Didomenica e dintorni

 

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Riccardo Infantino – 20.6.2019

Gli esami non finiscono mai…

Così diceva Eduardo De Filippo nella omonima commedia, in riferimento agli esami della vita, successivi a quelli universitari.

Mentre i miei ex alunni (e tutti gli altri ragazzi dell’ultimo anno delle superiori) affrontano, dopo la vendittiana e presumibilmente agitata notte prima degli esami, il primo vero grande impegno mi trovo a scrivere questo articolo il 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato – per la quale il presidente Mattarella ha ricordato l’articolo 10 della Costituzione, che garantisce il diritto di asilo se nel proprio paese si corra pericolo – e non posso fare a meno di pensare ad un bel ciclo di lezioni che facemmo con i miei alunni, alcuni anni fa, sulle tanto vituperate ONG, in particolare su Amnesty ed il suo progetto I Welcome, finalizzato ad una politica di accoglienza concreta e gestita da tutti i paesi coinvolti nei flussi migratori.

Tanto per non smentirmi quest’anno ho parlato ai “pischelletti” delle prime (ebbene si, a quattordici anni sono capaci di capire cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare…) dei princìpi alla base del Manifesto di Ventotene: sovranità popolare, solidarietà tra i paesi europei e soprattutto accoglienza verso chi fuori dall’Europa proviene…

Mi ha fatta sorridere l’affermazione del ministro Bussetti, secondo lui l’Educazione Civica (che oggi pomposamente viene definita Cittadinanza e Costituzione…) deve avere uno spazio a parte nella scuola (e qualche altro ministro tace a queste parole…): caro ministro, quello che lei si auspica avviene da sempre, altrimenti come farebbero ad uscire dalla scuola ex alunni che poi vanno a ricoprire ruoli importanti nelle istituzioni?

Tornando agli esami che non finiscono mai possiamo considerare come tali quelli che mettono ogni giorno alla prova la capacità del singolo italiano di prendersi cura della Carta Costituzionale e dei diritti inalienabili che in essa sono contenuti; se chiedessimo alle personi comuni come voi e me cosa sia il principio di eguaglianza, a fondamento degli articoli 2 e 3 della Carta, di sicuro più di uan ci risponderebbe, ma se continuassimo ponendo la domanda su chi deve garantirli la risposta più probabile sarebbe: le istituzioni, lo Stato, il Governo e via di questo passo.

Le nostre madri ed i nostri padri costituenti fecero terminare questi due articoli (ed il quarto, sul tanto sofferto diritto al lavoro…) specificando che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono l’attuazione dei diritti.

La Repubblica siamo noi tutti, dal Capo dello Stato al cittadino nelle condizioni più disagiate e al migrante che è nato in Italia o che è arrivato in un secondo momento, ma non ha ancora la cittadinanza, e magari lavora contribuendo allo sviluppo del paese anche lui…

Ognuno è dunque sotto esame ogni giorno sul come e sul quanto contribuisce a rimuovere le condizioni che rendano impossibile o molto difficile l’attuazione concreta dei diritti di cui sopra, magari cercando di non dare appoggio a chi proprio del calpestare quei diritti fa un metodo di cattura dei consensi.

La sovranità popolare è esattamente questo: tutti abbiamo la nostra particella di potere decisionale attraverso il voto, come singolo e come gruppo di elettori, e l’esame più severo sono gli esiti dell’azione che dà affidamento a chi ci dovrebbe rappresentare, se alla fine agisce rispettando i princìpi di umanità oppure se li fa annegare in un barcone per realizzare l’illusoria sicurezza dell’uomo solo al comando, colui che porterà ad uno sfavillante futuro il paese…sveglia cari italiani, gli esami non finiscono mai…

Saluti antifascisti a tutt*

Riferimenti nel testo: l’articolo 10 della Costituzione , I Welcome , Manifesto di Ventotene

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Riccardo Infantino – 14.6.2019

Democrazia reale e Rete

Mai come in questo periodo è fondamentale percepire tutta la profondità e la forza civile dell’articolo 21 della nostra Costituzione, che garantisce il diritto per tutti (si intende tutti gli esseri umani, non solo tutti i cittadini…) di esprimere il proprio pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Così come è fondamentale il diritto di connessione, che Stefano Rodotà voleva inserire nella carta costituzionale, dato che quelli che erano un tempo due mondi separati (reale e virtuale) ora non lo sono affatto.

Ovviamente la politica ed i meccanismi elettorali si sono spostati anche nel web, e Mario Del Co, economista, ci propone una notevole riflessione sulla vera o presunta democrazia della Rete.

La domanda forte è: Internet ci ha resi cittadini ed elettori più liberi e consapevoli, o piuttosto stiamo lentamente scivolando verso un nuovo e globale meccanismo di controllo di massa, soprattutto in occasione delle consultazioni elettorali (le europee ultime, ad esempio)?

La risposta, come per ogni elemento della Rete, può essere duplice; il maggior pericolo per la democrazia che funziona è la individualizzazione totale ed isolata che si rischia di acquisire accaparrando (o tentando di accaparrare) quella marea di informazioni che la Rete stessa ci offre (ma che non sono spesso attendibili…), illudendoci di acquisire una maggiore consapevolezza – magari nella scelta di un candidato da votare – mentre invece si rischia la mutazione in monadi volutamente non comunicanti con gli altri (noi siamo i più informati, anche dei candidati o di chi è già stato eletto, non è vero?…) o, nel migliore dei casi, in gruppi che si autoghettizzano convinti di avere la Verità “grazie” ad una autentica bulimia digitale di informazione (e non di comunicazione…).

Zygmunt Baumann, in tempi non sospetti di pervasività della Rete, intitolò un suo saggio La solitudine del cittadino globale: due termini in contrasto, evidentemente.

Se è vero che la democrazia nel senso più autentico di potere del popolo, di sovranità popolare, si basa sul rapporto di fiducia che l’elettore instaura con chi elegge lui insieme agli altri, e sul rispetto di quanto promesso in campagna elettorale (ricorda qualcosa?…), allora bisognerebbe concludere che quello che abbiamo visto negli ultimi anni in Rete – mi riferisco in particolare al fenomeno delle fake news prodotte a livello industriale e dei sondaggi concepiti per pilotare le scelte degli elettori – non è l’esercizio del diritto – dovere del voto, ma un’altra cosa, bruttissima, il così detto “capitalismo di sorveglianza”, che attraverso Google e pochi altri colossi social (privati) di Internet realizza per ciascun cittadino un profilo di comportamento atto a realizzare una analisi predittiva di ciò che faremo in Rete e di come lo faremo, per poi orientarlo non certo a nostro vantaggio (le campagne elettorali di Trump e dei suoi fedeli seguaci e discepoli sono illuminanti al riguardo).

Sono un assiduo frequentatore ed utilizzatore della Rete, soprattutto a fini di attivismo umanitario e politico, e nutro la profonda convinzione che sia possibile ribaltare questa cyber dittatura – nella quale si è contenti di essere – applicando i princìpi costituzionali di responsabilità del cittadino e dell’amministratore eletto dai cittadini al web, altrimenti resterà una brutta copia del mondo “fisico”, dove troppo spesso comanda la finanza e non il voto dei cittadini.

Saluti dalla Rete e dal mondo “reale”, sempre antifascisti, a tutt*

richiami:

articolo 21 , diritto di connessione , Mario Del Co , La solitudine del cittadino globale , capitalismo di sorveglianza

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Riccardo Infantino – 7.6.2019

Credere alle favole

Sigmund Freud in più di una sua opera parla della capacità della psiche umana di autoingannarsi a livello inconscio e cosciente (vedi ad esempio Psicopatologia della vita quotidiana). Riportando la cosa a livello politico generale dopo le ultime consultazioni potremmo formulare una diagnosi di amnesia storica a medio e lungo termine, che ha portato alla disponibilità a credere che la risoluzione dei problemi stratificati del paese passi attraverso chi, con il suo stato di bisogno assoluto, ci mette davanti (sarebbe meglio dire sbatte in faccia ) le nostre responsabilità come paese e come singoli cittadini di quanto sta accadendo dentro e fuori dall’Italia; due esempi lampanti: il conflitto yemenita combattuto con le armi made in Italy e la crescita netta ed estesa dei consensi a tesi di tipo quanto meno autoritario e discriminatorio. Quando e come scatta il meccanismo dell’auto inganno? Nel momento in cui ci si accorge che sovranità popolare e libertà non sono date per scontate nella nostra cultura, ma vanno praticate (andando a votare, ad esempio…) e difese nel quotidiano attraverso una azione capillare e costante. A questo punto si accusa la fatica del mantenere viva e vegeta la democrazia e gli inalienabili diritti a lei connessi (uno a caso, quello di informazione…) e si cerca in quale modo evitarla la fatica o meglio, chi possa farla al posto tuo, lasciandoti vivere in pace. Si, perché altrimenti non si spiegherebbe il consenso che una parte dell’elettorato (quelli che si scomodano ad andare alle urne, non chi si astiene e poi magari si lamenta di come vanno le cose, poteva parlare invece di tacere, non trovate?) tributa a chi dice alla folla ciò che vorrebbe sentirsi dire. L’importante non è che la fiducia ottenuta sia fondata su basi solide, ma che ogni volta si escogiti un mostro che si deve combattere, così da mantenerla…fino a quando l’elettorato capirà che si tratta di fole impossibili da mantenere, e si rivolgerà ad un nuovo contafavole (o contaballe?), che prometterà di investire tutte le proprie energie per il bene di tutto il paese, per questo gli si deve lasciare campo libero e non guardare troppo per il sottile, non ce n’è il tempo… La favola consiste proprio in questo: tu mi dai pieni poteri e facoltà di gestire e limitare i tuoi diritti ed io ti risolvo una volta per tutte emergenza criminalità, sanitaria e perfino lavorativa! La Costituzione però alle favole non crede: non parla di leader carismatici, ma di popolo sovrano che esercita i propri diritti attraverso il voto e si prepara a diventare insieme di cittadini attraverso una buona istruzione ed esempi concreti di rispetto dei valori civili. Chiedo troppo?

Saluti antifascisti e consapevoli a tutt*

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Riccardo Infantino – 31.5.2019

Campi di rieducazione

Non preoccupatevi, non voglio ricostruire i lontani campi di lavoro e di “acculturazione” dell’epoca maoista, ma immaginare (almeno questo non può essere impedito o limitato da un qualche decreto legge “urgente”…) un campo di rieducazione alla cittadinanza ed alla responsabilità civile.

In questo utopico (forse?) luogo vengono accolti quelli che, ad esempio, non vanno a votare (ingrossando le fila del partito più pericoloso, quello degli astenuti), e vengono sottoposti ad un test di ammissione (avete presenti quelli per entrare in una facoltà come Medicina?) sui diritti umani fondamentali: se lo superano saranno inviati in una sezione del campo dove potranno conservare tutti i diritti fondamentali, quale la libertà di informazione e di espressione, quella di manifestare e di muoversi (sempre e comunque all’interno del campo, grande ma recintato…), ma vedranno, attraverso un sistema di videosorveglianza, quello che accade nell’altra sezione: quella dove vengono ospitati coloro i quali non superano la prova all’entrata.

Questi “fortunati” vengono privati della cittadinanza, dei diritti di parola, delle libertà fondamentali e il loro compito è far vedere (attraverso il sistema di videosorveglianza di cui sopra) agli altri ospiti del campo cosa significhi vivere in condizioni di schiavitù civile, conseguentemente al loro non aver fatta sentire la propria voce alle elezioni, perché tanto non sarebbe cambiato nulla…

In che modo uscire da questa infelice condizione?

Nel campo sono previsti sugli ospiti privati dei diritti controlli che mirano a vedere se si siano riappropriati della coscienza di cittadini e dei diritti propri e altrui, ad esempio aiutando i compagni in difficoltà ed ascoltandoli con attenzione mentre esprimono il proprio parere sul regime coatto al quale sono sottoposti, ma soprattutto se mostrano di aver maturata la consapevolezza che la perdita di tutti i diritti è stata causata dall’avere taciuto non utilizzando la scheda elettorale.

Gli altri, vedendo tutto questo, saranno lasciati liberi dietro la formale promessa di divulgare le vicende alle quali hanno assistito e di non astenersi di nuovo dal voto, pena il rientro nel campo di rieducazione.

Credete sia una utopia o una circostanza che si possa davvero realizzare?

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino – 26.5.2019

Massa critica

Considerando i numerosi eventi verificatisi in questi giorni – la vicenda di Mimmo Lucano e di Riace riammessa nel circuito SPRAR, l’archiviazione della vergognosa inchiesta sulle ONG e non ultimo il provvedimento che ha colpita l’insegnante di Palermo, mi fanno pensare al concetto di massa critica.

Si tratta di una concentrazione che portata a valori molto grandi fa sí che la quantità divenga qualità, provocando una alterazione significativa di un sistema.

I fatti di cui sopra hanno smossa una cospicua parte della pubblica opinione, soprattutto per Mimmo Lucano, se non altro grazie allo scalpore che hanno provocato (l’ importante è che se ne parli, si diceva una volta…).

Nella assurda vicenda della docente palermitana, sospesa per 15 giorni perché giudicata rea di omessa sorveglianza, non avendo rimossa (stavo per scrivere “censurata”…) una diapositiva da una presentazione dei suoi alunni, che accostava le leggi razziali del 1938 al pacchetto sicurezza bis di recente proposta, praticamente tutti noi insegnanti abbiamo fatto quadrato intorno alla collega con flash mob e letture a scuola degli articoli 21 e 33 della Costituzione (libertà di espressione e di insegnamento, a quanto pare divenuti materiale che scotta…)…in altre parole siamo divenuti massa critica…

Confidando nella giustizia delle istituzioni piú che nei singoli che di volta in volta le rappresentano sono moderatamente ottimista nello sperare in una positiva conclusione della faccenda…e nella possibilità che domani dalle urne elettorali esca l’Europa del Manifesto di Ventotene (quella dei ponti) e non quella di Orbàn e dei suoi amici italiani e non…

Saluti antifascisti a tutt*

 

 Gabriele Busti – 24.5.2019

Quel periodo è finito

Sono socialdemocratico costituzionale e keynesiano, credo che la libera impresa individuale sia un diritto inalienabile dell’essere umano, allo stesso tempo so per certo che il capitalismo tende al monopolismo perché la natura umana ha una parte ferina che spinge alla sopraffazione. Credo che il libero mercato vada in ogni modo regolato e temperato per evitare che la forbice sociale si allarghi, che debba esistere un’organizzazione politica legittimata a porre argine alle derive della competizione economica, è fondamentale che la ricchezza vada redistribuita, che siano garantite pari condizioni ai più svantaggiati. Credo che la cultura, il sapere e l’istruzione siano ancora i mezzi migliori per far sì che questo avvenga. La socialdemocrazia che ho appena disegnato è stata in parte realizzata dalle democrazie europee nel periodo che intercorre tra la fine della seconda guerra mondiale e il muro di Berlino: istruzione, sanità, welfare state, servizi, distribuzione e condivisione della ricchezza, corpi intermedi, libertà di accesso all’informazione. Gli stati europei, sotto minaccia del socialismo, furono costretti a democratizzare le loro società concedendo diritti sociali (del tutto assenti in ambito statunitense) accanto a quelli civili (assenti in URSS). Questo periodo è finito, sono cambiate le condizioni geopolitiche, economiche, sociali e culturali che lo hanno prodotto, ma il modello di progresso è stato il più avanzato che una civiltà umana abbia mai elaborato su questa terra. Va difeso strenuamente, ogni arretramento si pagherà carissimo, stiamo già pagando, stiamo già arretrando.

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Riccardo Infantino – 16.5.2019

L’occhiale della Storia

In questi giorni resi folli dalle proposte che riguarderebbero la sicurezza e la legalità, ed il consenso forte guadagnato facendo leva sulla paura collettiva, ho riletti due documenti che ritengo caratterizzanti gli orientamenti fondamentali dei nostri anni, la tendenza a reagire comunque in una ottica conflittuale, pensando di essere chiamati a combattere una guerra, pena l’annientamento dei nostri valori, e quella che invece va alla ricerca dell’origine dei conflitti attraverso la conoscenza e, se possibile, il dialogo.

Mi riferisco (qualcuno lo avrà magari già capito) alle due opposte riflessioni che seguirono il crollo delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 (attentato sul quale, voglio essere chiaro, nutro tutt’ora profondi dubbi, ma questo esula dal discorso che vorrei affrontare) espresse da Oriana Fallaci (in un lunghissimo articolo – saggio del 29 settembre 2001 sul Corriere della Sera, Rabbia e Orgoglio) e da Tiziano Terzani, che in una lettera aperta risponde alla sua concittadina.

Andando a rivedere quello che la giornalista scrisse quasi subito dopo l’11 settembre mi sembrava di sentire quello che ascolto e leggo oggi, a distanza di 18 anni, riguardo il mondo islamico orientale: arretrato, violento, negatore dei diritti umani, ma soprattutto pericoloso per il – magari in parte – civilizzato Occidente (l’autrice, scomparsa nel 2006, si riferiva in particolare all’America ed all’Italia, dicendo che non voleva assistere alla sua invasione) perché non avendo valutato in tempo il suo intendimento di conquista (viene definito dalla Fallaci una crociata al contrario) e di annichilimento della nostra cultura poteva, a questo punto, rendersi necessaria una guerra culturale e non contro una civiltà incompatibile con quella cristiana occidentale.

Confesso che quando lessi l’articolo all’epoca rimasi di stucco: una donna che avevo ammirato come testimone delle deformazioni e delle violenze del mondo capitalistico esprimeva tesi conformi al pensiero di George Bush junior, che parlò della necessità di guerra preventiva infinita contro il terrorismo di matrice islamica (e infatti di lì a poco scattò l’invasione dell’Afghanistan, che evidentemente aveva bisogno, di fronte alla pubblica opinione, di essere quanto meno giustificata nella sua violazione sistematica di ogni diritto umano e costituzionale).

La replica dignitosa e piena di rispetto di Tiziano Terzani non si fece attendere: nella lettera aperta dell’ottobre 2001 il giornalista (amico di Oriana Fallaci) le rispose con un concetto tanto semplice quanto profondo: così come la guerra non si elimina con una guerra la violenza non si elimina con la violenza, ma con lo sforzo non di giustificare, ma di capire le ragioni che portano a tragedie come quella, senza cadere nella trappola dell’inevitabile scontro di civiltà e di concezioni morali religiose o politiche, atteggiamento che nella Storia (quella che alla fine porta a galla tutte le menzogne di regime e di mercato) ha condotto parti cospicue del genere umano a desiderare l’annientamento di altri simili considerati un pericolo da debellare prima che possa fare lo stesso con noi.

Seguendo la curiosità ed il desiderio di sapere – la dote principale che un insegnante deve possedere, pena il rischio di introdurre nelle teste dei propri alunni idee preconfezionate degne del migliore pensiero unico, qualche anno fa lessi il Corano, e non trovai nessuna menzione esplicita al fatto che una eventuale morte suicida contro i non musulmani portasse dritto il kamikaze nel paradiso di Allah…evidentemente, come è accaduto nel Vangelo per il “costringili ad entrare” della parabola del banchetto nel Vangelo di Luca 14,23, in riferimento agli invitati dal ricco padrone di casa che non volevano saperne di partecipare alla cena da lui offerta, c’è stata una forzatura di significato: come Jihad non vuole dire “guerra santa”, ma sforzo di diffusione e convincimento nell’accogliere la parola coranica, così “costringi ad entrare” non contempla l’uso della forza per invitare i non cristiani al banchetto della fede, o a rientrarci se si fossero allontanati (quelli definiti eretici, insomma).

 Il sentimento di paura verso i non cristiani e i non italiani, ottimo mezzo per creare consensi fino a quando ci sarà che abboccherà come un pesce all’amo, poggia sulla non conoscenza dei fatti e delle motivazioni che spingono gli esseri umani ad affrontare viaggi di alcuni anni con la totale incertezza sull’arrivare vivi (molti profughi muoiono attraversando il deserto, prima ancora di annegare davanti alle nostre coste o per le torture in un lager libico).

La mia speranza come cittadino e come antifascista è quella di poter fornire un minimo contributo alla lotta non violenta necessaria non per opporsi ad una cultura incompatibile con la nostra (ma le culture sono davvero contrapposte?), ma per capire e convivere.

 Oriana Fallaci è scomparsa nel 2006, Tiziano Terzani nel 2004: in una Italia dove ormai migliaia di cittadini sono di origini romene, albanesi, cinesi, nordafricane, senegalesi o nigeriane cosa avrebbero detto e scritto i due giornalisti?

 Saluti multietnici ed antifascisti a tutt*

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 Gabriele Busti – 16.05.2019

Una insegnante di Palermo

Un’insegnante palermitana di sessantatre anni e con quarant’anni di servizio è stata sospesa per due settimane dal lavoro perché alcuni suoi alunni, in un PowerPoint programmato durante la giornata della memoria, hanno accostato le disposizioni di Salvini sui migranti all’attività di Hitler. Il provvedimento disciplinare è partito dall’ufficio scolastico provinciale e prevede il dimezzamento dello stipendio. L’accusa è di non aver vigilato sui contenuti di un documento prodotto autonomamente dagli alunni. Costoro, interrogati a riguardo, pare si siano assunti la responsabilità dell’accostamento.
Mie personali opinioni a riguardo:
– l’accostamento, proprio perché pesante, va contestualizzato e discusso, in primis coi ragazzi. La censura disciplinare dà un segnale diametralmente opposto: l'”errore” è sancito da un ufficio amministrativo, ogni discussione troncata sul nascere. Provvedimento grave, dal sapore vagamente minatorio, ma togliamo pure il vagamente: è stata punita per non essersi dissociata dalle critiche. (nel merito, il sott. pensa che accostare Salvini a Hitler sia sbagliato)
– la vicenda evidenzia in modo neanche troppo paradossale l’assurda frattura fra scuola e realtà che tanti di noi stanno vivendo: a scuola devi stare attento anche a respirare, si vive praticamente sotto ricatto: per garantire la privacy non puoi più neanche far scrivere nome e cognome sopra un compito in classe, per ogni insufficienza sei a rischio ricorso: vengono gli ispettori, aprono le carte, trovano una firma mancante e sono cazzi tuoi; un pargolo si ubriaca in gita e al ritorno ti trovi gli avvocati in presidenza, devi stare attento a tutto quello che dici e che fai, andarci cauto con le battute, farti una bella pera giornaliera di politicamente corretto, tenere i nervi a posto, in ogni modo garantire la sorveglianza ovvero controllare che non rubino, non spaccino, non fumino, non si picchino, non si minaccino, non si ammalino, non abbiano crisi e se ne tornino sani a casa loro, e sono quasi trenta per classe.
Fuori dalla scuola, invece, in questo nostro bel mondo reale e virtuale, ciascuno sembra poter fare e dire tutto quello che gli passa per la capa, financo guardarsi, in tutta tranquillità, il video di uno stupro nella chat di un gruppo studentesco.

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Riccardo Infantino – 11.5.2019

Del modo di parlare del proibito senza citarlo apertamente

Perdonatemi il titolo molto molto letterario, ma mi sto preparando ( e non credo di essere il solo…) ad un prossimo futuro in cui, come molte altre volte è accaduto nella storia recente e meno recente, si aveva (o si ha?…) la necessità di sfuggire ed ingannare una occhiuta censura (magari un controllo di massa?…) parlando per metafore di determinati argomenti o persone che non era prudente, per la propria salute psicofisica, nominare in modo esplicito.

Perdonate anche la mia deformazione prof…essionale, ma mi vengono in mente esempi piuttosto eclatanti: quando il Santo Officio della Romana Inquisizione (quello che condannava i libri, per intenderci, e faceva sentire il calore della fiamma del rogo ai loro autori…) mise tra i primi posti Il Principe del Machiavelli divenne pericoloso pronunciare perfino il nome dell’autore (e lo credo, definì la religione un metodo di governo, un instrumentum regni…), e allora si scriveva, invece di Machiavelli, il Segretario fiorentino (la carica pubblica che ricoprì nella Repubblica fiorentina e a corte dai Medici).

Durante il ventennio fascista anche solo accennare una critica al dux mea lux poteva costarti il confino, e allora Trilussa nei suoi sonetti parlò della prepotenza di alcuni animali su altri, mentre Ettore Petrolini portò in teatro un Nerone che prometteva di far risorgere una Roma “più bella e più superba che pria” parlando alla folla come da un balcone…

Forse mi ha fatto male alla salute la lettura della bozza di decreto che dovrebbe modificare in maniera sostanziale la già rigida e limitante normativa sulla sicurezza…che volete farci, ancora credo che venga prima la libertà, che porta di conseguenza alla sicurezza dei cittadini (ma non solo di loro, anche di chi si trova in Italia per qualsiasi motivo, non credete?…), ma da un po’ di tempo sono alla caccia di metafore semplici da capire (così smentirò la fama che i “professoroni” usano un linguaggio astruso per non farsi capire) ma immediate, come quelle, tanto per fare un esempio, del Vangelo di Matteo…mi piacerebbe davvero utilizzare un linguaggio che permetta di dissentire e al tempo stesso ti salvi (…la sillaba finale immaginatela pure…) da accertamenti e da vessazioni poco democratiche, compiute in nome di una emergenza sicurezza che deve ancora essere dimostrata esistere per come viene presentata…

Volete aiutarmi?

Ve ne sarei grato

Saluti antifa (meglio abituarsi a troncare le sillabe, non si sa mai…) a tutt*

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Riccardo Infantino – 5.5.2019

Le radici della violenza

I fatti spaventosi di questi ultimi giorni a Viterbo – la violenza su di una donna prima fatta ubriacare e poi abusata, l’uomo ucciso nel proprio negozio – hanno riaccesa la discussione sul problema della sicurezza dei cittadini e dei modi di contenerla ed eliminarla.

Mi è capitato, come credo a tutti noi, di sentire che l’opinione che va per la maggiore sia quella della mano forte e della tolleranza zero con chi commetta atti violenti…soprattutto se non italiani…

Voglio dirla tutta: mi preoccupa non poco questa tendenza, soprattutto se il favore converge verso determinati personaggi pubblici che fanno dell’uso repressivo a posteriori della forza come l’unico rimedio contro criminali e violentatori di ogni tipo.

Dopo l’esaltazione della autodifesa dei cittadini facilitati nell’acquisto di armi (accanto alla loro larga garanzia di impunità nell’usarle) e l’invocazione della castrazione chimica non sono probabilmente molti quelli che si sono chiesti se questi siano rimedi peggiori del male che si deve combattere.

La violenza è, prima di tutto, una questione di cultura che ha radici ben lontane, viene prodotta da un atteggiamento generalizzato che viene definito esattamente dal Centro Donne dell’Università di Marshall:”La cultura dello stupro è un ambiente dove lo stupro è prevalente e dove la violenza contro le donne è normalizzata e giustificata dai media e dalla cultura popolare”…in pratica siamo di fronte ad una edizione aggiornata della banalità del male che descriveva Hanne Harendt nella sua celeberrima omonima opera, il considerare assolutamente normale una violenza brutale su di una donna nello stesso modo in cui si considerava normale la persecuzione sistematica degli ebrei.

Potete anche tacciarmi di esagerazione, ma non è difficile notare la stessa radice in entrambi i fenomeni: il perdurare di una società basata sulla sopraffazione violenta che nasconde le sue responsabilità dietro la colpevolizzazione delle vittime: sono stati gli Ebrei ad invadere la finanza mondiale per dominare il pianeta, dunque è più che logico punirli e martoriarli; le donne non di rado provocano gli uomini con i loro comportamenti e con il loro modo di vestire,e magari non di rado vanno in giro in posti che è meglio evitare…cosa possono aspettarsi se non di essere molestate o peggio (ragionamento ascoltato anche da alcune gentili signore…).

Nello stato di guerra la violenza sulle donne è un tragico corollario: non è facile dimenticare il drammatico finale de La ciociara di Moravia, la scena in cui madre e figlia appena adolescente vengono brutalmente violentate da alcuni soldati in una chiesa.

In una società che unisce autorità patriarcale e predominio dell’uomo sull’uomo basato sul denaro sono considerati normali (o per meglio dire banali…) il male fisico e morale e la sopraffazione violenta esercitati sugli apparentemente più deboli o su chi non si uniforma al clima dominante.

Allora è qui che bisogna intervenire, nel diseducare le persone a pensare ovvi ed inevitabili sopraffazioni, molestie e violenze, e ad andare in senso contrario a cominciare dal linguaggio (gli insulti sessisti ed omofobi, tanto per cominciare), magari si potrebbero ottenere effetti più solidi e duraturi rispetto alla minaccia di una castrazione chimica.

Accompagno con questi miei sparsi pensieri la manifestazione di Viterbo di sabato pomeriggio, alla quale non ho potuto partecipare.

Saluti antifascisti e non violenti a tutt*

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 Barbara Cozzolino 03.05.2019

In questa società alterata le portate di un pranzo o atti di bullismo in chat hanno lo stesso valore

Negli ultimi anni si è assistito ad un fenomeno curioso: crimini che spesso rimanevano irrisolti o dei quali non si veniva proprio a conoscenza vengono ora risolti o svelati grazie alla tecnologia. I giovani oggi, già a 10-11 anni, se non prima, sono dotati di smatphone. Se per un genitore può costituire un elemento di sicurezza nel momento in cui il giovane inizia a tornare a casa da solo, sembrerebbe che per i ragazzi l’utilizzo principale del telefono non sia telefonare. I ragazzi sono maggiormente attratti dalle chat, dai social, dalla possibilità di condividere immagini e video; immagini e video che possono realizzare anch’essi con lo smartphone e inviare subito agli amici. Oggi si riprende e si condivide su tutto: le portate di un pranzo, la gita domenicale, il cane che mangia la pappa, il cambio di pannolino del neonato… addirittura atti di bullismo, spesso efferati! L’importante è ricevere molti like, più like si ottengono, più si cresce in popolarità. Ed ecco allora che si arriva all’assurdo di filmarsi mentre si picchia un anziano disabile, o mentre si compie uno stupro. E se tutto questo ci appare inquietante, esiste un altro aspetto ancora più inquietante, oserei dire demoniaco. Se in una chat ci arrivasse un video in cui è perfettamente distinguibile un pestaggio o uno stupro, il nostro dovere civico sarebbe quello di recarci immediatamente dalla polizia postale e denunciare l’accaduto. Anche nel caso in cui l’esecutore del pestaggio o dello stupro fosse un amico o un parente. Tacere, non collaborare con la giustizia, oltre a non aiutare affatto il nostro parente/amico, potrebbe danneggiare seriamente la vittima. Consigliare al parente/amico di cancellare tutto, e disfarsi delle tracce ci renderebbe complici di un crimine efferato. Così come ci rende complici, qualora avessimo visionato quelle immagini, continuare a negare, affermare che gli avvocati scagioneranno il nostro amico, arrivare ad incolpare la vittima di aver inventato tutto anche quando conosciamo la verità.

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 Gabriele Busti – 2.05.2019

Urge una riflessione

I due accusati dello stupro hanno condiviso i video nella chat del Blocco studentesco, l’associazione giovanile scolastica di Casapound. Quei video sono stati visti da decine di ragazzi e dal padre di uno degli accusati, il quale ha intimato al figlio di buttare via il cellulare. In ogni modo, per quanto si evince dalle ricostruzioni della stampa, nessuno sembra aver sporto denuncia né manifestato intenzioni differenti dai meccanismi tipici della difesa del branco. Gli inquirenti hanno ribadito più volte che le immagini sono di una violenza inaudita.

Il malessere che provo non riesco a buttarlo fuori, le parole non mi sorreggono… A seguire la dinamica dei fatti, il filmato sembra quasi essere il fine ultimo dello stupro, di converso ho seri dubbi riguardo al fatto che le decine di ragazzi che lo hanno visto abbiano davvero capito cosa davvero cosa hanno visto. Il branco, la sensazione di appartenere a qualcosa di grande, l’inebriarsi nel condividere un’identità che vada al di là della debolezza del singolo, soprattutto se adolescente. Il branco sembra aver sottratto ai singoli una chiave di lettura della realtà, averli spinti verso il disumano. Quei ragazzi che hanno visto il filmato sono giovanissimi, in nessun modo bisogna considerarli ragazzi perduti, ma c’è da fare un lavoro grandissimo e la scuola evidentemente non lo fa bene e io mi sento un incapace e un cretino. La scuola però non può essere lasciata sola, non può sopperire alla famiglia e alla comunità. L’ideologia del branco si materializza nelle mille manifestazioni della cultura giovanile, ma non scompare mica con l’età: diventa acquiescenza nei confronti dei prepotenti, ossequio del potere peggiore, disconoscimento dei diritti e dei doveri, incapacità di distinguere il giusto dallo sbagliato, il buono dal cattivo.

La città sembra girare la testa dall’altra parte riguardo a queste questioni, a troppi è bastato urlare alla castrazione chimica per tagliare corto con la faccenda, altri se la sono presi con Casapound e ne hanno chiesto lo scioglimento.

Fatti salvi i limiti costituzionali, ho sempre pensato che proibire le idee sia sbagliato, ma soprattutto inutile. Urge una riflessione, però, sulle dinamiche con cui queste idee vengono diffuse e propagandate tra giovanissimi, perché queste sembrano essere troppo simili alle logiche del branco. È la comunità che deve dare una risposta.

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Riccardo Infantino – 28.04.2019

(R)resistenza

Complici l’effetto del 25 aprile da poco trascorso e le tante domande che per fortuna (mia e di chi mi sta intorno) mi pongo come cittadino e come insegnante sulle azioni che compio ogni giorno, chiedendomi se siano sempre rispettose dei valori umani fondamentali, mi sono messo alla ricerca di informazioni sul diritto di resistenza.

 Avete ragione, siamo di fronte ad un domandone di quelli stratosferici: si è obbligati, soprattutto se pubblici funzionari (ed un insegnante lo è a tutti gli effetti) ad un determinato comportamento, anche se dettato da una legge che non sia consona con il rispetto della persona e della Costituzione?

 Fulvia Alidori, in un denso articolo su Patria Indipendente del 2010, distingue non solo tra obbedienza (che non è una virtù, diceva un certo don Milani) e resistenza, ma tra passività e partecipazione :”Chi resiste partecipa, perché comunica…un disagio…che una società deve essere capace di leggere”.

Vero, tutto ciò è molto bello, ma quando una società o la sua maggioranza, ben indirizzata da chi la dirige, non capisce proprio il disagio di chi è resistente?

Mi è venuta in aiuto la formulazione di Giuseppe Morbidelli: “Il diritto di resistenza comincia laddove ogni rimedio giuridico non è più consentito”…dunque parrebbe implicito che sia mio diritto oppormi ad un comportamento lesivo dei diritti, anche se proveniente da una istituzione.

Da buon amante della Costituzione, con l’aiuto delle parole di chi ne sa più di un ignorante come me, come ad esempio Giorgio Giannini, ho scoperto che nella costituzione tedesca è previsto in modo esplicito nella costituzione federale tedesca: “Tutti i tedeschi hanno diritto alla resistenza contro chiunque intraprenda a rimuovere l’ordinamento vigente, se non sia possibile alcun altro rimedio” (art. 20 comma 4°).

In quella nostra non è dichiarato in modo palese il diritto di resistenza ad una istituzione che violi i valori costituzionali: la proposta di Giuseppe Dossetti, democristiano, di inserire (era il dicembre del 1946) nell’articolo 50 la dicitura “Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino” non venne accolta nel testo finale, ma ne resta una traccia sia pur minima negli articoli 52 (La difesa della patria è sacro dovere del cittadino), 54 (Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge), e naturalmente l’articolo 1 (La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione).

Allora la sovranità di cui anche io, in quanto cittadino del popolo italiano, sono in possesso mi permetterebbe di agire con gli altri cittadini contro atti e comportamenti che siano contrari alla carta costituzionale, che deriva dalla stessa sovranità che condivido con gli altri 62 milioni di italiani vecchi e nuovi?

Vi confesso che non so dare una risposta a questo interrogativo, non sono un costituzionalista come il nostro Capo dello Stato, ho dalla mia solo la fiducia nella Costituzione (come cittadino) e il mio essere antifascista nel quotidiano (come parte dell’ANPI); una cosa però ho chiara: nel momento in cui mi dovessi trovare di fronte ad un obbligo di legge o ad un comportamento lesivo dei valori umani fondamentali non escluderei a priori un atto di disobbedienza, sperando di avere la serenità di affrontarne le conseguenze: si, perché violare una legge con l’intenzione di sfuggire agli effetti di questo atto è un conto, se le si disobbedisce e si sopportano gli effetti del proprio comportamento è disobbedienza civile…

Saluti (R)resistenti a tutt*

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Riccardo Infantino – 19.04.2019

Resistenza in bianco e nero, Resistenza a colori

Risultati immagini per comitato di liberazione nazionale

Tranquilli, se avete ancora la pazienza di leggermi, non voglio tediare nessuno con il solito discorso sui valori della Resistenza all’avvicinarsi del 25 aprile, quanto buttare giù qualche riflessione spontanea che mi viene dopo aver letto di alcuni sindaci che annullano i festeggiamenti ufficiali della ricorrenza ed alcuni ministri che dichiarano di non partecipare ad alcuna iniziativa pubblica perché non interessati al duello fascisti – comunisti.

Quello che mi dà maggiore preoccupazione in queste affermazioni è la sottile quanto evidente volontà di annacquare il patrimonio di valori antifascisti (e diciamola questa parola, su!) che costituiscono le istruzioni di base del DNA della nostra Costituzione.

Sulla lotta partigiana tanti sono gli scrittori che hanno testimoniato, come Italo Calvino, il loro impegno nello sforzo di contrasto e di eliminazione del fascismo prima di tutto come forma mentale e subito dopo come governo dittatoriale, ma a me è piaciuto uno in particolare, Beppe Fenoglio ed il suo Partigiano Johnny.

Chi è il protagonista del romanzo di Fenoglio: un giovanotto che la famiglia ha imboscato in una casetta in collina e che prende coscienza della necessità di agire per riconquistare la libertà di essere e di pensare, entrando così (in maniera quasi casuale, dopo essersi messo alla ricerca di qualche partigiano senza alcuna indicazione precisa) in una formazione resistenziale.

Qui conosce antifascisti di tutte le tendenze, comunisti, socialisti, cattolici, ognuno identificato da un fazzoletto al collo di colore diverso (azzurro oppure rosso, ad esempio), spesso in polemica tra loro, ma accomunati dall’unico scopo perseguibile: cacciare via il fascismo, l’esatto contrario della democrazia, e non certo del solo comunismo, come quanto dichiarato da illustri ministri (e purtroppo condiviso da troppi cittadini).

Per fugare ogni dubbio su quali forze diedero vita alla Resistenza basta vedere alcuni nomi dei partecipanti alla fondazione del Comitato di Liberazione Nazionale, che dopo l’8 settembre 1943 fu il coordinatore della lotta antifascista: Giorgio Amendola (Partito Comunista Italiano), Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Pietro Nenni (Partito Socialista Italiano), e l’elenco potrebbe continuare coprendo le altre formazioni politiche dell’epoca.

Altra circostanza che fa veramente pensare: durante i lavori della Assemblea Costituente, in una seduta del dicembre 1947, giunti a quello che sarebbe stato l’articolo 52 (“La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”) un cattolico fervente, poi fattosi monaco (si, avete letto bene, entrò in monastero…), Giuseppe Dossetti, propose di inserire nella carta costituzionale il principio della non perseguibilità della resistenza ad un parlamento e ad un governo che violino i princìpi fondamentali della Costituzione.

Non vi dico la sorpresa quando lessi che il presidente della commissione, un certo Palmiro Togliatti (…), parlò a sfavore della sua inserzione tra gli articoli definitivi…

Non credo ci sia bisogno di dire altro, se non che l’unico modo per s…montare (scusatemi, ma stavo per scrivere dopo la “s…”un vocabolo non proprio di alto livello…) affermazioni del tipo: la lotta partigiana fu uno scontro tra fascisti e comunisti basta informarsi un pochino, e verrà fuori la poca credibilità politica di chi formula osservazioni del genere…

Buon 25 aprile a tutt*

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 Gabriele Busti – 10.04.2019

Un ringraziamento all’organo genitale maschile è già stato fatto? Nord e Sud sono due parti di un sistema integrato, la Lombardia ha circa il “reddito medio pro capite” della California, ce l’ha proprio in virtù del suo essere stata avanguardia industriale di un paese diviso e sperequato. Il Sud ha tenuto bassa la lira permettendo all’industria padana di proliferare, il Nord ha potuto svilupparsi grazie alle esportazioni e ne ha assorbito i migranti. Se l’Italia si dividesse, le regioni del Nord diventerebbero succursali tedesche determinando la fine del sistema che le ha rese ricche. Per cinquant’anni (ma il computo va allargato) metà del paese è stata mandata al macero attraverso politiche neo-coloniali, mero serbatoio di voti. I tedeschi in venti anni hanno quasi azzerato le differenze tra Ovest e Est, da noi nessuno ha trovato la minima convenienza a fare altrettanto. Il risultato è un terzo mondo interno, spopolato, abbandonato, stremato. Nessun paese che vuol dirsi tale può tollerare un tale scempio.

L'immagine può contenere: schermo e testo

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Riccardo Infantino – 7.04.2019

Io sorveglio, tu sorvegli, noi sorvegliamo…tutti siamo sorvegliati

Leggevo dal Sole24ore della proposta di ottanta deputati leghisti di creare una rete informale di sorveglianza tra vicini, che dovrebbero segnalare “situazioni anomale che possono generare apprensione”.

L’idea sarebbe quella di instaurare una collaborazione non formale tra cittadini e forze dell’ordine attraverso un database che dovrebbe raccogliere le segnalazioni dei vicini che dovessero notare fatti e circostanze potenzialmente pericolosi, per poi vagliarle ed eventualmente intervenire: in pratica ognuno di noi dovrebbe essere così gentile da prestare attenzione a quanto gli accade intorno per dare l’allarme in caso non gli quadrasse qualcosa…ma in base a cosa una situazione può essere percepita come anomala?

Il fatto che nell’appartamento del pianerottolo di sopra ci sia un via vai di gente, magari di nazionalità medio orientale…per poi scoprire che il nostro sospetto vicino è di nazionalità curda, magari è il primo di sei fratelli e spesso gli altri cinque, famiglie comprese, lo vanno a trovare…?

Ogni tanto, a scopo provocatorio, faccio una prova con i ragazzi della mia scuola: pronuncio l’espressione “Allahu Akbar” (Allah è grande) e chiedo, secondo loro, in quale contesto viene utilizzata; la risposta frequente è: da un attentatore poco prima di farsi saltare in aria…e restano assai sorpresi quando vengono a sapere che è l’invocazione, equivalente al “sia lodato Gesù Cristo”, con la quale il muezzin chiama alla preghiera, oppure il fedele ringrazia la divinità nella quale crede…

Quando osserviamo la realtà che ci circonda siamo naturalmente portati ad interpretarla secondo quello che abbiamo in testa, e venendo educati alla cultura del sospetto e della delazione ogni comportamento che si discosti dai binari di una presunta normalità (!) sarebbe anomalo e degno di apposita segnalazione.

Jeremy Bentham concepì nel 1791 un carcere perfetto, che chiamò il Panopticòn, luogo della visione totale: ogni ospite della struttura (che fu realizzata e che ispirò alcuni edifici penitenziari moderni di massima sicurezza) è al tempo stesso sorvegliato e sorvegliante, secondino e detenuto, e solo un supervisore ignoto a tutti ha, dall’alto dell’edificio – di forma circolare – la visione totale di quanto accade e di quanto fanno gli ospiti.

The Big Brother is watching you…il Grande Fratello ti sta osservano, disse Orwell nel romanzo 1984, immaginando un mondo dove ognuno era sorvegliato e sorvegliava, pronto a denunciare eventuali comportamenti “sospetti”.

Hanne Harendt, più nota per La banalità del male, in un’altra sua opera, La nascita dei totalitarismi, individua un punto di forza delle dittature nella collaborazione dei cittadini (sudditi?…), che con occhio vigile ed orecchie aperte sono sempre pronti a informare le competenti autorità su fatti e individui strani e magari potenzialmente sovversivi…dei veri patrioti che si impegnano in nome della sicurezza e del bene della nazione…

Molti ebrei vennero segnalati proprio dai vicini di casa, e da casa loro arrivarono direttamente ai campi di internamento e di sterminio, tanto solerti furono i loro denunciatori.

Non mi stancherò mai e poi mai di ripetere che nella nostra Costituzione la sicurezza è subordinata alla libertà, ne è la logica conseguenza: il contrario la soffocherebbe, con il benestare e la collaborazione di tutti.

Ho un certo quale vago sospetto: per caso proposte del genere mirano ad instaurare un regime di controllo reciproco totale?

Ah, dimenticavo: io sono per metà calabrese, dunque se vedete i miei amici e parenti entrare ed uscire dalla mia casa potrebbe essere il segnale di attività di una base della ‘ndrangheta…fatelo presente a chi di dovere, lo accoglierò con il vino e le olive della Piana di Gioia Tauro, tra i migliori in Italia, e non solo.

Saluti libertari ed antifascisti a tutt*

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“La repressione, l’oppressione, la mancanza di libertà, il conformismo, l’ipocrisia…sono tutti fatti maturati in seno alla famiglia. Perché la famiglia praticamente non è altro che una piccola difesa un po’ meschina che fa l’uomo per difendersi dal terrore, dalla paura, dalla fame…è una specie d’istinto di difesa per cui l’uomo si crea una tana e in questa tana fa quello che vuole. Il padre opprimi i figli etc etc.
Detto questo la famiglia è anche il covo delle cose più belle dell’umanità. Le due code sono orrendamente ambigue e inestricabili. Cioè tutto ciò che di male ha fatto l’umanità finora e ciò che di bene ha fatto l’umanità, nasce sempre da questo rapporto ambiguo che ha il figlio con i genitori. Che benché schematico ed elementare però, è come le note musicali che sono soltanto sette e puoi fare tutto quello che vuoi. Così un questo rapporto del padre col figlio, del figlio con la madre, in questo piccolo triangolo nascono tutte le tragedie tutte le possibilità.
Quindi cosa vuoi? Che ti parli bene o che ti parli male della famiglia? Decidi tu.”

P. P. Pasolini.

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Riccardo Infantino – 29.03.2019

Una questione di famiglia

 

Non c’è che dire: il Congresso mondiale delle Famiglie, in corso di svolgimento a Verona, ha fatto parlare di sé assai prima del suo inizio, al punto che il patrocinio iniziale dato dal Governo è stato poi ritirato, fatta salva la presenza dei ministri Salvini, Bussetti e Fontana.

Le polemiche sui temi in discussione, in una Verona praticamente blindata per proteggere (da quali pericoli poi ?) i relatori che, detto per inciso, dovrebbero ospitare Forza Nuova nella persona di Roberto Fiore, si concretizzeranno in flash mob e sit in con corteo finale, in contrasto con le posizione che verranno espresse nei vari interventi.

Di fronte a questo quadro ho ritenuto illuminante andare a vedere cosa dice la Costituzione al riguardo, più precisamente agli articoli 29, 30 e 31 nella parte dedicata ai rapporti etico sociali.

L’articolo 29 parla della famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”, e conseguentemente ne riconosce e tutela i diritti, in particolare “l’eguaglianza morale e giuridica dei due coniugi”.

L’articolo 30 tratta della istruzione e del mantenimento dei figli, nati dentro e fuori la coppia, come diritto e dovere dei genitori, garantendo l’intervento dello Stato in caso di incapacità dei genitori stessi e stabilendo il principio dell’accertamento della paternità.

L’articolo 31 prevede forme di tutela ed aiuto per la maternità (non a caso la nostra legge sul periodo di gestazione e post gestazione è, almeno fino a quando non verrà smantellata anche lei, tra le più avanzate), l’infanzia e le famiglie numerose.

Ovviamente deve essere considerata anche la tanto contestata (non solo dagli illustri relatori di Verona…) legge Cirinnà, che sulla base dell’articolo 2 della Costituzione (la tutela dei diritti dell’uomo come singolo e come società con altri esseri umani) acquisisce e tutela come legale l’unione tra persone consenzienti, etero od omosessuali.

Allora mi chiedo: se il fondamento di tutte le leggi è nei princìpi costituzionali di eguaglianza ed autodeterminazione di ogni persona – si badi bene, nella carta costituzionale il termine persona ricorre di frequente, chiarendo che l’altro vocabolo, “uomo”, è utilizzato nel senso di “essere umano”e non come determinazione di sesso maschile – che senso potrebbe avere definire legittima unicamente la famiglia tradizionale (in base a quali parametri poi?), sapendo che il termine “matrimonio” era l’unico che all’epoca della entrata in vigore della Carta (il primo gennaio del 1948) designava i rapporti di coppia, ma che poi nell’arco di questi settanta anni si è evoluto comprendendo la convivenza di due persone che scelgono liberamente, al di là del loro orientamento sessuale?

Riguardo il considerare l’omosessualità come stato patologico (l’omosex sarebbe un malato da curare, in altre parole…) forse chi lo sostiene (e non da ora, di nuovo…) non ricorda che l’orientamento omosex è stato cancellato dall’elenco delle malattie mentali nel 1990, essendo una concezione frutto di una mentalità religiosa (…maschio e femmina li creò…) e non di una evidenza scientifica.

Ometto di parlare dell’attacco alla legge 194 sulla interruzione di gravidanza, vista la trasversalità del tema (conosco più di una persona non credente contraria all’aborto), restando fermo il principio di scelta della donna, e la circostanza che essendo io uomo non potrò mai comprendere fino in fondo una esperienza così drammatica), ma mi chiedo se per caso una parte ormai cospicua dell’opinione pubblica ritenga più comodo ragionare per categorie fisse e stereotipate invece che porsi tante belle e sane domande su come attuare da cittadini i princìpi di libertà di scelta e di eguaglianza che costituiscono, con altri come la sovranità popolare, la base della nostra bellissima Costituzione.

Saluti antifascisti a tutt*

 

 Gabriele Busti

Verona, già capitale mondiale della tragedia legata alla famiglia tradizionale, si sta attrezzando anche per la farsa. La pervicacia con cui si è deciso (per lo più in buona fede, per carità) di fare pubblicità a una infima minoranza intollerante mi fa pensare che abbiamo ancora più voglia di accapigliarci riguardo alle nostre visioni del mondo che di risolvere problemi concreti. Le boiate rivoltanti di questi ridicoli oscurantisti non diventeranno mai leggi dello stato, neanche se al governo ci fosse il solo Salvini: appena andasse a toccare un dato reale sarebbe sommerso dalle uova marce dei suoi stessi elettori. Lui lo sa e continua a esercitare l’unico suo talento: sbandierare una visione del mondo per confermare quella del suo elettorato, e specularci a più non posso innescando il solito derby. Intanto la famiglia come istituzione è già naufragata, chiunque lavori nell’istruzione convive da tempo con una miriade di problemi sociali connessi a questo dato di fatto, problemi che vanno molto al di là delle legittime personali opinioni e che nessuno si sogna nemmeno di andare a studiare, per paura di essere sommerso dall’ennesima canea pseudo-ideologica.

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SiriaRogiava

E’ una ragazza curda della milizia femminile ad ammainare l’ultima bandiera dell’Isis nella cittadina di al-Baghouz e a sostituirla con quella dello Yekîneyên Parastina Jin, YPJ, che in curdo significa “Unità di protezione delle donne”. Una foto memorabile che l’Occidente non dovrebbe dimenticare quando dice: abbiamo battuto l’Isis. Contro l’Isis, faccia a faccia, hanno combattuto  loro.
Flavia Perina

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Riccardo Infantino – 16.03.2019

Cosa si può imparare dalla morte di un combattente

Lorenzo Orsetti, combattente italiano nelle fila dello YPG con il nome di Tekoser, è morto in combattimento a Baghuz, ultima città siriana ad essere controllata dall’ISIS.

La notizia è rimbalzata su tante testate giornalistiche nazionali, provocando reazioni a volte contrastanti, come quella di Vittorio Feltri, che ne parla come di uno che si è lanciato allo sbaraglio, o quella di Domenico Rizzo, che di Orsetti sottolinea la determinazione nel prepararsi (ideologicamente e militarmente) alla lotta armata a fianco dei Curdi.

La mia formazione di storico e la mia professione di insegnante di Storia mi ha imposto di capire i fatti ascoltando la fonte diretta, proprio lui, Lorenzo Orsetti, nato a Firenze nel 1986 e morto in combattimento il 13 marzo 2019.

In una intervista (un audio da lui spedito dal fronte a Radio Onda Rossa) del 10 marzo – pochi giorni prima di cadere in combattimento – Orsetti delinea chiaramente uno scenario ben lontano da quello che arriva qui in Occidente tramite i media ufficiali: almeno trecentomila profughi di guerra in condizioni disumane, una operazione sistematica di pulizia etnica in atto con conseguenti violenze di massa sui civili e vere e proprie azioni di sterminio, ma soprattutto la non volontà delle grandi potenze – e dei governi europei – di fornire un aiuto concreto alle milizie curde che contrastano e stanno vincendo l’ISIS nella zona di confine tra Siria e Turchia (il Rojava), dato che i combattenti che sono arrivati in zona da tante parti del mondo non sono un esercito regolare dotato di mezzi e di organizzazione strutturata.

La parte più toccante dell’audio è però quella in cui Orsetti parla del Rojava come luogo di realizzazione di un progetto politico di confederalismo democratico nel quale possano convivere alla pari e con pari diritti le numerose etnie che coabitano nella zona: un esempio di civiltà per tutto il mondo ed una concreta alternativa al capitalismo.

Come è noto sulla pagina Facebook dell’YPG è comparso un video in cui Lorenzo Orsetti, in previsione della sua morte, parlava delle motivazioni che lo spinsero ad andare volontario ad addestrarsi e a combattere nelle fila dell’YPG per il popolo curdo contro l’ISIS: l’amore per la libertà ed il senso di giustizia verso tutti gli esseri umani (qui il video sottotitolato)

Ideali nobili, soprattutto perché non sono rimasti proclami da tastiera, ma tramutati in azioni concrete anche a rischio ( e purtroppo a perdita) della vita.

Quello che mi ha colpito è stata la calma equilibrata di Orsetti lungo tutto il suo discorso: la consapevolezza di chi sa cosa rischia e al tempo stesso la serenità nel tramutare in fatti concreti le parole.

Confesso apertamente che nutro forti dubbi sulla durevole efficacia di una azione militare che ne contrasti un’altra (e forse mi illudo…), ma sono convinto che la dignità e la consapevolezza del valore dell’essere umano e della sua libertà siano un esempio che il partigiano (vorrei chiamarlo così, se mi è permesso) Orsetti ci ha lasciate.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino – 16.03.2019

 

Torniamo umani

In questi giorni è arrivata ai membri dell’ANPI (e credo non solo a loro) di Viterbo una mail che ho letta con grande piacere, ma anche con preoccupazione: la proposta del consigliere regionale Eleonora Mattia di inserire nello statuto della Regione Lazio espliciti riferimenti alla matrice resistenziale ed antifascista della nostra Costituzione.

La proponente cita i purtroppo numerosi episodi di emersione ormai palese della mentalità fascista, quali ad esempio il saluto romano di un gruppo di studenti del liceo Socrate di Roma, oppure il l’omaggio delle amministrazioni comunali di Anzio e Nettuno alle tombe dei caduti della X MAS, e non ultime (n.d.r.) le “auree” considerazioni dell’onorevole (…) Tajani sul fatto che, al netto della entrata in guerra il fascismo fece anche cose buone… per poi – bisogna dirlo – scusarsi con chi si è sentito offeso dalle sue parole.

Alla luce (scusate, stavo per scrivere lux…) di questi numerosi episodi Eleonora Mattia propone una modifica statutaria che inglobi nel testo le espressioni “nata dalla Resistenza” e, ovviamente, il vocabolo “antifascista”.

Se fossi un cattolico direi che questa proposta è un segno dei tempi: dovrebbe essere data per scontata la radice resistenziale ed antifascista della nostra Costituzione e regolarsi di conseguenza, soprattutto con chi vorrebbe far tornare pericolose derive autoritarie.

Per ogni episodio come quelli che Eleonora Mattia ha citati (la sua proposta è del gennaio di quest’anno) mi aspetto ingenuamente una reazione non dico di massa, ma quantomeno di riprovazione diffusa, e invece riscontro indifferenza o – sempre più spesso – accettazione e bonaria simpatia.

Forse aveva ragione Hanne Harendt quando nel 1963 parlava della banalità del male come assuefazione di massa a comportamenti che incitino alla violenza o a fatti essi stessi basati sulla violenza; capisco ora nettamente come la nostra pratica dell’antifascismo passi attraverso uno sforzo continuo di riumanizzazione della coscienza di chi ci sta intorno, perché a considerare normale e inevitabile l’aggressione di un barbone o di qualcuno dalla pelle scura basta pochissimo tempo, soprattutto se ti si vuole far credere che il problema per te non sia un sistema economico e sociale ingiusto, ma chi ne è più vittima.

Viky Arrigoni avrebbe scritto da quel di Gaza: torniamo umani.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino – 09.03.2019

Ancora un otto marzo? Che sia ogni giorno otto marzo

I simboli di genere. 1) Maschio; 2) Femmina; 3) Ermafrodito; 4) Transessuale; 5) Transgender; 6) Omosessuale; 7) Omosessuale femmina; 8) Sterile.

Mi piace molto il profumo della mimosa, e ogni otto marzo comprendo meglio il perché sia divenuta simbolo della figura femminile, essendo un simbolo di vitale rinascita.

L'immagine può contenere: 12 persone, tra cui Ada Tomasello, folla e spazio all'aperto

Non sto ad indagare sulle ragioni vere o presunte all’origine della ricorrenza, in fin dei conti ognuna (ed ognuno, perché anche noi maschietti abbiamo da fare la nostra parte) la motiva come meglio crede.

Penso invece che dovrebbe essere una occasione buona per scatenare a livello collettivo una presa di coscienza su quel valore costituzionale che si chiama eguaglianza e l’altro, da lui inscindibile, che prende nome di solidarietà.

Siamo tutt* eguali, come da articolo 3 della Costituzione, è una frase molto bella, ma come agisce nel quotidiano ognuno di noi per aiutare la realizzazione di questa condizione perché non resti teorica?

L'immagine può contenere: 16 persone, persone che sorridono, persone in piedi, folla, scarpe e spazio all'aperto

Non mi riferisco solo alla tutt’ora irrisolta questione della parità sostanziale tra uomo e donna, ma alla difficoltà di superare quella forma mentale pregiudiziale che penalizza anche chi non rientra nel binomio maschio – femmina (il binarismo sessuale, insomma): non a caso il manifesto della iniziativa di quest’anno curato da Non una di meno riporta il vocabolo transfemminista, che si può intendere in due modi: “trans” nel senso di una rivendicazione globale che non conosca confini geografici per le donne che richiedono la parità, ma anche nella sua accezione di transessuale, non limitato al genere femminile, ma esteso a qualsivoglia tipo di orientamento.

Sempre in tema linguistico noto come la parola “diverso” ricorra molto spesso nei discorsi di persone famose e sconosciute, e puntualmente (e provocatoriamente…) mi chiedo: ma diverso da cosa?

Voglio dire, chi può arrogarsi il diritto di stabilire cosa sia la normalità e cosa non lo sia…credo che l’ostacolo più difficile da superare sia il paragonare per forza ad una misura di riferimento gli esseri umani per vedere se rientrino o non nei canoni prestabiliti.

L'immagine può contenere: 10 persone, tra cui Ada Tomasello, Luca Paolocci, Gian Carlo Mazza e Paola Celletti, persone che sorridono, persone in piedi, barba e spazio all'aperto

Quando noi tutti e tutte venivamo educati dalle famiglie a pensare che alcuni lavori erano da donna ed altri no, che esistevano comportamenti da uomo o da donna, che potevi guidare come un uomo (e via di questo passo…) venivamo messi in condizione di non vedere che esiste solo l’essere umano che si può comportare bene o male, e basta.

L’articolo 2 della Costituzione al riguardo è brevissimo, ma chiaro: con il vocabolo “uomo” intende il genere umano tutto, intende l’adempimento dei doveri di solidarietà ed il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, prima del proprio orientamento sessuale.

Scendendo nel pratico quanti tra noi maschietti non si scandalizzano vedendo due donne che si baciano per strada, quanti danno per scontato che la cura della casa e dei figli non sia da attribuire in porzione rilevante alla donna, ma che entrambi concorrano nel modo e nella quantità possibili ogni momento?

Credo che sia questo il vero ostacolo da superare, l’incasellamento in categorie (e in conseguenti comportamenti e modi di essere) e la sottile tentazione di considerare diverso che non vi rientra.

Saluti antifascisti a tutt* (foto di Elisa Bianchini)

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 Barbara Cozzolino 04.03.2019

Cosa fanno i politici? Puntano il dito su i più deboli

Venerdì ho assistito all’incontro con padre Alex Zanotelli, organizzato dal comitato Lavoro e Beni Comuni. Padre Zanotelli rappresenta ancora l’immagine di quello che, ai miei occhi di bambina, quando mi iscrissero a catechismo più perché quella era la prassi di ogni famiglia che per convinzione, dovrebbe essere un religioso: caritatevole, aperto al prossimo, compassionevole.

Con gli anni mi sono distaccata molto dalla chiesa, una chiesa intesa come istituzione, dispensatrice di dogmi, bacchettona, pur non abbracciando mai l’ateismo, considerandolo, di fatto, nient’altro che un’altra faccia della stessa medaglia di chi crede fermamente in qualsivoglia religione o dogma.

Dell’incontro di ieri ne hanno parlato solo due testate locali. Nella pagina facebook di una di queste due testate, diversi utenti , ovviamente assenti all’incontro, hanno criticato l’incontro, concentrandosi soprattutto su una frase del titolo (perché ovviamente, per la maggior parte degli utenti dei social, aprire un link e leggere tutto l’articolo è un’inutile fatica). La frase in questione era una citazione dall’intervento di Zanotelli di ieri, precisamente “Non capisco come faccia un buon cristiano a votare Lega”. È chiaro che tutti i fan di Salvini si siano scatenati, ovviamente senza neppure minimamente considerare quanta verità ci sia in tale affermazione. Verità comprensibile anche al più ateo tra gli atei che, tuttavia, abbia una seppur minima conoscenza del Vangelo. Incomprensibile, quindi, come sedicenti cristiani, che il Vangelo dovrebbero conoscerlo meglio di un ateo, non riescano a comprenderla.

Zanotelli ha parlato anche di concetti a cui anch’io, pur non reputandomi il massimo dell’intelligenza, ero arrivata già da tempo. La ricchezza che appartiene a pochissimi sulla Terra; i miliardi spesi da tutte le nazioni, Italia compresa, per le armi e che invece potrebbero essere destinati per scuola, sanità, e tutto ciò che potrebbe rendere uno stato un paradiso terrestre; lo sfruttamento delle risorse e il colonialismo per secoli perpetrati nei paesi africani e asiatici. Ma, soprattutto, la creazione di un nemico, da parte dei capi di stato, per deviare l’attenzione del popolo su questi ultimi, distogliendola dai reali problemi.

Una volta tanto ragiono alla Salvini e dico: prima l’Italia. Nel senso che, in questa mia analisi, mi concentrerò principalmente sulla situazione attuale italiana. Per inciso, mi incentrerò su alcuni fatti avvenuti a Viterbo, città dove attualmente risiedo.

Da poco più di un mese si è scoperto -ma ne sentivo vociferare da quando abito qui- l’esistenza di clan mafiosi e camorristi in città. Il sindaco, guarda caso di una coalizione di centro-destra, inizialmente ha minimizzato l’accaduto, definendo gli arrestati semplici “delinquentelli”. Poi, sotto la pressione dell’opposizione –opposizione, è bene ricordarlo, composta da pd, “pd alternativo”, m5s e liste civiche sostanzialmente più vicine alla destra che alla sinistra; quindi, di fatto, opposizione sempre di destra- ha indetto un consiglio straordinario nel quale ci si è limitati a parlare, a citare Falcone e Borsellino (solo Borsellino, la maggioranza di destra), a ringraziare le forze dell’ordine; ma nel quale, in sostanza, non sono state proposte soluzioni. Lo stesso giorno si è svolta anche una fiaccolata, alla quale, con buona probabilità, avranno partecipato gli stessi mafiosi.

Solo nell’ultima settimana si sono succeduti diversi casi di microcriminalità (spacci, rapine, aggressioni) che hanno visto per protagonisti cittadini nostrani. Tuttavia, gli articoli riguardanti questi fatti di cronaca sono rimasti sostanzialmente privi di commenti da parte degli internauti.

Venerdì mattina, guarda caso proprio nella giornata in cui era previsto l’arrivo di padre Zanotelli in città, si è verificata un’altra aggressione ai danni di due commercianti, da parte di un uomo che domandava elemosina. Questo ennesimo fatto di criminalità ha, invece, ricevuto diversi commenti indignati. Al punto che la lega di Viterbo, nonostante in questi giorni sia alle prese con le scaramucce con i “cugini” di FdI a causa di passaggi interni dall’uno all’altro gruppo e conseguente perdita di assessorati e poltrone all’interno della giunta comunale, è subito uscita con comunicati stampa nei quali pretendeva interventi.

Per quale motivo tutta questa attenzione per questo caso e non per gli altri? La risposta è ovvia, ma la fornisco lo stesso. In quest’ultimo caso l’aggressore era uno straniero. O meglio: si presume che lo fosse, gli articoli parlavano solo di “un uomo di colore”.

Vogliamo quindi dar torto a Zanotelli per quella sua affermazione? O quando ha sentenziato che, riporto testuali parole, “ Cosa fanno i politici? Incapaci di cambiare un sistema che deve essere radicalmente cambiato, puntano il dito su chi? Sui più deboli. Possono essere i migranti, i rom, i senza fissa dimora”.

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Riccardo Infantino – 03.03.2019

Quando arriva padre Alex Zanotelli a Viterbo…

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…ci si ritrova, come ha sottolineato Paola Celletti di Lavoro e Beni Comuni, nella sala di un teatro a confronto con persone di differente orientamento, ma unite nell’intento comune di opporsi alla disumanità del decreto sicurezza, combattendo l’indifferenza.

Introducendo l’intervento di Zanotelli Paola Celletti cita l’ultimo libro del religioso, Prima che gridino le pietre: otto uomini hanno una ricchezza pari a quella di oltre tre miliardi di persone; pensiamo allora che i problemi siano gli immigrati o piuttosto la predazione di risorse e di diritti umani, di cui ci si deve riappropriare?

 

Proseguendo la discussione l’avvocato Carlo Mezzetti ha definito senza troppi giri di parole il decreto sicurezza “un contenitore il cui scopo è alimentare l’immaginario collettivo tramite la percezione di paure immotivate”, dimostrato con dati di fatto la sua affermazione: dal 2016, l’anno in cui è arrivato in Italia il maggior numero di migranti, le cifre degli arrivi hanno subìto un calo verticale…in compenso ogni anno almeno centomila italiani si spostano in altri paesi.

L'immagine può contenere: Carlo Mezzetti, persona seduta e scarpe

Quale sicurezza produce il decreto Salvini?

Con la cancellazione del permesso umanitario, che spesso è la conversione di quello rilasciato per motivazioni economiche, si stanno creando individui impossibilitati ad accedere ai servizi sociali minimi, non potendo avere accesso alla residenza: nel 2020 gli irregolari di questo tipo saranno 670.000: che tipo di sicurezza ci si potrebbe aspettare da una situazione del genere?

Riflessioni analoghe vanno fatte riguardo la legge in discussione sulla legittima difesa: si vogliono modificare i parametri che fissano i termini di cosa sia legittima reazione e cosa non lo sia, e facilitare l’acquisto di armi per difesa personale: allora la proprietà privata vale molto di più della vita umana, anche di quella di qualcuno che delinque?

Infine una puntualizzazione sulla introduzione del reato di accattonaggio molesto e di occupazione stradale: a Viterbo un mendicante di 82 anni è stato colpito dal DASPO

Tutto questo palesemente in aperta violazione dell’articolo 2 (i doveri inderogabili di solidarietà umana) e 10 della nostra Costituzione (il diritto dello straniero in pericolo ad essere accolto).

La logica conclusione: il decreto sicurezza mira a bloccare il processo di integrazione, e deve esserci una parte del paese, sia pur minoritaria, che si oppone a tutto questo

Nel suo articolato ma conciso intervento padre Zanotelli ha messe in relazione le tre componenti fondamentali del sistema che è alla radice dei flussi migratori, essendo iniquo ed inumano: la totale concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochissimi (gli 8 uomini più ricchi del pianeta hanno le ricchezze di oltre tre miliardi di persone, ed uno di questi 8 è il padrone di Amazon), il possesso delle armi nelle mani di questa élite (chi ha è armato fino ai denti, e le armi proteggono lo sfruttamento ed i privilegi, dice l’ex arcivescovo di Seattle) e soprattutto il prevalere della finanza (le speculazioni condotte con i derivati, titoli che non corrispondono a denaro reale, pari nel 2017 a 2000 trilioni di dollari, a fronte di un PIL mondiale (la ricchezza tangibile) di 60.000 miliardi di dollari) sulla economia.

Nei singoli stati i cittadini eleggono i propri rappresentanti nei parlamenti, ma le decisioni vengono prese non nella sfera della politica, ma in quella della speculazione finanziaria, che addita come problema gli ultimi, ai quali si stanno aggiungendo, negli ultimi decenni – complice l’aumento esponenziale delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, dato il consumo sempre maggiore dei combustibili fossili – i rifugiati ambientali, le vittime del riscaldamento del pianeta, che ammonteranno a 250 milioni nel 2050, e di questi solo in Africa 50 milioni.

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Si capisce bene come sia a rischio la nostra stessa democrazia, che viene mangiata da un mercato che nulla vede oltre il profitto, a qualsiasi costo: cosa è possibile fare per cambiare rotta?

L’unica via di uscita è la coalizzazione in grandi movimenti di opinione, milioni di persone che – ad esempio – inviano lettere di protesta alle proprie banche impegnate magari in progetti di ricerca militare, minacciando di ritirare i propri soldi…una massa critica che potrebbe veramente cambiare le cose, dato che nella attuale critica situazione o ci salviamo tutti – prosegue padre Zanotelli – o non ce ne sarà per nessuno, nemmeno per chi ha tutto, armi comprese.

La nostra generazione corre il rischio di essere giudicata in futuro dagli adolescenti di oggi nel modo in cui noi parliamo dei nazisti: la conclusione dell’intervento è stata affidata non a caso alla copertina di una rivista americana che esponeva il volto del pastore luterano Dietricht Bonhoeffer, che già nel 1930 disse: o Hitler o il Vangelo.

Gli interventi di chiusura hanno ribadito le argomentazioni di Zanotelli: …Arcangeli ha indicato tout court la radice della iniquità del sistema nella essenza stessa del capitalismo, che essendo violento ed armato non può essere sconfitto con le armi; Peppe Sini, citando la parabola del buon samaritano, che non volta la faccia dall’altra parte di fronte al viaggiatore in fin di vita (…), indica come prassi di azione la protesta capillare e diffusa della gente comune, che potrebbe, ad esempio, sollecitare i presidenti delle Regioni perché ricorrano alla Corte Costituzionale contro un decreto da lui definito di conservazione della razza; Emanuela Petrolati chiede a chi giova l’apparato repressivo messo in piedi da Salvini, come mai rispondono in molti a queste distorte sollecitazioni?

Nelle conclusioni finali padre Alex Zanotelli, domandandosi come può un cristiano dichiarato votare per Salvini, cita papa Francesco e la sua Evangelii gaudium, nella quale afferma che questa economia uccide…il sistema della iniquità giova alla destra razzista e sovranista, che ha come obiettivo la distruzione della democrazia.

Sarcastica ed incisiva la considerazione finale: dobbiamo puntare sui giovani del nostro tempo per ridare dignità all’uomo, dato che da Homo Sapiens siamo divenuti Homo Demens…

Saluti antifascisti a tutt*

(Foto di Elisa Bianchini)

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Riccardo Infantino – 23.02.2019

La legalità si impara anche a scuola

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Il 15 febbraio scorso si è svolta a Viterbo una fiaccolata per sostenere la legalità, forse il tema più delicato di questi anni di sofferenza democratica

Alla fiaccolata ha partecipato una nutrita rappresentanza della Rete degli Studenti Medi, e la mia professione di insegnante mi dà la fortuna di conoscerne una esponente, Lucia Ferrante, alla quale ho chiesto di inviarmi delle sollecitazioni su quanto è avvenuto durante la manifestazione.

L’iniziativa è stata considerata riuscita dalla Rete degli Studenti Medi, data la affollata e variegata partecipazione; ci si sarebbe aspettati un discorso conclusivo davanti alla sede del Comune, cosa che purtroppo non è avvenuta.

Ci si augura che questa iniziativa sia solo l’inizio di una sequenza di eventi simili, per riaffermare una legalità sana, intesa come senso del rispetto reciproco in una cornice di rapporti umani, che per definizione vengono prima delle leggi.

Sempre la Rete degli Studenti Medi ha fortemente voluta, e stamattina, 22 febbraio, realizzata, una assemblea di istituto del Liceo Paolo Ruffini di Viterbo sul tema della legalità e del modo di attuarla da cittadini nella società civile; erano presenti, tra gli altri, il vice questore di Viterbo ed il presidente dell’ordine degli avvocati del foro cittadino.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino – 17.02.2019

Diritti e sovranità popolare da recuperare e difendere:

Paolo Maddalena a Viterbo

Ieri pomeriggio si è tenuta la lectio magistralis di Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale, a proposito dei diritti umani nell’attuale contesto giuridico.

Già…un argomento sofferto, al punto che la sezione ANPI di Viterbo ha chiesto proprio a Maddalena di evidenziare i profili di incostituzionalità presenti nel decreto sicurezza a firma Salvini.

Lo stesso CSM si è espresso nella sua maggioranza in modo negativo riguardo diversi punti del testo, sia per quanto concerne la questione dei migranti che la sicurezza in senso più generale.

La Sala Regia del Comune di Viterbo, che ha ospitata l’iniziativa, si è riempita in tutti i posti a sedere quando il relatore ha iniziata la sua esposizione, di un pubblico di età differenziate (hai visto mai che i valori della democrazia e della solidarietà umana stiano uscendo ben oltre i confini dell’ANPI…).

Dopo l’introduzione di Enrico Mezzetti e di Antonella Litta, che fanno notare come ormai l’odio come strumento politico si sia spostato più a Sud (il nero è il pericolo…), e che siamo di fronte al rischio di una bomba etnica nel momento in cui i figli di terza o quarta generazione di immigrati saranno considerati cittadini di serie B (ma ovviamente quelli che sono presenti alla lectio sono la parte dell’Italia che non ci sta) il relatore inizia facendo notare come il decreto sicurezza se la prenda non con le grandi organizzazioni criminali, la vera fonte di pericolo e danno, ma contro gli immigrati, che vengono considerati fonte di possibili comportamenti illegali non in quanto da loro vengano effettivamente commessi, per il fatto stesso di essere non italiani giunti sul nostro suolo alla ricerca di una seconda possibilità; oppure contro i poveri, considerando l’accattonaggio (figlio della povertà) un reato penale.

Come è potuto accadere, prosegue Maddalena, che il Parlamento abbia convertito in legge un decreto che viola tutti gli articoli della Costituzione che trattano di eguaglianza, solidarietà, libertà personali e diritti inalienabili (art. 2 3 13 17 24), quale è stato il substrato che ha prodotto questa aberrazione?

Quando fu approvata la Costituzione non fu più possibile parlare di legalità pura e semplice, ma di legalità basata sulla Costituzione, che ha il suo fulcro nella sovranità che appartiene al popolo, che è sovrano e che ha un proprio patrimonio pubblico che di principio era inalienabile.

Dopo l’uccisione di Aldo Moro – ha continuato Maddalena – è iniziato un processo di destrutturazione del pubblico patrimonio appartenente al popolo sovrano, processo nel quale tutti i governi hanno approvata una serie di leggi che lo hanno sistematicamente reso privato, e dunque non più inalienabile ma vendibile in regime di concorrenza, con il risultato che le grandi multinazionali si sono impossessate di tutti i settori nevralgici per il paese: autostrade, ferrovie, previdenza sociale, sanità, istruzione, fonti energetiche, praticamente i pilastri della società basata sulla sovranità popolare.

In pratica si è passati da una economia di tipo sociale keynesiano, nel quale la ricchezza è distribuita dal basso, così da favorire i consumi e far girare l’economia di un paese, ad una di tipo neoliberista predatorio, che prevede la ricchezza nelle mani di pochi in competizione tra loro (e l’espressione “forte competizione” è nel Trattato europeo di Lisbona), estromettendo il popolo sovrano da ogni capacità di decisione.

La causa di tutto questo è da ricercare – precisa il relatore – in una erronea interpretazione del concetto di proprietà, quale è declinato dalla Costituzione agli articoli 41 e 42 e nel Codice Civile all’articolo 832: viene capovolta la relazione tra proprietà pubblica e privata, nel senso che è nata prima quella pubblica (nel diritto romano), che disciplina quella privata vincolandola a non ledere i princìpi di sovranità popolare di solidarietà e benessere sociale.

Anche i beni comuni, concetto elaborato da Stefano Rodotà, non possono essere interpretati come beni privati, ma come pubblici, dato che sono a beneficio dello Stato in quanto comunità dei cittadini.

Come opporsi a questo processo di destabilizzazione completa del paese?

Attraverso il ricorso alla Corte Costituzionale su di un piano generale e tramite ricorsi su singole leggi, così da scardinare questo perverso processo.

Mentre il relatore parlava mi guardavo intorno per vedere le reazioni dei presenti, e nel volto di ognuno di loro leggevo la volontà di non adagiarsi ad una situazione di depauperamento dei diritti e delle risorse, ma operare per salvaguardare la nostra sofferente democrazia.

Saluti resistent* a tutti.

Video 1 di 3

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Riccardo Infantino – 08.02.2019

…e allora le foibbe?

Così si esprime Vichi di Casapound, la feroce macchietta impersonata da Caterina Guzzanti, ogni volta che nella conversazione arriva ad un punto morto o non sa come controbattere il suo “interlocutore”…

Anche quest’anno l’accanimento quasi terapeutico poggiato un numero imprecisato, ma sempre crescente (…) dei così detti martiri istriani, croati e sloveni vittime delle foibe risuona puntualmente almeno una settimana prima del fatidico 10 febbraio, Giornata del Ricordo.

La considerazione più significativa l’ha fornita il Ministro dell’Interno, che a margine del convegno Fascismo e Foibe, che viene tenuto da 14 anni a Parma con l’intento di chiarire – non negare – le reali dimensioni della questione: ipotizzando un proposito negazionista appoggiato dall’ANPI (che ha invece invitato i relatori di Parma a non offrire il destro a polemiche smaccatamente strumentali…) il ministro ha sostenuta la necessità di privare l’ANPI stessa dei contributi economici ai quali, in quanto associazione riconosciuta, può accedere, rispolverando il vecchio ritornello (in fin dei conti siamo nei giorni del Festival di Sanremo…) del negazionismo completo…

Sinceramente le polemiche mi stancano e non mi piace prenderne parte né tantomeno alimentarle, per cui vorrei esprimermi come persona della strada che ha tentato di documentarsi e capire meglio.

Un processo psicanalitico ben noto è quello della rimozione, che funziona benissimo anche nella psicologia delle masse oltre che in quella dei singoli individui.

Mi riferisco in particolare alla presenza di campi di internamento italiani nella zona istriano dalmata e slovena, luoghi dove, “grazie” alle terrificanti condizioni umane ed igieniche, almeno 15 prigionieri su 100 morivano, la stessa percentuale che si riscontrava a Buchenvald.

Primo elemento del percorso: una vera e propria operazione di pulizia etnica compiuta da fascisti italiani (per favore, non identifichiamo la prima parola con la seconda) ai danni della popolazione croata e slovena (a Trieste era ben funzionante un ufficio deputato alla italianizzazione forzata della zona, processo da condurre indipendentemente dai mezzi, come ben evidenziato nei materiali della mostra “Testa per dente”.

Secondo elemento: un ovvio risentimento contro i fascisti (non solo italiani, come dimostrano i croati ustasha, che contribuirono generosamente ai massacri di cui sopra), che prima o poi sarebbe esploso in forme drammatiche alla fine del secondo conflitto mondiale (non so quanto possa essere giustificabile, ma è quantomeno motivabile, viste le circostanze).

Terzo elemento: i numeri reali dei morti realmente seppelliti nelle foibe – che detto per inciso vennero utilizzate come “sepolcri veloci” da tutte le parti coinvolte nel conflitto in quella zona – : dai documenti degli archivi pubblici di Trieste e Lubiana la cifra effettiva non si aggira affatto sulle migliaia strombazzate ogni dieci febbraio, ma su numeri di parecchio inferiori.

Mi viene da sorridere pensando ad un illustre quanto attuale politico che ha parlato di vittime dei comunisti, trascurando il piccolo particolare che non solo loro (i comunisti cattivi…), ma anche loro, hanno fatto muro contro il dominio e l’occupazione nazifascista in Europa, contribuendo a raddrizzare la Storia e a preparare quello che avrebbe dovuto essere un continente pacifico, solidale ed accogliente, quale venne tratteggiato nel Manifesto di Ventotene.

Ultimo elemento, a proposito di negazionismo vero e finto: un cospicuo numero di medaglie alla memoria elargite per la questione delle foibe sono intitolate a graduati fascisti in forza alla Repubblica di Salò… l’ANPI non chiede di ignorare l’episodio drammatico delle foibe – questo sarebbe tentare di riscrivere la Storia – ma di riportarlo alle sue corrette dimensioni ed al suo reale contesto.

Claudia Cernigoi: Operazione foibe

Il database dei campi fascisti

Il lager italiano di Rab

Saluti resistenti a tutt*

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 Gabriele Busti 05.02.2019

Sul Reddito di cittadinanza

La media degli stipendi sotto i trent’anni è 830 euro, il reddito di cittadinanza è 780 euro, il 45% dei dipendenti privati del Sud ha redditi da lavoro inferiori”. “La differenza tra reddito di cittadinanza e stipendio medio è troppo piccola per costringere un disoccupato ad andare a lavorare”. A sostenere queste affermazioni Tito Boeri, ex presidente dell’Imps, appoggiato da Confindustria e dall’immancabile Carlo Calenda. Cosa aggiungere a riguardo, se non che finalmente, dopo mille meravigliose carinerie riguardo alla mancia elettorale, alla mancanza di voglia di lavorare dei terroni, all’assistenzialismo di stato, abbiamo finalmente scoperto gli altarini? Perché il quid della questione è questo: più di qualcuno ha approfittato della crisi per straguadagnare sugli stipendi dei lavoratori.

I bassi stipendi non possono essere la soluzione per rendere le aziende competitive sul mercato, McDonald non ha bisogno di lucrare 100 euro mensili sui suoi dipendenti per restare in attivo, e chi lo sostiene è presumibilmente in malafede: i bassi stipendi sono la morte, mortificano i consumi, azzerano i risparmi, costringono alla vendita delle proprietà e delle attività, premettono lo smantellamento dell’impianto economico nazionale, sono il timing del nostro declassamento. L’unico rimpianto è che il reddito di cittadinanza, così come è stato pensato, non riuscirà ad incidere profondamente in questo meccanismo, non nella misura in cui servirebbe, probabilmente.

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03.02.2019

La regista pluripremiata Alice Rohrwacher, attraverso il quotidiano “La Repubblica”

 

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Riccardo Infantino – 25.01.2019

La Memoria ed il Presente 

(Restiamo umani)

Ogni 27 gennaio mi ritrovo puntualmente a pormi la fatidica domanda: abbiamo imparato qualcosa dal passato non troppo remoto, è proprio vero che la Storia ha come scopo il non dimenticare ciò che è già accaduto per non correre il rischio di ripeterlo?

Sembra proprio di no, in particolar modo in questi ultimi anni…e allora quale è il senso del ricordare e custodire segni e testimonianze di fatti che in qualche modo la memoria collettiva sta piano piano rimuovendo?

Nei suoi reportage da Gaza Vittorio Arrigoni concludeva i suoi reportage su Il manifesto con la frase “restiamo umani”, e credo sia proprio questo il senso del custodire e ripercorrere la memoria della shoah – che, detto per inciso, significa “annientamento”, non solo sterminio – .

Primo Levi disse, in tempi non sospetti di allarmi “terroristici” e di conseguenti politiche securitarie e di chiusura (avete presente l’Europa fortezza?) che ognuno è ebreo di qualcuno…non ci vuole una ampia preparazione politica per capire come lo sgombero del centro di Castelnuovo di Porto sia avvenuto con modalità che se non possono essere definite da deportazione non ne sono proprio estranee: l’esercito con i pullman arrivato senza il preavviso al sindaco, la spartizione degli ospiti accolti nel centro un gruppo qui ed uno là, e – la cosa forse più grave – l’azzeramento delle vite di chi è stato allontanato con la forza: gli adulti hanno perso il lavoro ed i bambini hanno forzatamente interrotto il proprio corso di studi… certo, sono figli di immigrati, non hanno il diritto, come gli italiani, di avere una istruzione di qualità e continuativa… conseguentemente alla applicazione delle leggi razziali del 1938 bambini e ragazzi di nascita ebraica vennero allontanati dal sistema scolastico nazionale.

Mi ricorda un altro episodio che risale ad alcuni anni fa, non so se lo avete di nuovo presente: oltre ventimila bambini figli di immigrati privi di permesso di soggiorno rischiarono di non poter essere iscritti alla scuola primaria perché una circolare del Ministero dell’Interno vincolava l’accettazione alle lezioni alla presentazione del documento di cui sopra in regola.

Colpire gli adulti è di per sé contrario al principio di solidarietà espresso dalla nostra Costituzione, prendersela con i bambini esprime una volontà disumana, e non voglio aggiungere altro se non “restiamo umani”, come diceva Viky Arrigoni di fronte alle vessazioni ed alle azioni inumane che tutt’ora vengono perpetrate a Gaza e nella West Bank.

Saluti resistenti a tutt*

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  Gabriele Busti 23.01.2019

APOLOGIA DELL’ATTORE LINO BANFI

Dalla serie: prendetemi pure per un coglione, a parlarne stasera (“ma no, sei un eroe!”)

Lino Banfi può permettersi di bivaccare altri quarant’anni a fare il nonno in sceneggiati per rimbambiti bempensanti, di sbandierare il suo amore per Silvio Berlusconi “a costo di uccidere 120 persone” (cit.), di esternare un sentire e un ragionare in tutto e per tutto comune se non mediocre, di mortificare, per avventatezza e avidità di denaro, un capolavoro come l’Allenatore nel pallone con un sequel che grida ancora vendetta al cielo, può permettersi molto di più e molto di peggio di questo. Perché Lino Banfi è andato al di là di se stesso. Per quelli come noi che non hanno vissuto l’epopea di Totò, ne completa quasi il tragitto. Un talento sovrumano, un istinto attoriale impareggiabile, una prossemica sbalorditiva, così come la capacità di caratterizzare il suo ritratto in pochi tormentoni fulminanti, un’espressività foriera di una valenza iconica potentissima che gli ha aperto le porte dell’immaginario collettivo. Già, ma a servizio di chi? Cosa ci ha mostrato, il Lino Banfi glorioso della commedia piccante? Un frullato di codardia, fregola sessuale, ingordigia, ignoranza, nessun anelito che sia mai andato al di là della risata immediata, vernacolare, sbracata, un concentrato di luoghi comuni che non ha mai avuto ambizioni di diventare nemmeno l’abbozzo di un ritratto sociale, la stilizzazione dozzinale di una caricatura della realtà che non è mai sfociata nella critica di costume. Otto-nove film all’anno per vent’anni, spazzatura totale per sottoproletariati disgregati e rottami antropologici e invece era l’Italia vera, quella che resiste alla storia e periodicamente riaffiora: tette, cosce, culi, parolacce, scorregge, smorfie al limite dell’animalesco, cascami anarcoidi di un popolino che ha introiettato la gerarchia ed è diventato infima borghesia. Eppure, a guardare per la duemilesima volta gli sketch che lo hanno reso immortale, c’è in lui una follia, una tensione al nonsense, un godimento quasi demoniaco nell’atto comico, un virtuosismo improvvisativo, una goliardia amorale, bambinesca, disarmante… il Lino Banfi migliore disarma, ti fa ridere come riderebbe un bambino.

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Riccardo Infantino – 18.01.2019

 

Essere antifascisti e non saperlo nemmeno

L’idea per un titolo così bislacco mi è venuta durante la riunione dell’ANPI che ha costituita una commissione provinciale di supporto alle scuole per coadiuvarle – secondo il protocollo ANPI MIUR – nella diffusione dei valori della cittadinanza attiva, quali sono stabiliti nella nostra Costituzione, di matrice antifascista.

Accanto alle presenze abituali (non la mia…voglio fare outing…) ho incontrate altre persone che non pensavo fossero iscritte, ma soprattutto sono intervenuti i rappresentanti degli studenti medi e dell’università della Tuscia, che hanno discusso insieme a noi “partigiani” stagionati sul come diffondere nelle scuole e in ateneo la memoria dell’antifascismo e soprattutto il modo di utilizzarla concretamente nel presente.

In quel momento ho capito – ce ne hai messo di tempo, mi direbbe giustamente qualcuno – fino in fondo che l’antifascismo è una forma mentale ed un modo di pensare che – di nuovo mi si perdoni la sfrontatezza – può prescindere anche dall’essere membro dell’ANPI.

Parafrasando Mauro Biani e Michela Murgia (fascista è chi il fascista fa…) si è “istintivamente antifascisti” nel momento in cui si fa notare ad un tuo simile che nessun capo carismatico può arrogarsi il diritto di decidere al posto tuo perché lo farà meglio di te e di tutti gli altri; quando si storce il naso di fronte a considerazioni del tipo “questi immigrati vengono a rubarci il lavoro” (quanti badanti italiani conoscete?…), o magari pensando che l’ordine e la sicurezza – binomio micidiale quando non associato e preceduto dalla parola libertà – non si tutelano pensando di armare i cittadini o moltiplicando i controlli su tutti noi, perché se non hai fatto nulla non hai nulla da temere…

Aveva ragione Umberto Eco quando parlò di fascismo eterno?

Facciamo in modo che eterno diventi l’antifascismo, e che le nuove generazioni abbiano la volontà di mantenerlo tale.

Saluti resistenti a tutt*

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Riccardo Infantino – 11.01.2019

Le due anime di Viterbo (ovvero della politica della paura e della disobbedienza civile)

Nella riflessione di questa settimana vorrei parlare di circostanze che riguardano nello specifico la città di Viterbo, avendo constatato come sul tema della sicurezza e della accoglienza l’opinione pubblica viterbese sia tendenzialmente divisa in due, un po’ come nel meccanismo referendario, dove si deve esprimere per forza o un “si” o un “no”…

Praticamente in contemporanea ci sono stati due importanti interventi sul tema che sta monopolizzando l’attenzione generale: l’assessore Nunzi, della Lega Nord, ha ribadito la necessità di applicare integralmente il pacchetto sicurezza, e dunque negare la residenza ai migranti nella città, applicare il DASPO (il divieto di permanenza) anche nella zona oltre le mura ed il centro storico, accanto alla lotta senza quartiere contro i parcheggiatori abusivi e l’accattonaggio molesta, dato che (sono parole dell’assessore stesso) “siamo guerrieri”…

Il nostro presidente Enrico Mezzetti – l’altro intervento degno di nota – ha invitato tutti i sindaci della Tuscia a prendere posizione contro il decreto sicurezza, in quanto lesivo dei diritti umani fondamentali e soprattutto in aperto contrasto con l’articolo 13 della Costituzione (la libertà personale è inviolabile), sottolineando inoltre come il mancato ottenimento della residenza escluda dal poter usufruire praticamente di tutto, dall’assistenza sanitaria al sistema di istruzione…in pratica si diventa dei fantasmi giuridicamente inesistenti…

Voglio essere molto, ma molto di parte, perché quando si parla di diritti umani non è possibile una mediazione – o ci sono interamente e per tutti o non ci sono – : questo modo di fare politica basato sul dio della sicurezza (o meglio, della politica securitaria) mi richiama alla mente la così detta politica della paura (che è anche il titolo di un bello e documentato studio di Serge Quadruppani) e, andando ancora più indietro, diciamo di ottanta anni, l’esclusione degli ebrei da ogni servizio – dalla istruzione al lavoro alla sanità -; in pratica vennero trasformati in fantasmi giuridici privi di cittadinanza…

Potrebbe essere necessaria una forma organizzata di disobbedienza civile?

Saluti resistenti a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino

Mussolini totalitario

(risposta a chi potrebbe dire che in fondo

Mussolini ed il fascismo non furono

una terribile dittatura come quella nazista)

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Uno dei tormentoni dei simpatizzanti del fascismo che viene usato per ammorbidirne la ferocia è: si, è vero, Mussolini governò un partito unico, ma in fondo il suo non fu uno stato totalitario e terribile come quello nazista…e via di questo passo con le motivazioni che per l’italiano ci vuole il polso fermo, altrimenti …

Mi fermo qui, ma potrei andare avanti per un pezzo, tanto è satura di stereotipi la cultura dell’ultradestra e dintorni; vorrei invece far osservare a questo ipotetico (ma forse anche molto reale) italiano che non crede più nei partiti e nel sistema parlamentare (mamma mia, quanto è lento, non decide mai nulla se non in tempi biblici…) e guarda con occhio non troppo negativo al tempo che fu come lo stesso Benito Mussolini, attraverso Giovanni Gentile (l’ideologo dello stato fascista) definì lo stato del ventennio come omnicomprensivo, dunque totalitario.

Nel 1925, l’anno della promulgazione delle leggi fascistissime, Mussolini specificò che era “Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato”…più chiaro di così!

Nel 1932 venne pubblicato, all’interno delle voci della Enciclopedia Italiana, La dottrina del fascismo – opera si diceva scritta a quattro mani da Mussolini e Gentile – , un interessante compendio di come la cultura fascista fosse nei suoi fondamenti pervasiva, occupante in modo totale ogni aspetto pubblico e privato dell’intera vita di tutti gli italiani di cielo, di mare e di terra…

Illuminante al riguardo, l’elenco dei princìpi generali che aprono l’opera, in particolare il VII e l’VIII: “Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l’individuo in quanto esso coincide con lo Stato…”, e “Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi).”

Mi verrebbe voglia di commentare con lo slogan che veniva utilizzato per definire la mafia italo americana dei tempi di Al Capone, quella che ti segue e ti assiste dalla culla alla bara…

Hanne Harendt, oltre che parlare della banalità del male, si è chiesta ne La nascita dei totalitarismi se il fascismo fosse, rispetto al nazismo ed allo stalinismo, una non completa realizzazione dello stato totalitario; credo che per chi ha vissuto la pedagogia del Balilla ed è stato educato al Credere . Obbedire – Combattere il completo assorbimento di tutto nello Stato è stato attuato, eccome.

Quale scopo ha questa mia noiosa e barbosa considerazione infarcita di documenti?

Trovare una argomentazione persuasiva per (almeno) tentare di far ragionare chi non vede un futuro se non in un grande uomo del domani che risolleverà il paese, come è accaduto in passato (…), perché purtroppo l’attesa di un grande leader che conquisti un consenso plebiscitario e risolva, aiutato dal popolo (!…) è sempre più pericolosamente in via di diffusione.

Magari nella calza della Befana (potrebbe iscriversi anche lei all’ANPI, perché no?) troveremo qualche solida argomentazione per cercare di iniziare un cambiamento nelle teste.

Auguri e saluti resistenti a tutt*

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