidemocratico come ce lo hanno sempre presentato…ma allora come invertire la rotta, come agire sulle coscienze addormentate da un nuovo duce cialtrone, per dirla con Pietro Terracina, sopravvissuto allo sterminio, in uno dei suoi ultimi incontri con i ragazzi?

Qui entriamo in campo noi cittadini comuni, attraverso il mezzo di comunicazione per eccellenza: la parola, soprattutto quella detta a chi incontri, persona nota o meno; ogni sillaba pronunciata a favore del rispetto tra gli esseri umani e contro il fascismo come forma mentale diffusa (quello è il vero nemico) potrebbe costituire il mattone di un argine contro la disumanizzazione dei rapporti interpersonali, esito inevitabile della logica di esclusione del dissenso e della sana critica al potere costituito e alla opinione che si spaccia come dominante; e che cosa è se non un atto repressivo e persecutorio l’arresto di Nicoletta Dosio, nota terrorist…pardon!…nota insegnante in congedo e leader NoTav, che in una lettera scritta subito dopo l’arresto incoraggia all’azione per una società diversa, che è di possibile realizzazione.

Un po’ come sostenne Erri De Luca, anche lui processato per l’appoggio ai NoTav, nel suo opuscolo La parola contraria; come si vede bene le cose possono cambiare, e magari non c’è neppure bisogno di gesti eroici eclatanti, ma di una azione quotidiana, capillare e diffusa.

Proviamoci tutti insieme.

Saluti antifascist* a tutti

Riferimenti: “coraggiosa” aggressione ; l’arresto di Nicoletta Dosio ; La parola contraria.

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