Didomenica e dintorni

 

 

 Gabriele Busti – 12.12.2019

Cos’è la Destra cos’è la Sinistra

Non mi piace parlare di destra e di sinistra, sono categorie inquinate di continuo da un gioco spesso truccato, Salvini che abolisce la Fornero è più a sinistra di Renzi che promulga il job’s act? A livello di diritti civili la Carfagna è più a sinistra di una Paola Binetti eletta col PD? Preferisco parlare di socialdemocrazia, liberismo, autoritarismo, diritti civili e diritti sociali. Le cose diventano subito chiare. Questi ultimi due aspetti, ad esempio, quando viaggiano insieme portano la società in una direzione, se li separi invece cambia tutto. La Francia quanto a diritti civili è praticamente a posto ma la gente fa le barricate in piazza per andare in pensione a un’età dignitosa e creare nuovi posti di lavoro. Il programma dei laburisti inglesi è molto avanzato in ambito di diritti civili, e però prevede la redistribuzione della ricchezza verso il basso, l’intervento dello stato nell’economia, la rinazionalizzazione dei servizi pubblici precedentemente privatizzati. Mi piacerebbe poter votare la socialdemocrazia anche qui da noi, invece di essere invitato ad andare in piazza contro la destra e ritrovarmi Mario Monti a fianco.

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 Silvio Antonini 10.12.2019

Spegnere il fuoco con la benzina

Anche Viterbo s’appresta alla manifestazione delle Sardine. Dunque, lo storico di questo tipo di mobilitazioni è impietoso: esso non ha fatto altro che spostare più a destra il funzionariato di cui intendeva fare da pungolo, in base alla mitologia “civilista”, per cui vi sia una società civile meglio di quella politica, con l’immancabile presenza del “Io non ho mai fatto politica in vita mia ma qui ho deciso di impegnarmi” .

Si pensi un attimo ai Girotondi, nati certo in altra epoca e promossi da altri soggetti, che si scagliavano contro i gruppi dirigenti del Centrosinistra e, nello specifico, degli allora Ds. Il nemico era impersonificato da D’Alema, che una quindicina d’anni dopo è addirittura dovuto uscire dal Pd, formalmente da sinistra, stizzoso verso un Renzi riuscito laddove lui, per immaturità dei tempi, aveva fallito. La politica di palazzo era andata per conto suo, aveva assorbito bene quei dissensi formali inglobandoli con candidature o altri facili accorgimenti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, in un ambiente politicamente assai più deteriorato rispetto all’epoca. Sì perché è rimasto all’orizzonte soltanto il Pd. A “sinistra” è totalmente riuscito quel processo di americanizzazione dello scenario partitico che, invece, non ha toccato le destre. Qui trovano infatti spazio la Lega, come Fratelli d’Italia, in ascesa, persiste addirittura Forza Italia e, se non avessero mandato su Whatsapp le riprese dello stupro a Viterbo, ce lo avrebbero probabilmente pure quelli di Casapound. A “sinistra” – prendo il dato elettorale più che altro come principale valore statistico oggettivo -, l’unco risultato effettivo delle mobilitazioni contro le attuali forze reazionarie, impersonificate ora da Salvini, è stato proprio il recupero di voti del Pd, ormai forza politica di garanzia dei poteri finanziari multinazionali, che se non sta al governo sono guai. E’ il partito delle primarie, strumento lobbistico nato negli Stati Uniti per contrastare l’affermazione dei partiti di massa, con persone generose che si trascinano ai gazebo, nella convinzione di fare il loro dovere e di essere ancora comuniste. Questo è il grande nostro fallimento. Accanto a ciò, personalità singole, note e meno note, nazionali e locali, hanno fatto e stanno facendo ingresso nel Pd, “per arginare le destre”, spegnere, cioè, il fuoco con la benzina.

Sic stantibus rebus, al netto del fatto che tutto possa accadere, che le mobilitazioni siano comunque un fattore positivo, e non mettendo minimamente in dubbio l’onestà e l’intelligenza di chi vi partecipa, gli sbocchi politici delle Sardine difficilmente potranno essere in contrasto con i percorsi suindicati.

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InfantinoR2

Riccardo Infantino – 7.12.2019

L’ignoranza diviene regia (e si incorona)

In questi ultimi giorni mi sono unito allo sbigottimento prima ed alle azioni di protesta poi che hanno generato la decisione del sindaco di Viterbo, Giovanni Arena, di concedere un luogo prestigioso del Comune quale la Sala Regia al movimento (così ora si fanno chiamare) Casapound, che ha dichiarato voler presentare dati e fatti sui costi del progetto SPRAR nella zona del viterbese.

Ovviamente la decisione del primo cittadino ha innescata una catena di proteste, tra le prime quelle di AUSER e di ARCI, che sottolineano entrambi la pretestuosità dell’argomentazione economica, che nasconde neppure troppo bene l’intento di esercitare, ancora una volta, una pressione di tipo xenofobo, in perfetto stile fascista (idea alla quale si richiamano nei contenuti, nelle azioni dimostrative e – in modo ben evidente – nella grafica del loro sito web nazionale).

Volendo sentire anche la campana fascista (oltre che iscritto all’ANPI sono anche un insegnante di formazione storica, dunque abituato ad analizzare le cose da molteplici punti di vista) ho cercato sul web dichiarazioni della sezione locale di Viterbo, ma…esiste solo un recapito di posta elettronica, e la pagina Facebook di Casapound Viterbo risulta inaccessibile perché non pubblica o irraggiungibile…a differenza di quelle di ARCI ed Auser, accessibili addirittura senza nemmeno il log in necessario di solito per entrare in un social network.

Questo la dovrebbe dire lunga su come potrebbe essere condotta la faccenda, e mi spinge ad una breve considerazione: se il sindaco Arena ha concessa la Sala Regia ad un movimento di palese matrice neofascista non ha molto senso prendersela solo con lui in quanto autorità che ha data la concessione, ma capire che il problema risiede nelle radici culturali ed ideologiche del gruppo politico di cui il sindaco stesso fa parte, e soprattutto nell’ignoranza morale, prima ancora che culturale, di quegli italiani che si affiderebbero ad un uomo forte e volitivo che salverebbe la povera patria (prendendo a prestito il titolo di una canzone di Battiato), convincendoci che il problema sono gli immigrati che tolgono risorse ai cittadini di questo paese attraverso i costi dell’accoglienza e degli SPRAR, tanto per fare un esempio…

L’unico antidoto efficace contro la seduzione dell’idea forte che vada direttamente ai bisogni del popolo saltando le lungaggini democratiche è la controinformazione, condotta attraverso ogni mezzo: nelle piazze, parlando con chi si conosce, nelle scuole, ovunque si possa far vedere una prospettiva diversa, senza mai perdere la speranza di far spuntare nelle menti dei tanti elettori che hanno scelto molto, troppo a destra, il dubbio che la propria scelta non faccia precisamente del bene al paese…

Viene da pensare alla osservazione espressa dalla senatrice Liliana Segre a proposito del rapporto Censis, secondo il quale il 48% degli italiani vorrebbe l’uomo forte…chiaro, non l’ha mai provato.

Saluti antifascisti a tutt*

Riferimenti: AUSER – ARCI – osservazione

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L'immagine può contenere: Enrico Mezzetti, spazio all'aperto Enrico Mezzetti – 02.12.2019

“Italiani brava gente”

La  conferenza tenuta dallo storico Davide Conti presso la sala conferenze della Provincia di Viterbo venerdì 22 novembre sul tema dei crimini di guerra fascisti nei Balcani (Jugoslavia, Albania, Gracia)   durante il secondo conflitto mondiale è stata una occasione per riflettere sul senso della storia sulle sue manipolazioni, sulle narrazioni e sulle contronarrazioni.

Sottolinea lo storico, con una lucidità coinvolgente, frutto di profondi studi, ricerche e riflessioni, che “al termine del secondo conflitto mondiale molti tra i più alti vertici dell’esercito o degli apparati di forza del fascismo furono accusati di omicidi e torture, ma nessuno venne mai processato o epurato. Nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da un Tribunale Internazionale. Diversi di loro furono invece coscientemente reintegrati nei loro posti di responsabilità, dando corpo a quella ‘continuità dello Stato’ che rappresentò una pesante ipoteca sull’italia repubblicana.”

La chiave di lettura di questo processo, portato avanti al termine del conflitto, è costituita dalla divisione dell’Europa in blocchi contrapposti e dalla conseguente importanza geopolitica assunta dall’Italia (Paese sconfitto, occupato dai vincitori ed a “sovranità limitata”)  come bastione posto ad argine al “blocco orientale”.  

Gli alleati di ieri (l’Unione Sovietica) divennero i nemici di oggi; mentre  i nemici di ieri (“i fascisti”) divennero gli amici di oggi in quanto “affidabili” anticomunisti.

Questa chiave di lettura, consente di rendere più comprensibile (o, meglio,   meno incomprensibile) la successiva storia italiana fino ai giorni nostri.

E’ in questo contesto che nasce il falso mito degli “italiani brava gente”, del fascismo che sarebbe stato un’altra cosa rispetto al nazismo, del fascismo che “ha fatto anche delle cose buone”.

E’ per queste ragioni che l’Italia non ha mai fatto fino in fondo i conti con la propria storia.

 E’ in questo contesto  che ancora oggi è difficile affrontare il tema dei crimini nelle guerre di aggressione e coloniali (non solo nel Balcani, ma anche in Russia, in Libia, in Eritrea, in Etiopia), il tema dell’uso dei gas di sterminio di massa nella guerra d’Etiopia,  della strage di monaci cristiani nel 1937 nel monastero di Debre Libanos (per i cristiani etiopi un luogo sacro come può esserlo il Vaticano per i cristiani cattolici). 

Significativo ed illuminante, quale esempio di questo processo di rimozioni e mistificazioni, è stato il riferimento al film “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores. un film in cui i soldati italiani non sparano neanche un colpo, anzi fraternizzano con gli ospitali abitanti dell’isola, fino al punto che uno di loro si sposa con la belloccia del luogo. Indubbiamente  un’opera godibilissima e di alto valore artistico, ma che con la realtà vera, con  la campagna di Grecia, e cioè con la aggressione fascista della Grecia ed i conseguenti crimini di guerra ,  e cioè con la Storia, non ha nulla a che vedere: una bella favola, “una fuga” appunto, secondo la definizione di Gabriele Salvatores.   

Nel corso della conferenza è stata letto il contenuto di  una lettera datata 9 luglio 1942 che un soldato italiano del 25° Reggimento fanteria di stanza in Jugoslavia, aveva scritto  alla moglie Antonia a Viterbo. La lettera, intercettata da organi della Resistenza jugoslava, descrive i saccheggi e “il macello che abbiamo fatto ed il bottino raccolto” in due villaggi poi incendiati. Conclude precisando che “anche gli ufficiali hanno sacchi pieni di mercanzia, ma loro sono ufficiali e se la fanno portare dai muli”.

Nell’ambito della iniziativa non poteva mancare la commemorazione, nel quinto anniversario della morte, di  Nello Marignoli, il soldato viterbese a cui è dedicata la nostra sezione di Viterbo, che l’8 settembre 1943 si trovava di stanza in Albania e che, a seguito di varie vicissitudini, entrò nella Resistenza jugoslava. La sua storia   è narrata nel toccante e coinvolgente monologo teatrale “Drug Gojko”.

In considerazione della qualità della conferenza e dell’interesse dei partecipanti alle problematiche trattate, è proposito dell”ANPI promuovere altre iniziative volte alla conoscenza della reale natura delle guerre di occupazione e delle guerre coloniali fasciste.

              

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 Gabriele Busti – 1.12.2019 

Se son pesci abboccheranno

 Il movimento delle sardine dovrebbe essere un’emanazione occulta della bestia, l’ultimo raffinatissimo parto dello staff di persuasione politica assoldato dall’inutile peracottaro padano al fine di rubare voti a lui altrimenti non destinati e conseguire il potere. Altre spiegazioni non riesco a darmele. Due secondi dopo aver letto il manifesto delle sardine ho provato l’irrefrenabile istinto di uscire di casa, raggiungere la sede più vicina della Lega e fare la tessera del partito. Un impulso diabolico, lancinante, fortissimo. Andateci piano, ragazzi, con questi algoritmi, accidenti a voi.

Non mi avrai mai, demagogo di bassa Lega, so da dove vieni e dove vuoi arrivare, conosco le tue ricette, sono identiche sputate a quelle che ci hanno portato a questo punto, not in my name completerai il tuo programma, è inutile che ti affanni a portarmi dalla tua parte creando un fintissimo movimento di opposizione composto da odiosissimi classisti impolitici radical chic autoiscrittisi dalla parte del giusto, moralmente superiori, antifascisti indifferenti alle cause economiche e sociali generatrici di fascismo, razzisti, elitari, contrari al suffragio universale, odiatori seriali delle classi meno abbienti.

Un trucco spregevole, capitano, finissimo ed efficace, ma con me non attacca.

 
 
 

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Riccardo Infantino – 30.11.2019

Dividendi e divisori

Dopo tanti anni di insegnamento nel liceo scientifico, a forza di parlare con i colleghi di matematica alla fine qualcosa del loro linguaggio è entrato nel mio…questo spiega il titolo del pezzo di questa settimana.

I recenti fatti di cronaca e le ultime iniziative dell’ANPI di Viterbo si adattano molto bene a queste due categorie aritmetiche.

Cercherò di essere più chiaro e il meno noioso possibile.

Il sindaco di Schio si è opposto alla posa delle pietre di inciampo in memoria degli sterminati nei lager, giudicandole elemento divisivo, o meglio divisorio…come in una divisione (si, proprio quelle che abbiamo tutti appreso a calcolare nella scuola elementare) il divisore è quell’elemento che fraziona il dividendo, separandolo in parti eguali più il resto, parti non destinate a riunirsi tra loro per qualcosa che abbiano in comune.

Sul cosa significhi la pietra di inciampo come elemento divisorio non l’ho ben capito (e secondo me non l’hanno capito i molti che sono rimasti quanto meno perplessi), ma è certo che questo ennesimo tentativo di attenuare il peso dei fatti della Storia non servirà certo a cancellare un passato ingombrante, con il quale non si sono fatti ancora i debiti conti.

Proprio a proposito del metabolizzare in modo sofferto, ma corretto, il passato che ha creato il mito degli Italiani brava gente si è parlato al convegno L’occupazione italiana dei Balcani, tenutosi a Viterbo nella Sala conferenze della Provincia il 22 novembre scorso.

Il giovane e documentato Davide Conti ha dimostrato, prove alla mano, che l’occupazione militare e coloniale fascista nella zona balcanica ed in quella africana non ebbe nulla da invidiare in quanto a ferocia e violazione dei diritti umani fondamentali rispetto a quella nazista.

Capire questo è importante per attuare una operazione da dividendo: per continuare la matematica metafora di cui sopra potremmo dire che ripensare in modo critico e consapevole il nostro per lunghi tratti molto poco umano passato non può fare altro che bene al presente del paese, perché introdurrebbe un onesto criterio di separazione tra la realtà effettiva (fatta di massacri e operazioni al limite della pulizia etnica) e quella che la propaganda, penetrata a livello popolare, ha confezionato per sostenere il mito degli Italiani brava gente, al contrario degli altri, criminali di guerra.

Proprio grazie a questo mito positivo è passata indenne la ricollocazione, nelle stesse istituzioni repubblicane, di diversi personaggi compromessi con il regime e poi amninistiati, dato che il paese, se si fossero processati tutti i cittadini che aderirono, per convinzione e non costretti, al PNF, non avrebbe avuta praticamente una parte della classe politica che occupasse i posti di responsabilità medio alti, con conseguente grave crisi istituzionale.

A questo punto non ci resta che chiedere aiuto alle quattro operazioni per far quadrare i conti con il passato fascista e colonialista.

Saluti antifascisti a tutt*

riferimenti: opposto alla posa delle pietre di inciampo – L’occupazione italiana dei Balcani – Davide Conti

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 Silvio Antonini – 24.11.2019

NELLO

Un lustro è passato. Il 23 novembre 2014 ci lasciava NELLO MARIGNOLI, gommista viterbese, Radiotelegrafista della Regia marina militare italiana sul Fronte greco-albanese, Internato militare in Bosnia e Combattente partigiano per la X brigata Herzegovaska dell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo.
Circa una settimana prima all’Ospedale. Quello che poi è stato l’ultimo saluto. Mi fissava, ansimava e non riusciva più a parlare. Un cenno di addio con la mano. Poi ho avuto l’influenza, la guarigione, l’incontro con Adelmo Cervi a Nepi e, il giorno dopo, la notizia della morte. E la morte, quando è pretesa dal tempo, dall’esaurirsi dell’esistenza, nasconde inevitabilmente la nuova vita, la porta in sé. Le corse per i manifesti funebri, per il comunicato stampa, per il tutto. Il funerale in fine, con la Chiesa del Pilastro piena, nonostante l’orario proibitivo del mattino.
Era cessata una vita che avevamo fatto in tempo a fermare nel tempo, con più lavori, una vita ora dal più alto senso politico, non politicante, poiché il suo portato toccava i nervi scoperti dell’Operazione foibe, il colpo più riuscito del revisionismo strumentale per denigrare la Resistenza e i suoi valori (coi boccaloni che ovviamente abboccavano). Eppure Nello non aveva la minima acredine: sviscerava tutto, diceva tutto con la saggezza e il disincanto, con quella capacità, come si dice, di farti piangere e ridere assieme.
Bastava qualche centinaio di metri da casa per raggiungere via Leonardo Da Vinci, 7, in un’abitazione popolare, come diverse che ho avuto modo di conoscere nel lavoro di custodia della memoria, dove, infatti, il tempo sembrava essersi fermato sui soprammobili, sulle suppellettili. Ad un tratto, non appena iniziato a parlare, ci si trovava su via Cairoli innevata negli anni ’30, alla pompa di via Raniero Capocci, a Patrasso col dragamine, “su pe’ quelle montagne” in Bosnia o dovunque i racconti avessero portato. E si usciva da quella casa più entusiasti e rafforzati.
E’ stata una delle più grandi fortune assistere a tutto ciò ed imbattersi in una delle più belle persone che si potessero mai incontrare nella vita.
 
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InfantinoR2

Riccardo Infantino – 17.11.2019

Un bell’esempiodi televisione che educa e che fa bene all’istruzione

Sono ormai undici anni che non vedo la televisione – complice la felice circostanza di un segnale del digitale terrestre di scarsissima potenza…segno del destino, che ho ascoltato…-.

Appartengo a quella generazione (sono del 1962) che ha visti i grandi sceneggiati RAI come Il mulino del Po e i venerdì sera a “teatro”, quando gli spettatori trasformavano la diretta delle grandi opere teatrali in una immensa platea, nutrendosi di cultura invece che di slogan ed esibizioni di violenza verbale gratuite, e dunque non posso fare a meno di notare come quello che Pasolini, magari con molta sana faziosità, definiva il mezzo anti democratico per eccellenza, una volta tanto ci ha data una bella lezione di civiltà e di coscienza civica (perdonate i paroloni…).

Lo scrittore Stefano Massini, nel suo intervento settimanale ospitato dalla trasmissione Piazza Pulita, ha chiarito con un esempio semplice, ma diretto, le basi inconsistenti su cui si poggia la dittatura: dopo aver commentata la scioccante foto della grande manifestazione con tanto di svastiche naziste tenuta in Polonia (sembra incredibile, ma è così) Massini ha parlato di una scenetta alla quale aveva assistito in un parco pubblico: un bambino uguale al gruppo di altri bambini con i quali stava giocando che decideva lui chi dovesse salire sullo scivolo e chi fosse più o meno bravo ad usarlo…quando ha chiesto ad uno dei piccoli “sottomessi” cosa avesse più degli altri l’altrettanto piccolo tiranno si è sentito rispondere che non era lui, ma gli altri che gli davano retta…

Voglio far vedere questo illuminante video ai miei ragazzi a scuola, dato che ogni anno vedo aumentare il numero di adolescenti che sostengono l’esistenza della parte buona del fascismo, della superiorità dell’uomo occidentale sugli altri e bestemmie simili.

La memoria perduta e la pigrizia del non impegnarsi nella fatica della democrazia, concludeva Massini nel suo intervento, è la causa di questo spaventoso consenso in diversi paesi del mondo; quest’anno ho la fortuna di poter tenere con ragazzi del penultimo ed ultimo anno di scuola una serie lezioni sulla Resistenza, la Costituente, i diritti umani fondamentali e, visto che posso lo faccio , possibilmente con spirito partigiano…, la storia e la funzione dell’ANPI.

Con mia grande soddisfazione ho visto sul volto di queste persone ormai quasi adulte una espressione di interesse e di concreta partecipazione, la voglia di conoscere le radici del nostro passato e di agire per stare bene nel presente e magari anche nel futuro.

Il primo incontro ha affrontato il tema delle donne nella Resistenza, di come la loro essenziale partecipazione sia stata in qualche modo rimossa e resa di nuovo pubblica solo dalla fine degli anni Ottanta, crollato il Muro di Berlino.

Vi aggiornerò sui futuri sviluppi…
Saluti antifascisti a tutt*

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InfantinoR2

Riccardo Infantino – 01.11.2019

Ho paura degli astenuti

Uso il vocabolo “paura” non spesso, solo quando percepisco situazioni di oggettivo pericolo ed ho la consapevolezza che non si può tardare a cambiare direzione per salvaguardare i diritti umani fondamentali e subito dopo i nostri princìpi costituzionali.

L’episodio accaduto in Senato il 30 ottobre scorso è indicativo: la Commissione di indagine sulle manifestazioni di razzismo ed antisemitismo ha vista, come è ormai noto, una votazione di 151 favorevoli e 98 astenuti, che per ribadire la propria posizione sono rimasti seduti nei loro seggi, tranne qualcuno che, con grande imbarazzo suo e dei propri compagni di partito, è andato ad omaggiare la senatrice Liliana Segre.

La mia paura non è solo dei fascisti dichiarati (che almeno hanno una ideologia, per quanto assolutamente opposta alla democrazia reale), ma soprattutto di chi tace pronto a spostarsi dove tira il vento che ritiene a lui favorevole per raccattare consensi.

Vorrei chiedere, se fosse possibile, ai senatori di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega, uno per uno, se ritengono il non decidere comportamento degno di un parlamentare della repubblica che è lì dove si trova per un mandato espressione della fiducia dei suoi elettori.

Che le manifestazioni da regime del tempo che fu, i saluti romani, le dichiarazioni di italianità e di famiglia che non è se non etero e possibilmente cattolica non esiste siano illegali e magari passibili di sanzioni lo sappiamo, ma è necessario chiedersi i motivi per i quali siano divenute possibili e tollerate da una parte dell’opinione pubblica prima che da corpi istituzionali.

Potrebbe essere che la non coscienza della effettiva pericolosità di espressioni come “ci vuole il partito forte che raddrizzi il paese”, “attenzione a chi entra, potrebbe essere un terrorista o un delinquente”, “manca il lavoro per noi, figuriamoci per chi viene da fuori”, “amare il proprio paese significa aiutare prima gli italiani e poi, se ce n’è, gli altri” predisponga a una operazione equivalente a quella del riciclaggio del denaro sporco o del green washing (avete presente la multinazionale che prima ricopre intere aree del pianeta di coltivazioni OGM per poi iniziare una pubblicità capillare sulle misure che adotta per la salvaguardia dell’ambiente e la salute di chi lavora per lei?).

Questo atteggiamento passivo porta inevitabilmente a non scegliere tra democrazia e sua negazione, per poi credere che, siamo onesti, il fascismo, come tutte le ideologie, ha una parte cattiva ma anche una buona…e a quel punto la parte degli elettori di cui sopra concede fiducia con la propria scheda a chi palesemente si riallaccia a quella parte buona.

Come sempre ignoranza della Storia e sentimento della paura verso chi non è necessariamente un tuo nemico sono i cardini di ogni dittatura…ma nel momento in cui i cittadini (perdonatemi, ma la mia fissazione è che il potere effettivo sia nelle mani del popolo, non di chi lo governa per suo mandato, che può anche essere revocato) riescono a riconoscere la menzogna politica e morale della salvezza di una nazione affidata alla sua chiusura in tutti i sensi e alla sicurezza che viene prima dei princìpi costituzionali fondamentali, si può fare terra bruciata intorno a quelle figure che di questa menzogna (la buonanima del ragionier Fantozzi la definirebbe una boiata pazzesca…) fanno buon uso per adescare il consenso degli elettori.

Saluti antifascisti a tutt*

L’episodio accaduto in Senato

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 Silvio Antonini -28.10.2019 post su facebook

Regionali umbre

Nel 97° della Marcia su Roma, occorre ricordare che a Perugia era il quartier generale delle operazioni. L’Umbria era stata il centro propulsore dello squadrismo fascista. La Disperatissima di Umbertide era una delle squadre più truci, che hanno terrorizzato l’Italia centrale e settentrionale, dall’Emilia a Roma. L”Umbria, cuore geografico d’italia, rossa nella superficie, ha sempre avuto un cuore nero, in senso fascista, laboratorio di trame eversive e sperimentazioni per l’estrema destra. L’unica regione dove, ad es., è venuto in essere il famoso rossobrunismo, con il Campo antimperialista, e derivati, prima, e Stato e potenza – Socialismo patriottico (felicemente naufragato) poi.
Vent’anni esatti fa mi capitò di trovarmi a Gualdo Tadino, quando, se non ricordo male, il Centrosinistra viaggiava attorno al 70%. Ebbene, le persone votavano in massa gli allora Ds ma la loro mentalità era fortemente fascista, razzista, come non ne ho trovata altrove.
Questa massa ha continuato a votare a “sinistra” finché sono rimaste in piedi le strutture burocratiche ed economiche da cui trarre guadagni e vantaggi. Poi quel mondo, con un processo lento, è venuto meno ed ecco il redde rationem.
Un processo che si è realizzato dappertutto. Ci si è continuati a pascere nelle proprie convinzioni, nella certezza che alla gente pronta a votare Lega interessasse qualcosa del Russiagate.
La realtà andava in altre direzioni e a ben poco serve aprire sezioni Anpi per far rimettere in carreggiata il trombariato.

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InfantinoR2

Riccardo Infantino – 26.10.2019

Via del fascista

Una delle memorie che il fascismo ha lasciato in eredità sono le molteplici tracce edilizie (un intero quartiere di Roma come l’EUR e la città di Sabaudia) e gli oggetti monumentali, sparsi soprattutto nelle grandi città: aquile, obelischi che recano ancora la scritta Dux e via dicendo.

Quando di recente è stata ventilata la proposta di eliminare dal paesaggio in cui erano stati collocati i simboli e gli edifici del ventennio devo confessare che sono rimasto non poco perplesso: seguendo scrupolosamente queste indicazioni dovrebbero essere rimosse e distrutte, ad esempio, le aquile di Piazza dell’Esedra, oppure una città come Latina (ex Littoria) dovrebbe fare la fine di Cartagine, spianata al suolo…

Da un punto di vista storico ed archeologico la bellezza delle nostre città mediterranee è quella di conservare le memorie che le varie epoche attraversate hanno lasciate a quelle successive; il punto è fino a che punto sia stata metabolizzata per bene e superata l’epoca che le ha prodotte…

 

Altra cosa è invece proporre l’intitolazione di una strada con il nome di un alto funzionario del tempo che fu: il sindaco di Pisa e la giunta di centro destra hanno deliberato di intitolare una strada di Marina di Pisa a Giuseppe Niccolai, fascista che fu tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano, sostenitore del ripristino della pena capitale e della concessione, in regime repubblicano parlamentare, dei benefici pensionistici agli ex appartenenti alle camicie nere ed ai volontari che combatterono con Francisco Franco.

Buona politica è la motivazione che i proponenti hanno addotto…torna di nuovo il ritornello del fascismo che, sì, ha privati gli italiani della libertà, ma li ha fatti vivere in condizioni umane ed ha impiantato un apparato statale onesto di cui senz’altro i camerati…pardon!…i cittadini hanno beneficiato…

Da insegnante sono sconcertato nel vedere come ancora non si capisca che sovranità popolare (si, proprio quella che si esprime con la scheda elettorale) e logica dell’uomo solo al comando (avete presente quelli che ci promettono di caricarsi sulle loro forti spalle i problemi del paese per risolverli definitivamente senza ricorrere alle lungaggini dell’iter parlamentare) siano incompatibili…l’ostacolo più grande alla definitiva defascistizzazione del nostro povero paese, mi viene da pensare a questo punto, non è tanto il permanere degli ideali del tempo che fu riaggiornati al nostro (le ideologie mutano, cambiano e tramontano, ci insegna la Storia), quanto una sorta di indolenza politica e mentale diffusa che preferisce abdicare la (faticosa, certo) scelta di libertà del popolo in favore di qualche demagogo che ti fa vedere un futuro migliore del presente, a patto però che tu creda ed obbedisca (poi ognuno aggiunga come terzo il vocabolo che vuole…) ai suoi voleri, sempre e comunque (sostiene lui…) diretti al bene ed alla salvezza della nazione.

Basta, dovremmo prendere esempio dal popolo cileno, che sta scendendo in massa compatta nelle strade per contrastare la violenza brutale dell’esercito, che vorrebbe nuovamente rendere schiavo il paese, e magari trovare un nuovo Pinochet.

O forse, in modo più adatto a noi, tornare tutti a votare con la consapevolezza che la democrazia è la competizione non violenta tra pari, che esclude di principio il grande uomo che ci risparmierà la fatica di risolvere i problemi che stanno rendendo l’Italia una nazione impoverita e politicamente immatura.

Saluti antifascisti a tutt*, e …que viva Chile!

intitolare una strada di Marina di Pisa a Giuseppe Niccolai

sta scendendo in massa compatta nelle strade

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 Barbara Cozzolino 25.10.2019

Viterbo città d’arte e di cultura

Questo accade nella città dove risiedo da circa 6 anni; una città che si è resa spesso protagonista di episodi di cronaca nera perpetrati da cittadini locali.

-Nel giugno 2017, a seguito di un diverbio all’interno di un pub, un giovane viene aggredito e preso a cinghiate da una decina di persone

-Nel dicembre 2017 un uomo uccide la madre (inizialmente si suppone anche il padre, morto invece per cause naturali) e, dopo aver coperto i corpi dei genitori con cellophane e seguitato a vivere sotto il loro stesso tetto per giorni, tenta la fuga all’estero ma viene rintracciato e arrestato a Ventimiglia

-Nel maggio 2018 viene trovato ucciso un uomo nel suo appartamento. Colpevole risulterà essere un italiano

-Nell’aprile 2019 viene violentata una donna da parte di due esponenti di Casapound, uno dei quali già coinvolto in un pestaggio di gruppo nei confronti di un giovane “colpevole” solo di aver postato su facebook una foto ironica contro suddetto gruppo; nonostante tale coinvolgimento, l’esponente di casapound un anno dopo fu eletto consigliere comunale nel suo comune di residenza.

-Poi rammento vagamente casi di un uomo che sferrò un pugno a un altro che difendeva la fidanzata (non ricordo se morì); di un ragazzo che colpì a sprangate un coetaneo; di un tizio che sparò con una pistola ad aria compressa ad un semaforo, per una precedenza non data. Senza contare i tanti cittadini del luogo sorpresi a spacciare, anche minorenni, ma che fanno poca notizia se non sono africani abbronzati.

Pochi giorni dopo lo stupro da parte dei casapoundiani, stupro sul quale l’amministrazione locale (ovviamente di destra) aveva taciuto, ci fu un brutale omicidio. Vittima un anziano negoziante, il cui esercizio commerciale non era molto distante dal luogo dell’avvenuto stupro. Il quartiere è il più multietnico in città e spesso viene posta attenzione e puntato il dito a disordini che scoppiano e che vedono coinvolti gli stranieri. Si parla di degrado, anche se spesso si tratta di liti che scoppiano tra gli stranieri stessi e che non coinvolgono gli italiani. In ogni caso, mezzora dopo l’omicidio il sindaco e gli esponenti della destra locale pubblicarono comunicati stampa di sdegno; tanto più che circolava la voce che l’omicida fosse uno straniero. Effettivamente il colpevole straniero lo era, non africano tuttavia, ma statunitense, pur se di origine asiatica.

Qualche giorno fa, altri due episodi di nera: uno riguardante un nigeriano arrestato perché guidava in stato di ebbrezza, l’altro riguardante due cittadini del luogo inchiodati dalle telecamere come responsabili di rapina e tentato omicidio ai danni di un uomo, tutt’ora in ospedale.

Il primo episodio ha ottenuto diversi commenti di sdegno, il secondo sta passando nel silenzio più assordante.

Niente fiaccolate per Giorgio Farina? Perché? Forse perché non sono circolate voci di presunti assassini “importati” ma gli autori sono autoctoni?

Anche a Roma, ieri, è stato ucciso un uomo per rapina e, anche in questo caso, gli assassini sono italiani, romani. Peccato! Per i familiari della vittima sarà difficile avere giustizia; e neppure attenzione mediatica – anche se, in questi casi, per rispetto della famiglia, sarebbe doveroso tacere; fossero stati stranieri, lo sdegno sarebbe stato altissimo, soprattutto da parte di certi ex ministri.

Ma fatti come questi suscitano meno paura, sembrerebbe, negli italiani. Perché la paura, come ci insegnano gli stereotipi fin da bambini, vengono dagli orchi, dagli “uomini neri”. Quindi un autoctono che uccide/stupra/ruba suscita meno paura, meno allarmismo.

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L'immagine può contenere: Enrico Mezzetti, spazio all'aperto Enrico Mezzetti – 20.10.2019

LA BOMBA –  CINQUANT’ANNI DI PIAZZA FONTANA

UNA PROPOSTA

Sono passati cinquant’anni da quel giorno che cambiò la storia del nostro Paese, da quando una bomba all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, a piazza Fontana, nel centro di Milano, causò 17 morti e 88 feriti.

La notte del successivo 15 dicembre l’anarchico Giuseppe Pinelli, dopo tre giorni di fermo illegale, precipitò dal quarto piano della Questura di Milano, divenendo in tal modo la diciottesima vittima della strage. 

Il Questore di Milano Marcello Guida (che era stato un alto funzionario fascista, addirittura il direttore del carcere di Ventotene in cui Sandro Pertini e buona parte dell’antifascismo italiano erano stati rinchiusi e vessati), nella conferenza stampa convocata in piena notte, dichiarò che Pinelli si era suicidato in quanto il suo alibi si era rivelato falso (“Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto), .

Lo stesso giorno fu arrestato Pietro Valpreda, da subito additato senza pudore, dagli inquirenti e da gran parte della stampa nazionale  come “il mostro”anarchico esecutore materiale della strage.

Ognuno di  noi oggi ha gli strumenti per sapere che la “pista anarchica” fu costruita per occultare quella che fu “una strage di Stato”, posta in opera da gruppi eversivi fascisti  (già responsabili delle bombe dell’aprile precedente alla Fiera di Milano e di quelle del luglio-agosto sui treni, di cui pure erano stati ingiustamente accusati gli anarchici) con la copertura di apparati dello Stato e con lo scopo di arrestare le conquiste operaie e studentesche di quegli anni e provocare un colpo di stato o comunque di instaurare un regime autoritario.

Nel giugno 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che la strage fu opera di «un gruppo eversivo nazifascista  costituito a Padova nell’alveo dell’organizzazione nazifascista di Ordine Nuovo, fondata da Pino Rauti, gruppo capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura, non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari.

Il mondo democratico, gli intellettuali, la stampa e  i giuristi democratici, la popolazione di Milano (che aveva partecipato silenziosa e composta ai funerali delle vittime),  si mobilitarono per mettere a nudo le oscure manovre, denunciare i depistaggi, far emergere le vere responsabilità della strage.

Carlo Smuraglia (si, il partigiano, avvocato, poi presidente nazionale dell’ANPI)  e la moglie Chicca Domeneghetti, furono da subito molto vicini alla famiglia di Giuseppe Pinelli, alla vedova e alle due figlie.

Ha scritto Enrico Deaglio, nel suo ultimo lavoro di lucidissima, rigorosissima, appassionata ed appassionante  inchiesta (“La bomba-Cinquant’anni di Piazza Fontana”) che la bomba del 12 dicemvre 1969 “non ha mai smesso di cambiare l’Italia, quasi fosse una massa incandescente nel sottosuolo, che continua a bruciare.

La sua opera termina con una proposta-auspicio che ritengo, tutti noi dovremmo condividere. Scrive Deaglio: ” Sarebbe bello se il 12 dicembre 2019 ci fosse una grande manifestazione in quella piazza che cambiò la storia d’Italia. E che ci fosse il sole. Sarebbe bello che ci fosse la stessa folla che cinquant’anni fa, ricordando in piazza Duomo le vittime innocenti, con il suo “silenzio monumentale” impedì che la degenerazione dell’Italia fosse compiuta. Sarebbe bello che venisse anche il presidente Mattarella. E, protetto da una bacheca in plexiglasss, che fosse esposto i quadro di Enrico Baj ‘I funerali dell’anarchico Pinelli’ “. 

Ecco, io credo che non si possa non condividere, convintamente e con entusiamo, questa proposta; proposta  che la nostra associazione dovrebbe far propria; “sarebbe bello che l’ANPI Nazionale si rendesse promotrice  e protagonista di questa iniziativa. Una grande manifestazione il 12 dicembre 2019 a piazza Duomo a Milano, a cinquant’anni dalla bomba”. 

Strage di piazza Fontana

 

InfantinoR2

Riccardo Infantino – 19.10.2019

 

Europa dei cittadini, dove sei?

La domanda che ci poniamo in tanti negli ultimi giorni, magari di fronte al ritrovamento di due annegati madre e figlio abbracciati ce la dovevamo, forse, porre molto tempo fa.

Uno dei fenomeni che contraddistinguono la democrazia fondata sulla sovranità popolare è l’insieme dei cittadini che “raddrizza” nella giusta direzione i politici da loro eletti nel momento in cui assumo posizioni alquanto discutibili.

Le manifestazioni di sdegno che ho lette numerose in questi giorni vanno senz’altro bene, sono segnali chiari che qualcosa non va nella inerzia, ad esempio, dei vertici europei e nazionali di fronte alle vittime civili dei raid turchi in Kurdistan: nessuna condanna netta e decisa da voci diplomatiche ufficiali, almeno qui in Italia, a differenza dei paesi che hanno sospese le forniture militari alla Turchia.

Quello che in realtà mi stupisce di più è la rassegnata accettazione delle persone comuni come me e tanti altri, che si costernano di fronte alle tragedie che abbiamo davanti casa, ma ritengono che non si possa andare oltre un diritto di mugugno…

Ho sperimentato più volte la tecnica del boicottaggio di massa, aderendo da alcuni anni alla rete BDS contro la politica antipalestinese perseguita dal governo Israeliano, e vi dico che una massa critica di cittadini (si intende milioni di partecipanti) può molto nei casi di acclarata violazione dei diritti umani fondamentali…ma bisogna essere tanti, tanti, tanti e determinati.

Come si agisce in questi casi: si cercano i codici a barre che identificano la nazione di provenienza e si lasciano sugli scaffali dei negozi – ove sia possibile in pratica – i prodotti made in Turchia…fino a quando sono poche persone a mettere in pratica questa azione si ha indubbiamente una grossa soddisfazione morale, ma un effetto reale poco incisivo…ma se migliaia di cittadini iniziassero a non comperare le nocciole turche o a non prenotare le vacanze ad Istambul il danno economico sarebbe di grosse dimensioni, e nessuna guerra si può proseguire senza un cospicuo utilizzo di fondi (come dire che per ottenere qualcosa bisogna colpire sui soldi)…

Per iniziative come queste spesso conta di più il parlarne ai singoli e stimolarli con il proprio esempio pratico, che i proclami mediatici (utilizzo in senso buono questa espressione, per carità).

Altri sistemi di pressione su grande scala: la mailing bomb, migliaia di mail che intasino le caselle di posta dei siti istituzionali tutte con lo stesso messaggio, in cui si invita a recedere da comportamenti non proprio consoni alla Costituzione (e la vendita di armi ne è un “fulgido” esempio”).

Spesso mi è stato fatto osservare che nessuno leggerà le mail di protesta, e dunque non produrranno alcun effetto concreto…non è proprio così, soprattutto se queste iniziative vengono notificate agli organi di informazione, e soprattutto quando se ne parla con il più ampio numero di persone possibile…anche questa è una controinformazione parallella.

Magari vale la pena di provarci.

Saluti antifascisti a tutt*

ritrovamento ; raid turchi in Kurdistan ; sospese le forniture militari 

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 10.10.2019

Vorrei dire la mia…

…sulla modifica costituzionale riguardo il taglio dei componenti del Parlamento dagli attuali 963 (Camera, Senato ed eletti all’estero) ai preventivati 612, passando in pratica da un deputato ogni 96.000 abitanti ed un senatore ogni 188.000 ai previsti, rispettivamente, uno ogni 151.000 ed uno ogni 302.000.

Come sempre lascio le analisi dettagliate e tecniche a chi è competente in materia (leggi: i costituzionalisti), soprattutto quelle riguardo agli effettivi risparmi (che non sembrano poi così incisivi sul piano generale…), ma vorrei fare alcune osservazioni da semplice cittadino.

Se i nostri padri costituenti hanno stabilito un numero di parlamentari che molti avrebbero definito nei decenni a venire troppo elevato la ragione era nello sforzo di garantire, per la popolazione italiana dell’epoca – quarantacinque milioni di abitanti nel 1946 – una rappresentanza reale per tutte le forze politiche, grandi e piccole, in base al principio del pluralismo, che sappiamo essere il cardine di una democrazia che voglia definirsi tale.

Nel 2019 siamo poco più di sessanta milioni…come potrebbe essere garantito il giusto pluralismo di un paese che nella sua storia ha sempre avuta una accentuata frammentazione politica – ricordiamo, ad esempio, le maggioranze pentapartitiche degli anni Ottanta – riducendo di un terzo i suoi rappresentanti?

Nelle costituzioni delle repubbliche presidenziali (come Francia e Stati Uniti), nei quali l’esecutivo può esercitare ampi poteri decisionali, sono comunque previsti meccanismi di controllo da parte delle assemblee nazionali, in modo tale da non sminuire il peso dell’opposizione e frenare eventuali derive decisioniste della maggioranza.

La nostra è nata come repubblica parlamentare, che trova il suo centro politico e legislativo nelle due camere, equivalenti sulla base del bicameralismo perfetto (altro bersaglio di critiche serrate…), caratteristica che garantisce l’effettivo confronto istituzionale tra maggioranza e opposizione, forze politiche grandi e meno grandi.

Non ha, in altre parole, gli strumenti necessari a garantire il paese da quella che è comunemente definita la “dittatura della maggioranza”, il partito o coalizione che ha in mano il potere esecutivo del Governo e che, in caso di riduzione così drastica dei componenti il Parlamento, non sarebbe controbilanciato da un potere a lui superiore, potendo in tal modo arrivare ad una torsione autoritaria, una applicazione troppo estensiva delle sue prerogative.

Alcuni anni fa lessi per la prima volta il vocabolo “democratura”: la dittatura che si traveste da democrazia per sembrare tale e non destare troppi sospetti, soprattutto nell’opinione dei ceti che hanno appoggiato quei partiti che con la promessa della rapidità decisionale conseguente alla azione di una élite che lavora – ci mancherebbe altro – per il bene del paese garantiscono il risanamento morale e materiale in tempi accettabili…il copione è sempre quello, si inizia con il dire che il voto è inutile, non cambia niente, poi si individuano delle figure politiche “carismatiche” in grado di trascinare le folle…e ovviamente non possono essere ostacolate dal procedere elefantiaco di una assemblea parlamentare troppo numerosa, che mai concorda su nulla…

Peccato che riducendo drasticamente i numeri di questa tanto rimproverata assemblea si riducano altrettanto le possibilità che le forze politiche magari molto vitali, ma non di grandi dimensioni, abbiamo lo spazio necessario per potersi esprimere, ma soprattutto si corre il rischio che una troppo prolungata permanenza al governo della stessa maggioranza ne cristallizzi il potere (non c’è più un parlamento forte a controllarla..), e allora potrebbe volerci molto molto tempo a cambiare strada, ammesso che da un certo punto in poi sia possibile…

Esagero?

Saluti antifascisti a tutt*

taglio dei componenti del Parlamento

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 Barbara Cozzolino 1.10.2019

 Soffrire di bipolarismo

Molti adulti soffrono di bipolarismo. È questa la conclusione a cui si può arrivare, leggendo sui social i commenti agli articoli sul terzo Friday for Future, che si è svolto ieri, venerdì 27 settembre in moltissime piazze italiane. 

Gli adulti, da sempre e non da oggi, puntano sovente il dito contro i giovani: sono arroganti, sono ingenui, pensano solo a divertirsi, non hanno interessi…

All’improvviso arriva dalla Svezia una sedicenne che predica contro i cambiamenti climatici, dotata di un certo carisma e capace di smuovere le coscienze. E subito molti adulti la criticano, sostengono sia manipolata, un’invenzione mediatica; tanto più che, secondo loro non esisterebbe alcuna emergenza climatica, è un complotto. Perché si! Per loro l’emergenza climatica è soltanto uno dei tanti modi escogitati per distogliere l’attenzione dai problemi reali. Tuttavia, queste stesse persone si ostinano a ritenere un problema l’immigrazione, quello per davvero fumo negli occhi.

Ma accade anche altro: l’adolescente svedese riesce a smuovere le coscienze di molti coetanei in tutto il mondo, Italia compresa. E, sulla sua scia, danno vita a movimenti e aderiscono agli scioperi contro i cambiamenti climatici.

Ieri (28/9/2019) anche a Viterbo molti studenti hanno partecipato. Taluni molto probabilmente, oserei dire sicuramente, hanno approfittato solo dell’occasione fornita loro per marinare la scuola e bighellonare per la città. Ma tanti, tantissimi altri, erano lì convinti di quel che stavano facendo, esibendo striscioni e cartelli, taluni anche esilaranti ma pungenti allo stesso tempo. E non parlo tanto per parlare, ero presente e ho visto i volti di questi ragazzi. Non hanno lasciato le strade sporche, come molti commentatori sostengono nei commenti alle testate locali, non erano insensibili al problema. 

Erano presenti anche giovanissimi, bambini dell’infanzia e della primaria, accompagnati dagli insegnanti, che hanno ben pensato di concepire la manifestazione come una sorta di lezione en plein air. 

Gli adulti che criticano sostengono che i ragazzi dovrebbero andare a scuola, invece di perder tempo con queste idiozie. Ma oltre a non essere i cambiamenti climatici un’idiozia, sono del parere che la scuola non dovrebbe limitarsi solo al nozionismo ma anche sensibilizzare gli alunni su questi temi.

La giornata di ieri valeva quanto una lezione in classe. Qualche ragazzo si è comportato da idiota, infilandosi nel primo bar o infischiandosene della manifestazione? E perché, nelle aule di scuola non avviene forse lo stesso? Quanti studenti seguono davvero la lezione senza disturbare?

Quindi: i giovani che non hanno ideali sono criticati da certi adulti; tuttavia, quando degli ideali li hanno, gli stessi adulti li criticano lo stesso, non gli credono, sostengono siano falsi.

Perché questo bipolarismo? Forse che questi adulti sono invidiosi perché loro l’attenzione ottenuta dalla giovane svedese non l’hanno avuto mai, né da ragazzi né ora? Forse perché loro, anche adesso che sono adulti, si preoccupano essenzialmente del risultato della partita di calcio, o di problemi realmente effimeri e superficiali come l’immigrazione, limitandosi a ritenere l’immigrato causa di ogni male, forse anche degli stessi cambiamenti climatici?

Perché tutto questo accanimento verso una sedicenne la quale, anche ammesso – e personalmente non lo ritengo vero – sia manipolata, ha avuto almeno il grande merito di scuotere le coscienze di tutto il mondo? Singolare, poi, che questo avvenga anche in una città come Viterbo, una città che venera una santa bambina.

Davvero ritengono i giovani incapaci di pensare, di avere le proprie idee, giuste o sbagliate che siano? Ho chiesto a mia figlia tredicenne, presente alla manifestazione con alcuni compagni, di sintetizzare con un disegno quanto percepito dall’evento. Mi sembra che il messaggio sia arrivato.

La conclusione è che chiunque attacchi Greta e i giovani che hanno colto il suo messaggio e tentano di emularla è perché non ha nessuna capacità di pensiero proprio, anche sbagliato, ma si limita a ripetere slogan sentiti o letti in giro sulla rete. 

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 27.9.2019

La vita è mia e me la gestisco io

Ho volutamente parafrasato il celeberrimo slogan “l’utero è mio e me lo gestisco io” per ragionare – sempre facendo riferimento alla Costituzione – sul caso di DJ Fabo e di Marco Cappato, il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, finito sotto processo dopo una autodenuncia per istigazione al suicidio.

La vicenda è nota: Fabiano Antoniani, in arte DJ Fabo, resta tetraplegico e cieco in conseguenza di un incidente automobilistico nel 2014; decide ad un certo punto che la sua non è una vita degna di essere chiamata tale, e nel pieno possesso delle facoltà mentali in un corpo inerte decide di porre fine alle sue sofferenze…ma non può, dato che in Italia l’eutanasia assistita è – almeno fino ad ora – assimilata alla istigazione all’omicidio, come da articolo 580 del Codice Penale: “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”.

Cappato, venendo incontro alla volontà di DJ Fabo, lo ha accompagnato in Svizzera – dove l’eutanasia assistita è legale – per aiutarlo a terminare la propria esistenza.

Precisazione necessaria: in pratiche di questo tipo è la persona stessa che decide di morire ad autosomministrarsi i farmaci che lo sedano profondamente e poi provocano la sua morte in modo incruento – e dunque può sempre ripensarci – e non chi lo mette in condizione di fare questo.

Dopo aver aiutato DJ Fabo a morire, il 27 febbraio del 2017, Marco Cappato si è autodenunciato alla magistratura italiana, e per lui è iniziato un iter processuale che poteva condurlo in carcere.

Alla fine il 24 settembre la Corte Costituzionale ha chiarito che in condizioni estreme, non reversibili e portatrici di sofferenza non è perseguibile chi aiuti un paziente che deliberatamente e coscientemente scelga di morire per porre termine alle sue sofferenze.

 

La cosa ancora più importante è stata però la forte sollecitazione al Parlamento perché approvi al più presto una legge sul fine vita e sulla eutanasia legale e regolamentata, legge ancora mai discussa fino in fondo nel nostro paese.

La nostra Costituzione recita, all’articolo 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. “.

Fino a che punto può spingersi una terapia mirante a salvaguardare la persona senza diventare accanimento terapeutico o violare, come recita la carta costituzionale, il rispetto della persona umana?

Occorre al più presto, come ha sottolineato la Corte Costituzionale, emanare una legge che faccia chiarezza sul fine vita, ma ancora di più un cambiamento delle coscienze, che si pongano in modo diverso di fronte a questo importante problema, che per sua natura non contempla una scelta univoca.

Saluti antifascisti a tutt*

caso  – articolo 580 del Codice Penale – articolo 32

 

Immagine del profilo di Gabriele Busti, L'immagine può contenere: una o più persone, barba, oceano, occhiali_da_sole, spazio all'aperto e acqua Gabriele Busti 16.9.2019

 Con chi ce l’hai, Greta? 

Mi è appena arrivata una mail del ministro, dice che sabato mattina non devo chiedere la giustificazione perché venerdì c’è lo sciopero e i ragazzi devono andare a manifestare, ieri te ne sei andata all’ONU a prendere a sputi chi ti ha invitato lì e sei stata superlativa come al solito. Ecco, io non sono una cima e forse sono agganciato a dinamiche che non esistono più, però nessuno mi firmava le giustificazioni degli scioperi contro la guerra in Serbia, ma soprattutto ho imparato che quando uno rompe davvero i coglioni il mezzo più potente è quello di ignorarlo, di fare finta che non esista e invece tu, amica mia, hai tutta l’aria di essere ambasciatrice dell’operazione mediatica più massiccia e spettacolare degli ultimi venti anni, mai vista una tale dimostrazione di forza. Non voglio pensare male, chiedermi chi ti manda, immaginare macchinazioni, mi sento vecchio e stupido e brontolone e frustrato a far questo: come si può darti torto in una questione del genere? Però dovresti darmi una mano, amica: con chi ce l’hai? Col gruppo di potere dei petrolieri che ha partorito Trump mandando all’opposizione la cricca smart alle spalle di Obama? Coi cinesi? Col sud del mondo che vorrebbe mettersi in pari e inquinare e spendere e consumare esattamente come noi? Qual è il problema? Non è che te la prendi coi politici proprio adesso che non contano più niente? Lo vedi, amica, ci ricasco sempre, non posso fare a meno di cacare dubbi, ragiono da anziano malfidato e scorbutico, e però almeno uno vorrei che me lo togliessi: sono io il problema? Perché ho paura di sì, ma non ho capito ancora come né perché. Ho la macchina a GPL, faccio la differenziata, mi ci impegno per come posso, cosa altro dovrò fare? Consumare cose diverse? Cambiare gli impianti, comprare auto elettriche, mangiare biologico, pagare tasse su cose che fino a ieri erano ok ma domani non andranno più bene? Consumare di più, insomma? Ma non è proprio il fatto di dovere a tutti i costi consumare qualcosa che ci ha portato a questo punto?

 

 Barbara Cozzolino 24.9.2019

Se restavano a casa loro non morivano

 

“Se restavano a casa loro non morivano”, leggo sovente nei commenti dei leghisti, quando si parla di morti in mare.

Sorvolando sulla scorrettezza grammaticale di questa frase, che necessiterebbe di un congiuntivo e di un condizionale, non di due indicativi – e questo già la dice lunga sull’ottusità e sul livello di comprensione dei leghisti – quel che si ostinano a non comprendere è che chiunque compia un’azione correndo un rischio lo fa perché sa di non avere alternative. Nello specifico, chi sceglie di partire e lasciare la propria terra lo fa scegliendo tra una possibile morte e una morte certa.

E questo non avviene oggi per gli africani ma è avvenuto in tutte le epoche storiche e per tutti gli esseri viventi, a partire dai dinosauri.

Sarebbe sufficiente aprire e leggere quella Bibbia che molti di loro si limitano a baciare, per comprenderlo (sono ormai lontani i tempi in cui la bibbia esisteva solo in latino e le traduzioni erano considerate eresia); o soffermarsi  sul libro di storia di quarta/quinta elementare dei propri figli, quando li si aiuta a studiare; ma anche il libro di scienze, laddove si parla degli animali che migrano.

Perché si! Anche alcuni animali migrano. Non tutti sono in grado di adattarsi a qualsiasi condizione climatico/ambientale. Altri sono costretti, come le cinque protagoniste di questa stupenda canzone, a lasciare la terra che le nutriva, perché l’inverno è arrivato molto in anticipo e quella terra non è più in grado di nutrirle. Dovranno raggiungere una nuova terra che sarà in grado di nutrirle, ma raggiungerla non sarà facile. Dovranno fare i conti con i cacciatori che sparano, con il gelo, con la neve. E con il sonno e la fame, unica cosa a cui riescono ancora a pensare, a vedere. E intanto, una a una, cadono tutte. Rimane solo l’ultima che, forse, riuscirà ad arrivare a destinazione.

Ma quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare.

https://www.youtube.com/watch?v=smo-K1HRUC0

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 21.9.2019

La storia reimpastata

Leggendo la recentissima Risoluzione del Parlamento Europeo del 19 settembre 2019, Importanza della memoria per il futuro dell’Europa, sono rimasto a dir poco perplesso, metaforicamente parlando: dopo aver richiamati i fatti di cui ricorre quest’anno l’ottantesimo anniversario (l’invasione nazista della Polonia e quella sovietica della restante parte di quel paese e delle repubbliche baltiche) si pongono sullo stesso piano ideologico il totalitarismo nazista e l’ideologia comunista, quasi fossero, per dirla alla benpensante, i due estremi che si toccano.

Nel documento, che richiama i valori fondanti della Comunità Europea, viene avanzata la richiesta di istituire la Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo il 25 maggio, per “ l’affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani”.

In altre parole torna di nuovo l’identificazione tra stalinismo e comunismo, uno dei pezzi forti della propaganda filo occidentale che per decenni ci ha presentata l’Europa dell’Ovest come patria e sicuro baluardo della democrazia, contrapposta a quella orientale, dove non esisteva libertà ma oppressione e povertà generalizzata…

Nella mia condizione di cittadino (spero) pensante e di insegnante che vuole trasmettere valori più che nozioni ho sempre pensato che un regime che preveda un solo partito non possa essere libero, ma questo non significa, direbbero i matematici, che sia possibile confrontare due grandezze incommensurabili tra di loro: un quadrato non può essere misurato con gli stessi parametri con i quali si misura un triangolo…

Franco Gaeta, il mio professore universitario di Storia moderna, uomo di grande levatura culturale e morale e comunista convinto, ci ripeteva non di rado durante le sue lezioni che la democrazia operaia fu affossata nelle spire dello stalinismo; George Orwell, altro comunista (zecca, direbbe qualcuno dalle nostre parti…), scrisse nel 1934 La fattoria degli animali – che si ribellano sotto la guida dei maiali agli uomini che li schiavizzano, per poi diventare schiavi degli stessi capi della rivoluzione – come metafora dello stalinismo.

Mi chiedo se i redattori del documento abbiano letta la definizione del comunismo che Marx stesso fornisce nel Manifesto del partito comunista, risalente all’ormai remotissimo 1848: da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni.

Oppure se non ricordino che fu proprio Nikita Krushev a deunciare i crimini di Stalin al XIV congresso dell’allora Partito Comunista Sovietico.

Un caso di memoria a breve termine?

Saluti antifascisti a tutt*

Risoluzione

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Commento ricevuto da Piero

“… Da molti anni ci hanno fatto il lavaggio del cervello dicendoci che i totalitarismi sono tutti uguali che la Russia di Stalin e la Germania di Hitler erano la stessa cosa…” Alessandro Barbero.

Proposta dellUrss fatta a Francia e Inghilterra di costituire un’alleanza antinazista (15.8.1939) la quale comprendeva l’invio di circa 2,5 milioni di soldati sovietici al confine con la Germania in caso di attacco di Hitler.

 

 Barbara Cozzolino 18.9.2019

Vogliamo parlare di Bibbiano? Va bene, ma parliamone sul serio.

Lungi da me difendere questo governo, non avendo mai votato né pd, né m5s. Tanto meno, però, ho mai votato lega, fdi o fi.

Mi spieghino però, salviniani, meloniani e berlusconiani, innanzitutto perché questo governo sarebbe illegittimo e non rappresentativo della volontà popolare, rispetto al primo governo Conte.

A parte che il popolo NON vota per il governo ma solo per il parlamento (camera dei deputati e camera del senato); il parlamento poi, ogni 7 anni, vota per il presidente della Repubblica. Ed è quest’ultimo a formare il governo, con successiva approvazione da parte delle due camere.

In ogni caso, a seguito delle elezioni del 4 marzo 2018, nessuno raggiunse la maggioranza assoluta e neppure relativa. Il movimento 5 stelle, come sappiamo, fu quello che prese da solo più voti, il 32%, superato solo dalla somma dei voti della coalizione di centro-destra. All’interno di questa coalizione, la Lega fu quella che ottenne la maggior percentuale di voti, con il suo ormai noto 17%. Percentuale, tuttavia, inferiore a quella dell’obsoleto Pd, che prese il 19% dei voti. Pertanto, lega e m5s, insieme, avevano il 49% dei voti, mentre pd e m5s, sempre insieme, avevano il 51%.

Ne consegue che tanto la lega fino a poco fa, quanto il pd ora, hanno governato e stanno governando grazie i voti dei 5stelle.

Per quanto concerne il tema più caro a Salvini e Meloni, quello su cui il primo ha “giostrato” tutta la sua campagna politica ed elettorale -l’immigrazione- sempre senza difendere nessuno, bisogna convenire che questo tema considerato da molti italiani un problema (perché indottrinati da Salvini), è stato in quattro e quattr’otto risolto dal nuovo governo; il quale, senza chiudere porti e senza far morire nessuno in mare, ha stabilito un patto con l’Europa affinché il 50% degli immigrati andassero in Germania e Francia.

Personalmente, l’immigrazione non la vedo affatto come un problema, almeno non un problema gravissimo. L’emergenza lavoro è, per me, il vero problema. Così come è un problema la sanità pubblica (mesi e mesi per ottenere una visita, a meno che non si decida di pagarsela, cosa che non tutti possono fare); o la scuola che si preoccupa più di un ragazzo con treccine colorate, piuttosto che di fornire sostegno ai disabili o strumenti compensativi agli alunni con dsa, o a combattere il bullismo.

Sono un problema le ferrovie statali e/o i mezzi pubblici che non funzionano. E non per un discorso di alta velocità, quanto piuttosto per collegamenti assenti o treni soppressi. Sono un problema i ponti che crollano. Sono un problema i terremotati per i quali tutti si riempiono la bocca a suon di “prima loro”, ma sono ancora senza casa. Sono un problema gli uomini che uccidono mogli/compagne per gelosia. È un problema la criminalità. Sono un gravissimo problema mafia, camorra e ‘ndrangheta.

Innegabile quindi come su questa questione la Lega ci abbia solo campato. Non solo ha indottrinato i suoi seguaci convincendoli che fosse quello l’unico problema; ma, soprattutto, questo pseudo problema creato ad hoc non lo ha mai seriamente affrontato, semplicemente perché non conveniva risolverlo.

Similmente, dopo la bagarre su Bibbiano -questo si, problema che urge affrontare- ha solo fatto campagna elettorale a suon di “parliamo di Bibbiano”. Poi la Lega non ne parla perché non si presenta in commissione. Troppo facile sarebbe risolvere il problema. Perché qualora lo si risolvesse, come lo si potrebbe strumentalizzare, esibendo bambine sul palco come fossero trofei? Oltretutto, bambine che sembrerebbe da quanto si legge sui social non c’entrano nulla con il fattaccio di Bibbiano. Ma che importa? Esibire e baciare un rosario, o esibire e baciare una bambina, suscitano sempre l’effetto sperato.

Nel frattempo, quasi tutti i giorni vengono fuori sindaci leghisti corrotti e arrestati ma questo non fa notizia. Così come non fa notizia l’esponente di FdI coinvolta nello scandalo di Rimini. Perché non parliamo anche di Rimini, allora?

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Immagine del profilo di Gabriele Busti, L'immagine può contenere: una o più persone, barba, oceano, occhiali_da_sole, spazio all'aperto e acqua Gabriele Busti 16.9.2019

Scavalcare a destra

A me di cosa fa Renzi oggi non me ne frega niente, però me ne è fregato parecchio finché è stato presidente del consiglio:

ha smantellato lo statuto dei lavoratori col job’s act, ha fatto una riforma della scuola che ne ha accelerato l’aziendalizzazione e la verticalizzazione, messo i lavoratori gli uni contro gli altri per un piatto di lenticchie, favorito l’emersione dei presidi-caudillos, incentivato una didattica per competenze volta a creare, quando va bene, acefali e arrivisti esecutori di direttive, ha regalato miliardi alle aziende senza creare un posto di lavoro che non fosse precario e mal pagato, ha escluso disoccupati, giovani e ceti meno abbienti dal beneficio degli strombazzatissimi ottanta euro (un minimo parzialissimo aggancio al costo della vita, immediatamente riattutito da nuove tasse, elargito dopo che gli adeguamenti contrattuali di tantissimi dipendenti erano stati tenuti fermi per anni). Ma soprattutto ha legato la sua prosopopea (insopportabile, invasiva e stupida quasi quanto quella salviniana, non dimentichiamocelo) a un blairismo d’accatto vecchio di vent’anni e incentrato sulla vulgata neoliberale (il singolo lasciato solo e senza protezioni di fronte alla modernità), accentuato la disgregazione delle strutture sociali, spinto il paese alla riconversione verso un’economia di mera esportazione, mortificato la domanda interna, sostenuto il monetarismo più abietto e intellettualmente disonesto, mendicato briciole in Europa condannando il paese a una subalternità orgogliosamente esibita. Infine, ha tentato di approfittare della popolarità degli ottanta euro per realizzare un colpo di mano contro l’assetto costituzionale dello stato (pensa se fosse passato il referendum di Renzi, pensa a Salvini col 40%… )

Del resto, è altrettanto vero che chi veniva prima di lui non è che avesse fatto molto meglio, anche la classe dirigente ex PCI aveva operato per conseguire a obiettivi simili: precarizzato il lavoro, aumentato la forbice sociale, devastato la costituzione attraverso la riforma del Titolo V, contrattato l’ingresso nell’unione europea a condizioni devastanti e senza consultare l’opinione pubblica.

I balletti e i tatticismi di questi nani, che da vent’anni non fanno altro che dimostrare la loro inadeguatezza nel drenare il decadimento della nostra nazione, non mi interessano più. Questi nani, perennemente intenti a cavalcare effimere popolarità per inseguire personali interessi di carriera, finiscono sempre coll’appoggiarsi ai retro-poteri più biechi (lobbies, finanzieri, prenditori di stato, eurocrati, stati esteri) e si sono sempre sempre sempre scavalcati a destra. Continuare a seguire le loro astuzie da Machiavelli dei miei stivali? Fate vobis. Ho dedicato a Renzi ore e ore del mio tempo, per questioni personali, professionali, ideali e culturali, l’ho tenuto sulla bocca e sulle dita tutti i giorni per cinque anni e più. Basta.

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Riccardo Infantino – 13.9.2019

Il diritto di espressione e i limiti della tolleranza

Ogni volta che affronto a scuola l’argomento delle basi fondanti la Costituzione e parlo della sua matrice antifascista richiamo, ovviamente, la Disposizione transitoria XII che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

A questo punto regolarmente qualche ragazzetto in sentore di dux mea lux mi chiede: ma allora dove è la democrazia, se non si può esprimere un credo diverso?

Stessa cosa parlando della legge Scelba, che prevede il reato di apologia del fascismo nel caso in cui “Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste “; non vi dico la meraviglia quando chi mi pone la domanda di cui sopra scopre che Giuseppe Scelba era un deputato di destra…

La riflessione (ovvia certamente ma necessaria) dell’articolo di questa settimana mi è stata provocata dalle immagini dei saluti romani eseguiti nel corso della manifestazione pubblica di fronte a Montecitorio, organizzata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Nel link c’è il rimando ad una sola foto, ma il gesto è stato ripetuto in diversi punti del corteo e del presidio nella piazza, dunque non è possibile dubitare della volontà di, come dire, rinverdire i fasti del passato…

Allora…come si risolve l’atroce e stringente dilemma?

Nel ben noto articolo 21 la Costituzione garantisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. “

Chi rientrerebbe nel pronome “tutti”, ogni cittadino che si schieri con la propria idea, compresa quella fascista?

Il filosofo tedesco Popper, che vide il totalitarismo nazista (ispirato anche dal fascismo) formulò il paradosso della tolleranza: una società democratica che si basa sul confronto delle opinioni può ospitare e tollerare al proprio interno anche quelle posizioni che mirano alla sua eliminazione, nel nome di una tolleranza assoluta ed incondizionata?

La risposta è sì a patto di contenere l’idea distruttiva in questione in modo da non lasciarle spazio tale da diventare pericolosa per la democrazia stessa.

Nel caso specifico del fascismo non è possibile né auspicabile cancellare dalla memoria individuale e collettiva ciò che è stato e le sue vestigia devono essere ben presenti per rammentare a chiunque cosa abbia comportato; questo però non vuole dire lasciare spazio pubblico a comportamenti, discorsi e gruppi di persone che si ispirino manifestamente a quella idea che, come disse il partigiano Sandro Pertini in una intervista, mira alla eliminazione violenta e definitiva di tutte le altre ad esclusione di lei stessa.

Questa è la ragione profonda che portò il deputato socialista Giacomo Matteotti a definire il fascismo non una opinione, ma un crimine… qualcuno alleverebbe in casa un animale sapendo che prima o poi lo mangerà come proprio pasto?

Saluti antifascisti a tutt*

Disposizione transitoria XIIlegge Scelbaimmaginiarticolo 21paradosso della tolleranzaintervista

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Immagine del profilo di Gabriele Busti, L'immagine può contenere: una o più persone, barba, oceano, occhiali_da_sole, spazio all'aperto e acqua Gabriele Busti 6.9.2019

Si poteva operare altrimenti?

Quel che è successo nell’ultimo mese è semplicemente assurdo, non c’è una spiegazione univoca e plausibile del Truman show politico e istituzionale di cui milioni di italiani si sono fatti spettatori, di questa furibonda e un po’ ridicola sequenza di colpi di scena (figlia di un brain storming degli sceneggiatori di Boris, è stato detto, ed è verissimo). A fine luglio si giocava ancora ad “affonda il barcone” e santa Carola lampeggiava in tutte le bacheche non respingenti, da allora sembra passato un quinquennio. La narrazione ha faticato a reggere questo cambio di canovaccio. 

Incontestabile il suicidio tattico di Salvini, plausibilissimo l’accidente personale, altrettanto palese che tale atto si sia verificato in un momento di transizione degli assetti internazionali. La strambata salviniana sembra aver intercettato un vento che ha cominciato a spingere in una direzione impensabile per quegli stessi soggetti che, dopo un primo momento, si sono assunti la responsabilità del cambio di assetto. Per quanto riguarda il PD, il vento ha soffiato tanto forte da sbaragliare le resistenze del comparto mediatico di riferimento, esso espressione di un ceto imprenditoriale (legato alle commesse statali e  ai finanziamenti all’editoria) da cinque anni volto quasi esclusivamente all’eliminazione dei cinque stelle dall’area del governo. Del resto la pregiudiziale sui cinque stelle non era solo mediatica: negli ultimi cinque anni abbiamo assistito ai centouno che uccisero Prodi, alla rielezione di Napolitano, al governo Letta, al credito unanime e incondizionato all’ascesa di Renzi. Cosa è cambiato rispetto ad allora? Due questioni, a mio modesto avviso: la prima è data dalla natura sostanzialmente amorfa di questo strano soggetto politico che fino a due anni fa proponeva un referendum per uscire dall’euro e oggi riceve l’endorsment di Oettigner; la seconda è rappresentata dalla figura di Conte: un signor nessuno auto-nominato notaio a garanzia di un patto politico tra due forze che avevano ricevuto mandato popolare in quanto euroscettiche. Una volta eletto, in ambito internazionale ha dimostrato una straordinaria chiarezza di intenti nel perseguire una linea non esattamente conforme ai desiderata dei committenti: nemmeno Renzi si era dimostrato tanto affidabile agli occhi dei franco-tedeschi. Si poteva operare altrimenti? La verità la sappiamo tutti, non si poteva, non si può: la minaccia dello spread, la tenaglia sui conti correnti, l’impossibilità non solo di attuare ma nemmeno di progettare misure economiche espansive volte a sollevare la domanda interna. La sensazione è quella di un passo ulteriore verso la perdita di autonomia politica, di un sostanziale avanzamento del progetto di  commissariamento: l’appoggio al Conte 2 (con cambio di maggioranza annesso) è arrivato allo stesso tempo sia dai vertici europei che da quelli statunitensi, e questo è un dato di fatto, così com’è altrettanto chiaro che la ribalta, alla fine della fiera, se la prende sempre chi non si mette controcorrente.

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Riccardo Infantino – 5.9.2019

Nuove democrazie?


La domanda del titolo me la sono posta seguendo (non da esperto di politica, ci tengo sempre a sottolinearlo, ma da semplice cittadino iscritto all’ANPI) il dibattito sulle consultazioni avviate tramite la piattaforma telematica Rousseau, che dovrebbe dare parola alla base del Movimento 5 Stelle.

Avendo più di una volta praticato l’attivismo di Rete, come credo molti iscritti alla nostra associazione, ho cercato di capire in che modo la ormai non distanza tra mondo “reale” e mondo “virtuale” abbia modificata la percezione stessa di democrazia e quella dei diritti che ne sono alla base.

Se ci colleghiamo al sito della piattaforma Rousseau per capirne il funzionamento viene dichiarato in home page che è accessibile a chiunque, ma che solo gli iscritti al M5S possono partecipare attivamente.

Come sempre ho chiesto lumi a chi si è occupato di democrazia in Rete, (buonanima) Stefano Rodotà, in particolare il suo breve saggio Tecnopolitica, nel quale identifica il punto centrale della questione: se i media tradizionali quali il cinema (che proprio Mussolini definì l’arma di propaganda più efficace del regime) o la televisione (chi tra i meno giovani non ricorda Tribuna Politica ed i duelli in video tra Berlinguer ed Almirante, tanto per fare un esempio) hanno creato un semplice accumulo di possibilità ai tradizionali sistemi della politica (il comizio, il giornale di partito e quanto altro), la comparsa ed il consolidamento di Internet hanno alterato in modo sostanziale il rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, sbilanciandolo nettamente a favore della seconda.

Abbiamo tutti visto come Barak Obama sia stato eletto nel suo primo mandato presidenziale soprattutto grazie ad una campagna condotta attraverso un profilo Facebook, l’ascolto dei potenziali elettori attraverso blog ed il finanziamento ottenuto tramite milioni di microdonazioni da pochissimi dollari l’una; il tutto coordinato dallo stesso Obama attraverso uno smartphone Blackberry, per l’epoca un must tecnologico (eravamo nel 2009…).

La Rete, in altre parole, ha modificato radicalmente il rapporto tra elettori ed eletto: se prima venivano proposti programmi politici che non potevano per forza di cose essere discussi capillarmente e subito da un numero anche enorme di persone ora, grazie alla comunicazione immediata e massiva di un semplice blog o di un altrettanto usuale profilo social spesso non c’è – o non c’è bisogno che sussista – la mediazione di un partito di appartenenza.

Questo, sottolinea ancora Rodotà, ha un effetto positivo – il diretto contatto con chi ti indicherà nella scheda elettorale – e al contempo negativo – la tendenza a mutare tipo di discorso o di programma se cala il gradimento dei tuoi potenziali elettori (e questo in Rete si vede immediatamente).

A questo punto è evidente come il concetto stesso di democrazia rappresentativa sia stato profondamente modificato dalla (quasi) eliminazione della distanza “istituzionale” tra eletto e platea di elettori, con tutto quel che ne può conseguire; e dire che Giorgio Gaber, nella canzone La democrazia ricordava la frase “Lei non sa chi sono io” pronunciata dai politici, e concludeva: “Ha ragione, l’ho votato, ma chi lo conosce?”…

Cosa può succedere ora, i singoli cittadini avranno davvero un accresciuto potere decisionale e di controllo su chi hanno identificato come loro rappresentante oppure saranno più facile preda di messaggi plebiscitari ben confezionati e magari supportati da influencer e sondaggi ad hoc, come purtroppo abbiamo assistito frequentemente?

Il governo Conte bis non ha la certezza di arrivare alla scadenza naturale, anche vista la sua composizione molto particolare, una parte della maggioranza ed una della opposizione; se si andasse ad elezioni anticipate (evitate, per ora, solo grazie ad un escamotage) quanto peserebbero e in che modo gli elementi di cui ho parlato prima, e che garanzie avremmo di non cadere in una scelta plebiscitaria anticipatrice di un uomo solo al comando, che bypassa i corpi istituzionali, svuotati di forza e significato?

Nella Costituzione (si, sempre lì occorre tornare) la democrazia è per definizione il confronto, la dialettica e se necessario lo scontro (non violento, si intende, o almeno si spera…) tra la maggioranza di governo e la opposizione, il cui compiuto irrinunciabile è sorvegliare e pungolare chi è in quel momento al potere.

Già…ma se una parte cospicua della opposizione viene inglobata nella compagine governativa come fa ad opporsi?

Nel dubbio una cosa almeno certa: saluti antifascisti a tutt*!

info esterne: sito della piattaforma Rousseau ; Tecnopolitica

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Immagine del profilo di Gabriele Busti, L'immagine può contenere: una o più persone, barba, oceano, occhiali_da_sole, spazio all'aperto e acqua Gabriele Busti 21.8.2019

Cinque-sei modi

Riguardo a un governo PD-Cinque stelle riesco a pensarla contemporaneamente in cinque-sei modi differenti, lo vedo allo stesso tempo auspicabile, sacrosanto, rischioso, sbagliato, ingiusto e iettatorio: auspicabile perché andare a votare ogni anno per stare dietro ai sondaggi è stupido e deleterio (vedi alla voce aumento dell’Iva etc.) e sacrosanto perché Salvini ha orinato fuori dal vaso e non se la può prendere che con sé stesso: si merita, diciamolo, una bella lezione costituzionale e repubblicana. Resta da dare un significato agli altri aggettivi dell’elenco sopra detto. Il quadro politico parrebbe tendere a un nuovo bipolarismo, l’asse PD-cinque stelle a contrastare una lega tesa a fagocitare l’intero spazio del centrodestra. Un bipolarismo finto esattamente come finte sono state le guerre pseudo-ideologiche che abbiamo vissuto per vent’anni, nel mentre che il modello neo-liberale e monetarista si imponeva in ogni ambito sociale e istituzionale. Non credo che ci convenga inquadrare lo scontento popolare – che aumenterà in proporzione al progressivo decadimento economico e sociale del paese – in un ennesimo finto conflitto tra una destra finta nel difendere gli interessi nazionali (in realtà disgregatrice, ordoliberista) e una sinistra finta tout court che abbia l’unica ambizione di governare l’esistente senza metterlo in discussione.

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Riccardo Infantino – 29.8.2019

A cosa serve la televisione

Mi sono posto la domanda dopo aver letto l’ultima intervista al filosofo tedesco Karl Raimund Popper, morto poco dopo, nel 1994.

Lo studioso, noto per aver parlato dei totalitarismi vecchi e nuovi ne La società aperta ed i suoi nemici, pubblicato nel 1946 (solo due anni dopo, nel 1948, George Orwell avrebbe pubblicato 1984, che guarda caso parla di un potere telecratico…) venne intervistato da Giancarlo Bosetti sulla televisione come forma di potere, in riferimento alla società americana.

Una frase sintetizza alla perfezione il senso di tutto il lungo discorso: “Nessuna democrazia è salva a meno che non metta la televisione sotto controllo” – e guarda caso in quell’anno, il 1994, un grande imprenditore televisivo entrava in politica fondando un partito…

Popper analizza una caratteristica che sarà evidente negli ultimi tre decenni: il progressivo abbassamento di livello culturale dei programmi trasmessi nel corso degli anni, dato che dovendo trasmettere almeno 20 ore al giorno (ormai siamo abituati alla copertura 24 ore su 24) non è umanamente pensabile poter confezionare format televisivi tutti di alto livello.

Lo spettatore viene dunque assuefatto, nel corso degli anni, ad una riduzione sempre più cospicua della qualità di quanto vede per diverse ore al giorno – prima della dipendenza dalla Rete esisteva, ed esiste tutt’ora, quella da video – e parallelamente la sua personalità risulta con il tempo “semplificata”, il suo modo di ragionare ed osservare il reale arriva a basarsi su poche e scarne categorie fondamentali, quelle che si ritrovano nei programmi che vengono trasmessi ventiquattro ore al giorno…

Questi ultimi due decenni hanno assistito alla comparsa ed alla massiccia imposizione nei palinsesti di reality e talk show basati su una estrema competitività tra i partecipanti, competitività che si esplicita in un linguaggio violento ed aggressivo, che tende ad annichilire l’avversario della competizione che tu partecipante devi assolutamente vincere (da solo…), altrimenti che hai partecipato a fare?

Non è difficile notare come le campagne elettorali e molti discorsi tenuti in pubblico negli ultimi venti anni utilizzino lo stesso linguaggio semplificato all’estremo (la neo lingua di 1984, meno parole = meno pensiero), funzionale ad identificare e a colpire nemici (non avversari, come ci si aspetterebbe da una politica sana), per arrivare ad una vittoria totalitaria, pardon! totale e definitiva…

Pasolini, che tante volte ebbe lo sguardo profetico, in una intervista curata da Enzo Biagi nel tempo della RAI in bianco e nero definì la televisione il mezzo antidemocratico per eccellenza, dato che consente allo spettatore una ricezione unicamente passiva e non interattiva.

Non vedo la televisione per scelta ormai da dieci anni, e non ne sento la mancanza, ma voglio fare osservare che anche nell’epoca della censura agli sketch di Dario Fo e Franca Rame sulle morti bianche il palinsesto dei programmi comprendeva, ad esempio, le grandi commedie di Pirandello e dei De Filippo, gli sceneggiati tratti dai grandi romanzi come Il mulino del Po o dalle biografie di personaggi come Cavour: il risultato era che anche persone di non elevata istruzione potevano usufruire del mezzo televisivo per una sana acculturazione, una educazione popolare alla cultura.

Altra domanda forse retorica: con quali criteri si stabilisce il tempo di visibilità dei personaggi pubblici nelle varie trasmissioni, dato che per (pochi) alcuni si è assitito ad una vera e propria saturazione, a fronte di una manciata di minuti (a volte nemmeno quelli) per altri?

Saluti antifascisti a tutt*

l’ultima intervista ; intervista curata da Enzo Biagi ; tempo di visibilità

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Riccardo Infantino – 22.8.2019

La credulità popolare

Nel corso del tempo gli stessi fenomeni vengono indicati con definizioni diverse, ma in buona sostanza la loro essenza permane immutata: uno di questi oggi si chiama credito costruito intorno ad una fake, nell’era pre internettiana abuso della credulità popolare.

Nel corso della Storia non c’è che l’imbarazzo della scelta se si vogliono individuare le balle paradossali a cui una parte della pubblica opinione ha dato credito, con esiti a volte tragici: i primi cristiani che praticavano il cannibalismo (avete presente “questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti”?), poi gli antropofaghi (di bambini) sono diventati quelli che votavano partito comunista, e non da ultima la leggenda della congiura sionista internazionale, fondata su un falso clamoroso, il Protocollo dei Sette Savi di Sion, che “rivelava” una congiura ebraica (come se ebreo e sionista fossero la stessa cosa…) internazionale, e sulla base di questa menzogna venne condotta una ben tristemente nota campagna di annientamento (questo shoà vuole dire, non sterminio), per poi scoprire, una volta attraversata quella immane tragedia collettiva, che il documento era stato assemblato probabilmente da esperti della Ocrana, la polizia segreta zarista…

Passando ad esempi meno apocalittici, ma egualmente significativi e molto più vicini a noi, credo che siano in molti a ricordare l’annuncio della epidemia di morbillo dell’ex ministro della Salute Lorenzin, oppure l’emergenza immigrati che avrebbe giustificata l’erezione di un muro al confine con la Slovenia; anche questi due procurati allarmi (perché tali sono stati) sono stati smentiti dai dati statistici e, nel secondo caso, da una nota chiarificatrice del governo sloveno.

La giornalista canadese Naomi Klein, in suo saggio intitolato Shock Economy, il capitalismo dei disastri, fa vedere in modo assai chiaro quanto possa alterare la percezione reale delle cose una situazione di allarme diffuso ben costruita su “evidenze” fasulle presentate come vere (classico caso: la propaganda mediatica che precedette la guerra in Iraq, n.d.r)

In altre parole: non importa se vi sia una reale situazione di emergenza collettiva, conta molto di più come questa emergenza – che quasi sempre non sussiste – venga trasmessa alla pubblica opinione e sapientemente amplificata con esempi che ad un esame un poco più attento mostrano tutta la propria inconsistenza.

Veniamo finalmente all’argomento del titolo: il Codice Penale prevede, all’articolo 661, il reato di abuso della credulità popolare nel momento in cui attraverso la diffusione di “fatti o notizie immaginari si conquisti il credito dell’opinione pubblica grazie alla mancanza di cultura, scarsa intelligenza, soggezione o inclinazione superstiziosa”.

Un bel mix di ingredienti, non c’è che dire; il reato è stato depenalizzato solo nel 2016, ed è punito con una sanzione pecuniaria (da 5.000 a 15.000 euro…molto costoso, dunque), ma come altri (come l’apologia di fascismo) può non essere così facilmente dimostrabile.

Quello che interessa invece sono le circostanze che favoriscono l’abuso della buona fede nella pubblica opinione: mancanza di cultura – si intende ovviamente non quanto si sa ma il come si assimila quello che un altro ti dice -, la scarsa intelligenza – su questo potrei non essere concorde, non siamo affatto una nazione di stupidi, tutt’altro -, soggezione o inclinazione superstiziosa – il primo termine è sempre il risultato di una accorta quanto fasulla azione capillare di propaganda, specie se poggia su stereotipi consolidati, come appunto le superstizioni -.

Come prosciugare il terreno di coltura di cui sopra? Il buon Erri De Luca direbbe utilizzando la parola contro, e aggiungo, fornendo un esempio eguale e contrario con – direbbe la Costituzione all’articolo 21 – la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione.

Concludendo ispirandomi alla immagine dell’asino che vola messa all’inizio di questo sgangherato articolo dovremmo essere in tanti a gridare che il re è nudo…

Saluti antifascisti a tutt*

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Immagine del profilo di Gabriele Busti, L'immagine può contenere: una o più persone, barba, oceano, occhiali_da_sole, spazio all'aperto e acqua Gabriele Busti 21.8.2019

10 anni in 10 righe

Tra Conte e Salvini la differenza l’hanno vista tutti, non c’è nemmeno da pronunciarsi. Ma se prendiamo in considerazione la storia di questo paese negli ultimi dieci anni non possiamo esimerci dal riaffermare, anche e soprattutto oggi, questo doloroso assunto: il PD è peggio della Lega, perché ha creato le condizioni sociali del risentimento popolare che va a confluire in seno ad essa. La macelleria sociale, la stagnazione economica, la lotta senza quartiere tra gli ultimi e i penultimi, il decadimento dei servizi pubblici sono il frutto avvelenato di tutto ciò che la classe dirigente del Partito Democratico ha deliberato e votato in questi anni. Qualcuna solo come alibi, per carità, ma quelle realmente in conto sono molto più numerose. Non bastano le sceneggiate del peracottaro padano a cancellare tutto questo. I Cinque stelle, dopo aver regalato al capitano metà del loro elettorato, rischiano di perdere tutto, per le loro contraddizioni irrisolte, la loro intima insipienza, la loro natura confusa e amorfa, e perché il sistema, che oggi gli viene incontro (per salvarsi il posto sulla sedia), ha come primo fine quello di espellere un corpo estraneo e non ricattabile.

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Teatro 

di Barbara Cozzolino. 21.8.2019

Sto giungendo a una conclusione.

Come direbbe il grande Camilleri, quello che si è svolto oggi (20 agosto 2019) è stato tutto un grande teatro.

Nel pomeriggio ho ammesso  senza difficoltà che il discorso di Conte mi stava piacendo. Ma una domanda, tuttavia, mi è sorta spontanea subito dopo: dov’è stato fino ad oggi? Gli italiani, a malapena, ricordavano che ci fosse, che fosse lui il premier. Il premier “de facto”, per tutti, era uno dei due vice premier. Perché Conte non ha alzato la cresta prima?

Ma questa è stata solo la prima scena dell’ultimo atto, di una tragedia iniziata nel giugno dello scorso anno. Tragedia che ha avuto il culmine l’8 agosto di questo anno, quando Salvini, non si è capito perché, ha aperto la crisi di governo, chiedendo la mozione di sfiducia a Conte. Sorvolando sullo scenario inconsueto dove quest’atto si è svolto, il Paeete Beach, e sorvolando sulla battuta (o ipotesi?) che siano stati i troppi mojito a spingerlo ad aprire questa crisi, oggi, dopo che, a conclusione del monologo del suo atto, Conte ha dichiarato la volontà di dimettersi -quindi accontentando Salvini- Salvini come conclude, dietro le quinte? Ritirando la sfiducia!

In tutto questo contesto si sono susseguiti altri attori; Renzi che fa un discorso che sembrerebbe  quasi credibile, se non fosse che gli italiani hanno imparato a conoscerlo, che la sua parte da protagonista l’ha avuta e persa; Mora, Taverna e altri 5stelle che fanno discorsi ancora più convincenti, tuttavia dopo che diverse leggi del loro ex alleato di governo sono state fatte passare anche grazie all’appoggio del loro movimento; piddini, forzitaliani, fratelliniani, ecc. che vaneggiano ciascuno qualcosa ma senza quagliare nulla.

Protagonista non presente ma chiamata in causa dai due Mattei è stata anche la Madonna e il suo sacro cuore. Al punto che a un certo punto mi sono aspettata un suo intervento dall’alto mentre gridava di lasciarla fuori, di non parlare a suo nome.

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Riccardo Infantino – 13.8.2019

Ma cos’è questa crisi…

Così canticchiava il grande Ettore Petrolini nel ventennio…si, proprio lui che nel film di Alessandro Blasetti “Nerone è morto?”, impersonando la figura del celeberrimo governante romano, dall’alto di un balcone (!) giocava con la folla sottostante e prometteva che avrebbe ricostruita Roma “più bella e più superba che pria…”.

Vuole la leggenda che Mussolini si sia complimentato con l’attore…sarà vero?

Forse che si forse che no, avrebbe detto l’altro grande critico occulto del fascismo, il sommo Luigi Pirandello, che dietro la tessera del PNF scriveva le sue feroci commedie nelle quali metteva altrettanto ferocemente in ridicolo quella piccola e media borghesia che costituiva l’asse di appoggio della dittatura.

Tutto questo noioso ed inutile preambolo per dire che la crisi di governo che dovrebbe aprirsi con la sfiducia di Salvini che guarda negli occhi Conte a camere riunite (tipo duello western alla Sergio Leone…) ricorda tanto una commedia pirandelliana: tutti i protagonisti credono, o vogliono far credere, di essere in un modo, per poi essere scoperti in un altro.

Un bel dilemma, non c’è che dire… come se ne potrebbe venir fuori?

 

Non avendo l’abitudine di invadere il mestiere che non è il mio (non faccio il politologo, dunque ne so poco) evito di formulare previsioni o accordi più o meno proponibili, per quello basta aprire le pagine dei quotidiani per avere un assortimento di previsioni degno di un bazar… ad ognuno l’accoppiata che riterrà vincente, come dicono gli scommettitori delle corse dei cavalli, che hanno sempre quello che sicuramente non può perdere e che regolarmente non arriva nemmeno piazzato…

Non so se ridere o piangere di fronte a questa condizione di degrado: vedendo chi arringa la folla brandendo una accoppiata crocifisso – santino nemmeno fosse la bacchetta magica di Harry Potter (a me sinceramente sembra più il pifferaio che si trascina dietro la marea di topi…) mi chiedo dove siano finiti il senso civico e quello per la costituzione di matrice antifascista, che non conosce il concetto di elargizione di pieni poteri, ma quello – assai più consono alla sovranità popolare – di separazione e bilanciamento dei poteri stessi.

La frammentazione politica a livello avanzato è stata una costante della storia del nostro paese: siamo arrivati, negli anni Ottanta, ad avere una maggioranza di governa pentapartitica (che poi non funzionò, dato che non fu affatto semplice conciliare gli interessi ed i programmi di cinque forze parlamentari prima di allora eterogenee).

Uscire da questa situazione – che sarebbe comunque esplosa in tempi non lunghi, anche se qualche ministro in vena di superpoteri non avesse accesa la miccia – non prevede certo il reincollare alleanze tanto di effetto quanto poco resistenti alla prova delle grandi questioni ancora irrisolte (una per tutte: la quota 100 per i pensionamenti e la possibile assunzione di un numero di lavoratori almeno vicino a quello dei congedati, tanto per non mettere troppo in crisi i fondi pensioni dell’INPS).

Uno spiraglio, tanto più largo quanto più grandi saranno i numeri, potrà essere creato dalla diminuzione del partito più insidioso, quello degli astenuti, che nelle ultime consultazioni ha divorato praticamente la metà degli aventi diritto al voto; quanto più diminuirà la sua consistenza, tanto più si alzeranno le probabilità di un risultato elettorale non pilotato da sondaggi fasulli e da consensi estorti attraverso gesti teatrali miranti a far credere che una delega di poteri a dir poco anticostituzionale potrebbe rendere l’Italia, come avrebbe detto Nerone – Petrolini al popolo, “più bella e più superba che pria”.

 

Ho anche io un sogno: che gli Italiani (utilizzo la iniziale maiuscola in quanto popolo sovrano) si rechino alle urne in massa (critica, possibilmente) e che nella propria scelta di consenso si ispirino a quella carta costituzionale antifascista e democratica che noi dell’ANPI abbiamo nel cuore prima ancora che nella testa.

Saluti antifascisti a tutt*
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Riccardo Infantino – 8.8.2019

Pensieri di mezza estate

Seguendo le vicende parlamentari di questi ultimissimi giorni mi sono posto alcune domande (almeno fino a quando non sarà considerato reato porsele, e quando fosse così lo farò in silenzio…):

come è potuto passare un decreto che schiaccia le garanzie costituzionali fondamentali e i diritti umani più basilari

cosa pensano di fare, ora, quelli che hanno concesso il proprio voto ad una maggioranza così disinvolta nel mutare le proprie posizioni (originarie)

il paese che ha dati i natali a Cesare Beccaria, uno che due secoli prima di Amnesty anticipò il NO alla pena di morte (Dei delitti e delle pene, del 1764) e Pietro Verri, che fu precursore della condanna della tortura (Osservazioni sulla tortura, del 1804) sta dismettendo il senso civico, grazie al quale la sovranità popolare (perché quella è la vera forza della democrazia, non certo i politici delegati a rappresentare chi li elegge) obbliga chi siede in Parlamento a rispettare le promesse fatte in campagna elettorale e a dare ascolto alle esigenze della gente (perdonate il vocabolo “populista”)

continuando a fornire un esempio eguale e contrario alla disumanità fatta legge si innescherebbe un effetto domino positivo al punto da creare una massa critica che cambi radicalmente la situazione?

Mentre scrivo queste righe mi viene in mente il terzo paragrafo del preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione”…in che modo potrebbe concretizzarsi questa ribellione, attraverso una opposizione di massa non violenta…oppure tramite una lotta armata, come furono costretti a fare i nostri padri partigiani per scardinare lo stato fascista…

Carla Nespolo, la buona coscienza dell’ANPI, ci ricorda opportunamente che l’antifascismo, oggi, ha da essere non violento, pena il rischio della sostituzione di un ordine – che nella violenza (stavo per dire nella repressione di regime…) ha le proprie radici – con un altro che si alimenta nello stessa maniera…

Ribellarsi è giusto, ma in che modo?

Qualcuno mi aiuta a capirlo?

Saluti antifascisti a tutt*

Commento ricevuto da Marco

Una volta il PCI prendeva il 35% superando anche il 40%, una volta il PCI prendeva il 90% e oltre nelle Periferie e nelle Classi Sociali meno abbienti. Una volta il PCI era per la difesa dei diritti sociali difendeva i lavoratori chi non arrivava a fine mese era per la sicurezza certezza della pena Pio La Torre fu un precursore del 41 Bis, una volta il PCI era per il Decoro Urbano e per la Pulizia Urbana era per un Immigrazione incontrollata condannava l’uso di sostanze stupefacenti e un certo tipo di cultura “…..”, una volta il PCI era Stalinista avvicinava le famiglie che mandavano i loro figli e figlie in Sezione nel Tempo libero per formarsi politicamente e fare un po’ di sano svago persino i primi centri sociali erano diversi dai centri sociali di adesso. Praticamente tutto sommato il Comunismo era vincente e il Fascismo perdente. Poi sono arrivati i Socialpetalosi Trotskysti Antistalinisti Anticomunisti quelli di una certa Sinistra che ha dato il via alla propaganda dell’utilizzo delle sostanze stupefacenti leggere che si é fregata della Sanità e Istruzione dell’edilizia Scolastica e Ospedaliera di una Sinistra a favore di un Immigrazione incontrollata e clandestina pensando di salvare vite umane mentre invece muoiono nei campi o vengono sfruttati dalla malavita se non peggio traffico di organi, una Sinistra che depenalizza tutto difende i Criminali facendo beffe delle vittime dei Criminali una Sinistra che pensa che Amnesty fosse un associazione neutra mentre invece é in mano a Soros. Una sinistra che consapevolmente sta portando odio nei confronti della sinistra portando consapevolmente l’Italia verso il Fascismo. Se una mattina ci sveglieremo con le Camicie Nere dobbiamo prenderla con i Socialpetalosi Trotskysti Antistalinisti Anticomunisti.

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Immagine del profilo di Gabriele Busti, L'immagine può contenere: una o più persone, barba, oceano, occhiali_da_sole, spazio all'aperto e acqua Gabriele Busti 8.8.2019

Bibitaro fervente

La sconfitta sul TAV è diecimila volte peggio di un (pur stomachevole, in qualche punto) decretino spara-cazzate securitarie all’insegna di un decoro di facciata. Il TAV è una battaglia di civiltà che va avanti da venti anni, riguarda un’idea dell’agire collettivo che ribalta il rapporto tra le persone e i gruppi di interesse (nazionali ed esteri). Il TAV è un insulto a ogni pendolare costretto a prendere qualsiasi treno al di sotto della pianura padana, è l’ennesima lampante dimostrazione che le priorità, in questa nostra comunità, non possono essere decise da coloro che quotidianamente vivono sulla pelle tutte le manchevolezze di uno stato che arretra.

Il silenzio di oggi, paragonato al fragore per la votazione dei Cinque Stelle al decreto di ieri, è molto eloquente. Dieci anni fa a sinistra del PD la battaglia per la TAV era una priorità da sbandierare a ogni pie’ sospinto, le bandiere NO-TAV superavano addirittura quelle dei quattro mori al concerto del primo maggio, oggi invece pare che basti urlare “bibitaro, tornatene allo stadio” per sentirsi rivoluzionario fervente.

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 2.8.2019

Pedagogia antifascista

Un paio di settimane fa avevo immaginato un campo di rieducazione alla democrazia per chi avesse creduto al mito dell’uomo forte risolutore dei problemi del paese e della prassi che non fosse legata dalle lentezze (!) del meccanismo democratico parlamentare.

Lo dico fuori dai denti: quando ho concepito quell’articolo pensavo ai valori (stavo per dire agli interessi…) del berlusconismo, che per un ventennio hanno permeata la italica società, e da educatore (l’insegnante questo prima di tutto è) tocco quotidianamente con mano gli atteggiamenti conseguenti ad una forma mentale basata sul risultato come fine assoluto, di fronte al quale sono attuabili senza troppe difficoltà ogni sorta di strategie e utilizzabile ogni mezzo, dalla intimidazione alla lusinga del denaro (credetemi, è così!).

Andando alla ricerca di materiale che potesse essermi utile per questo mio articolaccio da strapazzo ho trovato e letto con interesse un mini saggio di Luca La Rovere, che analizza il delicato passaggio dal fascismo al post fascismo per quella generazione che fu educata con la pedagogia del credere – obbedire – combattere e che si trovò, in età ormai adulta, a vivere in un contesto – quello repubblicano democratico – che poggiava su basi esattamente opposte.

Lo studioso parte da una constatazione non balzana: la mentalità dell’italiano medio non era rimasta affatto immune al pensiero fascista, e dunque non si era verificata su grande scala una vera frattura tra ventennio e democrazia parlamentare su base costituzionale; del resto sappiamo bene che anche nelle dittature contemporanee è necessaria una larga fascia di popolazione che si faccia abbindolare dalle promesse di pace e prosperità dell’uomo forte del futuro, altrimenti il consenso che verrebbe a mancare farebbe crollare prima o poi un governo costruito sulle falsità (è sempre la Storia che ce lo insegna, ieri come oggi).

L’Italia avrebbe, dopo il 25 luglio del 1943, abbandonata la precedente adesione di massa al fascismo a favore dei nuovi valori fondanti della democrazia antifascista del 1946 (lo stereotipo, sottolinea, l’autore, dell’italiano trasformista, diremmo noi degno erede della pratica politica giolittiana), oppure c’è stata davvero la frattura tra epoca fascista ed epoca successiva.

Queste due interpretazioni hanno impedito – continua sempre lo studioso – un serio esame di quanto del ventennio sia rifluito nelle istituzioni repubblicane successive.

Da storico trovo questa analisi quanto mai calzante, perché è noto come, una volta eliminati i vertici del regime parecchi ex camerati dei quadri intermedi abbiano trovata accoglienza nell’allora Movimento Sociale Italiano e nella amministrazione della ancora giovane repubblica (e a questo proposito occorre ricordare l’amnistia generalizzata promulgata da Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia nel 1946 nel governo De Gasperi, provvedimento che rimise in libertà alcune migliaia di fascisti conclamati).

Luca La Rovere pone il problema di come, dal punto di vista morale e psicologico, possa essere avvenuta (?) la transizione, visto che il credo fascista rappresentava “un sistema di valori e di credenze, una dottrina nella quale i cittadini dovevano credere con fede assoluta”.

De Gasperi in persona sollevò la questione del rieducare quella generazione cresciuta con libro e moschetto, osservando che non avrebbe potuto contribuire efficacemente alla ricostruzione del paese dilacerato dalla guerra e dalla dittatura prima di aver assorbiti e fatti propri queli valori che sono alla base della Costituzione, figlia dell’antifascismo resistente.

Uno di questi giovani era Aldo Moro, che elaborò la categoria di post fascismo, inteso come superamento di un antifascismo formale (sono parole sue…) per approdare ad un autentico abbandono della mentalità che per tanti anni aveva plasmata una generazione.

Una interessante conclusione del saggio è far notare il permanere di quella concezione integralista della politica, che farebbe volentieri a meno delle lungaggini della discussione parlamentare, perché troppe voci non arrivano a nulla…meglio un grande politico carismatico…

In questa fase della storia del paese, nella quale nove milioni di italiani attribuiscono fiducia ad un Capitano che si dimostra assai incline alla più completa disinvoltura nelle proprie azioni, mi chiedo se sia di nuovo necessario un processo di rieducazione popolare ai valori anrifascisti e democratici che l’ANPI custodisce ed alimenta.

Perdonate lo sfogo, ma come insegnante sento la responsabilità di questo compito, consapevole che la scuola può educare alla obbedienza ad un uomo che usa i balconi (reali o mediatici) per parlare alla folla plaudente oppure alla difficile, ma necessaria pratica della sovranità popolare.

Saluti antifascisti a tutt*

Riferimenti esterni: 

un mini saggio di Luca La Rovere ; l’amnistia generalizzata promulgata da Palmiro Togliatti

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Commento ricevuto da Barbara

Qualcosa evidentemente non ha funzionato in questo processo di ri-educazione antifascista, considerando che, al giorno d’oggi, i “nostalgici” sembrano essere più di ieri. Uno di questi malfunzionamenti è probabilmente imputabile alla frammentazione e/o mancanza di coesione che ha sempre avuto la sinistra; frammentazione che ha avuto il suo apice nel 1992.

Commento ricevuto da Cinzia

Sono del tutto d’accordo con Riccardo sulla necessità che gli insegnanti (anch’io lo sono) si facciano carico di un compito educativo di straordinaria importanza, quello di svegliare consapevolezze, suscitare pensiero critico, insegnare l’utilità del dissenso. Mi trovo meno d’accordo sull’analisi inziale, che a mio parere attribuisce le cause dell’attuale degenerazione della nostra democrazia a fatti storici e ideologici prettamente nazionali. A mio parere, il fascismo storico che ha conosciuto l’Italia non è sopravvissuto in quanto tale nel berlusconismo o nell’idolatria del capo della Lega; cioè non credo che l’attuale crisi del sistema democratico abbia soprattutto un’ascendenza ideologica. Piuttosto, con un occhio a Marcuse e, tra i recenti, a Diego Fusaro, guarderei al totalitarismo imposto dal sistema economico capitalista: quello sì, proteso alla cattura di un consenso anonimo, di un’omologazione ai valori imposti, di una sistematica lotta al pensiero divergente. Gli italiani ne sono vittima quanto gli altri popoli del mondo, chi più chi meno, con differenze – quelle sì – imputabili a uno specifico passato. Rispetto al mercato e a ciò che esso chiede, vediamo leader e partiti, anche di orientamenti ideologicamente lontani, mettersi totalmente a disposizione. Rimane, perciò, del tutto valido il progetto (l’unico a mio parere davvero rivoluzionario) del “campo di rieducazione” di Riccardo…. A condizione di pensarlo in tempi molto lunghi e di armarsi di tanta pazienza!

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Riccardo Infantino – 26.7.2019

Digerire il passato

Il titolo di genere alimentare mi è suggerito, naturalmente, dalla pastasciuttata antifascista che si è svolta ieri, 25 luglio, in 90 città italiane, in ricordo di quella che la famiglia Cervi organizzò a Formiggine nel 1943 il giorno dell’arresto di Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo.

Polemiche ce ne sono state, come sempre, soprattutto per l’immagine inserita nella locandina di una sezione di Roma, che con un montaggio faceva vedere la testa del Duce sormontata da un bellissimo scolapasta traboccante di spaghetti (ovviamente Il Giornale ha dato risalto alla cosa, dovremmo invitare la sua redazione alla prossima pastasciuttata…), e questo mi spinge a esprimere qui delle considerazioni sull’evento.

Come ha ricordato Enrico Mezzetti nell’ultima riunione alla Sala della Provincia a Viterbo l’Italia, o meglio, gli italiani, non hanno mai chiuso definitivamente i conti con il proprio passato del ventennio; non mi riferisco tanto allo pseudo mito degli Italiani brava gente (e giustamente Del Boca se lo chiede in un suo saggio…), quanto al mutamento sostanziale di quella perniciosa mentalità sempre disposta a barattare la propria sovranità popolare – e la conseguente capacità di scelta – con la illusoria sicurezza, decoro e ordine (parole ahimé assai frequenti di questi tempi…) offerti da qualcuno (non importa chi sia, ma cosa faccia finta di essere) che promette una risistemazione del paese, a patto che gli si lasci mano libera, soprattutto da quell’intralcio scomodissimo che si chiama separazione e bilanciamento dei poteri…

Sappiamo tutti quanto sia faticoso gestire la libertà, la partecipazione di gaberiana memoria ma, come si diceva tempo fa, di pastasciutta ne dobbiamo ancora mangiare…ma se porterà alla digestione ed alla metabolizzazione (espulsione compresa…) completa del passato ben venga…

Saluti antifascisti a tutt*

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Commento ricevuto da Mauro

Sottoscrivo ogni tua considerazione. Credo, a rafforzare ogni tua parola, che tutte le volte che le nostre analisi si spingono così vicino ai gravi problemi che investono il nostro presente ed il preoccupante futuro, dovremmo uscire con una proposta, altrettanto attenta,minuziosa, sul cosa fare in ogni campo sia necessario intervenire (tutto, cioè), mettendo in evidenza le difficoltà a realizzare, ma anche persone, ignoranza, tracotanza e cultura, strade o vicoli da percorrere . Ciao e grazie, sempre

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 Gabriele Busti – 20.7.2019

Bello è …

Bello Salvini e bella la sua l’autonomia differenziata, bello svuotare lo stato delle sue competenze per trasferirle alle regioni ovvero ai peggiori enti della nostra struttura istituzionale: pletorici, stracorrotti, inefficienti, infestati dai partiti, bello voler aumentare costantemente la forbice tra zone ricche e arretrate, bello costringere i cittadini attivi all’emigrazione condannando in perpetuo al sottosviluppo i paesi di partenza, bello differenziare i servizi creando persone di serie B, bello operare su scala nazionale lo stesso meccanismo di cui siamo vittime a livello europeo, bello osannare la multietnica dinamica civile all’avanguardia Milano facendo finta di non sapere che la civilissima Milano tira avanti finché i precari di Matera vanno a fargli l’elemosina di insegnare la matematica ai pargoli per 1400 euro pagandone 800 per una camera in affitto, bello considerare il Sud come un ricettacolo di analfabeti scansafatiche percettori di reddito di cittadinanza facendo finta di non vedere le centinaia di migliaia di persone del Sud che lavorano al Nord a fare ingrassare le loro aziende, bella la gestione regionale della Sanità ovvero del settore che da solo consuma circa il 70% dei soldi delle tasse dei cittadini, bella la sostanziale identità di vedute tra il PD e la Lega per tutto cio che concerne la gestione della stessa, bella l’immondizia degli scandali sanitari della regione Umbria (PD) così come di quelli della Lombardia (Lega), belli i cinque stelle che hanno il ministero della sanità e non strillano per cacciare via i partiti dalle USL, bello sapere che tutto ciò succede nel mentre che le risorse della sanità vengono sottratte costantemente, bella la progressiva privatizzazione della stessa, bello già ora dover aspettare sei mesi per un’analisi specialistica se hai un tumore che ti galoppa dentro, e in conclusione bello uno stato italiano schiacciato tra i diktat europei e le pulsioni autonomistiche delle turbo-regioni, vuoi mettere la soddisfazione di sapere che la nazione viene stritolata per mano di gente che si fa chiamare sovranista?

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 Gabriele Busti – 17.7.2019

A scuola … di calcio

All’aeroporto di Torino è appena atterrato uno sbarbatello diciannovenne, un olandesino che a guardarlo pare in gita post-esame di maturità. In verità è un marcantonio di un metro e novanta e non è sceso a baccagliare ai Murazzi, viene a dare calci a un pallone, per questa nobile attività andrà a percepire dodici milioni di euro all’anno per cinque anni. Ora, se io volessi ambire a raggiungere la stessa cifra che questo signorino avrà percepito a fine contratto, dovrei poter lavorare per 2400 anni, e soprattutto sperare che le mie vaghe nozioni sul Foscolo, sulla peste nera, sullo Stilnovo, sulla poesia immaginativa Vs sentimentale nella riflessione leopardiana, etc, siano considerate un necessario bagaglio per la maturazione intellettuale e spirituale delle giovani generazioni anche in quel remotissimo futuro.

Comunque sia, la mia famiglia contribuirà al suo ingaggio direttamente, acquistando un abbonamento alla pay TV che trasmetterà le sue gesta, e indirettamente, esponendosi a obiettivo delle inserzioni pubblicitarie che tali gesta finanzieranno, aumentando le visualizzazioni dei canali social ufficiali, supportando in vari altri modi l’azienda che detiene un brand cui è associata, fin dalla nostra tenerissima età, una ritualità foriera di una particolare identificazione emotiva, una mania agonica, una proiezione competitiva e identitaria, un meccanismo di compensazione psichica, un probabile residuo ancestrale della lotta per la sopravvivenza, insomma un garbuglio psico-antropologico impossibile da riassumere in questo piccolo spazio. Tutto ciò per dire che sono molto contento che questo tizio sia sceso a Torino in aereo in una sera di metà luglio, nonostante il computo del mio stipendio in relazione al suo, Viva i gobbi.

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 16.7.2019

Salto di qualità

Due episodi avvenuti quasi in contemporanea, lo sgombero di un edificio pubblico abbandonato nel quartiere romano di Primavalle e la scoperta dell’arsenale da guerra ad opera della DIGOS di Torino mi obbligano a fare alcune considerazioni su quello che potremmo aspettarci nei prossimi mesi.

Il primo fatto mi ha colpito in modo particolare: negli ultimi anni ho vissuto parte della settimana a Roma, non molto lontano dalla zona che è stata fatta oggetto di un paradossale spiegamento di forze per sgomberare 80 famiglie con bambini ed anziani disabili al séguito; Primavalle è uno dei quartieri più affollati della città, ma anche uno di quelli più colpiti dalla disoccupazione e dalla conseguente crisi degli alloggi; insomma, tutt’altro che facile da amministrare e da gestire.

L’edificio così platealmente sgomberato in obbedienza alle direttive del ministero è, in realtà, una scuola pubblica abbandonata una ventina di anni fa ed occupata da svariati nuclei familiari non in grado di pagare un regolare affitto, che in questo lungo arco di tempo hanno di fatto riqualificato uno stabile che versava in pessime condizioni (succede regolarmente in quasi tutte le occupazioni di immobili, anche se non viene quasi mai sottolineato dai mainstream ufficiali).

Attraverso testimonianze della molto poco umana azione è stato possibile vedere che lo sgombero ha schierati almeno 100 poliziotti in assetti antisommossa, diversi blindati e un elicottero…nemmeno una azione contro un covo delle vecchie Brigate Rosse avrebbe mobilitato un esercito di queste dimensioni, ma la legge e l’ordine, signori miei, devono trionfare per garantire la sicurezza…già, ma si da il caso che azioni di questo genere vengano a confliggere, come ha fatto subito notare il giurista Maddalena, con l’articolo 47 della Costituzione, che garantisce a tutti il diritto all’abitazione.

Il secondo episodio è se possibile ancora più allarmante, anche per il tiepido atteggiamento tenuto dal ministro dell’Interno sulla vicenda, a differenza dei toni trionfalistici riservati alla prima: la scoperta di un arsenale in grado di supportare una vera e propria insurrezione armata (compreso, come è ormai ben noto, un missile aria aria) da parte della destra più estrema dimostra inequivocabilmente che stanno maturando i tempi per una probabile svolta violenta ed autoritaria, un golpe che stavolta non verrebbe annullato inspiegabilmente all’ultimo momento, come fu per quello Borghese nel 1970; stavolta bisogna ringraziare la forza pubblica (intendo quella che non assalta chi protesta per il diritto alla casa) per aver disinnescato un meccanismo dalle conseguenze imprevedibili, ma potrebbero essercene anche altri, non è dato di saperlo.

Non vorrei essere troppo complottista, come usa dire oggi, ma mi torna alla memoria l’episodio della occupazione “paramilitare” del campanile di Piazza San Marco a Venezia ad opera di un gruppo di secessionisti armati non troppo lontani dalla Lega allora diretta da Umberto Bossi, che non pronunciò alcuna parola esplicita di condanna su un gesto di chiara natura eversiva.

Il salto di qualità al quale accennavo nel titolo è duplice: una condotta politica che sistematicamente ignora, quando non addirittura calpesta, i valori fondanti della Costituzione, ed un sottobosco potenzialmente golpista sempre più organizzato, che potrebbe prendere il posto di un futuro governo a conduzione leghista, che oggi come ieri non ha mai presa una netta posizione di condanna nei confronti di cellule sovversive o formazioni politiche di chiaro stampo neofascista.

In tutto questo cosa possiamo fare noi comuni cittadini ed antifascisti di strada?

Parlare, diffondere informazioni, testimoniare fatti, scrivere e tentare sempre e comunque di far aprire gli occhi a quella maggioranza silenziosa che non è andata a votare nella convinzione che nulla cambierà.

Saluti più che mai antifascisti a tutt*

riferimenti esterni:

sgombero , scoperta dell’arsenale da guerra , giurista Maddalena ,  47 quello Borghese nel 1970 , occupazione 
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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 11.7.2019

Forze Armate e Democrazia

L’ispirazione per l’articolo di questa settimana mi è arrivata dalle recenti (e quanto mai inopportune) richieste del Ministro degli Interni di mobilitare l’esercito a difesa dei confini (…), ma soprattutto dalle parole del nostro presidente Enrico Mezzetti, che nell’ultima partecipata riunione alla Provincia di Viterbo ha ben distinto tra il ricordare gli stermini di civili compiuti dai militari dell’esercito fascista e le attività sul territorio nazionale e all’estero delle Forze Armate della Repubblica, per definizione laica ed antifascista.

Devo dirla tutta: quando sento parlare di interventi militari miranti alla pace (le famose missioni di peace keeping) mi pare proprio che si accostino due termini in contraddizione (se è una missione di pace cosa c’entrano le armi, direbbe il buon Gino Strada), ma ammetto che l’aver lavorato per venti anni in una città a forte presenza militare quale è Viterbo e le dichiarazioni dei vertici militari in risposta alle richieste di un intervento mi hanno parzialmente fatto cambiare idea.

Come sempre il punto di partenza è la Costituzione, che all’articolo 52, dopo aver indicato come sacro dovere del cittadino la difesa della Patria, precisa che “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica. “, in aperto richiamo all’articolo 11, in cui “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”.

Le tre armi non sono dunque concepite (almeno nelle intenzioni della carta costituzionale) come strumento di blocco dei confini o di forza di intervento in senso repressivo nel nome di una generica quanto pericolosa sicurezza, ma come supporto e difesa dell’ordinamento democratico, del quale hanno ereditata la medesima struttura (detto in parole semplici: i militari sono, quando occorre, a difesa delle istituzioni e in aiuto alle popolazioni in caso di calamità naturale).

Sembra tanto facile da capire, ma è stato necessario che il Capo di Stato Maggiore della Difesa ricordasse a chi aveva preteso l’intervento della Marina Militare che il comandante delle Forze Armate non può essere un ministro, legato ad un governo espressione della maggioranza del momento, ma il Capo dello Stato, che per definizione rappresenta l’unità nazionale…

È la stessa legislazione militare a chiarire a cosa serva l’esercito, nel primo articolo: “Le Forze armate sono al servizio della Repubblica; il loro ordinamento e la loro attività si informano ai princìpi costituzionali.”.

Mi chiedo sempre più spesso se una delle strade da imboccare per il risanamento della nostra democrazia parlamentare, da troppo tempo  sottoposta a pesanti vessazioni che ne vorrebbero capovolgere i princìpi fondamentali di sovranità popolare, eguaglianza, solidarietà ed accoglienza, sia anche recuperare uno spirito di corpo (magari molto meno meno gerarchizzato…) che unisca il maggior numero possibile di cittadini in una vera riappropriazione del potere del singolo e della collettività e finalmente sgomberare (uso il vocabolo oggi tanto di moda in senso positivo…) chi ne vorrebbe fare una proprietà personale…

A proposito: neanche un mese fa due ufficiali di Marina donne si sono unite civilmente, circondate dall’affetto e dall’entusiasmo dei commilitoni…un bello schiaffone alla omofobia…

Saluti antifascisti a tutt*

riferimenti esterni:

articolo 52articolo 11primo articolosi sono unite civilmente

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Per una ”Rete Antifascista per la Costituzione” 

Il 28 giugno la Sezione ANPI di Viterbo ha promosso, un importante incontro aperto tanto ai singoli che alle associazioni, ai sindacati e alle forze politiche, finalizzato alla creazione di una Rete Antifascista trasversale in grado di opporsi concretamente al preoccupante “rifiorire” di atteggiamenti e forme di pensiero di chiaro stampo fascista, che si concretizzano nelle azioni di intimidazione e di violenza messe in atto nella nostra provincia, e che sono sotto gli occhi di tutti (almeno tutti quelli che vogliono vedere e capire).

All’assemblea si è giunti dopo una riunione organizzativa tenutasi nella sede dell’ANPI il 31 maggio scorso con i rappresentanti di ben 19 organizzazioni: ARCI, Associazione Erinna, Associazione Sans Frontiere, CGIL, CISL, CoBaS, Comitato Non ce la beviamo, Giovani Democratici, Lista civica Impegno Comune, Lista civica Lavoro e Beni Comuni, Lista Civica Viva Viterbo, Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Partito Rifondazione Comunista, Patria Socialista, Potere al Popolo, Rete degli Studenti, UIL, USB.

Pierluigi Ortu, Presidente della Sezione di Viterbo, e Enrico Mezzetti, Presidente Provinciale, hanno insistito, prima e dopo i numerosi interventi (ben dodici!) che hanno animato vivacemente l’incontro, sulla assoluta trasversalità dell’ANPI e della conseguente apertura delle sue iniziative a tutte le forze sociali, culturali e politiche di ogni orientamento democratico, che abbiano a cuore la cura e la difesa dei valori costituzionali sui quali la nostra Repubblica si fonda. Pertanto, le adesioni a questo progetto sono e resteranno aperte a singoli e organizzazioni che ne condividano l’impostazione.

Gli interventi hanno toccato almeno tre punti fondamentali: il permanere e anzi il crescere in una parte dell’opinione pubblica di un nuovo e più pericoloso impulso razzista, misogino e non di rado antisemita; la serpeggiante convinzione che gli Italiani, brava gente (e non a caso è stato citato il libro di Angelo Del Boca che smonta in modo impietoso questo falso mito), non si siano macchiati delle atrocità tipiche delle guerre coloniali di conquista e che in fondo Mussolini non abbia sempre agito per il male del paese; il ruolo fondamentale della scuola – e le sue responsabilità nei casi in cui non sia stato a sufficienza chiarito cosa è stato davvero il ventennio – nella educazione dei cittadini e dei futuri elettori ai valori di sovranità popolare (l’opposto del capitano, pardon! dell’uomo solo al comando…), solidarietà ed accoglienza, ma soprattutto al senso delle istituzioni in quanto fatte dai cittadini stessi che le alimentano e ne regolano e sorvegliano il corretto e democratico funzionamento.

Alcuni tra gli intervenuti nella vivace discussione hanno posto l’accento su di chi siano le responsabilità dell’attuale pericolosissima seduzione autoritaria e neofascista, domanda che alla fine potrebbe lasciare il tempo che trova: lo scopo più importante – hanno concluso Ortu e Mezzetti ringraziando tutti gli intervenuti – è partire quanto prima con una rete estesa e capillare di, come potremmo dire, rieducazione alla democrazia del territorio e dei singoli cittadini, rete che operi attraverso la sinergia di tutti i suoi componenti e che, finalmente, sfrutti il potente supporto del web e dei social network, arma quanto mai efficace di contrasto al neofascismo.

Saluti antifascisti, Pierluigi Ortu, Riccardo Infantino

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 Gabriele Busti – 29.6.2019

Splendido splendente

Questa re-ideologizzazione spettacolare (fasulla, posticcia, gratuita) è il capolavoro delle classi dominanti. Una nazione persa dentro a un delirio psicotico. Non mi si venga a dire che questo è parlare di immigrazione, per favore non si abbia il coraggio di dire questo, quarantadue poveri cristi e solo due giorni prima ne erano sbarcati 370 senza che nessuno se ne sia accorto, un braccio di mare tenuto in ostaggio da una piccola mafia tribale che occupa uno pseudo stato-fantoccio, scafisti o carceri-lager, la strettoia di un imbuto che coagula la milionesima parte della disperazione di un continente che calcola il suo dolore attraverso algoritmi demografici inconcepibili (Africa pozzo nero dell’umano e della storia), la milionesima parte, ovviamente quella passibile di mungitura, il resto a decomporsi in una bidonville oppure scannato in qualche conflitto tribale, l’esodo il deserto il lager la carretta del mare il trasbordo l’approdo, e qui comincia il derby:

milioni di italiani appesi per volontà di un peracottaro speculatore e dei suoi non meno sciacalleschi oppositori travestiti pirati, una sceneggiatura di serie zeta, lo psicodramma estivo in cui sono gettati in pasto al pubblico caratteri sbozzati con l’accetta, ti basta scegliere la parte, il demonio fascista e l’eroina salvavite, il Kapitano coraggioso che difende i patrii confini e la ricca annoiata radical chic a servizio delle multinazionli, i curricula a confronto, l’IBAN per le donazioni, lo speronamento, l’arresto in diretta le bandiere la commozione l’indignazione le bandiere il tifo, scegliti la parte, emozionati, tifa.

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InfantinoR2

Riccardo Infantino – 27.6.2019

Facciamo la rivoluzione?

Per prima cosa facciamo outing…quante volte abbiamo pensata o detta a noi stessi e in compagnia questa pesante frase?

Molte, credo, molte…e quante volte ci siamo posti il problema se dovesse essere armata oppure no…beh, una risposta convincente (se mai ci fosse stato il bisogno di convincermi) l’ho trovata qualche giorno fa in un denso quanto scorrevole articolo di Chris Carlsson, tradotto dalla testata web Comune – info, a mio modestissimo parere una delle voci più documentate ed incisive della controinformazione che si oppone alle verità preconfezionate del mainstream (perdonate la mia parzialità, ma non posso farci nulla).

Lo scrittore e artista inizia con una riflessione cruciale: “Per troppi anni abbiamo pensato che per cambiare il mondo fosse necessario conquistare il Palazzo d’Inverno. Oggi sappiamo che non è così.”: una osservazione diretta, quasi un salutare schiaffone che ricorda come sia quanto meno controproducente fare uso della violenza per sostituire un ordine che sulla violenza (intesa oggi come privazione dei diritti umani fondamentali, non ultimo quello di accoglienza…) si basa.

Altro dubbio che molte e molte volte ci ha attanagliati: si può davvero estirpare o mutare un ordine che pare immutabile non utilizzando la violenza e le armi (soprattutto pensando a quelli che ci hanno provato e sono finiti uccisi)?

I nostri padri partigiani furono costretti ad utilizzare le armi per combattere il regime fascista, ma appena terminata la lotta di liberazione ricevettero l’ordine di consegnarle immediatamente…ma venne poi sconfitta la forma mentale fascista, che proprio in queste ore si manifesta (come allora) calpestando i valori umani fondamentali?

Che tutti i membri dell’ANPI mi perdonino, se possono, questa mia forte osservazione, ma non ho potuto fare a meno di pensarla andando avanti nella lettura dell’articolo.

Prosegue Carlsson sostenendo che il mutamento vero (quello di forma mentale, n.d.r.) si otterrà “nelle pratiche quotidiane di solidarietà e mutualismo, nella cura reciproca e del mondo naturale”, vale a dire attuando a livelli estensivi (in ogni parte del mondo) e di massa critica (milioni di persone) una scelta di economia solidale (avete presenti i prodotti del commercio equo e solidale, quelli non dipendenti dalle multinazionali e dalle loro politiche?) e partecipata (le cooperative di produzione e di acquisto dei beni), e praticando uno stile di vita rispettoso delle risorse naturali che ci circondano (ho iniziato a fare la spesa cercando di eliminare gli involucri in plastica, i cui effetti disastrosi sono davanti agli occhi di tutti…uno dei miei sogni è vedere qui in Italia il supermercato packetless – privo di confezioni, si vende tutto alla spina – che è stato aperto ormai credo da un anno a Berlino).

Fondamentale è in questa prospettiva il concetto di common: prima ancora che un sistema economico è una nuova (per questo rivoluzionaria…) forma mentale di produzione e cura di beni comuni che portino vantaggi contemporameamente al singolo ed alla collettivita nella quale vive – e questa collettività può tranquillamente essere grande quanto il mondo…-.

Il capitalismo, lo sappiamo tutti, si basa sulla competitività individuale – sto sempre meglio se io produco e guadagno meglio, non penso ai riflessi che questo mio modo di agire avrà sulla collettività in cui sono inserito -.

Nell’articolo viene esposta anche una tesi che può essere discutibile, ma interessante e portatrice di sviluppi concreti: il processo di sostituzione di un ordine economico fondato sulla rapina (lo stesso Bergoglio, in una sua lettera pastorale, afferma che “questa economia uccide”) con uno basato sui valori di solidarietà e rispetto reciproco sarà di necessità molto lungo e pieno di sconfitte alternate a vittorie, e per questo deve prevedere anche una fase di confronto e di interrelazione con quel mercato che si vuole sostituire, perché “…ne abbiamo bisogno in certi casi e li combattiamo in altri.”.

Trovo questa una osservazione saggia e confortata dai fatti: se dovessimo non comprare più abiti fabbricati in Cina o in Pakistan non potremmo più indossare nulla…molto meglio abbinare sane ed estese azioni di boicottaggio intelligente (se ti piacciono i pompelmi non comprare quelli che provengono da Israele, anche se sono tra i migliori al mondo…) a forme di pressione di massa che pieghino il mercato a pratiche più rispettose dei diritti umani.

Utopia, ricerca dell’Isola che non c’è?

Vorrei ricordare che solo cento anni fa o poco più parlare di voto per le donne e di orari di lavoro ben definiti sembrava una follia irrealizzabile…

Saluti antifascisti a tutt*

riferimenti:

articoloComune – infolettera pastorale

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Riccardo Infantino – 20.6.2019

Gli esami non finiscono mai…

Così diceva Eduardo De Filippo nella omonima commedia, in riferimento agli esami della vita, successivi a quelli universitari.

Mentre i miei ex alunni (e tutti gli altri ragazzi dell’ultimo anno delle superiori) affrontano, dopo la vendittiana e presumibilmente agitata notte prima degli esami, il primo vero grande impegno mi trovo a scrivere questo articolo il 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato – per la quale il presidente Mattarella ha ricordato l’articolo 10 della Costituzione, che garantisce il diritto di asilo se nel proprio paese si corra pericolo – e non posso fare a meno di pensare ad un bel ciclo di lezioni che facemmo con i miei alunni, alcuni anni fa, sulle tanto vituperate ONG, in particolare su Amnesty ed il suo progetto I Welcome, finalizzato ad una politica di accoglienza concreta e gestita da tutti i paesi coinvolti nei flussi migratori.

Tanto per non smentirmi quest’anno ho parlato ai “pischelletti” delle prime (ebbene si, a quattordici anni sono capaci di capire cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare…) dei princìpi alla base del Manifesto di Ventotene: sovranità popolare, solidarietà tra i paesi europei e soprattutto accoglienza verso chi fuori dall’Europa proviene…

Mi ha fatta sorridere l’affermazione del ministro Bussetti, secondo lui l’Educazione Civica (che oggi pomposamente viene definita Cittadinanza e Costituzione…) deve avere uno spazio a parte nella scuola (e qualche altro ministro tace a queste parole…): caro ministro, quello che lei si auspica avviene da sempre, altrimenti come farebbero ad uscire dalla scuola ex alunni che poi vanno a ricoprire ruoli importanti nelle istituzioni?

Tornando agli esami che non finiscono mai possiamo considerare come tali quelli che mettono ogni giorno alla prova la capacità del singolo italiano di prendersi cura della Carta Costituzionale e dei diritti inalienabili che in essa sono contenuti; se chiedessimo alle personi comuni come voi e me cosa sia il principio di eguaglianza, a fondamento degli articoli 2 e 3 della Carta, di sicuro più di uan ci risponderebbe, ma se continuassimo ponendo la domanda su chi deve garantirli la risposta più probabile sarebbe: le istituzioni, lo Stato, il Governo e via di questo passo.

Le nostre madri ed i nostri padri costituenti fecero terminare questi due articoli (ed il quarto, sul tanto sofferto diritto al lavoro…) specificando che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono l’attuazione dei diritti.

La Repubblica siamo noi tutti, dal Capo dello Stato al cittadino nelle condizioni più disagiate e al migrante che è nato in Italia o che è arrivato in un secondo momento, ma non ha ancora la cittadinanza, e magari lavora contribuendo allo sviluppo del paese anche lui…

Ognuno è dunque sotto esame ogni giorno sul come e sul quanto contribuisce a rimuovere le condizioni che rendano impossibile o molto difficile l’attuazione concreta dei diritti di cui sopra, magari cercando di non dare appoggio a chi proprio del calpestare quei diritti fa un metodo di cattura dei consensi.

La sovranità popolare è esattamente questo: tutti abbiamo la nostra particella di potere decisionale attraverso il voto, come singolo e come gruppo di elettori, e l’esame più severo sono gli esiti dell’azione che dà affidamento a chi ci dovrebbe rappresentare, se alla fine agisce rispettando i princìpi di umanità oppure se li fa annegare in un barcone per realizzare l’illusoria sicurezza dell’uomo solo al comando, colui che porterà ad uno sfavillante futuro il paese…sveglia cari italiani, gli esami non finiscono mai…

Saluti antifascisti a tutt*

Riferimenti nel testo: l’articolo 10 della Costituzione , I Welcome , Manifesto di Ventotene

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Riccardo Infantino – 14.6.2019

Democrazia reale e Rete

Mai come in questo periodo è fondamentale percepire tutta la profondità e la forza civile dell’articolo 21 della nostra Costituzione, che garantisce il diritto per tutti (si intende tutti gli esseri umani, non solo tutti i cittadini…) di esprimere il proprio pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Così come è fondamentale il diritto di connessione, che Stefano Rodotà voleva inserire nella carta costituzionale, dato che quelli che erano un tempo due mondi separati (reale e virtuale) ora non lo sono affatto.

Ovviamente la politica ed i meccanismi elettorali si sono spostati anche nel web, e Mario Del Co, economista, ci propone una notevole riflessione sulla vera o presunta democrazia della Rete.

La domanda forte è: Internet ci ha resi cittadini ed elettori più liberi e consapevoli, o piuttosto stiamo lentamente scivolando verso un nuovo e globale meccanismo di controllo di massa, soprattutto in occasione delle consultazioni elettorali (le europee ultime, ad esempio)?

La risposta, come per ogni elemento della Rete, può essere duplice; il maggior pericolo per la democrazia che funziona è la individualizzazione totale ed isolata che si rischia di acquisire accaparrando (o tentando di accaparrare) quella marea di informazioni che la Rete stessa ci offre (ma che non sono spesso attendibili…), illudendoci di acquisire una maggiore consapevolezza – magari nella scelta di un candidato da votare – mentre invece si rischia la mutazione in monadi volutamente non comunicanti con gli altri (noi siamo i più informati, anche dei candidati o di chi è già stato eletto, non è vero?…) o, nel migliore dei casi, in gruppi che si autoghettizzano convinti di avere la Verità “grazie” ad una autentica bulimia digitale di informazione (e non di comunicazione…).

Zygmunt Baumann, in tempi non sospetti di pervasività della Rete, intitolò un suo saggio La solitudine del cittadino globale: due termini in contrasto, evidentemente.

Se è vero che la democrazia nel senso più autentico di potere del popolo, di sovranità popolare, si basa sul rapporto di fiducia che l’elettore instaura con chi elegge lui insieme agli altri, e sul rispetto di quanto promesso in campagna elettorale (ricorda qualcosa?…), allora bisognerebbe concludere che quello che abbiamo visto negli ultimi anni in Rete – mi riferisco in particolare al fenomeno delle fake news prodotte a livello industriale e dei sondaggi concepiti per pilotare le scelte degli elettori – non è l’esercizio del diritto – dovere del voto, ma un’altra cosa, bruttissima, il così detto “capitalismo di sorveglianza”, che attraverso Google e pochi altri colossi social (privati) di Internet realizza per ciascun cittadino un profilo di comportamento atto a realizzare una analisi predittiva di ciò che faremo in Rete e di come lo faremo, per poi orientarlo non certo a nostro vantaggio (le campagne elettorali di Trump e dei suoi fedeli seguaci e discepoli sono illuminanti al riguardo).

Sono un assiduo frequentatore ed utilizzatore della Rete, soprattutto a fini di attivismo umanitario e politico, e nutro la profonda convinzione che sia possibile ribaltare questa cyber dittatura – nella quale si è contenti di essere – applicando i princìpi costituzionali di responsabilità del cittadino e dell’amministratore eletto dai cittadini al web, altrimenti resterà una brutta copia del mondo “fisico”, dove troppo spesso comanda la finanza e non il voto dei cittadini.

Saluti dalla Rete e dal mondo “reale”, sempre antifascisti, a tutt*

richiami:

articolo 21 , diritto di connessione , Mario Del Co , La solitudine del cittadino globale , capitalismo di sorveglianza

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Riccardo Infantino – 7.6.2019

Credere alle favole

Sigmund Freud in più di una sua opera parla della capacità della psiche umana di autoingannarsi a livello inconscio e cosciente (vedi ad esempio Psicopatologia della vita quotidiana). Riportando la cosa a livello politico generale dopo le ultime consultazioni potremmo formulare una diagnosi di amnesia storica a medio e lungo termine, che ha portato alla disponibilità a credere che la risoluzione dei problemi stratificati del paese passi attraverso chi, con il suo stato di bisogno assoluto, ci mette davanti (sarebbe meglio dire sbatte in faccia ) le nostre responsabilità come paese e come singoli cittadini di quanto sta accadendo dentro e fuori dall’Italia; due esempi lampanti: il conflitto yemenita combattuto con le armi made in Italy e la crescita netta ed estesa dei consensi a tesi di tipo quanto meno autoritario e discriminatorio. Quando e come scatta il meccanismo dell’auto inganno? Nel momento in cui ci si accorge che sovranità popolare e libertà non sono date per scontate nella nostra cultura, ma vanno praticate (andando a votare, ad esempio…) e difese nel quotidiano attraverso una azione capillare e costante. A questo punto si accusa la fatica del mantenere viva e vegeta la democrazia e gli inalienabili diritti a lei connessi (uno a caso, quello di informazione…) e si cerca in quale modo evitarla la fatica o meglio, chi possa farla al posto tuo, lasciandoti vivere in pace. Si, perché altrimenti non si spiegherebbe il consenso che una parte dell’elettorato (quelli che si scomodano ad andare alle urne, non chi si astiene e poi magari si lamenta di come vanno le cose, poteva parlare invece di tacere, non trovate?) tributa a chi dice alla folla ciò che vorrebbe sentirsi dire. L’importante non è che la fiducia ottenuta sia fondata su basi solide, ma che ogni volta si escogiti un mostro che si deve combattere, così da mantenerla…fino a quando l’elettorato capirà che si tratta di fole impossibili da mantenere, e si rivolgerà ad un nuovo contafavole (o contaballe?), che prometterà di investire tutte le proprie energie per il bene di tutto il paese, per questo gli si deve lasciare campo libero e non guardare troppo per il sottile, non ce n’è il tempo… La favola consiste proprio in questo: tu mi dai pieni poteri e facoltà di gestire e limitare i tuoi diritti ed io ti risolvo una volta per tutte emergenza criminalità, sanitaria e perfino lavorativa! La Costituzione però alle favole non crede: non parla di leader carismatici, ma di popolo sovrano che esercita i propri diritti attraverso il voto e si prepara a diventare insieme di cittadini attraverso una buona istruzione ed esempi concreti di rispetto dei valori civili. Chiedo troppo?

Saluti antifascisti e consapevoli a tutt*

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Riccardo Infantino – 31.5.2019

Campi di rieducazione

Non preoccupatevi, non voglio ricostruire i lontani campi di lavoro e di “acculturazione” dell’epoca maoista, ma immaginare (almeno questo non può essere impedito o limitato da un qualche decreto legge “urgente”…) un campo di rieducazione alla cittadinanza ed alla responsabilità civile.

In questo utopico (forse?) luogo vengono accolti quelli che, ad esempio, non vanno a votare (ingrossando le fila del partito più pericoloso, quello degli astenuti), e vengono sottoposti ad un test di ammissione (avete presenti quelli per entrare in una facoltà come Medicina?) sui diritti umani fondamentali: se lo superano saranno inviati in una sezione del campo dove potranno conservare tutti i diritti fondamentali, quale la libertà di informazione e di espressione, quella di manifestare e di muoversi (sempre e comunque all’interno del campo, grande ma recintato…), ma vedranno, attraverso un sistema di videosorveglianza, quello che accade nell’altra sezione: quella dove vengono ospitati coloro i quali non superano la prova all’entrata.

Questi “fortunati” vengono privati della cittadinanza, dei diritti di parola, delle libertà fondamentali e il loro compito è far vedere (attraverso il sistema di videosorveglianza di cui sopra) agli altri ospiti del campo cosa significhi vivere in condizioni di schiavitù civile, conseguentemente al loro non aver fatta sentire la propria voce alle elezioni, perché tanto non sarebbe cambiato nulla…

In che modo uscire da questa infelice condizione?

Nel campo sono previsti sugli ospiti privati dei diritti controlli che mirano a vedere se si siano riappropriati della coscienza di cittadini e dei diritti propri e altrui, ad esempio aiutando i compagni in difficoltà ed ascoltandoli con attenzione mentre esprimono il proprio parere sul regime coatto al quale sono sottoposti, ma soprattutto se mostrano di aver maturata la consapevolezza che la perdita di tutti i diritti è stata causata dall’avere taciuto non utilizzando la scheda elettorale.

Gli altri, vedendo tutto questo, saranno lasciati liberi dietro la formale promessa di divulgare le vicende alle quali hanno assistito e di non astenersi di nuovo dal voto, pena il rientro nel campo di rieducazione.

Credete sia una utopia o una circostanza che si possa davvero realizzare?

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino – 26.5.2019

Massa critica

Considerando i numerosi eventi verificatisi in questi giorni – la vicenda di Mimmo Lucano e di Riace riammessa nel circuito SPRAR, l’archiviazione della vergognosa inchiesta sulle ONG e non ultimo il provvedimento che ha colpita l’insegnante di Palermo, mi fanno pensare al concetto di massa critica.

Si tratta di una concentrazione che portata a valori molto grandi fa sí che la quantità divenga qualità, provocando una alterazione significativa di un sistema.

I fatti di cui sopra hanno smossa una cospicua parte della pubblica opinione, soprattutto per Mimmo Lucano, se non altro grazie allo scalpore che hanno provocato (l’ importante è che se ne parli, si diceva una volta…).

Nella assurda vicenda della docente palermitana, sospesa per 15 giorni perché giudicata rea di omessa sorveglianza, non avendo rimossa (stavo per scrivere “censurata”…) una diapositiva da una presentazione dei suoi alunni, che accostava le leggi razziali del 1938 al pacchetto sicurezza bis di recente proposta, praticamente tutti noi insegnanti abbiamo fatto quadrato intorno alla collega con flash mob e letture a scuola degli articoli 21 e 33 della Costituzione (libertà di espressione e di insegnamento, a quanto pare divenuti materiale che scotta…)…in altre parole siamo divenuti massa critica…

Confidando nella giustizia delle istituzioni piú che nei singoli che di volta in volta le rappresentano sono moderatamente ottimista nello sperare in una positiva conclusione della faccenda…e nella possibilità che domani dalle urne elettorali esca l’Europa del Manifesto di Ventotene (quella dei ponti) e non quella di Orbàn e dei suoi amici italiani e non…

Saluti antifascisti a tutt*

 

 Gabriele Busti – 24.5.2019

Quel periodo è finito

Sono socialdemocratico costituzionale e keynesiano, credo che la libera impresa individuale sia un diritto inalienabile dell’essere umano, allo stesso tempo so per certo che il capitalismo tende al monopolismo perché la natura umana ha una parte ferina che spinge alla sopraffazione. Credo che il libero mercato vada in ogni modo regolato e temperato per evitare che la forbice sociale si allarghi, che debba esistere un’organizzazione politica legittimata a porre argine alle derive della competizione economica, è fondamentale che la ricchezza vada redistribuita, che siano garantite pari condizioni ai più svantaggiati. Credo che la cultura, il sapere e l’istruzione siano ancora i mezzi migliori per far sì che questo avvenga. La socialdemocrazia che ho appena disegnato è stata in parte realizzata dalle democrazie europee nel periodo che intercorre tra la fine della seconda guerra mondiale e il muro di Berlino: istruzione, sanità, welfare state, servizi, distribuzione e condivisione della ricchezza, corpi intermedi, libertà di accesso all’informazione. Gli stati europei, sotto minaccia del socialismo, furono costretti a democratizzare le loro società concedendo diritti sociali (del tutto assenti in ambito statunitense) accanto a quelli civili (assenti in URSS). Questo periodo è finito, sono cambiate le condizioni geopolitiche, economiche, sociali e culturali che lo hanno prodotto, ma il modello di progresso è stato il più avanzato che una civiltà umana abbia mai elaborato su questa terra. Va difeso strenuamente, ogni arretramento si pagherà carissimo, stiamo già pagando, stiamo già arretrando.

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 16.5.2019

L’occhiale della Storia

In questi giorni resi folli dalle proposte che riguarderebbero la sicurezza e la legalità, ed il consenso forte guadagnato facendo leva sulla paura collettiva, ho riletti due documenti che ritengo caratterizzanti gli orientamenti fondamentali dei nostri anni, la tendenza a reagire comunque in una ottica conflittuale, pensando di essere chiamati a combattere una guerra, pena l’annientamento dei nostri valori, e quella che invece va alla ricerca dell’origine dei conflitti attraverso la conoscenza e, se possibile, il dialogo.

Mi riferisco (qualcuno lo avrà magari già capito) alle due opposte riflessioni che seguirono il crollo delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 (attentato sul quale, voglio essere chiaro, nutro tutt’ora profondi dubbi, ma questo esula dal discorso che vorrei affrontare) espresse da Oriana Fallaci (in un lunghissimo articolo – saggio del 29 settembre 2001 sul Corriere della Sera, Rabbia e Orgoglio) e da Tiziano Terzani, che in una lettera aperta risponde alla sua concittadina.

Andando a rivedere quello che la giornalista scrisse quasi subito dopo l’11 settembre mi sembrava di sentire quello che ascolto e leggo oggi, a distanza di 18 anni, riguardo il mondo islamico orientale: arretrato, violento, negatore dei diritti umani, ma soprattutto pericoloso per il – magari in parte – civilizzato Occidente (l’autrice, scomparsa nel 2006, si riferiva in particolare all’America ed all’Italia, dicendo che non voleva assistere alla sua invasione) perché non avendo valutato in tempo il suo intendimento di conquista (viene definito dalla Fallaci una crociata al contrario) e di annichilimento della nostra cultura poteva, a questo punto, rendersi necessaria una guerra culturale e non contro una civiltà incompatibile con quella cristiana occidentale.

Confesso che quando lessi l’articolo all’epoca rimasi di stucco: una donna che avevo ammirato come testimone delle deformazioni e delle violenze del mondo capitalistico esprimeva tesi conformi al pensiero di George Bush junior, che parlò della necessità di guerra preventiva infinita contro il terrorismo di matrice islamica (e infatti di lì a poco scattò l’invasione dell’Afghanistan, che evidentemente aveva bisogno, di fronte alla pubblica opinione, di essere quanto meno giustificata nella sua violazione sistematica di ogni diritto umano e costituzionale).

La replica dignitosa e piena di rispetto di Tiziano Terzani non si fece attendere: nella lettera aperta dell’ottobre 2001 il giornalista (amico di Oriana Fallaci) le rispose con un concetto tanto semplice quanto profondo: così come la guerra non si elimina con una guerra la violenza non si elimina con la violenza, ma con lo sforzo non di giustificare, ma di capire le ragioni che portano a tragedie come quella, senza cadere nella trappola dell’inevitabile scontro di civiltà e di concezioni morali religiose o politiche, atteggiamento che nella Storia (quella che alla fine porta a galla tutte le menzogne di regime e di mercato) ha condotto parti cospicue del genere umano a desiderare l’annientamento di altri simili considerati un pericolo da debellare prima che possa fare lo stesso con noi.

Seguendo la curiosità ed il desiderio di sapere – la dote principale che un insegnante deve possedere, pena il rischio di introdurre nelle teste dei propri alunni idee preconfezionate degne del migliore pensiero unico, qualche anno fa lessi il Corano, e non trovai nessuna menzione esplicita al fatto che una eventuale morte suicida contro i non musulmani portasse dritto il kamikaze nel paradiso di Allah…evidentemente, come è accaduto nel Vangelo per il “costringili ad entrare” della parabola del banchetto nel Vangelo di Luca 14,23, in riferimento agli invitati dal ricco padrone di casa che non volevano saperne di partecipare alla cena da lui offerta, c’è stata una forzatura di significato: come Jihad non vuole dire “guerra santa”, ma sforzo di diffusione e convincimento nell’accogliere la parola coranica, così “costringi ad entrare” non contempla l’uso della forza per invitare i non cristiani al banchetto della fede, o a rientrarci se si fossero allontanati (quelli definiti eretici, insomma).

 Il sentimento di paura verso i non cristiani e i non italiani, ottimo mezzo per creare consensi fino a quando ci sarà che abboccherà come un pesce all’amo, poggia sulla non conoscenza dei fatti e delle motivazioni che spingono gli esseri umani ad affrontare viaggi di alcuni anni con la totale incertezza sull’arrivare vivi (molti profughi muoiono attraversando il deserto, prima ancora di annegare davanti alle nostre coste o per le torture in un lager libico).

La mia speranza come cittadino e come antifascista è quella di poter fornire un minimo contributo alla lotta non violenta necessaria non per opporsi ad una cultura incompatibile con la nostra (ma le culture sono davvero contrapposte?), ma per capire e convivere.

 Oriana Fallaci è scomparsa nel 2006, Tiziano Terzani nel 2004: in una Italia dove ormai migliaia di cittadini sono di origini romene, albanesi, cinesi, nordafricane, senegalesi o nigeriane cosa avrebbero detto e scritto i due giornalisti?

 Saluti multietnici ed antifascisti a tutt*

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 Gabriele Busti – 16.05.2019

Una insegnante di Palermo

Un’insegnante palermitana di sessantatre anni e con quarant’anni di servizio è stata sospesa per due settimane dal lavoro perché alcuni suoi alunni, in un PowerPoint programmato durante la giornata della memoria, hanno accostato le disposizioni di Salvini sui migranti all’attività di Hitler. Il provvedimento disciplinare è partito dall’ufficio scolastico provinciale e prevede il dimezzamento dello stipendio. L’accusa è di non aver vigilato sui contenuti di un documento prodotto autonomamente dagli alunni. Costoro, interrogati a riguardo, pare si siano assunti la responsabilità dell’accostamento.
Mie personali opinioni a riguardo:
– l’accostamento, proprio perché pesante, va contestualizzato e discusso, in primis coi ragazzi. La censura disciplinare dà un segnale diametralmente opposto: l'”errore” è sancito da un ufficio amministrativo, ogni discussione troncata sul nascere. Provvedimento grave, dal sapore vagamente minatorio, ma togliamo pure il vagamente: è stata punita per non essersi dissociata dalle critiche. (nel merito, il sott. pensa che accostare Salvini a Hitler sia sbagliato)
– la vicenda evidenzia in modo neanche troppo paradossale l’assurda frattura fra scuola e realtà che tanti di noi stanno vivendo: a scuola devi stare attento anche a respirare, si vive praticamente sotto ricatto: per garantire la privacy non puoi più neanche far scrivere nome e cognome sopra un compito in classe, per ogni insufficienza sei a rischio ricorso: vengono gli ispettori, aprono le carte, trovano una firma mancante e sono cazzi tuoi; un pargolo si ubriaca in gita e al ritorno ti trovi gli avvocati in presidenza, devi stare attento a tutto quello che dici e che fai, andarci cauto con le battute, farti una bella pera giornaliera di politicamente corretto, tenere i nervi a posto, in ogni modo garantire la sorveglianza ovvero controllare che non rubino, non spaccino, non fumino, non si picchino, non si minaccino, non si ammalino, non abbiano crisi e se ne tornino sani a casa loro, e sono quasi trenta per classe.
Fuori dalla scuola, invece, in questo nostro bel mondo reale e virtuale, ciascuno sembra poter fare e dire tutto quello che gli passa per la capa, financo guardarsi, in tutta tranquillità, il video di uno stupro nella chat di un gruppo studentesco.

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 11.5.2019

Del modo di parlare del proibito senza citarlo apertamente

Perdonatemi il titolo molto molto letterario, ma mi sto preparando ( e non credo di essere il solo…) ad un prossimo futuro in cui, come molte altre volte è accaduto nella storia recente e meno recente, si aveva (o si ha?…) la necessità di sfuggire ed ingannare una occhiuta censura (magari un controllo di massa?…) parlando per metafore di determinati argomenti o persone che non era prudente, per la propria salute psicofisica, nominare in modo esplicito.

Perdonate anche la mia deformazione prof…essionale, ma mi vengono in mente esempi piuttosto eclatanti: quando il Santo Officio della Romana Inquisizione (quello che condannava i libri, per intenderci, e faceva sentire il calore della fiamma del rogo ai loro autori…) mise tra i primi posti Il Principe del Machiavelli divenne pericoloso pronunciare perfino il nome dell’autore (e lo credo, definì la religione un metodo di governo, un instrumentum regni…), e allora si scriveva, invece di Machiavelli, il Segretario fiorentino (la carica pubblica che ricoprì nella Repubblica fiorentina e a corte dai Medici).

Durante il ventennio fascista anche solo accennare una critica al dux mea lux poteva costarti il confino, e allora Trilussa nei suoi sonetti parlò della prepotenza di alcuni animali su altri, mentre Ettore Petrolini portò in teatro un Nerone che prometteva di far risorgere una Roma “più bella e più superba che pria” parlando alla folla come da un balcone…

Forse mi ha fatto male alla salute la lettura della bozza di decreto che dovrebbe modificare in maniera sostanziale la già rigida e limitante normativa sulla sicurezza…che volete farci, ancora credo che venga prima la libertà, che porta di conseguenza alla sicurezza dei cittadini (ma non solo di loro, anche di chi si trova in Italia per qualsiasi motivo, non credete?…), ma da un po’ di tempo sono alla caccia di metafore semplici da capire (così smentirò la fama che i “professoroni” usano un linguaggio astruso per non farsi capire) ma immediate, come quelle, tanto per fare un esempio, del Vangelo di Matteo…mi piacerebbe davvero utilizzare un linguaggio che permetta di dissentire e al tempo stesso ti salvi (…la sillaba finale immaginatela pure…) da accertamenti e da vessazioni poco democratiche, compiute in nome di una emergenza sicurezza che deve ancora essere dimostrata esistere per come viene presentata…

Volete aiutarmi?

Ve ne sarei grato

Saluti antifa (meglio abituarsi a troncare le sillabe, non si sa mai…) a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 5.5.2019

Le radici della violenza

I fatti spaventosi di questi ultimi giorni a Viterbo – la violenza su di una donna prima fatta ubriacare e poi abusata, l’uomo ucciso nel proprio negozio – hanno riaccesa la discussione sul problema della sicurezza dei cittadini e dei modi di contenerla ed eliminarla.

Mi è capitato, come credo a tutti noi, di sentire che l’opinione che va per la maggiore sia quella della mano forte e della tolleranza zero con chi commetta atti violenti…soprattutto se non italiani…

Voglio dirla tutta: mi preoccupa non poco questa tendenza, soprattutto se il favore converge verso determinati personaggi pubblici che fanno dell’uso repressivo a posteriori della forza come l’unico rimedio contro criminali e violentatori di ogni tipo.

Dopo l’esaltazione della autodifesa dei cittadini facilitati nell’acquisto di armi (accanto alla loro larga garanzia di impunità nell’usarle) e l’invocazione della castrazione chimica non sono probabilmente molti quelli che si sono chiesti se questi siano rimedi peggiori del male che si deve combattere.

La violenza è, prima di tutto, una questione di cultura che ha radici ben lontane, viene prodotta da un atteggiamento generalizzato che viene definito esattamente dal Centro Donne dell’Università di Marshall:”La cultura dello stupro è un ambiente dove lo stupro è prevalente e dove la violenza contro le donne è normalizzata e giustificata dai media e dalla cultura popolare”…in pratica siamo di fronte ad una edizione aggiornata della banalità del male che descriveva Hanne Harendt nella sua celeberrima omonima opera, il considerare assolutamente normale una violenza brutale su di una donna nello stesso modo in cui si considerava normale la persecuzione sistematica degli ebrei.

Potete anche tacciarmi di esagerazione, ma non è difficile notare la stessa radice in entrambi i fenomeni: il perdurare di una società basata sulla sopraffazione violenta che nasconde le sue responsabilità dietro la colpevolizzazione delle vittime: sono stati gli Ebrei ad invadere la finanza mondiale per dominare il pianeta, dunque è più che logico punirli e martoriarli; le donne non di rado provocano gli uomini con i loro comportamenti e con il loro modo di vestire,e magari non di rado vanno in giro in posti che è meglio evitare…cosa possono aspettarsi se non di essere molestate o peggio (ragionamento ascoltato anche da alcune gentili signore…).

Nello stato di guerra la violenza sulle donne è un tragico corollario: non è facile dimenticare il drammatico finale de La ciociara di Moravia, la scena in cui madre e figlia appena adolescente vengono brutalmente violentate da alcuni soldati in una chiesa.

In una società che unisce autorità patriarcale e predominio dell’uomo sull’uomo basato sul denaro sono considerati normali (o per meglio dire banali…) il male fisico e morale e la sopraffazione violenta esercitati sugli apparentemente più deboli o su chi non si uniforma al clima dominante.

Allora è qui che bisogna intervenire, nel diseducare le persone a pensare ovvi ed inevitabili sopraffazioni, molestie e violenze, e ad andare in senso contrario a cominciare dal linguaggio (gli insulti sessisti ed omofobi, tanto per cominciare), magari si potrebbero ottenere effetti più solidi e duraturi rispetto alla minaccia di una castrazione chimica.

Accompagno con questi miei sparsi pensieri la manifestazione di Viterbo di sabato pomeriggio, alla quale non ho potuto partecipare.

Saluti antifascisti e non violenti a tutt*

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 Barbara Cozzolino 03.05.2019

In questa società alterata le portate di un pranzo o atti di bullismo in chat hanno lo stesso valore

Negli ultimi anni si è assistito ad un fenomeno curioso: crimini che spesso rimanevano irrisolti o dei quali non si veniva proprio a conoscenza vengono ora risolti o svelati grazie alla tecnologia. I giovani oggi, già a 10-11 anni, se non prima, sono dotati di smatphone. Se per un genitore può costituire un elemento di sicurezza nel momento in cui il giovane inizia a tornare a casa da solo, sembrerebbe che per i ragazzi l’utilizzo principale del telefono non sia telefonare. I ragazzi sono maggiormente attratti dalle chat, dai social, dalla possibilità di condividere immagini e video; immagini e video che possono realizzare anch’essi con lo smartphone e inviare subito agli amici. Oggi si riprende e si condivide su tutto: le portate di un pranzo, la gita domenicale, il cane che mangia la pappa, il cambio di pannolino del neonato… addirittura atti di bullismo, spesso efferati! L’importante è ricevere molti like, più like si ottengono, più si cresce in popolarità. Ed ecco allora che si arriva all’assurdo di filmarsi mentre si picchia un anziano disabile, o mentre si compie uno stupro. E se tutto questo ci appare inquietante, esiste un altro aspetto ancora più inquietante, oserei dire demoniaco. Se in una chat ci arrivasse un video in cui è perfettamente distinguibile un pestaggio o uno stupro, il nostro dovere civico sarebbe quello di recarci immediatamente dalla polizia postale e denunciare l’accaduto. Anche nel caso in cui l’esecutore del pestaggio o dello stupro fosse un amico o un parente. Tacere, non collaborare con la giustizia, oltre a non aiutare affatto il nostro parente/amico, potrebbe danneggiare seriamente la vittima. Consigliare al parente/amico di cancellare tutto, e disfarsi delle tracce ci renderebbe complici di un crimine efferato. Così come ci rende complici, qualora avessimo visionato quelle immagini, continuare a negare, affermare che gli avvocati scagioneranno il nostro amico, arrivare ad incolpare la vittima di aver inventato tutto anche quando conosciamo la verità.

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 Gabriele Busti – 2.05.2019

Urge una riflessione

I due accusati dello stupro hanno condiviso i video nella chat del Blocco studentesco, l’associazione giovanile scolastica di Casapound. Quei video sono stati visti da decine di ragazzi e dal padre di uno degli accusati, il quale ha intimato al figlio di buttare via il cellulare. In ogni modo, per quanto si evince dalle ricostruzioni della stampa, nessuno sembra aver sporto denuncia né manifestato intenzioni differenti dai meccanismi tipici della difesa del branco. Gli inquirenti hanno ribadito più volte che le immagini sono di una violenza inaudita.

Il malessere che provo non riesco a buttarlo fuori, le parole non mi sorreggono… A seguire la dinamica dei fatti, il filmato sembra quasi essere il fine ultimo dello stupro, di converso ho seri dubbi riguardo al fatto che le decine di ragazzi che lo hanno visto abbiano davvero capito cosa davvero cosa hanno visto. Il branco, la sensazione di appartenere a qualcosa di grande, l’inebriarsi nel condividere un’identità che vada al di là della debolezza del singolo, soprattutto se adolescente. Il branco sembra aver sottratto ai singoli una chiave di lettura della realtà, averli spinti verso il disumano. Quei ragazzi che hanno visto il filmato sono giovanissimi, in nessun modo bisogna considerarli ragazzi perduti, ma c’è da fare un lavoro grandissimo e la scuola evidentemente non lo fa bene e io mi sento un incapace e un cretino. La scuola però non può essere lasciata sola, non può sopperire alla famiglia e alla comunità. L’ideologia del branco si materializza nelle mille manifestazioni della cultura giovanile, ma non scompare mica con l’età: diventa acquiescenza nei confronti dei prepotenti, ossequio del potere peggiore, disconoscimento dei diritti e dei doveri, incapacità di distinguere il giusto dallo sbagliato, il buono dal cattivo.

La città sembra girare la testa dall’altra parte riguardo a queste questioni, a troppi è bastato urlare alla castrazione chimica per tagliare corto con la faccenda, altri se la sono presi con Casapound e ne hanno chiesto lo scioglimento.

Fatti salvi i limiti costituzionali, ho sempre pensato che proibire le idee sia sbagliato, ma soprattutto inutile. Urge una riflessione, però, sulle dinamiche con cui queste idee vengono diffuse e propagandate tra giovanissimi, perché queste sembrano essere troppo simili alle logiche del branco. È la comunità che deve dare una risposta.

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 28.04.2019

(R)resistenza

Complici l’effetto del 25 aprile da poco trascorso e le tante domande che per fortuna (mia e di chi mi sta intorno) mi pongo come cittadino e come insegnante sulle azioni che compio ogni giorno, chiedendomi se siano sempre rispettose dei valori umani fondamentali, mi sono messo alla ricerca di informazioni sul diritto di resistenza.

 Avete ragione, siamo di fronte ad un domandone di quelli stratosferici: si è obbligati, soprattutto se pubblici funzionari (ed un insegnante lo è a tutti gli effetti) ad un determinato comportamento, anche se dettato da una legge che non sia consona con il rispetto della persona e della Costituzione?

 Fulvia Alidori, in un denso articolo su Patria Indipendente del 2010, distingue non solo tra obbedienza (che non è una virtù, diceva un certo don Milani) e resistenza, ma tra passività e partecipazione :”Chi resiste partecipa, perché comunica…un disagio…che una società deve essere capace di leggere”.

Vero, tutto ciò è molto bello, ma quando una società o la sua maggioranza, ben indirizzata da chi la dirige, non capisce proprio il disagio di chi è resistente?

Mi è venuta in aiuto la formulazione di Giuseppe Morbidelli: “Il diritto di resistenza comincia laddove ogni rimedio giuridico non è più consentito”…dunque parrebbe implicito che sia mio diritto oppormi ad un comportamento lesivo dei diritti, anche se proveniente da una istituzione.

Da buon amante della Costituzione, con l’aiuto delle parole di chi ne sa più di un ignorante come me, come ad esempio Giorgio Giannini, ho scoperto che nella costituzione tedesca è previsto in modo esplicito nella costituzione federale tedesca: “Tutti i tedeschi hanno diritto alla resistenza contro chiunque intraprenda a rimuovere l’ordinamento vigente, se non sia possibile alcun altro rimedio” (art. 20 comma 4°).

In quella nostra non è dichiarato in modo palese il diritto di resistenza ad una istituzione che violi i valori costituzionali: la proposta di Giuseppe Dossetti, democristiano, di inserire (era il dicembre del 1946) nell’articolo 50 la dicitura “Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino” non venne accolta nel testo finale, ma ne resta una traccia sia pur minima negli articoli 52 (La difesa della patria è sacro dovere del cittadino), 54 (Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge), e naturalmente l’articolo 1 (La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione).

Allora la sovranità di cui anche io, in quanto cittadino del popolo italiano, sono in possesso mi permetterebbe di agire con gli altri cittadini contro atti e comportamenti che siano contrari alla carta costituzionale, che deriva dalla stessa sovranità che condivido con gli altri 62 milioni di italiani vecchi e nuovi?

Vi confesso che non so dare una risposta a questo interrogativo, non sono un costituzionalista come il nostro Capo dello Stato, ho dalla mia solo la fiducia nella Costituzione (come cittadino) e il mio essere antifascista nel quotidiano (come parte dell’ANPI); una cosa però ho chiara: nel momento in cui mi dovessi trovare di fronte ad un obbligo di legge o ad un comportamento lesivo dei valori umani fondamentali non escluderei a priori un atto di disobbedienza, sperando di avere la serenità di affrontarne le conseguenze: si, perché violare una legge con l’intenzione di sfuggire agli effetti di questo atto è un conto, se le si disobbedisce e si sopportano gli effetti del proprio comportamento è disobbedienza civile…

Saluti (R)resistenti a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 19.04.2019

Resistenza in bianco e nero, Resistenza a colori

Risultati immagini per comitato di liberazione nazionale

Tranquilli, se avete ancora la pazienza di leggermi, non voglio tediare nessuno con il solito discorso sui valori della Resistenza all’avvicinarsi del 25 aprile, quanto buttare giù qualche riflessione spontanea che mi viene dopo aver letto di alcuni sindaci che annullano i festeggiamenti ufficiali della ricorrenza ed alcuni ministri che dichiarano di non partecipare ad alcuna iniziativa pubblica perché non interessati al duello fascisti – comunisti.

Quello che mi dà maggiore preoccupazione in queste affermazioni è la sottile quanto evidente volontà di annacquare il patrimonio di valori antifascisti (e diciamola questa parola, su!) che costituiscono le istruzioni di base del DNA della nostra Costituzione.

Sulla lotta partigiana tanti sono gli scrittori che hanno testimoniato, come Italo Calvino, il loro impegno nello sforzo di contrasto e di eliminazione del fascismo prima di tutto come forma mentale e subito dopo come governo dittatoriale, ma a me è piaciuto uno in particolare, Beppe Fenoglio ed il suo Partigiano Johnny.

Chi è il protagonista del romanzo di Fenoglio: un giovanotto che la famiglia ha imboscato in una casetta in collina e che prende coscienza della necessità di agire per riconquistare la libertà di essere e di pensare, entrando così (in maniera quasi casuale, dopo essersi messo alla ricerca di qualche partigiano senza alcuna indicazione precisa) in una formazione resistenziale.

Qui conosce antifascisti di tutte le tendenze, comunisti, socialisti, cattolici, ognuno identificato da un fazzoletto al collo di colore diverso (azzurro oppure rosso, ad esempio), spesso in polemica tra loro, ma accomunati dall’unico scopo perseguibile: cacciare via il fascismo, l’esatto contrario della democrazia, e non certo del solo comunismo, come quanto dichiarato da illustri ministri (e purtroppo condiviso da troppi cittadini).

Per fugare ogni dubbio su quali forze diedero vita alla Resistenza basta vedere alcuni nomi dei partecipanti alla fondazione del Comitato di Liberazione Nazionale, che dopo l’8 settembre 1943 fu il coordinatore della lotta antifascista: Giorgio Amendola (Partito Comunista Italiano), Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Pietro Nenni (Partito Socialista Italiano), e l’elenco potrebbe continuare coprendo le altre formazioni politiche dell’epoca.

Altra circostanza che fa veramente pensare: durante i lavori della Assemblea Costituente, in una seduta del dicembre 1947, giunti a quello che sarebbe stato l’articolo 52 (“La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”) un cattolico fervente, poi fattosi monaco (si, avete letto bene, entrò in monastero…), Giuseppe Dossetti, propose di inserire nella carta costituzionale il principio della non perseguibilità della resistenza ad un parlamento e ad un governo che violino i princìpi fondamentali della Costituzione.

Non vi dico la sorpresa quando lessi che il presidente della commissione, un certo Palmiro Togliatti (…), parlò a sfavore della sua inserzione tra gli articoli definitivi…

Non credo ci sia bisogno di dire altro, se non che l’unico modo per s…montare (scusatemi, ma stavo per scrivere dopo la “s…”un vocabolo non proprio di alto livello…) affermazioni del tipo: la lotta partigiana fu uno scontro tra fascisti e comunisti basta informarsi un pochino, e verrà fuori la poca credibilità politica di chi formula osservazioni del genere…

Buon 25 aprile a tutt*

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 Gabriele Busti – 10.04.2019

Un ringraziamento all’organo genitale maschile è già stato fatto? Nord e Sud sono due parti di un sistema integrato, la Lombardia ha circa il “reddito medio pro capite” della California, ce l’ha proprio in virtù del suo essere stata avanguardia industriale di un paese diviso e sperequato. Il Sud ha tenuto bassa la lira permettendo all’industria padana di proliferare, il Nord ha potuto svilupparsi grazie alle esportazioni e ne ha assorbito i migranti. Se l’Italia si dividesse, le regioni del Nord diventerebbero succursali tedesche determinando la fine del sistema che le ha rese ricche. Per cinquant’anni (ma il computo va allargato) metà del paese è stata mandata al macero attraverso politiche neo-coloniali, mero serbatoio di voti. I tedeschi in venti anni hanno quasi azzerato le differenze tra Ovest e Est, da noi nessuno ha trovato la minima convenienza a fare altrettanto. Il risultato è un terzo mondo interno, spopolato, abbandonato, stremato. Nessun paese che vuol dirsi tale può tollerare un tale scempio.

L'immagine può contenere: schermo e testo

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Riccardo Infantino – 7.04.2019

Io sorveglio, tu sorvegli, noi sorvegliamo…tutti siamo sorvegliati

Leggevo dal Sole24ore della proposta di ottanta deputati leghisti di creare una rete informale di sorveglianza tra vicini, che dovrebbero segnalare “situazioni anomale che possono generare apprensione”.

L’idea sarebbe quella di instaurare una collaborazione non formale tra cittadini e forze dell’ordine attraverso un database che dovrebbe raccogliere le segnalazioni dei vicini che dovessero notare fatti e circostanze potenzialmente pericolosi, per poi vagliarle ed eventualmente intervenire: in pratica ognuno di noi dovrebbe essere così gentile da prestare attenzione a quanto gli accade intorno per dare l’allarme in caso non gli quadrasse qualcosa…ma in base a cosa una situazione può essere percepita come anomala?

Il fatto che nell’appartamento del pianerottolo di sopra ci sia un via vai di gente, magari di nazionalità medio orientale…per poi scoprire che il nostro sospetto vicino è di nazionalità curda, magari è il primo di sei fratelli e spesso gli altri cinque, famiglie comprese, lo vanno a trovare…?

Ogni tanto, a scopo provocatorio, faccio una prova con i ragazzi della mia scuola: pronuncio l’espressione “Allahu Akbar” (Allah è grande) e chiedo, secondo loro, in quale contesto viene utilizzata; la risposta frequente è: da un attentatore poco prima di farsi saltare in aria…e restano assai sorpresi quando vengono a sapere che è l’invocazione, equivalente al “sia lodato Gesù Cristo”, con la quale il muezzin chiama alla preghiera, oppure il fedele ringrazia la divinità nella quale crede…

Quando osserviamo la realtà che ci circonda siamo naturalmente portati ad interpretarla secondo quello che abbiamo in testa, e venendo educati alla cultura del sospetto e della delazione ogni comportamento che si discosti dai binari di una presunta normalità (!) sarebbe anomalo e degno di apposita segnalazione.

Jeremy Bentham concepì nel 1791 un carcere perfetto, che chiamò il Panopticòn, luogo della visione totale: ogni ospite della struttura (che fu realizzata e che ispirò alcuni edifici penitenziari moderni di massima sicurezza) è al tempo stesso sorvegliato e sorvegliante, secondino e detenuto, e solo un supervisore ignoto a tutti ha, dall’alto dell’edificio – di forma circolare – la visione totale di quanto accade e di quanto fanno gli ospiti.

The Big Brother is watching you…il Grande Fratello ti sta osservano, disse Orwell nel romanzo 1984, immaginando un mondo dove ognuno era sorvegliato e sorvegliava, pronto a denunciare eventuali comportamenti “sospetti”.

Hanne Harendt, più nota per La banalità del male, in un’altra sua opera, La nascita dei totalitarismi, individua un punto di forza delle dittature nella collaborazione dei cittadini (sudditi?…), che con occhio vigile ed orecchie aperte sono sempre pronti a informare le competenti autorità su fatti e individui strani e magari potenzialmente sovversivi…dei veri patrioti che si impegnano in nome della sicurezza e del bene della nazione…

Molti ebrei vennero segnalati proprio dai vicini di casa, e da casa loro arrivarono direttamente ai campi di internamento e di sterminio, tanto solerti furono i loro denunciatori.

Non mi stancherò mai e poi mai di ripetere che nella nostra Costituzione la sicurezza è subordinata alla libertà, ne è la logica conseguenza: il contrario la soffocherebbe, con il benestare e la collaborazione di tutti.

Ho un certo quale vago sospetto: per caso proposte del genere mirano ad instaurare un regime di controllo reciproco totale?

Ah, dimenticavo: io sono per metà calabrese, dunque se vedete i miei amici e parenti entrare ed uscire dalla mia casa potrebbe essere il segnale di attività di una base della ‘ndrangheta…fatelo presente a chi di dovere, lo accoglierò con il vino e le olive della Piana di Gioia Tauro, tra i migliori in Italia, e non solo.

Saluti libertari ed antifascisti a tutt*

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“La repressione, l’oppressione, la mancanza di libertà, il conformismo, l’ipocrisia…sono tutti fatti maturati in seno alla famiglia. Perché la famiglia praticamente non è altro che una piccola difesa un po’ meschina che fa l’uomo per difendersi dal terrore, dalla paura, dalla fame…è una specie d’istinto di difesa per cui l’uomo si crea una tana e in questa tana fa quello che vuole. Il padre opprimi i figli etc etc.
Detto questo la famiglia è anche il covo delle cose più belle dell’umanità. Le due code sono orrendamente ambigue e inestricabili. Cioè tutto ciò che di male ha fatto l’umanità finora e ciò che di bene ha fatto l’umanità, nasce sempre da questo rapporto ambiguo che ha il figlio con i genitori. Che benché schematico ed elementare però, è come le note musicali che sono soltanto sette e puoi fare tutto quello che vuoi. Così un questo rapporto del padre col figlio, del figlio con la madre, in questo piccolo triangolo nascono tutte le tragedie tutte le possibilità.
Quindi cosa vuoi? Che ti parli bene o che ti parli male della famiglia? Decidi tu.”

P. P. Pasolini.

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Riccardo Infantino – 29.03.2019

Una questione di famiglia

 

Non c’è che dire: il Congresso mondiale delle Famiglie, in corso di svolgimento a Verona, ha fatto parlare di sé assai prima del suo inizio, al punto che il patrocinio iniziale dato dal Governo è stato poi ritirato, fatta salva la presenza dei ministri Salvini, Bussetti e Fontana.

Le polemiche sui temi in discussione, in una Verona praticamente blindata per proteggere (da quali pericoli poi ?) i relatori che, detto per inciso, dovrebbero ospitare Forza Nuova nella persona di Roberto Fiore, si concretizzeranno in flash mob e sit in con corteo finale, in contrasto con le posizione che verranno espresse nei vari interventi.

Di fronte a questo quadro ho ritenuto illuminante andare a vedere cosa dice la Costituzione al riguardo, più precisamente agli articoli 29, 30 e 31 nella parte dedicata ai rapporti etico sociali.

L’articolo 29 parla della famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”, e conseguentemente ne riconosce e tutela i diritti, in particolare “l’eguaglianza morale e giuridica dei due coniugi”.

L’articolo 30 tratta della istruzione e del mantenimento dei figli, nati dentro e fuori la coppia, come diritto e dovere dei genitori, garantendo l’intervento dello Stato in caso di incapacità dei genitori stessi e stabilendo il principio dell’accertamento della paternità.

L’articolo 31 prevede forme di tutela ed aiuto per la maternità (non a caso la nostra legge sul periodo di gestazione e post gestazione è, almeno fino a quando non verrà smantellata anche lei, tra le più avanzate), l’infanzia e le famiglie numerose.

Ovviamente deve essere considerata anche la tanto contestata (non solo dagli illustri relatori di Verona…) legge Cirinnà, che sulla base dell’articolo 2 della Costituzione (la tutela dei diritti dell’uomo come singolo e come società con altri esseri umani) acquisisce e tutela come legale l’unione tra persone consenzienti, etero od omosessuali.

Allora mi chiedo: se il fondamento di tutte le leggi è nei princìpi costituzionali di eguaglianza ed autodeterminazione di ogni persona – si badi bene, nella carta costituzionale il termine persona ricorre di frequente, chiarendo che l’altro vocabolo, “uomo”, è utilizzato nel senso di “essere umano”e non come determinazione di sesso maschile – che senso potrebbe avere definire legittima unicamente la famiglia tradizionale (in base a quali parametri poi?), sapendo che il termine “matrimonio” era l’unico che all’epoca della entrata in vigore della Carta (il primo gennaio del 1948) designava i rapporti di coppia, ma che poi nell’arco di questi settanta anni si è evoluto comprendendo la convivenza di due persone che scelgono liberamente, al di là del loro orientamento sessuale?

Riguardo il considerare l’omosessualità come stato patologico (l’omosex sarebbe un malato da curare, in altre parole…) forse chi lo sostiene (e non da ora, di nuovo…) non ricorda che l’orientamento omosex è stato cancellato dall’elenco delle malattie mentali nel 1990, essendo una concezione frutto di una mentalità religiosa (…maschio e femmina li creò…) e non di una evidenza scientifica.

Ometto di parlare dell’attacco alla legge 194 sulla interruzione di gravidanza, vista la trasversalità del tema (conosco più di una persona non credente contraria all’aborto), restando fermo il principio di scelta della donna, e la circostanza che essendo io uomo non potrò mai comprendere fino in fondo una esperienza così drammatica), ma mi chiedo se per caso una parte ormai cospicua dell’opinione pubblica ritenga più comodo ragionare per categorie fisse e stereotipate invece che porsi tante belle e sane domande su come attuare da cittadini i princìpi di libertà di scelta e di eguaglianza che costituiscono, con altri come la sovranità popolare, la base della nostra bellissima Costituzione.

Saluti antifascisti a tutt*

 

 Gabriele Busti

Verona, già capitale mondiale della tragedia legata alla famiglia tradizionale, si sta attrezzando anche per la farsa. La pervicacia con cui si è deciso (per lo più in buona fede, per carità) di fare pubblicità a una infima minoranza intollerante mi fa pensare che abbiamo ancora più voglia di accapigliarci riguardo alle nostre visioni del mondo che di risolvere problemi concreti. Le boiate rivoltanti di questi ridicoli oscurantisti non diventeranno mai leggi dello stato, neanche se al governo ci fosse il solo Salvini: appena andasse a toccare un dato reale sarebbe sommerso dalle uova marce dei suoi stessi elettori. Lui lo sa e continua a esercitare l’unico suo talento: sbandierare una visione del mondo per confermare quella del suo elettorato, e specularci a più non posso innescando il solito derby. Intanto la famiglia come istituzione è già naufragata, chiunque lavori nell’istruzione convive da tempo con una miriade di problemi sociali connessi a questo dato di fatto, problemi che vanno molto al di là delle legittime personali opinioni e che nessuno si sogna nemmeno di andare a studiare, per paura di essere sommerso dall’ennesima canea pseudo-ideologica.

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SiriaRogiava

E’ una ragazza curda della milizia femminile ad ammainare l’ultima bandiera dell’Isis nella cittadina di al-Baghouz e a sostituirla con quella dello Yekîneyên Parastina Jin, YPJ, che in curdo significa “Unità di protezione delle donne”. Una foto memorabile che l’Occidente non dovrebbe dimenticare quando dice: abbiamo battuto l’Isis. Contro l’Isis, faccia a faccia, hanno combattuto  loro.
Flavia Perina

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Riccardo Infantino – 16.03.2019

Cosa si può imparare dalla morte di un combattente

Lorenzo Orsetti, combattente italiano nelle fila dello YPG con il nome di Tekoser, è morto in combattimento a Baghuz, ultima città siriana ad essere controllata dall’ISIS.

La notizia è rimbalzata su tante testate giornalistiche nazionali, provocando reazioni a volte contrastanti, come quella di Vittorio Feltri, che ne parla come di uno che si è lanciato allo sbaraglio, o quella di Domenico Rizzo, che di Orsetti sottolinea la determinazione nel prepararsi (ideologicamente e militarmente) alla lotta armata a fianco dei Curdi.

La mia formazione di storico e la mia professione di insegnante di Storia mi ha imposto di capire i fatti ascoltando la fonte diretta, proprio lui, Lorenzo Orsetti, nato a Firenze nel 1986 e morto in combattimento il 13 marzo 2019.

In una intervista (un audio da lui spedito dal fronte a Radio Onda Rossa) del 10 marzo – pochi giorni prima di cadere in combattimento – Orsetti delinea chiaramente uno scenario ben lontano da quello che arriva qui in Occidente tramite i media ufficiali: almeno trecentomila profughi di guerra in condizioni disumane, una operazione sistematica di pulizia etnica in atto con conseguenti violenze di massa sui civili e vere e proprie azioni di sterminio, ma soprattutto la non volontà delle grandi potenze – e dei governi europei – di fornire un aiuto concreto alle milizie curde che contrastano e stanno vincendo l’ISIS nella zona di confine tra Siria e Turchia (il Rojava), dato che i combattenti che sono arrivati in zona da tante parti del mondo non sono un esercito regolare dotato di mezzi e di organizzazione strutturata.

La parte più toccante dell’audio è però quella in cui Orsetti parla del Rojava come luogo di realizzazione di un progetto politico di confederalismo democratico nel quale possano convivere alla pari e con pari diritti le numerose etnie che coabitano nella zona: un esempio di civiltà per tutto il mondo ed una concreta alternativa al capitalismo.

Come è noto sulla pagina Facebook dell’YPG è comparso un video in cui Lorenzo Orsetti, in previsione della sua morte, parlava delle motivazioni che lo spinsero ad andare volontario ad addestrarsi e a combattere nelle fila dell’YPG per il popolo curdo contro l’ISIS: l’amore per la libertà ed il senso di giustizia verso tutti gli esseri umani (qui il video sottotitolato)

Ideali nobili, soprattutto perché non sono rimasti proclami da tastiera, ma tramutati in azioni concrete anche a rischio ( e purtroppo a perdita) della vita.

Quello che mi ha colpito è stata la calma equilibrata di Orsetti lungo tutto il suo discorso: la consapevolezza di chi sa cosa rischia e al tempo stesso la serenità nel tramutare in fatti concreti le parole.

Confesso apertamente che nutro forti dubbi sulla durevole efficacia di una azione militare che ne contrasti un’altra (e forse mi illudo…), ma sono convinto che la dignità e la consapevolezza del valore dell’essere umano e della sua libertà siano un esempio che il partigiano (vorrei chiamarlo così, se mi è permesso) Orsetti ci ha lasciate.

Saluti antifascisti a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 16.03.2019

 

Torniamo umani

In questi giorni è arrivata ai membri dell’ANPI (e credo non solo a loro) di Viterbo una mail che ho letta con grande piacere, ma anche con preoccupazione: la proposta del consigliere regionale Eleonora Mattia di inserire nello statuto della Regione Lazio espliciti riferimenti alla matrice resistenziale ed antifascista della nostra Costituzione.

La proponente cita i purtroppo numerosi episodi di emersione ormai palese della mentalità fascista, quali ad esempio il saluto romano di un gruppo di studenti del liceo Socrate di Roma, oppure il l’omaggio delle amministrazioni comunali di Anzio e Nettuno alle tombe dei caduti della X MAS, e non ultime (n.d.r.) le “auree” considerazioni dell’onorevole (…) Tajani sul fatto che, al netto della entrata in guerra il fascismo fece anche cose buone… per poi – bisogna dirlo – scusarsi con chi si è sentito offeso dalle sue parole.

Alla luce (scusate, stavo per scrivere lux…) di questi numerosi episodi Eleonora Mattia propone una modifica statutaria che inglobi nel testo le espressioni “nata dalla Resistenza” e, ovviamente, il vocabolo “antifascista”.

Se fossi un cattolico direi che questa proposta è un segno dei tempi: dovrebbe essere data per scontata la radice resistenziale ed antifascista della nostra Costituzione e regolarsi di conseguenza, soprattutto con chi vorrebbe far tornare pericolose derive autoritarie.

Per ogni episodio come quelli che Eleonora Mattia ha citati (la sua proposta è del gennaio di quest’anno) mi aspetto ingenuamente una reazione non dico di massa, ma quantomeno di riprovazione diffusa, e invece riscontro indifferenza o – sempre più spesso – accettazione e bonaria simpatia.

Forse aveva ragione Hanne Harendt quando nel 1963 parlava della banalità del male come assuefazione di massa a comportamenti che incitino alla violenza o a fatti essi stessi basati sulla violenza; capisco ora nettamente come la nostra pratica dell’antifascismo passi attraverso uno sforzo continuo di riumanizzazione della coscienza di chi ci sta intorno, perché a considerare normale e inevitabile l’aggressione di un barbone o di qualcuno dalla pelle scura basta pochissimo tempo, soprattutto se ti si vuole far credere che il problema per te non sia un sistema economico e sociale ingiusto, ma chi ne è più vittima.

Viky Arrigoni avrebbe scritto da quel di Gaza: torniamo umani.

Saluti antifascisti a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 09.03.2019

Ancora un otto marzo? Che sia ogni giorno otto marzo

I simboli di genere. 1) Maschio; 2) Femmina; 3) Ermafrodito; 4) Transessuale; 5) Transgender; 6) Omosessuale; 7) Omosessuale femmina; 8) Sterile.

Mi piace molto il profumo della mimosa, e ogni otto marzo comprendo meglio il perché sia divenuta simbolo della figura femminile, essendo un simbolo di vitale rinascita.

L'immagine può contenere: 12 persone, tra cui Ada Tomasello, folla e spazio all'aperto

Non sto ad indagare sulle ragioni vere o presunte all’origine della ricorrenza, in fin dei conti ognuna (ed ognuno, perché anche noi maschietti abbiamo da fare la nostra parte) la motiva come meglio crede.

Penso invece che dovrebbe essere una occasione buona per scatenare a livello collettivo una presa di coscienza su quel valore costituzionale che si chiama eguaglianza e l’altro, da lui inscindibile, che prende nome di solidarietà.

Siamo tutt* eguali, come da articolo 3 della Costituzione, è una frase molto bella, ma come agisce nel quotidiano ognuno di noi per aiutare la realizzazione di questa condizione perché non resti teorica?

L'immagine può contenere: 16 persone, persone che sorridono, persone in piedi, folla, scarpe e spazio all'aperto

Non mi riferisco solo alla tutt’ora irrisolta questione della parità sostanziale tra uomo e donna, ma alla difficoltà di superare quella forma mentale pregiudiziale che penalizza anche chi non rientra nel binomio maschio – femmina (il binarismo sessuale, insomma): non a caso il manifesto della iniziativa di quest’anno curato da Non una di meno riporta il vocabolo transfemminista, che si può intendere in due modi: “trans” nel senso di una rivendicazione globale che non conosca confini geografici per le donne che richiedono la parità, ma anche nella sua accezione di transessuale, non limitato al genere femminile, ma esteso a qualsivoglia tipo di orientamento.

Sempre in tema linguistico noto come la parola “diverso” ricorra molto spesso nei discorsi di persone famose e sconosciute, e puntualmente (e provocatoriamente…) mi chiedo: ma diverso da cosa?

Voglio dire, chi può arrogarsi il diritto di stabilire cosa sia la normalità e cosa non lo sia…credo che l’ostacolo più difficile da superare sia il paragonare per forza ad una misura di riferimento gli esseri umani per vedere se rientrino o non nei canoni prestabiliti.

L'immagine può contenere: 10 persone, tra cui Ada Tomasello, Luca Paolocci, Gian Carlo Mazza e Paola Celletti, persone che sorridono, persone in piedi, barba e spazio all'aperto

Quando noi tutti e tutte venivamo educati dalle famiglie a pensare che alcuni lavori erano da donna ed altri no, che esistevano comportamenti da uomo o da donna, che potevi guidare come un uomo (e via di questo passo…) venivamo messi in condizione di non vedere che esiste solo l’essere umano che si può comportare bene o male, e basta.

L’articolo 2 della Costituzione al riguardo è brevissimo, ma chiaro: con il vocabolo “uomo” intende il genere umano tutto, intende l’adempimento dei doveri di solidarietà ed il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, prima del proprio orientamento sessuale.

Scendendo nel pratico quanti tra noi maschietti non si scandalizzano vedendo due donne che si baciano per strada, quanti danno per scontato che la cura della casa e dei figli non sia da attribuire in porzione rilevante alla donna, ma che entrambi concorrano nel modo e nella quantità possibili ogni momento?

Credo che sia questo il vero ostacolo da superare, l’incasellamento in categorie (e in conseguenti comportamenti e modi di essere) e la sottile tentazione di considerare diverso che non vi rientra.

Saluti antifascisti a tutt* (foto di Elisa Bianchini)

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 Barbara Cozzolino 04.03.2019

Cosa fanno i politici? Puntano il dito su i più deboli

Venerdì ho assistito all’incontro con padre Alex Zanotelli, organizzato dal comitato Lavoro e Beni Comuni. Padre Zanotelli rappresenta ancora l’immagine di quello che, ai miei occhi di bambina, quando mi iscrissero a catechismo più perché quella era la prassi di ogni famiglia che per convinzione, dovrebbe essere un religioso: caritatevole, aperto al prossimo, compassionevole.

Con gli anni mi sono distaccata molto dalla chiesa, una chiesa intesa come istituzione, dispensatrice di dogmi, bacchettona, pur non abbracciando mai l’ateismo, considerandolo, di fatto, nient’altro che un’altra faccia della stessa medaglia di chi crede fermamente in qualsivoglia religione o dogma.

Dell’incontro di ieri ne hanno parlato solo due testate locali. Nella pagina facebook di una di queste due testate, diversi utenti , ovviamente assenti all’incontro, hanno criticato l’incontro, concentrandosi soprattutto su una frase del titolo (perché ovviamente, per la maggior parte degli utenti dei social, aprire un link e leggere tutto l’articolo è un’inutile fatica). La frase in questione era una citazione dall’intervento di Zanotelli di ieri, precisamente “Non capisco come faccia un buon cristiano a votare Lega”. È chiaro che tutti i fan di Salvini si siano scatenati, ovviamente senza neppure minimamente considerare quanta verità ci sia in tale affermazione. Verità comprensibile anche al più ateo tra gli atei che, tuttavia, abbia una seppur minima conoscenza del Vangelo. Incomprensibile, quindi, come sedicenti cristiani, che il Vangelo dovrebbero conoscerlo meglio di un ateo, non riescano a comprenderla.

Zanotelli ha parlato anche di concetti a cui anch’io, pur non reputandomi il massimo dell’intelligenza, ero arrivata già da tempo. La ricchezza che appartiene a pochissimi sulla Terra; i miliardi spesi da tutte le nazioni, Italia compresa, per le armi e che invece potrebbero essere destinati per scuola, sanità, e tutto ciò che potrebbe rendere uno stato un paradiso terrestre; lo sfruttamento delle risorse e il colonialismo per secoli perpetrati nei paesi africani e asiatici. Ma, soprattutto, la creazione di un nemico, da parte dei capi di stato, per deviare l’attenzione del popolo su questi ultimi, distogliendola dai reali problemi.

Una volta tanto ragiono alla Salvini e dico: prima l’Italia. Nel senso che, in questa mia analisi, mi concentrerò principalmente sulla situazione attuale italiana. Per inciso, mi incentrerò su alcuni fatti avvenuti a Viterbo, città dove attualmente risiedo.

Da poco più di un mese si è scoperto -ma ne sentivo vociferare da quando abito qui- l’esistenza di clan mafiosi e camorristi in città. Il sindaco, guarda caso di una coalizione di centro-destra, inizialmente ha minimizzato l’accaduto, definendo gli arrestati semplici “delinquentelli”. Poi, sotto la pressione dell’opposizione –opposizione, è bene ricordarlo, composta da pd, “pd alternativo”, m5s e liste civiche sostanzialmente più vicine alla destra che alla sinistra; quindi, di fatto, opposizione sempre di destra- ha indetto un consiglio straordinario nel quale ci si è limitati a parlare, a citare Falcone e Borsellino (solo Borsellino, la maggioranza di destra), a ringraziare le forze dell’ordine; ma nel quale, in sostanza, non sono state proposte soluzioni. Lo stesso giorno si è svolta anche una fiaccolata, alla quale, con buona probabilità, avranno partecipato gli stessi mafiosi.

Solo nell’ultima settimana si sono succeduti diversi casi di microcriminalità (spacci, rapine, aggressioni) che hanno visto per protagonisti cittadini nostrani. Tuttavia, gli articoli riguardanti questi fatti di cronaca sono rimasti sostanzialmente privi di commenti da parte degli internauti.

Venerdì mattina, guarda caso proprio nella giornata in cui era previsto l’arrivo di padre Zanotelli in città, si è verificata un’altra aggressione ai danni di due commercianti, da parte di un uomo che domandava elemosina. Questo ennesimo fatto di criminalità ha, invece, ricevuto diversi commenti indignati. Al punto che la lega di Viterbo, nonostante in questi giorni sia alle prese con le scaramucce con i “cugini” di FdI a causa di passaggi interni dall’uno all’altro gruppo e conseguente perdita di assessorati e poltrone all’interno della giunta comunale, è subito uscita con comunicati stampa nei quali pretendeva interventi.

Per quale motivo tutta questa attenzione per questo caso e non per gli altri? La risposta è ovvia, ma la fornisco lo stesso. In quest’ultimo caso l’aggressore era uno straniero. O meglio: si presume che lo fosse, gli articoli parlavano solo di “un uomo di colore”.

Vogliamo quindi dar torto a Zanotelli per quella sua affermazione? O quando ha sentenziato che, riporto testuali parole, “ Cosa fanno i politici? Incapaci di cambiare un sistema che deve essere radicalmente cambiato, puntano il dito su chi? Sui più deboli. Possono essere i migranti, i rom, i senza fissa dimora”.

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Riccardo Infantino – 03.03.2019

Quando arriva padre Alex Zanotelli a Viterbo…

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…ci si ritrova, come ha sottolineato Paola Celletti di Lavoro e Beni Comuni, nella sala di un teatro a confronto con persone di differente orientamento, ma unite nell’intento comune di opporsi alla disumanità del decreto sicurezza, combattendo l’indifferenza.

Introducendo l’intervento di Zanotelli Paola Celletti cita l’ultimo libro del religioso, Prima che gridino le pietre: otto uomini hanno una ricchezza pari a quella di oltre tre miliardi di persone; pensiamo allora che i problemi siano gli immigrati o piuttosto la predazione di risorse e di diritti umani, di cui ci si deve riappropriare?

 

Proseguendo la discussione l’avvocato Carlo Mezzetti ha definito senza troppi giri di parole il decreto sicurezza “un contenitore il cui scopo è alimentare l’immaginario collettivo tramite la percezione di paure immotivate”, dimostrato con dati di fatto la sua affermazione: dal 2016, l’anno in cui è arrivato in Italia il maggior numero di migranti, le cifre degli arrivi hanno subìto un calo verticale…in compenso ogni anno almeno centomila italiani si spostano in altri paesi.

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Quale sicurezza produce il decreto Salvini?

Con la cancellazione del permesso umanitario, che spesso è la conversione di quello rilasciato per motivazioni economiche, si stanno creando individui impossibilitati ad accedere ai servizi sociali minimi, non potendo avere accesso alla residenza: nel 2020 gli irregolari di questo tipo saranno 670.000: che tipo di sicurezza ci si potrebbe aspettare da una situazione del genere?

Riflessioni analoghe vanno fatte riguardo la legge in discussione sulla legittima difesa: si vogliono modificare i parametri che fissano i termini di cosa sia legittima reazione e cosa non lo sia, e facilitare l’acquisto di armi per difesa personale: allora la proprietà privata vale molto di più della vita umana, anche di quella di qualcuno che delinque?

Infine una puntualizzazione sulla introduzione del reato di accattonaggio molesto e di occupazione stradale: a Viterbo un mendicante di 82 anni è stato colpito dal DASPO

Tutto questo palesemente in aperta violazione dell’articolo 2 (i doveri inderogabili di solidarietà umana) e 10 della nostra Costituzione (il diritto dello straniero in pericolo ad essere accolto).

La logica conclusione: il decreto sicurezza mira a bloccare il processo di integrazione, e deve esserci una parte del paese, sia pur minoritaria, che si oppone a tutto questo

Nel suo articolato ma conciso intervento padre Zanotelli ha messe in relazione le tre componenti fondamentali del sistema che è alla radice dei flussi migratori, essendo iniquo ed inumano: la totale concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochissimi (gli 8 uomini più ricchi del pianeta hanno le ricchezze di oltre tre miliardi di persone, ed uno di questi 8 è il padrone di Amazon), il possesso delle armi nelle mani di questa élite (chi ha è armato fino ai denti, e le armi proteggono lo sfruttamento ed i privilegi, dice l’ex arcivescovo di Seattle) e soprattutto il prevalere della finanza (le speculazioni condotte con i derivati, titoli che non corrispondono a denaro reale, pari nel 2017 a 2000 trilioni di dollari, a fronte di un PIL mondiale (la ricchezza tangibile) di 60.000 miliardi di dollari) sulla economia.

Nei singoli stati i cittadini eleggono i propri rappresentanti nei parlamenti, ma le decisioni vengono prese non nella sfera della politica, ma in quella della speculazione finanziaria, che addita come problema gli ultimi, ai quali si stanno aggiungendo, negli ultimi decenni – complice l’aumento esponenziale delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, dato il consumo sempre maggiore dei combustibili fossili – i rifugiati ambientali, le vittime del riscaldamento del pianeta, che ammonteranno a 250 milioni nel 2050, e di questi solo in Africa 50 milioni.

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Si capisce bene come sia a rischio la nostra stessa democrazia, che viene mangiata da un mercato che nulla vede oltre il profitto, a qualsiasi costo: cosa è possibile fare per cambiare rotta?

L’unica via di uscita è la coalizzazione in grandi movimenti di opinione, milioni di persone che – ad esempio – inviano lettere di protesta alle proprie banche impegnate magari in progetti di ricerca militare, minacciando di ritirare i propri soldi…una massa critica che potrebbe veramente cambiare le cose, dato che nella attuale critica situazione o ci salviamo tutti – prosegue padre Zanotelli – o non ce ne sarà per nessuno, nemmeno per chi ha tutto, armi comprese.

La nostra generazione corre il rischio di essere giudicata in futuro dagli adolescenti di oggi nel modo in cui noi parliamo dei nazisti: la conclusione dell’intervento è stata affidata non a caso alla copertina di una rivista americana che esponeva il volto del pastore luterano Dietricht Bonhoeffer, che già nel 1930 disse: o Hitler o il Vangelo.

Gli interventi di chiusura hanno ribadito le argomentazioni di Zanotelli: …Arcangeli ha indicato tout court la radice della iniquità del sistema nella essenza stessa del capitalismo, che essendo violento ed armato non può essere sconfitto con le armi; Peppe Sini, citando la parabola del buon samaritano, che non volta la faccia dall’altra parte di fronte al viaggiatore in fin di vita (…), indica come prassi di azione la protesta capillare e diffusa della gente comune, che potrebbe, ad esempio, sollecitare i presidenti delle Regioni perché ricorrano alla Corte Costituzionale contro un decreto da lui definito di conservazione della razza; Emanuela Petrolati chiede a chi giova l’apparato repressivo messo in piedi da Salvini, come mai rispondono in molti a queste distorte sollecitazioni?

Nelle conclusioni finali padre Alex Zanotelli, domandandosi come può un cristiano dichiarato votare per Salvini, cita papa Francesco e la sua Evangelii gaudium, nella quale afferma che questa economia uccide…il sistema della iniquità giova alla destra razzista e sovranista, che ha come obiettivo la distruzione della democrazia.

Sarcastica ed incisiva la considerazione finale: dobbiamo puntare sui giovani del nostro tempo per ridare dignità all’uomo, dato che da Homo Sapiens siamo divenuti Homo Demens…

Saluti antifascisti a tutt*

(Foto di Elisa Bianchini)

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Riccardo Infantino – 23.02.2019

La legalità si impara anche a scuola

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Il 15 febbraio scorso si è svolta a Viterbo una fiaccolata per sostenere la legalità, forse il tema più delicato di questi anni di sofferenza democratica

Alla fiaccolata ha partecipato una nutrita rappresentanza della Rete degli Studenti Medi, e la mia professione di insegnante mi dà la fortuna di conoscerne una esponente, Lucia Ferrante, alla quale ho chiesto di inviarmi delle sollecitazioni su quanto è avvenuto durante la manifestazione.

L’iniziativa è stata considerata riuscita dalla Rete degli Studenti Medi, data la affollata e variegata partecipazione; ci si sarebbe aspettati un discorso conclusivo davanti alla sede del Comune, cosa che purtroppo non è avvenuta.

Ci si augura che questa iniziativa sia solo l’inizio di una sequenza di eventi simili, per riaffermare una legalità sana, intesa come senso del rispetto reciproco in una cornice di rapporti umani, che per definizione vengono prima delle leggi.

Sempre la Rete degli Studenti Medi ha fortemente voluta, e stamattina, 22 febbraio, realizzata, una assemblea di istituto del Liceo Paolo Ruffini di Viterbo sul tema della legalità e del modo di attuarla da cittadini nella società civile; erano presenti, tra gli altri, il vice questore di Viterbo ed il presidente dell’ordine degli avvocati del foro cittadino.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino – 17.02.2019

Diritti e sovranità popolare da recuperare e difendere:

Paolo Maddalena a Viterbo

Ieri pomeriggio si è tenuta la lectio magistralis di Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale, a proposito dei diritti umani nell’attuale contesto giuridico.

Già…un argomento sofferto, al punto che la sezione ANPI di Viterbo ha chiesto proprio a Maddalena di evidenziare i profili di incostituzionalità presenti nel decreto sicurezza a firma Salvini.

Lo stesso CSM si è espresso nella sua maggioranza in modo negativo riguardo diversi punti del testo, sia per quanto concerne la questione dei migranti che la sicurezza in senso più generale.

La Sala Regia del Comune di Viterbo, che ha ospitata l’iniziativa, si è riempita in tutti i posti a sedere quando il relatore ha iniziata la sua esposizione, di un pubblico di età differenziate (hai visto mai che i valori della democrazia e della solidarietà umana stiano uscendo ben oltre i confini dell’ANPI…).

Dopo l’introduzione di Enrico Mezzetti e di Antonella Litta, che fanno notare come ormai l’odio come strumento politico si sia spostato più a Sud (il nero è il pericolo…), e che siamo di fronte al rischio di una bomba etnica nel momento in cui i figli di terza o quarta generazione di immigrati saranno considerati cittadini di serie B (ma ovviamente quelli che sono presenti alla lectio sono la parte dell’Italia che non ci sta) il relatore inizia facendo notare come il decreto sicurezza se la prenda non con le grandi organizzazioni criminali, la vera fonte di pericolo e danno, ma contro gli immigrati, che vengono considerati fonte di possibili comportamenti illegali non in quanto da loro vengano effettivamente commessi, per il fatto stesso di essere non italiani giunti sul nostro suolo alla ricerca di una seconda possibilità; oppure contro i poveri, considerando l’accattonaggio (figlio della povertà) un reato penale.

Come è potuto accadere, prosegue Maddalena, che il Parlamento abbia convertito in legge un decreto che viola tutti gli articoli della Costituzione che trattano di eguaglianza, solidarietà, libertà personali e diritti inalienabili (art. 2 3 13 17 24), quale è stato il substrato che ha prodotto questa aberrazione?

Quando fu approvata la Costituzione non fu più possibile parlare di legalità pura e semplice, ma di legalità basata sulla Costituzione, che ha il suo fulcro nella sovranità che appartiene al popolo, che è sovrano e che ha un proprio patrimonio pubblico che di principio era inalienabile.

Dopo l’uccisione di Aldo Moro – ha continuato Maddalena – è iniziato un processo di destrutturazione del pubblico patrimonio appartenente al popolo sovrano, processo nel quale tutti i governi hanno approvata una serie di leggi che lo hanno sistematicamente reso privato, e dunque non più inalienabile ma vendibile in regime di concorrenza, con il risultato che le grandi multinazionali si sono impossessate di tutti i settori nevralgici per il paese: autostrade, ferrovie, previdenza sociale, sanità, istruzione, fonti energetiche, praticamente i pilastri della società basata sulla sovranità popolare.

In pratica si è passati da una economia di tipo sociale keynesiano, nel quale la ricchezza è distribuita dal basso, così da favorire i consumi e far girare l’economia di un paese, ad una di tipo neoliberista predatorio, che prevede la ricchezza nelle mani di pochi in competizione tra loro (e l’espressione “forte competizione” è nel Trattato europeo di Lisbona), estromettendo il popolo sovrano da ogni capacità di decisione.

La causa di tutto questo è da ricercare – precisa il relatore – in una erronea interpretazione del concetto di proprietà, quale è declinato dalla Costituzione agli articoli 41 e 42 e nel Codice Civile all’articolo 832: viene capovolta la relazione tra proprietà pubblica e privata, nel senso che è nata prima quella pubblica (nel diritto romano), che disciplina quella privata vincolandola a non ledere i princìpi di sovranità popolare di solidarietà e benessere sociale.

Anche i beni comuni, concetto elaborato da Stefano Rodotà, non possono essere interpretati come beni privati, ma come pubblici, dato che sono a beneficio dello Stato in quanto comunità dei cittadini.

Come opporsi a questo processo di destabilizzazione completa del paese?

Attraverso il ricorso alla Corte Costituzionale su di un piano generale e tramite ricorsi su singole leggi, così da scardinare questo perverso processo.

Mentre il relatore parlava mi guardavo intorno per vedere le reazioni dei presenti, e nel volto di ognuno di loro leggevo la volontà di non adagiarsi ad una situazione di depauperamento dei diritti e delle risorse, ma operare per salvaguardare la nostra sofferente democrazia.

Saluti resistent* a tutti.

Video 1 di 3

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Riccardo Infantino – 08.02.2019

…e allora le foibbe?

Così si esprime Vichi di Casapound, la feroce macchietta impersonata da Caterina Guzzanti, ogni volta che nella conversazione arriva ad un punto morto o non sa come controbattere il suo “interlocutore”…

Anche quest’anno l’accanimento quasi terapeutico poggiato un numero imprecisato, ma sempre crescente (…) dei così detti martiri istriani, croati e sloveni vittime delle foibe risuona puntualmente almeno una settimana prima del fatidico 10 febbraio, Giornata del Ricordo.

La considerazione più significativa l’ha fornita il Ministro dell’Interno, che a margine del convegno Fascismo e Foibe, che viene tenuto da 14 anni a Parma con l’intento di chiarire – non negare – le reali dimensioni della questione: ipotizzando un proposito negazionista appoggiato dall’ANPI (che ha invece invitato i relatori di Parma a non offrire il destro a polemiche smaccatamente strumentali…) il ministro ha sostenuta la necessità di privare l’ANPI stessa dei contributi economici ai quali, in quanto associazione riconosciuta, può accedere, rispolverando il vecchio ritornello (in fin dei conti siamo nei giorni del Festival di Sanremo…) del negazionismo completo…

Sinceramente le polemiche mi stancano e non mi piace prenderne parte né tantomeno alimentarle, per cui vorrei esprimermi come persona della strada che ha tentato di documentarsi e capire meglio.

Un processo psicanalitico ben noto è quello della rimozione, che funziona benissimo anche nella psicologia delle masse oltre che in quella dei singoli individui.

Mi riferisco in particolare alla presenza di campi di internamento italiani nella zona istriano dalmata e slovena, luoghi dove, “grazie” alle terrificanti condizioni umane ed igieniche, almeno 15 prigionieri su 100 morivano, la stessa percentuale che si riscontrava a Buchenvald.

Primo elemento del percorso: una vera e propria operazione di pulizia etnica compiuta da fascisti italiani (per favore, non identifichiamo la prima parola con la seconda) ai danni della popolazione croata e slovena (a Trieste era ben funzionante un ufficio deputato alla italianizzazione forzata della zona, processo da condurre indipendentemente dai mezzi, come ben evidenziato nei materiali della mostra “Testa per dente”.

Secondo elemento: un ovvio risentimento contro i fascisti (non solo italiani, come dimostrano i croati ustasha, che contribuirono generosamente ai massacri di cui sopra), che prima o poi sarebbe esploso in forme drammatiche alla fine del secondo conflitto mondiale (non so quanto possa essere giustificabile, ma è quantomeno motivabile, viste le circostanze).

Terzo elemento: i numeri reali dei morti realmente seppelliti nelle foibe – che detto per inciso vennero utilizzate come “sepolcri veloci” da tutte le parti coinvolte nel conflitto in quella zona – : dai documenti degli archivi pubblici di Trieste e Lubiana la cifra effettiva non si aggira affatto sulle migliaia strombazzate ogni dieci febbraio, ma su numeri di parecchio inferiori.

Mi viene da sorridere pensando ad un illustre quanto attuale politico che ha parlato di vittime dei comunisti, trascurando il piccolo particolare che non solo loro (i comunisti cattivi…), ma anche loro, hanno fatto muro contro il dominio e l’occupazione nazifascista in Europa, contribuendo a raddrizzare la Storia e a preparare quello che avrebbe dovuto essere un continente pacifico, solidale ed accogliente, quale venne tratteggiato nel Manifesto di Ventotene.

Ultimo elemento, a proposito di negazionismo vero e finto: un cospicuo numero di medaglie alla memoria elargite per la questione delle foibe sono intitolate a graduati fascisti in forza alla Repubblica di Salò… l’ANPI non chiede di ignorare l’episodio drammatico delle foibe – questo sarebbe tentare di riscrivere la Storia – ma di riportarlo alle sue corrette dimensioni ed al suo reale contesto.

Claudia Cernigoi: Operazione foibe

Il database dei campi fascisti

Il lager italiano di Rab

Saluti resistenti a tutt*

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 Gabriele Busti 05.02.2019

Sul Reddito di cittadinanza

La media degli stipendi sotto i trent’anni è 830 euro, il reddito di cittadinanza è 780 euro, il 45% dei dipendenti privati del Sud ha redditi da lavoro inferiori”. “La differenza tra reddito di cittadinanza e stipendio medio è troppo piccola per costringere un disoccupato ad andare a lavorare”. A sostenere queste affermazioni Tito Boeri, ex presidente dell’Imps, appoggiato da Confindustria e dall’immancabile Carlo Calenda. Cosa aggiungere a riguardo, se non che finalmente, dopo mille meravigliose carinerie riguardo alla mancia elettorale, alla mancanza di voglia di lavorare dei terroni, all’assistenzialismo di stato, abbiamo finalmente scoperto gli altarini? Perché il quid della questione è questo: più di qualcuno ha approfittato della crisi per straguadagnare sugli stipendi dei lavoratori.

I bassi stipendi non possono essere la soluzione per rendere le aziende competitive sul mercato, McDonald non ha bisogno di lucrare 100 euro mensili sui suoi dipendenti per restare in attivo, e chi lo sostiene è presumibilmente in malafede: i bassi stipendi sono la morte, mortificano i consumi, azzerano i risparmi, costringono alla vendita delle proprietà e delle attività, premettono lo smantellamento dell’impianto economico nazionale, sono il timing del nostro declassamento. L’unico rimpianto è che il reddito di cittadinanza, così come è stato pensato, non riuscirà ad incidere profondamente in questo meccanismo, non nella misura in cui servirebbe, probabilmente.

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03.02.2019

La regista pluripremiata Alice Rohrwacher, attraverso il quotidiano “La Repubblica”

 

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Riccardo Infantino – 25.01.2019

La Memoria ed il Presente 

(Restiamo umani)

Ogni 27 gennaio mi ritrovo puntualmente a pormi la fatidica domanda: abbiamo imparato qualcosa dal passato non troppo remoto, è proprio vero che la Storia ha come scopo il non dimenticare ciò che è già accaduto per non correre il rischio di ripeterlo?

Sembra proprio di no, in particolar modo in questi ultimi anni…e allora quale è il senso del ricordare e custodire segni e testimonianze di fatti che in qualche modo la memoria collettiva sta piano piano rimuovendo?

Nei suoi reportage da Gaza Vittorio Arrigoni concludeva i suoi reportage su Il manifesto con la frase “restiamo umani”, e credo sia proprio questo il senso del custodire e ripercorrere la memoria della shoah – che, detto per inciso, significa “annientamento”, non solo sterminio – .

Primo Levi disse, in tempi non sospetti di allarmi “terroristici” e di conseguenti politiche securitarie e di chiusura (avete presente l’Europa fortezza?) che ognuno è ebreo di qualcuno…non ci vuole una ampia preparazione politica per capire come lo sgombero del centro di Castelnuovo di Porto sia avvenuto con modalità che se non possono essere definite da deportazione non ne sono proprio estranee: l’esercito con i pullman arrivato senza il preavviso al sindaco, la spartizione degli ospiti accolti nel centro un gruppo qui ed uno là, e – la cosa forse più grave – l’azzeramento delle vite di chi è stato allontanato con la forza: gli adulti hanno perso il lavoro ed i bambini hanno forzatamente interrotto il proprio corso di studi… certo, sono figli di immigrati, non hanno il diritto, come gli italiani, di avere una istruzione di qualità e continuativa… conseguentemente alla applicazione delle leggi razziali del 1938 bambini e ragazzi di nascita ebraica vennero allontanati dal sistema scolastico nazionale.

Mi ricorda un altro episodio che risale ad alcuni anni fa, non so se lo avete di nuovo presente: oltre ventimila bambini figli di immigrati privi di permesso di soggiorno rischiarono di non poter essere iscritti alla scuola primaria perché una circolare del Ministero dell’Interno vincolava l’accettazione alle lezioni alla presentazione del documento di cui sopra in regola.

Colpire gli adulti è di per sé contrario al principio di solidarietà espresso dalla nostra Costituzione, prendersela con i bambini esprime una volontà disumana, e non voglio aggiungere altro se non “restiamo umani”, come diceva Viky Arrigoni di fronte alle vessazioni ed alle azioni inumane che tutt’ora vengono perpetrate a Gaza e nella West Bank.

Saluti resistenti a tutt*

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  Gabriele Busti 23.01.2019

APOLOGIA DELL’ATTORE LINO BANFI

Dalla serie: prendetemi pure per un coglione, a parlarne stasera (“ma no, sei un eroe!”)

Lino Banfi può permettersi di bivaccare altri quarant’anni a fare il nonno in sceneggiati per rimbambiti bempensanti, di sbandierare il suo amore per Silvio Berlusconi “a costo di uccidere 120 persone” (cit.), di esternare un sentire e un ragionare in tutto e per tutto comune se non mediocre, di mortificare, per avventatezza e avidità di denaro, un capolavoro come l’Allenatore nel pallone con un sequel che grida ancora vendetta al cielo, può permettersi molto di più e molto di peggio di questo. Perché Lino Banfi è andato al di là di se stesso. Per quelli come noi che non hanno vissuto l’epopea di Totò, ne completa quasi il tragitto. Un talento sovrumano, un istinto attoriale impareggiabile, una prossemica sbalorditiva, così come la capacità di caratterizzare il suo ritratto in pochi tormentoni fulminanti, un’espressività foriera di una valenza iconica potentissima che gli ha aperto le porte dell’immaginario collettivo. Già, ma a servizio di chi? Cosa ci ha mostrato, il Lino Banfi glorioso della commedia piccante? Un frullato di codardia, fregola sessuale, ingordigia, ignoranza, nessun anelito che sia mai andato al di là della risata immediata, vernacolare, sbracata, un concentrato di luoghi comuni che non ha mai avuto ambizioni di diventare nemmeno l’abbozzo di un ritratto sociale, la stilizzazione dozzinale di una caricatura della realtà che non è mai sfociata nella critica di costume. Otto-nove film all’anno per vent’anni, spazzatura totale per sottoproletariati disgregati e rottami antropologici e invece era l’Italia vera, quella che resiste alla storia e periodicamente riaffiora: tette, cosce, culi, parolacce, scorregge, smorfie al limite dell’animalesco, cascami anarcoidi di un popolino che ha introiettato la gerarchia ed è diventato infima borghesia. Eppure, a guardare per la duemilesima volta gli sketch che lo hanno reso immortale, c’è in lui una follia, una tensione al nonsense, un godimento quasi demoniaco nell’atto comico, un virtuosismo improvvisativo, una goliardia amorale, bambinesca, disarmante… il Lino Banfi migliore disarma, ti fa ridere come riderebbe un bambino.

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Riccardo Infantino – 18.01.2019

 

Essere antifascisti e non saperlo nemmeno

L’idea per un titolo così bislacco mi è venuta durante la riunione dell’ANPI che ha costituita una commissione provinciale di supporto alle scuole per coadiuvarle – secondo il protocollo ANPI MIUR – nella diffusione dei valori della cittadinanza attiva, quali sono stabiliti nella nostra Costituzione, di matrice antifascista.

Accanto alle presenze abituali (non la mia…voglio fare outing…) ho incontrate altre persone che non pensavo fossero iscritte, ma soprattutto sono intervenuti i rappresentanti degli studenti medi e dell’università della Tuscia, che hanno discusso insieme a noi “partigiani” stagionati sul come diffondere nelle scuole e in ateneo la memoria dell’antifascismo e soprattutto il modo di utilizzarla concretamente nel presente.

In quel momento ho capito – ce ne hai messo di tempo, mi direbbe giustamente qualcuno – fino in fondo che l’antifascismo è una forma mentale ed un modo di pensare che – di nuovo mi si perdoni la sfrontatezza – può prescindere anche dall’essere membro dell’ANPI.

Parafrasando Mauro Biani e Michela Murgia (fascista è chi il fascista fa…) si è “istintivamente antifascisti” nel momento in cui si fa notare ad un tuo simile che nessun capo carismatico può arrogarsi il diritto di decidere al posto tuo perché lo farà meglio di te e di tutti gli altri; quando si storce il naso di fronte a considerazioni del tipo “questi immigrati vengono a rubarci il lavoro” (quanti badanti italiani conoscete?…), o magari pensando che l’ordine e la sicurezza – binomio micidiale quando non associato e preceduto dalla parola libertà – non si tutelano pensando di armare i cittadini o moltiplicando i controlli su tutti noi, perché se non hai fatto nulla non hai nulla da temere…

Aveva ragione Umberto Eco quando parlò di fascismo eterno?

Facciamo in modo che eterno diventi l’antifascismo, e che le nuove generazioni abbiano la volontà di mantenerlo tale.

Saluti resistenti a tutt*

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Riccardo Infantino – 11.01.2019

Le due anime di Viterbo (ovvero della politica della paura e della disobbedienza civile)

Nella riflessione di questa settimana vorrei parlare di circostanze che riguardano nello specifico la città di Viterbo, avendo constatato come sul tema della sicurezza e della accoglienza l’opinione pubblica viterbese sia tendenzialmente divisa in due, un po’ come nel meccanismo referendario, dove si deve esprimere per forza o un “si” o un “no”…

Praticamente in contemporanea ci sono stati due importanti interventi sul tema che sta monopolizzando l’attenzione generale: l’assessore Nunzi, della Lega Nord, ha ribadito la necessità di applicare integralmente il pacchetto sicurezza, e dunque negare la residenza ai migranti nella città, applicare il DASPO (il divieto di permanenza) anche nella zona oltre le mura ed il centro storico, accanto alla lotta senza quartiere contro i parcheggiatori abusivi e l’accattonaggio molesta, dato che (sono parole dell’assessore stesso) “siamo guerrieri”…

Il nostro presidente Enrico Mezzetti – l’altro intervento degno di nota – ha invitato tutti i sindaci della Tuscia a prendere posizione contro il decreto sicurezza, in quanto lesivo dei diritti umani fondamentali e soprattutto in aperto contrasto con l’articolo 13 della Costituzione (la libertà personale è inviolabile), sottolineando inoltre come il mancato ottenimento della residenza escluda dal poter usufruire praticamente di tutto, dall’assistenza sanitaria al sistema di istruzione…in pratica si diventa dei fantasmi giuridicamente inesistenti…

Voglio essere molto, ma molto di parte, perché quando si parla di diritti umani non è possibile una mediazione – o ci sono interamente e per tutti o non ci sono – : questo modo di fare politica basato sul dio della sicurezza (o meglio, della politica securitaria) mi richiama alla mente la così detta politica della paura (che è anche il titolo di un bello e documentato studio di Serge Quadruppani) e, andando ancora più indietro, diciamo di ottanta anni, l’esclusione degli ebrei da ogni servizio – dalla istruzione al lavoro alla sanità -; in pratica vennero trasformati in fantasmi giuridici privi di cittadinanza…

Potrebbe essere necessaria una forma organizzata di disobbedienza civile?

Saluti resistenti a tutt*

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InfantinoR2

 

Riccardo Infantino

Mussolini totalitario

(risposta a chi potrebbe dire che in fondo

Mussolini ed il fascismo non furono

una terribile dittatura come quella nazista)

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Uno dei tormentoni dei simpatizzanti del fascismo che viene usato per ammorbidirne la ferocia è: si, è vero, Mussolini governò un partito unico, ma in fondo il suo non fu uno stato totalitario e terribile come quello nazista…e via di questo passo con le motivazioni che per l’italiano ci vuole il polso fermo, altrimenti …

Mi fermo qui, ma potrei andare avanti per un pezzo, tanto è satura di stereotipi la cultura dell’ultradestra e dintorni; vorrei invece far osservare a questo ipotetico (ma forse anche molto reale) italiano che non crede più nei partiti e nel sistema parlamentare (mamma mia, quanto è lento, non decide mai nulla se non in tempi biblici…) e guarda con occhio non troppo negativo al tempo che fu come lo stesso Benito Mussolini, attraverso Giovanni Gentile (l’ideologo dello stato fascista) definì lo stato del ventennio come omnicomprensivo, dunque totalitario.

Nel 1925, l’anno della promulgazione delle leggi fascistissime, Mussolini specificò che era “Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato”…più chiaro di così!

Nel 1932 venne pubblicato, all’interno delle voci della Enciclopedia Italiana, La dottrina del fascismo – opera si diceva scritta a quattro mani da Mussolini e Gentile – , un interessante compendio di come la cultura fascista fosse nei suoi fondamenti pervasiva, occupante in modo totale ogni aspetto pubblico e privato dell’intera vita di tutti gli italiani di cielo, di mare e di terra…

Illuminante al riguardo, l’elenco dei princìpi generali che aprono l’opera, in particolare il VII e l’VIII: “Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l’individuo in quanto esso coincide con lo Stato…”, e “Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi).”

Mi verrebbe voglia di commentare con lo slogan che veniva utilizzato per definire la mafia italo americana dei tempi di Al Capone, quella che ti segue e ti assiste dalla culla alla bara…

Hanne Harendt, oltre che parlare della banalità del male, si è chiesta ne La nascita dei totalitarismi se il fascismo fosse, rispetto al nazismo ed allo stalinismo, una non completa realizzazione dello stato totalitario; credo che per chi ha vissuto la pedagogia del Balilla ed è stato educato al Credere . Obbedire – Combattere il completo assorbimento di tutto nello Stato è stato attuato, eccome.

Quale scopo ha questa mia noiosa e barbosa considerazione infarcita di documenti?

Trovare una argomentazione persuasiva per (almeno) tentare di far ragionare chi non vede un futuro se non in un grande uomo del domani che risolleverà il paese, come è accaduto in passato (…), perché purtroppo l’attesa di un grande leader che conquisti un consenso plebiscitario e risolva, aiutato dal popolo (!…) è sempre più pericolosamente in via di diffusione.

Magari nella calza della Befana (potrebbe iscriversi anche lei all’ANPI, perché no?) troveremo qualche solida argomentazione per cercare di iniziare un cambiamento nelle teste.

Auguri e saluti resistenti a tutt*

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