Didomenica e dintorni

 

InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 08.02.2019

…e allora le foibbe?

Così si esprime Vichi di Casapound, la feroce macchietta impersonata da Caterina Guzzanti, ogni volta che nella conversazione arriva ad un punto morto o non sa come controbattere il suo “interlocutore”…

Anche quest’anno l’accanimento quasi terapeutico poggiato un numero imprecisato, ma sempre crescente (…) dei così detti martiri istriani, croati e sloveni vittime delle foibe risuona puntualmente almeno una settimana prima del fatidico 10 febbraio, Giornata del Ricordo.

La considerazione più significativa l’ha fornita il Ministro dell’Interno, che a margine del convegno Fascismo e Foibe, che viene tenuto da 14 anni a Parma con l’intento di chiarire – non negare – le reali dimensioni della questione: ipotizzando un proposito negazionista appoggiato dall’ANPI (che ha invece invitato i relatori di Parma a non offrire il destro a polemiche smaccatamente strumentali…) il ministro ha sostenuta la necessità di privare l’ANPI stessa dei contributi economici ai quali, in quanto associazione riconosciuta, può accedere, rispolverando il vecchio ritornello (in fin dei conti siamo nei giorni del Festival di Sanremo…) del negazionismo completo…

Sinceramente le polemiche mi stancano e non mi piace prenderne parte né tantomeno alimentarle, per cui vorrei esprimermi come persona della strada che ha tentato di documentarsi e capire meglio.

Un processo psicanalitico ben noto è quello della rimozione, che funziona benissimo anche nella psicologia delle masse oltre che in quella dei singoli individui.

Mi riferisco in particolare alla presenza di campi di internamento italiani nella zona istriano dalmata e slovena, luoghi dove, “grazie” alle terrificanti condizioni umane ed igieniche, almeno 15 prigionieri su 100 morivano, la stessa percentuale che si riscontrava a Buchenvald.

Primo elemento del percorso: una vera e propria operazione di pulizia etnica compiuta da fascisti italiani (per favore, non identifichiamo la prima parola con la seconda) ai danni della popolazione croata e slovena (a Trieste era ben funzionante un ufficio deputato alla italianizzazione forzata della zona, processo da condurre indipendentemente dai mezzi, come ben evidenziato nei materiali della mostra “Testa per dente”.

Secondo elemento: un ovvio risentimento contro i fascisti (non solo italiani, come dimostrano i croati ustasha, che contribuirono generosamente ai massacri di cui sopra), che prima o poi sarebbe esploso in forme drammatiche alla fine del secondo conflitto mondiale (non so quanto possa essere giustificabile, ma è quantomeno motivabile, viste le circostanze).

Terzo elemento: i numeri reali dei morti realmente seppelliti nelle foibe – che detto per inciso vennero utilizzate come “sepolcri veloci” da tutte le parti coinvolte nel conflitto in quella zona – : dai documenti degli archivi pubblici di Trieste e Lubiana la cifra effettiva non si aggira affatto sulle migliaia strombazzate ogni dieci febbraio, ma su numeri di parecchio inferiori.

Mi viene da sorridere pensando ad un illustre quanto attuale politico che ha parlato di vittime dei comunisti, trascurando il piccolo particolare che non solo loro (i comunisti cattivi…), ma anche loro, hanno fatto muro contro il dominio e l’occupazione nazifascista in Europa, contribuendo a raddrizzare la Storia e a preparare quello che avrebbe dovuto essere un continente pacifico, solidale ed accogliente, quale venne tratteggiato nel Manifesto di Ventotene.

Ultimo elemento, a proposito di negazionismo vero e finto: un cospicuo numero di medaglie alla memoria elargite per la questione delle foibe sono intitolate a graduati fascisti in forza alla Repubblica di Salò… l’ANPI non chiede di ignorare l’episodio drammatico delle foibe – questo sarebbe tentare di riscrivere la Storia – ma di riportarlo alle sue corrette dimensioni ed al suo reale contesto.

Claudia Cernigoi: Operazione foibe

Il database dei campi fascisti

Il lager italiano di Rab

Saluti resistenti a tutt*

_______________________________________________________________________________

 Gabriele Busti 05.02.2019

Sul Reddito di cittadinanza

La media degli stipendi sotto i trent’anni è 830 euro, il reddito di cittadinanza è 780 euro, il 45% dei dipendenti privati del Sud ha redditi da lavoro inferiori”. “La differenza tra reddito di cittadinanza e stipendio medio è troppo piccola per costringere un disoccupato ad andare a lavorare”. A sostenere queste affermazioni Tito Boeri, ex presidente dell’Imps, appoggiato da Confindustria e dall’immancabile Carlo Calenda. Cosa aggiungere a riguardo, se non che finalmente, dopo mille meravigliose carinerie riguardo alla mancia elettorale, alla mancanza di voglia di lavorare dei terroni, all’assistenzialismo di stato, abbiamo finalmente scoperto gli altarini? Perché il quid della questione è questo: più di qualcuno ha approfittato della crisi per straguadagnare sugli stipendi dei lavoratori.

I bassi stipendi non possono essere la soluzione per rendere le aziende competitive sul mercato, McDonald non ha bisogno di lucrare 100 euro mensili sui suoi dipendenti per restare in attivo, e chi lo sostiene è presumibilmente in malafede: i bassi stipendi sono la morte, mortificano i consumi, azzerano i risparmi, costringono alla vendita delle proprietà e delle attività, premettono lo smantellamento dell’impianto economico nazionale, sono il timing del nostro declassamento. L’unico rimpianto è che il reddito di cittadinanza, così come è stato pensato, non riuscirà ad incidere profondamente in questo meccanismo, non nella misura in cui servirebbe, probabilmente.

______________________________________________________________________________

03.02.2019

La regista pluripremiata Alice Rohrwacher, attraverso il quotidiano “La Repubblica”

 

InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 25.01.2019

La Memoria ed il Presente 

(Restiamo umani)

Ogni 27 gennaio mi ritrovo puntualmente a pormi la fatidica domanda: abbiamo imparato qualcosa dal passato non troppo remoto, è proprio vero che la Storia ha come scopo il non dimenticare ciò che è già accaduto per non correre il rischio di ripeterlo?

Sembra proprio di no, in particolar modo in questi ultimi anni…e allora quale è il senso del ricordare e custodire segni e testimonianze di fatti che in qualche modo la memoria collettiva sta piano piano rimuovendo?

Nei suoi reportage da Gaza Vittorio Arrigoni concludeva i suoi reportage su Il manifesto con la frase “restiamo umani”, e credo sia proprio questo il senso del custodire e ripercorrere la memoria della shoah – che, detto per inciso, significa “annientamento”, non solo sterminio – .

Primo Levi disse, in tempi non sospetti di allarmi “terroristici” e di conseguenti politiche securitarie e di chiusura (avete presente l’Europa fortezza?) che ognuno è ebreo di qualcuno…non ci vuole una ampia preparazione politica per capire come lo sgombero del centro di Castelnuovo di Porto sia avvenuto con modalità che se non possono essere definite da deportazione non ne sono proprio estranee: l’esercito con i pullman arrivato senza il preavviso al sindaco, la spartizione degli ospiti accolti nel centro un gruppo qui ed uno là, e – la cosa forse più grave – l’azzeramento delle vite di chi è stato allontanato con la forza: gli adulti hanno perso il lavoro ed i bambini hanno forzatamente interrotto il proprio corso di studi… certo, sono figli di immigrati, non hanno il diritto, come gli italiani, di avere una istruzione di qualità e continuativa… conseguentemente alla applicazione delle leggi razziali del 1938 bambini e ragazzi di nascita ebraica vennero allontanati dal sistema scolastico nazionale.

Mi ricorda un altro episodio che risale ad alcuni anni fa, non so se lo avete di nuovo presente: oltre ventimila bambini figli di immigrati privi di permesso di soggiorno rischiarono di non poter essere iscritti alla scuola primaria perché una circolare del Ministero dell’Interno vincolava l’accettazione alle lezioni alla presentazione del documento di cui sopra in regola.

Colpire gli adulti è di per sé contrario al principio di solidarietà espresso dalla nostra Costituzione, prendersela con i bambini esprime una volontà disumana, e non voglio aggiungere altro se non “restiamo umani”, come diceva Viky Arrigoni di fronte alle vessazioni ed alle azioni inumane che tutt’ora vengono perpetrate a Gaza e nella West Bank.

Saluti resistenti a tutt*

_________________________________________________________________________________

  Gabriele Busti 23.01.2019

APOLOGIA DELL’ATTORE LINO BANFI

Dalla serie: prendetemi pure per un coglione, a parlarne stasera (“ma no, sei un eroe!”)

Lino Banfi può permettersi di bivaccare altri quarant’anni a fare il nonno in sceneggiati per rimbambiti bempensanti, di sbandierare il suo amore per Silvio Berlusconi “a costo di uccidere 120 persone” (cit.), di esternare un sentire e un ragionare in tutto e per tutto comune se non mediocre, di mortificare, per avventatezza e avidità di denaro, un capolavoro come l’Allenatore nel pallone con un sequel che grida ancora vendetta al cielo, può permettersi molto di più e molto di peggio di questo. Perché Lino Banfi è andato al di là di se stesso. Per quelli come noi che non hanno vissuto l’epopea di Totò, ne completa quasi il tragitto. Un talento sovrumano, un istinto attoriale impareggiabile, una prossemica sbalorditiva, così come la capacità di caratterizzare il suo ritratto in pochi tormentoni fulminanti, un’espressività foriera di una valenza iconica potentissima che gli ha aperto le porte dell’immaginario collettivo. Già, ma a servizio di chi? Cosa ci ha mostrato, il Lino Banfi glorioso della commedia piccante? Un frullato di codardia, fregola sessuale, ingordigia, ignoranza, nessun anelito che sia mai andato al di là della risata immediata, vernacolare, sbracata, un concentrato di luoghi comuni che non ha mai avuto ambizioni di diventare nemmeno l’abbozzo di un ritratto sociale, la stilizzazione dozzinale di una caricatura della realtà che non è mai sfociata nella critica di costume. Otto-nove film all’anno per vent’anni, spazzatura totale per sottoproletariati disgregati e rottami antropologici e invece era l’Italia vera, quella che resiste alla storia e periodicamente riaffiora: tette, cosce, culi, parolacce, scorregge, smorfie al limite dell’animalesco, cascami anarcoidi di un popolino che ha introiettato la gerarchia ed è diventato infima borghesia. Eppure, a guardare per la duemilesima volta gli sketch che lo hanno reso immortale, c’è in lui una follia, una tensione al nonsense, un godimento quasi demoniaco nell’atto comico, un virtuosismo improvvisativo, una goliardia amorale, bambinesca, disarmante… il Lino Banfi migliore disarma, ti fa ridere come riderebbe un bambino.

__________________________________________________________________________________

InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 18.01.2019

 

Essere antifascisti e non saperlo nemmeno

L’idea per un titolo così bislacco mi è venuta durante la riunione dell’ANPI che ha costituita una commissione provinciale di supporto alle scuole per coadiuvarle – secondo il protocollo ANPI MIUR – nella diffusione dei valori della cittadinanza attiva, quali sono stabiliti nella nostra Costituzione, di matrice antifascista.

Accanto alle presenze abituali (non la mia…voglio fare outing…) ho incontrate altre persone che non pensavo fossero iscritte, ma soprattutto sono intervenuti i rappresentanti degli studenti medi e dell’università della Tuscia, che hanno discusso insieme a noi “partigiani” stagionati sul come diffondere nelle scuole e in ateneo la memoria dell’antifascismo e soprattutto il modo di utilizzarla concretamente nel presente.

In quel momento ho capito – ce ne hai messo di tempo, mi direbbe giustamente qualcuno – fino in fondo che l’antifascismo è una forma mentale ed un modo di pensare che – di nuovo mi si perdoni la sfrontatezza – può prescindere anche dall’essere membro dell’ANPI.

Parafrasando Mauro Biani e Michela Murgia (fascista è chi il fascista fa…) si è “istintivamente antifascisti” nel momento in cui si fa notare ad un tuo simile che nessun capo carismatico può arrogarsi il diritto di decidere al posto tuo perché lo farà meglio di te e di tutti gli altri; quando si storce il naso di fronte a considerazioni del tipo “questi immigrati vengono a rubarci il lavoro” (quanti badanti italiani conoscete?…), o magari pensando che l’ordine e la sicurezza – binomio micidiale quando non associato e preceduto dalla parola libertà – non si tutelano pensando di armare i cittadini o moltiplicando i controlli su tutti noi, perché se non hai fatto nulla non hai nulla da temere…

Aveva ragione Umberto Eco quando parlò di fascismo eterno?

Facciamo in modo che eterno diventi l’antifascismo, e che le nuove generazioni abbiano la volontà di mantenerlo tale.

Saluti resistenti a tutt*

___________________________________________________________________________________

 

InfantinoR2

 

Riccardo Infantino – 11.01.2019

Le due anime di Viterbo (ovvero della politica della paura e della disobbedienza civile)

Nella riflessione di questa settimana vorrei parlare di circostanze che riguardano nello specifico la città di Viterbo, avendo constatato come sul tema della sicurezza e della accoglienza l’opinione pubblica viterbese sia tendenzialmente divisa in due, un po’ come nel meccanismo referendario, dove si deve esprimere per forza o un “si” o un “no”…

Praticamente in contemporanea ci sono stati due importanti interventi sul tema che sta monopolizzando l’attenzione generale: l’assessore Nunzi, della Lega Nord, ha ribadito la necessità di applicare integralmente il pacchetto sicurezza, e dunque negare la residenza ai migranti nella città, applicare il DASPO (il divieto di permanenza) anche nella zona oltre le mura ed il centro storico, accanto alla lotta senza quartiere contro i parcheggiatori abusivi e l’accattonaggio molesta, dato che (sono parole dell’assessore stesso) “siamo guerrieri”…

Il nostro presidente Enrico Mezzetti – l’altro intervento degno di nota – ha invitato tutti i sindaci della Tuscia a prendere posizione contro il decreto sicurezza, in quanto lesivo dei diritti umani fondamentali e soprattutto in aperto contrasto con l’articolo 13 della Costituzione (la libertà personale è inviolabile), sottolineando inoltre come il mancato ottenimento della residenza escluda dal poter usufruire praticamente di tutto, dall’assistenza sanitaria al sistema di istruzione…in pratica si diventa dei fantasmi giuridicamente inesistenti…

Voglio essere molto, ma molto di parte, perché quando si parla di diritti umani non è possibile una mediazione – o ci sono interamente e per tutti o non ci sono – : questo modo di fare politica basato sul dio della sicurezza (o meglio, della politica securitaria) mi richiama alla mente la così detta politica della paura (che è anche il titolo di un bello e documentato studio di Serge Quadruppani) e, andando ancora più indietro, diciamo di ottanta anni, l’esclusione degli ebrei da ogni servizio – dalla istruzione al lavoro alla sanità -; in pratica vennero trasformati in fantasmi giuridici privi di cittadinanza…

Potrebbe essere necessaria una forma organizzata di disobbedienza civile?

Saluti resistenti a tutt*

___________________________________________________________________________________

 

InfantinoR2

 

Riccardo Infantino

Mussolini totalitario

(risposta a chi potrebbe dire che in fondo

Mussolini ed il fascismo non furono

una terribile dittatura come quella nazista)

infantinoR1

Uno dei tormentoni dei simpatizzanti del fascismo che viene usato per ammorbidirne la ferocia è: si, è vero, Mussolini governò un partito unico, ma in fondo il suo non fu uno stato totalitario e terribile come quello nazista…e via di questo passo con le motivazioni che per l’italiano ci vuole il polso fermo, altrimenti …

Mi fermo qui, ma potrei andare avanti per un pezzo, tanto è satura di stereotipi la cultura dell’ultradestra e dintorni; vorrei invece far osservare a questo ipotetico (ma forse anche molto reale) italiano che non crede più nei partiti e nel sistema parlamentare (mamma mia, quanto è lento, non decide mai nulla se non in tempi biblici…) e guarda con occhio non troppo negativo al tempo che fu come lo stesso Benito Mussolini, attraverso Giovanni Gentile (l’ideologo dello stato fascista) definì lo stato del ventennio come omnicomprensivo, dunque totalitario.

Nel 1925, l’anno della promulgazione delle leggi fascistissime, Mussolini specificò che era “Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato”…più chiaro di così!

Nel 1932 venne pubblicato, all’interno delle voci della Enciclopedia Italiana, La dottrina del fascismo – opera si diceva scritta a quattro mani da Mussolini e Gentile – , un interessante compendio di come la cultura fascista fosse nei suoi fondamenti pervasiva, occupante in modo totale ogni aspetto pubblico e privato dell’intera vita di tutti gli italiani di cielo, di mare e di terra…

Illuminante al riguardo, l’elenco dei princìpi generali che aprono l’opera, in particolare il VII e l’VIII: “Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l’individuo in quanto esso coincide con lo Stato…”, e “Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi).”

Mi verrebbe voglia di commentare con lo slogan che veniva utilizzato per definire la mafia italo americana dei tempi di Al Capone, quella che ti segue e ti assiste dalla culla alla bara…

Hanne Harendt, oltre che parlare della banalità del male, si è chiesta ne La nascita dei totalitarismi se il fascismo fosse, rispetto al nazismo ed allo stalinismo, una non completa realizzazione dello stato totalitario; credo che per chi ha vissuto la pedagogia del Balilla ed è stato educato al Credere . Obbedire – Combattere il completo assorbimento di tutto nello Stato è stato attuato, eccome.

Quale scopo ha questa mia noiosa e barbosa considerazione infarcita di documenti?

Trovare una argomentazione persuasiva per (almeno) tentare di far ragionare chi non vede un futuro se non in un grande uomo del domani che risolleverà il paese, come è accaduto in passato (…), perché purtroppo l’attesa di un grande leader che conquisti un consenso plebiscitario e risolva, aiutato dal popolo (!…) è sempre più pericolosamente in via di diffusione.

Magari nella calza della Befana (potrebbe iscriversi anche lei all’ANPI, perché no?) troveremo qualche solida argomentazione per cercare di iniziare un cambiamento nelle teste.

Auguri e saluti resistenti a tutt*

Be Sociable, Share!