Didomenica 2025

Riccardo Infantino 21 Agosto 2025 – Tempo di normalizzazione

Silvio Antonini 9 Agosto 2025 – Perché la stazione di Bologna è fascista e via Fani non è comunista?

Piero Belli 2 Agosto 2025 – Antifascismo, giustizia e la ferita di Bologna

Riccardo Infantino 30 Luglio 2025 – Questione di punti di vista

Riccardo Infantino 25 Luglio 2025 – Per una nuova resistenza 

Riccardo Infantino 24 Luglio 2025 – Dalla banalità alla normalità del male

Piero Belli 19 Luglio 2025 – Tra campioni e cittadini: una riflessione sull’identità nazionale

Piero Belli 13 Luglio 2025 – Quando un gelato vale più di una legge

Piero Belli 22 Maggio 2025 – Referendum sì

Enrico Mezzetti 25 Aprile 2025 – Discorso tenuto alla celebrazione del 25 Aprile 2025

Riccardo Infantino 14 Aprile 2025 – Democrazia conforme

Riccardo Infantino 27 Marzo 2025 – Ottanta voglia di resistere

Piero Belli 14 Marzo 2025 – Il caso Russia e il riarmo dell’Europa

Riccardo Infantino 2 Marzo 2025 – Le parole al potere

Riccardo Infantino 25 gennaio 2025 – Se questo è un uomo

Riccardo Infantino 15 gennaio 2025 – Un inedito tecnototalitarismo

Riccardo Infantino 8 gennaio 2025 – Fenomeno emergenziale e fenomeno strutturale

Riccardo Infantino 2 gennaio 2025 – La necessità di tornare umani

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21.8.2025

Riccardo Infantino

Tempo di normalizzazione

Nei miei ricordi di studente avido di conoscere (ho iniziato il liceo nel 1976) un posto importante lo detiene la mia (ormai defunta) insegnante di Storia e Filosofia, che ci ripeteva due cose: imparate ad usare la testa e la democrazia come scelta del dissenso (avete presente il giochino dove di fronte a due proposte, A e B, scegliamo C?).

Leggo in queste ore del blitz anticipato della questura di Milano che ha sgomberato il Leoncavallo, quasi fosse il vertice di una cospirazione nazionale, un po’ come la decapitazione dell’Idra; al di là dell’arbitrio delle forze di Polizia (che in realtà eseguono solo degli ordini, non emessi da loro) e della figura da manuale nell’aver “assaltato” un edificio vuoto, resta in piedi la grossa questione del valore di una struttura (dopo trenta anni come vorremmo chiamarla?) che esercita un dissenso a tutto campo e produce cultura, come ad esempio il CSOA Angelo Mai di Roma, che ha avuto, tra gli altri frequentatori, l’attore Elio Germano.

Caso simile per la RAI, emittente pubblica dalla quale più di un giornalista è in fuga o preso di mira per aver manifestate posizioni non allineate (ma questo è un fenomeno di lunga data, non è nato certo con la così detta Tele Meloni).

Continuando sul tema è doveroso citare la questione della casa editrice Laterza, una colonna portante della editoria scolastica e non, presa di mira per alcune pagine di un suo manuale di Storia, che nella sezione dedicata ai nostri giorni si esprimeva sul decreto sicurezza in modo negativo (anticipando la formulazione della Consulta di Stato, che lo ha definito anticostituzionale nel metodo e nel merito).

Torniamo allora al discorso della capacità di scelta di ogni singolo cittadino: se mi viene proposta la soluzione A accanto a quella B e non mi vanno a genio entrambe devo, anzi voglio avere il diritto di scegliere C (magari inventandomelo io), esercitando il diritto al dissenso, e magari suggerisco con il mio allontanarmi dalle proposte ufficiali una strada diversa.

La normalizzazione è proprio questo: offrire una rosa di proposte magari davvero ampia, ma limitata a se stessa, e chiunque voglia uscire dal grande recinto non è normale…

La mia esperienza ormai quarantennale di insegnante mi ha fatto capire ogni giorno di più che il passaggio dalla democrazia (scelgo cosa mi viene proposto o dissento) alla democratura (sono libero di scegliere e muovermi in un recinto tanto ampio quanto delimitato) è lento ma costante, e probabilmente l’unico modo per fermarlo sta nel denunciare questa zona circoscritta, grande magari quanto tutto il paese, ma invalicabile.


Saluti antifascisti che restano umani a tutt*

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9.8.2025

Silvio Antonini

Perché la stazione di Bologna è fascista e via Fani non è comunista? 

PAOLO MIELI, nel porre la domanda retorica sul fatto che le stragi attribuite all’estremismo di sinistra non fossero definite comuniste nella memorialistica civile, al contrario di quelle attribuite all’eversione nera, che sono invece dette fasciste, riesuma una vecchia polemica strumentale, che gravita attorno alla strage della stazione di Bologna. Qui, amministratori di destra hanno a più riprese chiesto nel corso dei decenni il cambio di, per così dire, intestazione. Insomma, perché la stazione di Bologna è fascista e via Fani non è comunista? 

Uscendo un attimo dalla polemica strumentale quanto intellettualmente stracciona, il problema è semplicemente etimologico. Per tutta la Prima repubblica per comunisti si intendevano gli aderenti al Pci. Non è un caso se nessuno dei gruppi della Nuova sinistra recasse l’aggettivazione di comunista nel proprio nome, perché comunista era il Pci, per quanto ci si potesse schierare alla sua sinistra e richiamarsi più integralmente al comunismo. E il Pci era un partito costituente, in termini fisici il più grande del Paese, forza di responsabilità nazionale, ferma nella condanna inequivocabilmente del lottarmatismo. Se la parte emiliana del nucleo originario Br aveva origini nel Pci, quella “trentina” veniva dal cattolicesimo… 

Attribuire sulla targa di via Fani la matrice comunista della strage, avrebbe quindi recato un’insensata offesa ad oltre dieci milioni di elettrici ed elettori pienamente inseriti nel consesso civile. A nessuno sarebbe venuta in mente un’idiozia del genere.

Paragonare questa storia a quella del neofascismo, con copertura legale o meno, dovrebbe apparire solo che ridicolo.

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2.8.2025

Piero2

Piero Belli

Antifascismo, giustizia e la ferita di Bologna

L’antifascismo non è solo memoria della Resistenza, ma impegno quotidiano contro ogni forma di disuguaglianza. Allo stesso tempo, la coerenza della nostra democrazia viene messa alla prova dal paradosso tra norme severissime per i più deboli e privilegi quasi intoccabili per pochi. Vale allora la pena chiederci: come può l’antifascismo guidarci anche nel riconciliare uguaglianza sostanziale e giustizia reale? A questa domanda, si aggiunge un’altra, fondamentale per il nostro percorso storico e civile: come possiamo fare i conti con un passato di violenza neofascista e depistaggi, come nel caso della strage di Bologna, e pretendere al contempo una giustizia che non tolleri più zone d’ombra e doppie morali?

L’ANPI interpreta l’articolo 3 della Costituzione come un mandato attivo: rimuovere ostacoli economici, sociali e culturali affinché ogni persona possa svilupparsi pienamente. In quest’ottica, l’antifascismo si traduce in azioni concrete per difendere i diritti di ogni individuo e per garantire a tutti le stesse opportunità. In questo senso, l’antifascismo diventa fare rete: unire movimenti civici, associazioni e istituzioni per ripensare i diritti sociali e la rappresentanza politica.

Nelle precedenti riflessioni si era messo in luce come il magistrato Piercamillo Davigo e la giornalista Milena Gabanelli hanno sollevato un nodo drammatico: chi ruba 5 € rischia fino a 5 anni di carcere, mentre chi trattiene l’IVA dello Stato sotto la soglia di 250.000 € evita il reato e paga pene molto più lievi. Questo doppio standard si estende anche al mondo della politica, con parlamentari che percepiscono indennità elevate, con pensioni con soli 5 anni di contributi e tassi preferenziali, a fronte di assenze significative e multe irrisorie. Questo sistema mina il principio di uguaglianza davanti alla legge e alimenta la sfiducia nelle istituzioni.

La strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 rappresenta una delle pagine più buie della storia italiana e un chiaro esempio di come la giustizia possa essere messa a dura prova. A quarantacinque anni dall’attentato, la Cassazione ha confermato in via definitiva la matrice fascista dell’attacco, svelando un piano che vide coinvolti non solo esponenti del MSI, ma anche servizi segreti e la P2 di Licio Gelli.

Quanto accaduto non  deve essere solo un monito a non dimenticare le vittime innocenti, ma divenire una potente denuncia di come il potere e le istituzioni possano macchiarsi di depistaggi e omissioni. Il comunicato dei presidenti ANPI, Gianfranco Pagliarulo e Anna Cocchi, ci ricorda che la lotta per la verità è parte integrante dell’antifascismo. 

La proposta di riforma della giustizia sulla separazione delle carriere, già parte del programma della P2, solleva preoccupazioni legittime e rende evidente che la difesa di una magistratura indipendente è un baluardo cruciale per la democrazia. La memoria della strage di Bologna ci insegna che l’antifascismo non può fermarsi alla condanna della violenza, ma deve esigere la piena responsabilità di chi, a ogni livello, ha ostacolato la giustizia e la verità.

Un vero antifascismo non si accontenta di condannare i rigurgiti totalitari, ma punta allo scardinamento dei privilegi e alla rimozione di ogni zona d’ombra. Dobbiamo andare verso una democrazia coerente e restituire credibilità allo Stato e al principio di uguaglianza, antifascismo e giustizia devono incontrarsi in un quadro normativo e culturale nuovo. Occorre che si generi un patto di responsabilità reciproca tra cittadini e istituzioni e le politiche di welfare siano capaci di ridurre le disuguaglianze economiche e territoriali.

Insomma occorre un’educazione civica rinnovata, che parta dalle scuole ma coinvolga tutta la società, per una consapevolezza profonda dei propri diritti e doveri.Antifascismo, inteso come lotta alle disuguaglianze e ricerca della verità, per costruire una democrazia in cui non ci siano più depistaggi o insabbiamenti. Una democrazia in cui gelati da 5 € e centinaia di migliaia di euro di IVA vengano trattati con equità e in cui ogni cittadino senta davvero suo il principio di uguaglianza. La memoria delle vittime della strage di Bologna ci dovrà sempre ricordare che la giustizia è l’unico vero baluardo contro ogni forma di fascismo.

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30.7.2025

Riccardo Infantino

Questione di punti di vista

Per avere una visione il più possibile completa dei fatti che accadono bisognerebbe avere sempre una visione almeno bilaterale di quanto si osserva, in modo da riuscire a prendere posizione in modo cosciente.

A volte la storia dei decenni passati si ripete: come accadde negli anni Sessanta per il Vietnam così accade, oggi, a Tel Aviv: ragazzi che hanno ricevuta la cartolina precetto la bruciano pubblicamente in piazza dichiarando di non voler prendere parte al genocidio a Gaza.

Rispetto al movimento dei Refusenik, iniziato molto prima del famigerato (o fatidico, se si vuole) 7 ottobre 2023, siamo di fronte ad un salto di qualità: si è passati da un rifiuto espresso verbalmente e con la sottrazione fisica ad una coscrizione di leve ritenuta ingiusta ed immorale – e le conseguenze penali che comporta – ad un gesto eclatante compiuto in pubblico, destinato probabilmente a ripetersi nei mesi che verranno.

Dal punto di vista del diritto militare – e nel nostro paese fino a quando entrò in vigore la legge sulla obiezione di coscienza e sul servizio civile, rifiutare la chiamata alle armi in caso di obbligatorietà era ritenuta renitenza e, se reiterata, diserzione, analogamente al militare che abbandona il proprio posto nelle forze armate delle quali fa parte.

Questo, ovviamente, sotto il profilo strettamente giuridico; dall’altro punto di vista, quello morale, disertare era, almeno fino alla istituzione del servizio civile sostitutivo di quello militare (obbligatorio fino al 2004), un atto motivato dal rifiuto di indossare una divisa che avrebbe comportato l’uso delle armi in funzione di una attività bellica, offensiva o difensiva che fosse.

Se gli attivisti americani disertarono la chiamata alla leva ed alcuni di loro bruciarono le cartoline precetto in rifiuto di una guerra difficilmente giustificabile dal punto di vista morale e politico – militare il movimento dei Refusenik rifiuta nettamente la partecipazione ad una campagna bellica che ormai ha assunti i contorni di un crimine di guerra.

Questi ragazzi hanno l’età che avevano i nostri partigiani, e grazie alla loro determinazione e coraggio forse molti che vogliono ancora non utilizzare la proibita espressione “crimine di guerra” potrebbero iniziare ad avere più di un dubbio: sono israeliani, figli di una cultura che nelle forze armate riconosce una parte fondamentale del proprio paese, cosa li spinge ad affrontare la gogna mediatica (forse peggiore del risvolto penale) e le conseguenze nel mondo del lavoro e della collocazione nella società?

Forse avranno capito che l’unico modo per vincere una guerra è rifiutarsi di combatterla, dato che la pace preparata con le armi (ed il riarmo) è un controsenso?

Saluti antifascisti che restano umani a tutt*

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25.7.2025

Riccardo Infantino

Per una nuova resistenza 

Oggi, 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo pone agli arresti Benito Mussolini, e da questa data inizia la Resistenza, argomento sul quale ancora, come si dice, volano stracci in aria.

Le nostre madri ed i nostri padri partigiani dell’epoca dovettero impugnare le armi (e non a caso si parla di una guerra civile) per resistere prima e poi destabilizzare il regime fascista, e successivamente consegnarle immediatamente dopo ogni città liberata dal 25 aprile 1945 in poi.

La Storia ci ha insegnato che in alcune estreme ed inevitabili circostanze potrebbe non esserci altra via, al di là di tutte le giustissime considerazioni sul macchiarsi le mani di sangue di un proprio simile, esperienza questa che sarebbe preferibile evitare.

Penso alle partigiane curde (una tra le pochissime forze che si sono opposte, accanto agli Hezbollah, ai terroristi dell’ISIS) e nei nostri giorni la resistenza palestinese, della quale poco si parla oppure viene strumentalmente confusa con Hamas.

Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è detto esplicitamente che il dovere della comunità internazionale è quello di garantire l’effettivo esercizio dei diritti in funzione dell’evitare che ci si trovi nella condizione estrema di riappropriarsene con l’uso della forza e delle armi.

Come ci si può opporre ad un progetto di pulizia etnica, ad una pratica genocidaria acclarata e per nulla occultata, quando le nazioni che potrebbero fermarla non fanno nulla se non favorire questo tecnosterminio?

Noi persone comuni non siamo in grado di dire cosa faremmo, non abbiamo viste le nostre famiglie sterminate dalle bombe nelle tende dei campi profughi o i nostri figli implorare cibo che scientemente non viene fatto circolare se non in insignificante quantità, consapevoli di non poterli sfamare, dunque ogni giudizio va sospeso.

Possiamo, e qui un paese come il nostro recupererebbe tutta la sua forza, fare massa critica ed attuare una nuova resistenza contro questo orrore boicottando commercialmente, parlando di quanto accade senza filtri, firmando in numero enorme petizioni per interrompere i rapporti economici con le potenze colpevoli di questi crimini di guerra, perché ci può essere un governo di qualsiasi orientamento, ma di fronte all’opinione pubblica (parte della quale magari ti ha votato) che chiede una azione incisiva per il rispetto del diritto minimo ad esistere in condizioni umane o fa qualcosa di concreto o se ne va a casa.

Resistenza significa anche, e soprattutto, la non assuefazione ai crimini, alle morti provocate, il rimanere capaci di provare sempre lo sdegno per ogni offesa ad un essere umano, per poi passare ad una azione che tenti di modificare lo stato delle cose; e non importa se all’inizio si è in pochi, i grandi mutamenti – quelli che provengono dal basso – prendono le mosse da alcune gocce che poi diventano un oceano.

Saluti antifascisti che restano umani a tutt*

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24.7.2025

Riccardo Infantino

Dalla banalità alla normalità del male

In questi mesi di silenzio ho avuto modo di osservare l’evoluzione dell’affaire Palestina, in particolare la percezione che ne offrivano i governi, gli organi di stampa ed i comuni cittadini.

Chiamiamolo così, monitoraggio, in realtà è stato solo un tenere bene aperte le orecchie e gli occhi, e sono giunto a risultati oserei dire interessanti; premetto che non farò nomi espliciti, non mi piace il dito puntato su quanto è ormai sotto gli occhi – si spera aperti – di tutt*.

I governi: quelli del caro vecchio Occidente considerano, in gran parte, normale che un presunto diritto di difesa e di reazione strabordi in un palesemente dichiarato procedimento scientifico di annullamento di una popolazione definita “inutile” dai suoi stessi carnefici, forse perché, come dice un proverbio utilizzato nel businnes, dove scorre il sangue scorrono soldi (come ha dimostrato Francesca Albanese nel suo contestatissimo rapporto su genocidio e mercato).

– I media: nella stragrande maggioranza quelli del blocco NATO e dintorni, con alcune eccezioni, hanno dapprima autocensurato i vocaboli quali “uccisi”, “strage”, genocidio”, virando verso espressioni quali “morti”, “vittime per errore”, “scudi umani”, forse l’espressione più gettonata, per poi, negli ultimi giorni, sdoganare i termini di cui sopra, magari perché – come accadde per il Vietnam – il numero dei morti – che alla fine è saltato fuori, sia pure in difetto – ha superata la capacità di sopportazione dell’opinione pubblica, tanto più che delle 60.000 vittime “ufficiali” almeno 18.000, al momento, sono bambini.

I cittadini comuni come noi hanno tardato un po’ a metabolizzare (complice anche una buona disinformazione sui fatti) quello che sta accadendo praticamente in diretta streaming, era troppo accettare che si ripetesse quanto accaduto ottanta anni fa in versione tecnologica e se possibile ancora meno umana (in pratica siamo di fronte ad un tecnosterminio), ma finalmente, grazie alla costante azione di ONG quali Amnesty, Emergency, noi dell’ANPI ed anche l’ONU (che ha contribuito non poco a denunciare qualcosa che ha definito “oltre l’orrore”), si sta diffondendo una coscienza piena dei crimini che vengono perpetrati a Gaza ed in Cisgiodania, mostrando impietosamente lo scollamento tra i governi occidentali e le persone comuni che, di fatto, compongono le varie nazioni.

Barlume di speranza in tutto questo non vedere? Forse nei paesi dei BRICS e nelle altre nazioni africane, asiatiche e latino americane riunitesi di recente per chiedere uno stop al massacro collettivo e giornaliero (non utilizziamo la parola “genocidio”, turba ancora troppi) ed un ingresso della mole enorme di aiuti di primissima necessità bloccati scientemente al valico di Rafah.

Torno però, chiedendo scusa di tutta questa digressione, al titolo di questo articolo: Anna Harendt, nel post nazismo, ha parlato della banalità del male, la Shoà (che vuol dire annientamento, non solo sterminio) condotta e supportata non da folli pervertiti, ma da obbedienti funzionari quale era Eichmann, responsabile dei trasporti verso Auschwitz; il male era in questo caso di una realizzazione banale, semplicistica (lo faccio perché me lo ordinano).

Nella nostra epoca tutto ciò è superato, il male non è più banale nella sua attuazione, ma ha acquistato le caratteristiche della normalità: quello che si vuole far passare è che sia “normale” che si voglia sostituire ad una città (Gaza) ormai rasa al suolo un “villaggio umanitario” con tanto di baracche, sistemi di sorveglianza di ultima generazione e sbarramenti anti fuga per 600.000 civili, un gigantesco lager high tech; si vuole spacciare come “normale”, magari non evitabile, sparare a civili inermi in fila stremati dalla fame (indotta), e via di questo passo.


Occorre essere vigili, non finire mai di stupirsi e di indignarsi davanti questa non umanità (siamo oltre la disumanità dei campi di sterminio di antica memoria), perché solo in questo modo matureremo tutt* la scintilla che ci spingerà ad una azione concreta, quale potrebbe essere, ad esempio, il boicottaggio dei prodotti che vengono da Israele (vedi il sito BDS Italia – BDS Italia), ma soprattutto il continuare a parlare della causa palestinese, dato che le intenzioni dell’attuale governo israeliano – molto attento a reprimere e a tentare, ormai inutilmente, di silenziare una opposizione di gente comune che parla apertamente di genocidio, proprio in Israele – sono quelle di andare oltre lo sterminio di persone inermi, per arrivare alla cancellazione del ricordo della presenza di una nazione di nome Palestina, quello che i Romani chiamavano damnatio memoriae.

Saluti antifascisti che restano umani a tutt*

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19.7.2025

Piero2

Piero Belli

Tra campioni e cittadini: una riflessione sull’identità nazionale

In un Paese dove chi ruba cinque euro rischia più di chi evade centinaia di migliaia, precedente riflessione della settimana scorsa, il concetto di responsabilità civile appare distorto. Lo denunciano con lucidità Piercamillo Davigo e Milena Gabanelli, mostrando come il principio di uguaglianza sia spesso tradito da norme e privilegi. Eppure, nello stesso Paese, si celebra con entusiasmo il trionfo sportivo di Jannik Sinner, elevato a “eroe nazionale” per aver vinto Wimbledon.

Ma cosa significa davvero rappresentare l’Italia? È sufficiente alzare un trofeo per incarnare il valore di una nazione? O forse l’eroismo civile si manifesta anche, e soprattutto, in scelte meno visibili, come quella di chi decide di contribuire al proprio Paese quando potrebbe evitarlo?

In queste ore, beh sarebbe meglio dire oramai nei giorni da poco passati, l’Italia festeggiava la vittoria di Jannik Sinner, campione di Wimbledon e orgoglio nazionale. È bello veder crescere giovani talenti e sentirsi parte di un Paese che sa ancora sognare. Ma oltre il trionfo sportivo, affiora una riflessione: cosa significa oggi “rappresentare l’Italia”?

Sinner è un atleta straordinario. Il suo impegno e il suo sorriso arancione, così genuino, ispirano entusiasmo. Tuttavia, il concetto di “eroe nazionale” dovrebbe forse includere anche un’altra dimensione: quella del senso civico. Non solo vincere, ma condividere. Non solo eccellere, ma contribuire.

In momenti come questi, mi sono tornate alla mente parole di chi ha scelto il percorso dell’impegno, come Vasco Rossi. Con tono semplice e diretto, ha detto: “Se guadagno, vuol dire che posso pagare. Chi ha di più deve dare di più.” Una frase che non giudica, ma propone. Non crea divisione, ma invita alla riflessione.

Quando qualcuno con visibilità, influenza e successo, decide di mettersi in gioco — scegliendo di restare, di contribuire, di sostenere il proprio Paese — genera molto più di un dato fiscale. Genera fiducia. Genera senso di comunità. Genera voglia di provarci anche in chi, nel piccolo, magari finora si è sentito solo.

È in questa direzione che immagino un’Italia capace di riscoprirsi unita: attraverso una rinnovata educazione civica che parta dalle scuole, ma coinvolga tutta la società in percorsi di consapevolezza sui propri diritti e doveri. Non come un compito imposto, ma come una scelta condivisa. Perché conoscere le regole ci avvicina, ci rende più forti, ci permette di costruire insieme.

Essere “buoni italiani” non significa essere perfetti. Significa riconoscere il valore delle proprie radici e dare qualcosa in cambio, ognuno con ciò che può. E proprio chi ha molto tra le mani, talento, fama, ricchezza, ha anche l’opportunità di restituire serenità, dignità e speranza a tanti.

Non è una richiesta di sacrificio. È un invito all’esempio. E gli esempi, si sa, sono contagiosi: più di una vittoria, più di una medaglia. Sono gesti che parlano piano, ma arrivano lontano.

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14.7.2025

Piero2

Piero Belli

Quando un gelato vale più di una legge

Nel linguaggio dei tribunali vale più un gelato da cinque euro che centinaia di migliaia di euro di IVA sottratta allo Stato. Questo paradosso emerge con chiarezza dalle parole di Piercamillo Davigo e dalla denuncia giornalistica di Milena Gabanelli. Entrambi mettono a nudo uno stesso problema: il principio di uguaglianza, davanti alla legge e nei confronti dei doveri pubblici, è continuamente tradito.

Piercamillo Davigo racconta un caso semplice e impietoso:

  • Se do cinque euro a qualcuno per comprarmi un gelato e quella persona li trattiene o si compra un’altra cosa, per lui scatta il reato di appropriazione indebita aggravata dalla relazione di prestazione d’opera, punito da 2 a 5 anni di reclusione, con aumento fino a un terzo.
  • Se un professionista con partita IVA incassa l’IVA – che non è sua ma dello Stato – e la detiene senza versarla, il reato parte solo oltre 250.000 euro di imponibile annuo, con pena dimezzata (3 mesi-3 anni).

Di fatto, chi ruba 5 euro rischia molto di più rispetto a chi trattiene centinaia di migliaia di euro di imposta. Davigo si domanda dove sia finito il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.

Dal Parlamento arrivano segnali analoghi, Milena Gabanelli ricorda che a deputati e senatori sono garantiti:

  • Indennità, diaria e rimborso spese, non sempre documentabili, insieme a rimborsi per trasporti e telefono, per un totale di circa 13.500 euro al mese.
  • Pensione garantita già dopo cinque anni di legislatura.
  • Interessi del 5,40% sui depositi correnti, a fronte dello 0,20% riconosciuto ai risparmiatori comuni.

Eppure l’attività parlamentare si concentra solo dal martedì al giovedì, quando la presenza media in Aula è ben lontana dall’impegno promesso:

  • Assenze medie in Parlamento: 30%
  • Assenze medie in Senato: 21%
  • Casi limite: Marta Fascina assente il 93,7% delle votazioni, Antonino Angelucci al 99,8%.
  • Sanzione massima prevista: 208 euro di multa per ogni giornata di assenza non giustificata.

Chi ruba 5 euro affronta fino a cinque anni di carcere; chi evade centinaia di migliaia di euro di tasse o si assenta dal Parlamento contribuisce al malfunzionamento della democrazia e paga multe irrisorie.

Le due riflessioni convergono in un’unica, dolorosa constatazione: il sistema normativo e quello dei privilegi parlamentari sembrano scritti per due pesi e due misure. Il cittadino onesto è strozzato da norme severe. Il paladino delle istituzioni gode di ammortizzatori così generosi da rendere le responsabilità quasi opzionali.

Bisogna ripartire dal rispetto reciproco.

Se lo Stato vuole ripristinare credibilità e fiducia, deve dimostrare coerenza: punire con severità chi tradisce il mandato pubblico e non schiacciare chi è vittima di frodi di modesta entità. Solo così il gelato da cinque euro, l’iva evasa e le migliaia di euro di diaria smetteranno di convivere in un groviglio di ingiustizie. E il principio di uguaglianza, pietra angolare della nostra democrazia, tornerà a essere davvero una regola per tutti.

Vogliamo parlare di meritocrazia? E l’anpi che fa? Eh si impegna, ne parlerò in seguito, magari però tra gli iscritti potrebbe nascere qualche riflessione ulteriore e farla conoscere a tutti.

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Commento di Riccardo

Ciao Piero, grazie per questo tuo intervento. La domanda corretta è: cosa può fare ogni cittadino per cercare di cambiare questo sconcio. Ricordarsi,al momento del voto, che un partito al suo fondo razzista, uno fondato da un pregiudicato ed un altro ancora basato esplicitamente su eredità diciamo non proprio democratiche non sono compatibile con un’aula parlamentare che esprima la sovranità popolare. Non è più tempo di elaborare profonde analisi sua crisi storica della Sinistra (o delle Sinistre, come si vuole), ma occorre andare alla radice del problema cambiando atteggiamento mentale e morale, iniziando a fare scelte quotidiane che in qualche modo siano di opposizione. Parlare sempre con le persone di eguaglianza calpestata, di giustizia ormai classista, di princìpi come la sovranità popolare, più che mai messi in discussione a favore di una improbabile figura forte (con chi è da vedere). Sono cose che vanno oltre le posizioni politiche, le precedono come la nostra povera Costituzione, che precede le scelte individuali. Grazie di nuovo

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22.5.2025

Piero2

Piero Belli

Referendum sì

Cinque sì ma anche no!

Votare sempre, votare bene, questa è la prima cosa. 

In questi ultimi  trent’anni, o anche di più, la partecipazione popolare alla vita democratica attiva è andata progressivamente a calare, verificata con la diminuzione degli elettori alle urne. Siamo poco sopra al 50% e con i prossimi referendum si rischia un tracollo del numero dei cittadini che si recheranno alle urne.

Perché tanto disinteresse?

Un milione di posti di lavoro, ve lo ricordate?  1000 euro con un clic, via le accise sulla benzina e poi chi si dimentica: Con l’Euro lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se avessimo lavorato un giorno in piu’ Non ti vaccini? Ti ammali, muori.

E’ lecito pensare che i cittadini si siano stancati di questo modo di fare politica  e di farsi prendere in giro?

Il testo del quarto quesito referendario è il seguente:

«Volete voi l’abrogazione dell’art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, recante “Attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” come modificato dall’art. 16 del decreto legislativo 3 agosto 2009 n. 106, dall’art. 32 del decreto legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito con modifiche dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, nonché dall’art. 13 del decreto legge 21 ottobre 2021, n. 146, convertito con modifiche dalla legge 17 dicembre 2021, n. 215, limitatamente alle parole “Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici”?».

Attualmente, l’articolo 26, comma 4, del D.Lgs. 81/2008 stabilisce che il committente è responsabile in solido con l’appaltatore e il subappaltatore per i danni subiti dai lavoratori, tranne quando il danno è causato da rischi specifici dell’attività dell’appaltatore o subappaltatore. Il referendum propone di abrogare questa eccezione, rendendo il committente sempre responsabile, anche per i danni derivanti da rischi propri dell’appaltatore.

La responsabilità principale riguarda il rapporto tra l’appaltatore e il subappaltatore. Secondo l’articolo 1670 del Codice Civile, l’appaltatore può agire in regresso nei confronti del subappaltatore per eventuali vizi o difetti dell’opera, ma deve comunicare la denuncia entro sessanta giorni. Inoltre, il subappaltatore risponde direttamente nei confronti dell’appaltatore, senza alcun rapporto diretto con il committente. Tuttavia, esistono casi in cui il committente può essere coinvolto, come nella responsabilità solidale per il pagamento delle retribuzioni e dei contributi previdenziali dei lavoratori impiegati nell’appalto, prevista dall’articolo 29 del D.Lgs. 276/2003.

I rischi specifici delle imprese appaltatrici e subappaltatrici sono quelli legati alla natura delle attività svolte e alle condizioni operative proprie di ciascun settore. Attualmente, il committente non è responsabile per gli infortuni derivanti da questi rischi, poiché sono considerati intrinseci all’attività dell’impresa esecutrice.

Ecco alcuni esempi di rischi specifici:

  • Lavori in quota: rischio di caduta per operai edili che lavorano su impalcature o tetti.
  • Uso di macchinari pesanti: per esempio, escavatori e gru, con pericoli legati a malfunzionamenti o errori operativi.
  • Esposizione a sostanze nocive: nei settori chimico e industriale, con rischi di inalazione o contatto con materiali tossici.
  • Ambienti confinati: lavori in spazi ristretti come cisterne o gallerie, con pericoli di asfissia o esplosioni.
  • Rischi elettrici: per tecnici e operai che operano su impianti ad alta tensione.
  • Movimentazione manuale dei carichi: rischio di lesioni muscolari e scheletriche per chi solleva pesi frequentemente.

Se il referendum n. 4 venisse approvato, il committente tornerebbe ad essere corresponsabile anche per questi rischi, aumentando le tutele per i lavoratori

Prima dell’introduzione dell’articolo 26, comma 4, del D.Lgs. 81/2008, il committente aveva una responsabilità più ampia rispetto agli appalti. In particolare, la normativa precedente prevedeva che il committente fosse corresponsabile per i danni derivanti dai rischi specifici delle imprese appaltatrici e subappaltatrici, anche se questi erano legati alla natura dell’attività svolta.

La legge che regolava la sicurezza nei contratti di appalto prima del D.Lgs. 81/2008 era il D.Lgs. 626/1994 e successive modifiche, che imponeva obblighi generali di sicurezza sul lavoro, ma non distingueva chiaramente la responsabilità tra committente e appaltatore. Questo significava che il committente poteva essere chiamato a rispondere anche per rischi specifici dell’appaltatore, creando una situazione di maggiore tutela per i lavoratori, ma anche di incertezza giuridica per le aziende.

Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 81/2008, il comma 4 dell’articolo 26 ha chiarito che il committente non è responsabile per i danni derivanti dai rischi specifici delle imprese appaltatrici o subappaltatrici, limitando la sua responsabilità ai soli rischi interferenziali, cioè quelli derivanti dall’interazione tra le diverse attività svolte nel luogo di lavoro.

Se il referendum del 2025 venisse approvato, le implicazioni pratiche per i contratti di appalto sarebbero significative. Ecco alcuni punti importanti:

  • Maggiore responsabilità per il committente: Il committente diventerebbe solidalmente responsabile per gli infortuni subiti dai lavoratori impiegati nell’appalto, anche quando derivano da rischi specifici dell’attività dell’appaltatore o subappaltatore.
  • Aumento dei controlli: Le imprese committenti dovrebbero rafforzare le verifiche di idoneità tecnico-professionale degli appaltatori e migliorare la redazione del DUVRI (Documento Unico di Valutazione dei Rischi da Interferenze).
  • Costi più elevati: Potrebbero aumentare i costi legati alla sicurezza, alla consulenza legale e alle coperture assicurative.
  • Maggiore tutela per i lavoratori: I lavoratori impiegati negli appalti avrebbero più possibilità di ottenere un risarcimento anche nei casi oggi esclusi. il committente diventerebbe corresponsabile per tutti i danni non coperti da INAIL, indipendentemente dalla natura del rischio.

In Italia, nel 2025, il numero di lavoratori attivi tra i 15 e i 64 anni è di circa 23,2 milioni. Il tasso di occupazione è salito al 71,3%, mostrando una crescita rispetto agli anni precedenti.

Per quanto riguarda il settore degli appalti, che è direttamente coinvolto nel referendum n. 4, non esiste un dato preciso sul numero totale di lavoratori impiegati. Tuttavia, il comparto dei servizi, che include molte attività legate agli appalti, impiega circa un milione di lavoratori e rappresenta fino al 50% delle gare pubbliche. Inoltre, il settore edilizio, che è fortemente influenzato dagli appalti, conta più di 400.000 lavoratori.

In Italia, i principali sindacati contano complessivamente oltre 15 milioni di iscritti. Ecco una panoramica dei numeri più recenti:

  • CGIL: circa 5,17 milioni di iscritti nel 2024, con una crescita dello 0,45% rispetto all’anno precedente.
  • CISL: circa 4,16 milioni di iscritti nel 2024, con un aumento dell’1,26%.
  • UIL: circa 2,06 milioni di iscritti, con una crescita dell’1,06%.

La CGIL ha registrato una crescita significativa tra i lavoratori under 35 e tra i migranti.

Ora tornando a quanto detto all’inizio e constatato come questo quesito sia non di semplice comprensione a meno che si voti solo sulla fiducia, i numeri che potrebbero essere interessati al sì tra i lavoratori sono quelli riportati sopra. 

Vedremo.

A mio parere serve un radicale cambiamento nella regolazione normativa degli appalti, ma di questo magari con le mie modeste conoscenze ne parlerò in un’altra riflessione.

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25.4.2025

Enrico Mezzetti

QUESTA MATTINA CI SIAMO SVEGLIATI PER FESTEGGIARE  IL 25 APRILE; OGGI  E’ FESTA D’APRILE !

MA , COME SCRIVE LA STORICA MICHELA PONZANI, fra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, in Italia si combatte una “guerra totale”: le popolazioni civili, investite di colpo da un conflitto che usa la violenza in maniera massiccia e indiscriminata, diventano il bersaglio strategico di una guerra terroristica, fra le più crudeli della storia. Rastrellamenti con incendi a case e villaggi, corpi impiccati sulla pubblica piazza a monito della popolazione, torture sui corpi dei prigionieri politici, stragi, deportazioni, razzie e stupri contro le donne. La guerra ai civili è una precisa strategia militare che segue la logica della “terra bruciata”, della guerra “casa per casa”; una tattica di terrorismo preventivo e intimidatorio, utilizzata dalle forze occupanti tedesche per “bonificare” il territorio dalle bande di ribelli e punire i civili che ai partigiani osano dare rifugio, cibo e cure.

  1.  Ma a massacrare civili innocenti ci sono anche tanti italiani: spie, delatori, squadre di brigate nere, reparti della X Mas e militi della Gnr. Sono loro a straziare i corpi di donne, vecchi e bambini nelle operazioni di polizia antipartigiana (oltre 5000 casi censiti dall’Atlante delle stragi nazifasciste): fascisti animati dal culto del sangue e della violenza, da un crudele spirito di vendetta che cresce man mano che la guerra si sente perduta.

OGGI FESTEGGIAMO L’ATTUALITA’ DELLE LOTTE DI RESISTENZA, PERCHE’ L’IMPEGNO PER UNA SOCIETA’ MIGLIORE DEVE CONTINUARE ANCORA OGGI, PERCHE’ SEMPRE NELLE LOTTE (PER IL LAVORO, IL CLIMA, LA PACE, I DIRITTI, LA SALUTE, LA SCUOLA, LA CASA) SI PUO’ TROVARE UNA TRACCIA DEL MOMDO NUOVO SOGNATO OTTANTA ANNI FA.

E QUI, MI COMPRENDERETE SE MI SOFFERMO PER RIVOLGERE UN PENSIERO COMMOSSO A FRANCESCO, AL PAPA DELLA PACE, AL PAPA DELLA CONDANNA DI TUTTE LE GUERRE E DI TUTTI I GENOCIDI  (SENZA DISTINZIONE), AL PAPA DELLA CURA DEL PIANETA COME CASA COMUNE, AL PAPA DELL’IDEA CHE TUTTI I POPOLI SONO UN’UNICA FAMIGLIA,AL PAPA QUINDI DELL’ACCOGLIENZA, AL  PAPA DEI MIGRANTI.

IO CREDO CHE NEL MONDO LAICO E DEMOCRATICO (QUALE IL NOSTRO, APERTO A CREDENTI E NON CREDENTI) NON VI E’ MAI STATO UN PAPA COSI’ ASCOLTATO, COSI’ LETTO, COSI’ AMATO COME FRANCESCO. 

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LA RESISTENZA ANTIFASCISTA NON E’ UN CAPITOLO CHIUSO DELLA STORIA, MA UN IMPEGNO QUOTIDIANO.

PER  QUESTO E’ SEMPRE PIU’ IMPORTANTE PORTARE IN PIAZZA QUESTI VALORI CHE, RICORDIAMOCELO, NON SONO IRREVERSIBILI E CIOE’ ACQUISITI UNA VOLTA PER TUTTE, MA CHE ANZI VENGONO CONTINUAMENTE MESSI IN PERICOLO DA FORZE OSCURE DELLA STORIA CHE ALIMENTANO GUERRE AI CIVILI, NAZIONALISMI, FASCISMI, RAZZISMI.

LA COSTITUZIONE, CHE E’  LA MIRABILE  SINTESI  DELLE  CULTURE PORTANTI DELLA RESISTENZA ; LA COSTITUZIONE, IN CUI QUEI SOGNI SI SONO TRADOTTI IN UN PROGETTO DI TRASFORMAZIONE DELLA NOSTRA SOCIETA’; “LA COSTITUZIONE ( DICO IO, CITANDO PIERO CALAMANDREI) E’ UN PEZZO DI CARTA: LA LASCIO  CADERE E NON SI MUOVE. PERCHE’ SI MUOVA BISOGNA OGNI GIORNO RIMETTERCI DENTRO IL COMBUSTIBILE, BISOGNA METTERCI DENTRO L’IMPEGNO, LA VOLONTA’ DI MANTENERE QUESTE PROMESSE, LA PROPRIA RESPONSABILITA’ “.

“PER QUESTO, AGGIUNGEVA CALAMANDREI, UNA DELLE OFFESE CHE SI FANNO ALLA COSTITUZIONE E’ L’INDIFFERENTISMO POLITICO”; ANCHE CALAMANDREI QUINDI , COME UN GRANDE MARTIRE VITTIMA DEL FASCISMO,  DETESTAVA L’INDIFFERENZA.

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MA, IN SINTESI, SUL PIANO IDEOLOGICO E CULTURALE, CHE COSA E’ STATO IL FASCISMO (E CHE COSA E’ IL NEOFASCISMO IN TUTTE LE SUE VARIANTI)?

DICEVA UMBERTO ECO CHE “MUSSOLINI NON AVEVA NESSUNA FILOSOFIA: AVEVA SOLO UNA RETORICA…UN MODO DI DIRE LE COSE”, NON E’ UNA DOTTRINA COERENTE, MAUN METODO DI GESTIONE DEL POTERE; LA POLITICA COME GOVERNO AUTORITARIO DELLA SOCIETA’. IL  FASCISMO E’ UN VUOTO CHE DICE TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO E PER QUESTO E’ IN GRADO DI MUTARE, DI ADATTARSI AI TEMPI PERCHE’ NON CONOSCE IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE.

AD ESEMPIO, TRA LE FORME ISTITUZIONALI ACCETTATE DAL FASCISMO, IL REPUBBLICANESIMO, A TRATTI ADDIRITTURA L’ANARCHISMO, POI LA MONARCHIA E INFINE DI NUOVO IL REPUBBLICANESIMO (MA CON SIMPATIE MONARCHICHE, COME A VITERBO QUANDO PRETENDEVANO A FINE ANNI NOVANTA DEL SECOLO SCORSO DI CANCELLARE PIAZZALE GRAMSCI PER RIPRISTINARE  PIAZZALE UMBERTO PRIMO).

TRA LE DOTTRINE ECONOMICHE IL FASCISMO SI E’ PROFESSATO NEL TEMPO “SOCIALISTEGGIANTE”, LIBERALE, CAPITALISTA PER POI INVENTARSI LA COSIDDETTA “TERZA VIA” TRA CAPITALISMO E SOCIALISMO, IL CORPORATIVISMO, CHE NIENT’ALTRO ERA SE NON UN TENTATIVO DI IRREGGIMENTARE LE FORZE SOCIALI PER FAVORIRE IL GRANDE CAPITALE DA SEMPRE AMICO DI MUSSOLINI.

IL FASCISMO ERA ATEO, POI AGNOSTICO, POI CATTOLICO NEI VALORI RELIGIOSI.

FERVENTE SOSTENITORE DELLA FAMIGLIA TRADIZIONALE E  CONTEMPORANEAMENTE ESALTATORE DI UN CERTO MASCHIO LIBERTINISMO SIA DURANTE IL VENTENNIO, SIA DOPO E NEL PRESENTE,  IL TUTTO LONTANO DAL CONCETTO DI COERENZA: ALMIRANTE CHE SOSTIENE LA CAMPAGNA CONTRO IL DIVORZIO IN ITALIA DA DIVORZIATO IN BRASILE.

MUSSOLINI CHE NEL SETTEMBRE 1911 PARTECIP0′ AD UNA MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA DI LIBIA E DEFINI’ l’impresa coloniale africana di Giovanni Giolitti un «atto di brigantaggio internazionale»; DEFINI’ il tricolore «uno straccio da piantare su un mucchio di letame» E’ LO STESSO MUSSOLINI DELLA POLITICA COLONIALE,  DELLA FONDAZIONE DELL’IMPERO , DEI CRIMINI IN  LIBIA E IN ETIOPIA .

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TUTTAVIA, NEL MARASMA DELLE SUE DISINVOLTE  CONTRADDIZIONI,  C’E’ (COME LUCIDAMENTE AFFERMA  LUCIANO CANFORA) UN  NUCLEO PROFONDO DEI FASCISMI  IN TUTTE LE LORO FORME, E QUESTO NUCLEO PROFONDO DEI FASCISMI  E’ IL RAZZISMO, IL SUPREMATISMO BIANCO, L’IDEA DI ESSERE UN POPOLO SUPERIORE: IL NAZIONALISMO OCCIDENTALE.

OSSERVA ALESSANDRO PORTELLI  CHE “DOPO TUTTO, QUANDO PARLIAMO DI OCCIDENTE NON PARLIAMO DI GEOGRAFIA (DAKAR, LA CAPITALE DEL SENEGAL, E’ MOLTO PIU’ AD OCCIDENTE DI ROMA), MA DI RAZZA: L’OCCIDENTE DI CUI PARLIAMO COINCIDE SOSTANZIALMENTE CON LA RAZZA BIANCA”.

QUESTO OCCIDENTE HA PRODOTTO, SI, L’ILLUMINISMO,  I MOZART, I KANT, GLI HEGEL, I BEATLES, LEOPARDI, MANZONI, PASOLINI ETC. MA QUESTA CULTURA HA GENERATO ANCHE I CAMPI DI STERMINIO, HA generato AUSCHWITZ, PERCHE’ SOLO L’OCCIDENTE E’ STATO CAPACE DI IMMAGINARE LA SHOAH E DI REALIZZARLA. NON CI DOBBIAMO SCORDARE ( LIMITANDO LA NOSTRA MEMORIA A POCO PIU’ DEGLI ULTIMI CENTO ANNI ) DEI GENOCIDI DEL CONGO BELGA, DEGLI HERERO DELLA NAMIBIA, DI DEBRA LIBANOS…E DI GAZA. 

E’ L’OCCIDENTE CHE HA GENERATO GLI HITLER ED I MUSSOLINI

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E’ CON LA CONSAPEVOLEZZA DEI RISORGENTI RAZZISMI, FASCISMI, GUERRE,  GENOCIDI CHE RIEMERGE L’ATTUALITA’ DELLA VISIONE del Manifesto di Ventotene e dei valori della Costituzione italiana; PERCHE’ E’ URGENTE una profonda riforma dell’Unione Europea, incardinata sui principi della pace, della democrazia, del lavoro, di un sostanziale cambiamento del sistema economico sociale che ha portato l’Unione alla pesantissima crisi in corso.

MARIANO BURATTI NELL’ ESTATE DEL 1943 RIFLETTEVA CON ALCUNI DEI PROPRI STUDENTI ( E QUESTO CE LO RICORDA IL SUO ALLIEVO ALDO LATERZA CHE IN TUTTA LA SUA VITA SI E’ IMPEGNATO A MANTENERE VIVA LA MEMORIA DI BURATTI) SULLA EUROPA DEL FUTURO, SULLA EUROPA DELLA PACE A VENIRE, CON UNA SINGOLARE SINTONIA CON LE RIFLESSIONI DEGLI UOMINI DI VENTOTENE.

MA CHI ERANO GLI UOMINI DI VENTOTENE, QUELLI CHE IL REGIME FASCISTA INVIO’ “IN VILLEGGIATURA” A VENTOTENE?

 -Ernesto Rossi -Giustizia e Libertà- lo arrestarono a scuola mentre faceva lezione (30 ottobre 1930),. Il tribunale speciale per la difesa dello Stato gli inflisse 20 anni di carcere. Dopo nove anni di carcere fu inviato al confino a Ventotene.

A sua volta Altiero Spinelli fu arrestato il 3 giugno 1927 (non aveva ancora compiuto 20 anni) e condannato dal Tribunale Speciale  a  16 anni e otto mesi di carcere. Dopo dieci anni di carcere ( tra cui, due anni nelle carceri di  Viterbo 1931-1932)  fu inviato al confino, prima a Ponza, poi a Ventotene).

Eugenio Colorni, FILOSOFO E POLITICO ANTIFASCISTA, ucciso nel 1944 DA PARTE DI SQUADRISTI DELLA FAMIGERATA BANDA KOCH.

«Spinelli era comunista, Colorni era socialista e Ernesto Rossi liberale. Insieme, ERA IL 1941, partendo da tre posizioni diverse, hanno pensato a una soluzione che potesse far uscire l’Europa dalla situazione in cui si trovava, hanno cercato un modo per combattere i nazionalismi e preparare un avvenire comune per l’Europa.

CRITICA AL NAZIONALISMO ED AL CONSEGUENTE MILITARISMO

“LO STATO NAZIONALE E’ ORGANICAMENTE INADATTO A VEDERE GLI INTERESSI DI TUTTI GLI UOMINI. MILLE E UNA OCCASIONE SI PRESENTEREBBERO AD OGNI ISTANTE, NELLE QUALI L’INTERESSE DI PARTICOLARI GRUPPI GEOGRAFICI SAREBBE MEGLIO FAVORITO DANNEGGIANDO ANZICHE’ RISPETTANDO L’INTERESSE DI TUTTI GLI ALTRI PAESI. (PRIMA IO !)

NULLA ESISTEREBBE CHE POTREBBE TRATTENERE DALL’IMBOCCARE QUELLA STRADA.

MA UNA VOLTA PRESA, DIVENTEREBBE PRESSOCHE’ IMPOSSIBILE TIRARSI FUORI DALL’INGRANAGGIO CHE IMPONE AD OGNI STATO DI DIFENDERE GLI INTERESSI LESI DAGLI ABUSI ALTRUI, RICORRENDO ALFINE ALLA FORZA PER FARLI VALERE.”        IL MANIFESTO DI VENTOTENE (pg. 41 slittamento verso il militarismo).

SONO QUESTI I VALORI CHE HANNO CONSENTITO ALL’EUROPA DECENNI E DECENNI DI PACE.

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LA PROPRIETA’ PRIVATA DEVE ESSERE ABOLITA, LIMITATA CORRETTA, ESTESA CASO PER CASO, NON DOGMATICAMENTE IN LINEA DI PRINCIPIO (ERNESTO ROSSI -MANIFESTO VENTOTENE).

QUESTA PARTE FU SCRITTA DAL LIBERALE ERNESTO ROSSI ED E’  POI STATA TRASFUSA NEGLI ARTICOLI 42, 43, 44 DELLA NOSTRA COSTITUZIONE

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LA PACE E LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI CHE DI PACE E DI CRIMINI DI GUERRA SI OCCUPANO

  1. Articolo 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

No alla guerra, non al coinvolgimento sotto qualsiasi forma alla guerra e no alla delegittimazione degli organismi internazionali quali l’Onu TRA I CUI  obiettivi principali vi  è il mantenimento della pace; NO ALLA DELEGITTIMAZIONE DELLA CORTE  PENALE INTERNAZIONALE

  LA CUI COMPETENZA CONCERNE i crimini DI genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra  il crimine di aggressione (art. 5, par. 1, Statuto di Roma). 

NO ALLA LORO DELEGITTIMAZIONE

VIVA L’ITALIA ANTIFASCISTA

VIVA L’EUROPA ANTIFASCISTA

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14.4.2025

Riccardo Infantino

Democrazia conforme

Acculturandomi, da ignorante quale sono, sulla grande stampa e sui media ufficiali, sto finalmente imparando anche io cosa sia la democrazia conforme.Quando ho formulata questa coppia di vocaboli ho pensato fosse un ossimoro, due cose opposte, come il gelido fuoco, ma poi…poi ho realizzato che:

– a cosa serve il dissenso (che nella vecchia democrazia era uno dei pilastri del suo funzionamento e della sua evoluzione), meglio allinearsi in un sistema di regole fisse ed immutabili nel tempo, garantiscono stabilità e sicurezza?

– se non venisse prima di tutto la sicurezza, anche prima della libertà (nella vecchia interpretazione della Costituzione era l’esatto contrario, se ricordo bene), come faremmo a sentirci tranquilli e protetti da ogni nemico passato, presente ed anche futuro?

– chi bussa alle nostre porte, che vuole, che intenzioni ha (sempre nella vecchia interpretazione della Costituzione uno dei pilastri della democrazia era la solidarietà e l’accoglienza)…meglio deport…ehm, trasferirlo in un luogo non luogo all’estero, con le mani legate per maggior sicurezza, non si può mai sapere…

– ma soprattutto, come non fidarsi di personaggi politici che, con decisione e rapidità, magari fuori dagli spazi deputati alla politica, indica quali sono le azioni da perseguire per garantire al paese sicurezza (e dai…), stabilità, progresso economico e tranquillità per gli italiani (ma non era scritto nel dettato costituzionale che l’Italia è una repubblica parlamentare, e dunque sono i due rami delle camere a decidere, e non il volontarismo di una singola persona)?

A questo punto mi sorge un dubbio, davvero grande: se è vero che democrazia è, di fronte alle alternative proposte A e B, capire che vuoi scegliere C (che magari hai proposto tu), allora si può parlare ancora di governo dei cittadini e del popolo attraverso i rappresentanti in Parlamento?

Saluti più che antifascisti a tutt*

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27.3.2025

RICCARDO INFANTINO

Ottanta voglia di resistere

Si, lo ammetto, mi piacciono da morire i giochi di parole, soprattutto quelli che riguardano la Costituzione ed i modi per difenderla.

Un pochino invidio chi è nato nel 1945, perché in qualche modo è entrato nel mondo in un momento di svolta profonda, ha respirata un’aria di cambiamento e di voglia di superare le pastoie del ventennio fascista, ma soprattutto credo che abbia incorporato nel DNA il vocabolo resistenza.

Lo scrivo in minuscolo perché la Resistenza – quella antifascista alla quale dobbiamo la nostra carta costituzionale – è solo una tra quelle che si possono realizzare per, almeno, cercare di cambiare le cose.

Sono grato all’ANPI perché nel decennio della sua frequentazione ho avuto un bell’esempio di come il resistere (Borrelli avrebbe detto: resistere, resistere, resistere) abbia alla base una predisposizione all’ascolto e la disponibilità al cambiamento.

Le due cose sembrano in contraddizione – in teoria non si potrebbe coniugare una opposizione di resistenza ad una propensione ad ascoltare chi sostiene ciò contro cui vuoi resistere – ma non è proprio così.

Ho avuto modo di constatare, attraverso il mio lavoro di insegnante a contatto ormai troppo spesso con ragazzi sedotti dal modello dell’uomo mussoliniano, o forte che dir si voglia, che farli parlare assumendo un atteggiamento di rispetto per la loro persona e di critica per ciò che professano può portare a farli non dico ragionare, ma quantomeno dubitare delle loro incrollabili certezze con le quali vorrebbero spezzare le reni non solo alla Grecia, ma al mondo intero.

Ho maturata questa posizione che potrebbe essere facilmente definita utopistica dopo aver visto negli anni Settanta del Movimento e della Repressione di Stato tanta, troppa violenza, che ha generato come risultato una nuovo aumento delle restrizioni delle libertà democratiche, processo che oggi, nel nostro presente, vive forse la sua fase più acuta (in vista dell’approvazione del ddl sicurezza che, di fatto, censurerà la possibilità di manifestare e dissentire).

Resistere forse vuol dire tentare (l’impossibile?) il dimostrare con la fermezza delle proprie convinzioni (e la duttilità nell’accettare di confrontarle) la pericolosa intransigenza del pensiero fascista, che prima ancora del manganello fisico utilizza quello delle parole per negare ogni e qualsiasi possibilità di una visione diversa della realtà, offrendo una facile ed illusoria stabilità morale, sociale e politica.

Se è vero che a forza di colpi anche il metallo più duro si piega magari una incrinatura nel muro di cemento armato del credere – obbedire – combattere (o comprare, sarebbe meglio dire ai nostri giorni) potremmo provocarla; per il resto, come è già avvenuto, ci viene in aiuto la Storia, che mostra impietosamente come il re sia nudo, e come gli incrollabili e granitici ideali di forza e prosperità siano inesistenti come il vestito che non indossa.

Speriamo.


Saluti antifascisti ancora più intensi a tutt*

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14.3.2025

Piero2

Piero Belli

IL CASO RUSSIA E IL RIARMO DELL’EUROPA

Il generale Marco Bertolini, Generale di Corpo d’Armata e presidente dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, ha espresso la sua opinione sulla situazione attuale. Bertolini ha ricoperto numerosi incarichi in teatri operativi come Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan, rendendolo uno dei massimi esperti in conflitti geopolitici e militari.

Ecco cosa pensa della situazione attuale:

“Rendiamocene conto prima, soprattutto per il bene dei nostri figli e di chi verrà dopo di noi, perché dopo sarà troppo tardi. L’Unione Europea di Ventotene, di Spinelli e della Pace, non esiste più, se mai fosse esistita. È morta con il sostegno guerrafondaio dato all’Ucraina e con la guerra contro la Federazione Russa.

Il Regno Unito, dopo aver lasciato l’Europa unita con un referendum, ora vuole guidare i restanti Paesi europei in guerra per realizzare il suo obiettivo storico: distruggere la Russia, smembrarla in piccoli Stati vassalli e depredarne le immense risorse con il suo spirito colonialista.

Le élite europee, dimentiche delle catastrofi passate, oggi vorrebbero attaccare nuovamente la Russia, portando guerra e distruzione in Europa. Il paradosso è che questa guerra è voluta da coloro che hanno sempre parlato di pace, libertà e democrazia, proprio mentre USA e Federazione Russa stanno trovando un accordo di pace. Falsi, più falsi di una banconota da 1 euro.

Spero vivamente che questa orribile Unione Europea, oligarchica, guerrafondaia, autoritaria e antipopolare, fallisca presto e che Stati veramente sovrani trovino forme di collaborazione e cooperazione diverse, tendenti alla pace e al benessere sociale ed economico dei loro cittadini.”

Letto ciò, mi viene da pensare: si è di sinistra perché tutto quello che viene detto da destra è sbagliato? La frase “Rendiamocene conto prima, soprattutto per il bene dei nostri figli e di chi verrà dopo di noi, perché dopo sarà troppo tardi” non mi sembra ideologica, ma solo di buon senso, condivisibile da tutti.

La frase successiva: “L’Unione Europea di Ventotene, di Spinelli e della Pace, non esiste più, se mai fosse esistita” non mi sembra un pensiero di destra. L’Unione Europea che conosco è unita sui mercati e sulla moneta, ma non sui diritti sociali, sui salari e sulla sanità.

Quando dice “È morta con il sostegno guerrafondaio dato all’Ucraina e con la guerra contro la Federazione Russa”, mi sembra che il generale, pur essendo di destra, esprima un pensiero di sinistra.

Il paradosso è che questa guerra è voluta da coloro che hanno sempre parlato di pace, libertà e democrazia, proprio mentre USA e Federazione Russa stanno trovando un accordo di pace. Qui sia la destra che la sinistra hanno sempre tenuto il piede in due staffe, pace e invio armi, seguendo il pensiero filoamericano dell’amministrazione Biden.

Infine, “Spero vivamente che questa orribile Unione Europea, oligarchica, guerrafondaia, autoritaria e antipopolare, fallisca presto e che Stati veramente sovrani trovino forme di collaborazione e cooperazione diverse, tendenti alla pace e al benessere sociale ed economico dei loro cittadini.”

Anche io vorrei questa Europa.

Riporto solo per chiarire meglio, di far parte di un’associazione che si esprime in questo modo: “L’idea di Europa nata dalle macerie della seconda guerra mondiale, dalla sconfitta del nazifascismo, dal manifesto di Ventotene, era quella dell’unità europea fondata sulla democrazia, sulla pace, sul lavoro. Questa idea è oggi clamorosamente tradita dal piano ReArm Europe proposto da Ursula von der Leyen. Il riarmo degli Stati fomenta e rafforza i nazionalismi, che sono la negazione dell’idea stessa di unione europea. La riconversione dell’industria automobilistica in industria di guerra, una banca di guerra, un’economia di guerra, vuol dire prepararsi alla terza guerra mondiale. Destinare 800 miliardi agli armamenti vuol dire dare un colpo mortale all’Europa sociale, cioè al diritto all’istruzione e alla sanità pubblica, alla tutela dei salari e delle pensioni, ai servizi, al sostegno alle famiglie.”

Insomma, alla fine l’ANPI partecipa alla manifestazione del 15 marzo nata per sostenere l’Ucraina e per scoraggiare, attraverso il riarmo dell’Unione, una possibile invasione di tutta l’Europa dall’aggressore russo. Si naviga a vista sfruttando le correnti un po’ di destra e un po’ di sinistra.

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2.3.2025

RICCARDO INFANTINO

Le parole al potere

 La civiltà o la barbarie di una nazione o di un continente si riconosce dall’uso che fa di alcune parole che riguardano il definire se stessa in relazione a chi non è dentro i suoi confini e magari vuole entrarci.

Vorrei proporre un elenco di vocaboli suscettibili di un uso spesso molteplice, quando non addirittura ambiguo.

Astensione: in senso alimentare potrebbe significare non mangiare (o limitarne la quantità) cibi potenzialmente dannosi; in senso elettorale rinunciare ad esprimere il proprio parere attraverso il voto, tanto sono tutti uguali (e poi qualcun altro deciderà per noi, contenti?)

Consenso: in senso generale dire di sì; il punto fondamentale è come si arriva all’assenso, con raziocinio o di pancia (ascoltando e dando retta a qualcuno che espone in modo magari urlato le proprie tesi)

Legalità: anche qui una ambiguità di fondo: quando è che una legge andrebbe rispettata, è facile dire quando non viola i diritti umani e costituzionali. Se fosse così avremmo il coraggio di trasgredirla affrontandone le conseguenze?

Resistenza: passiva o attiva? La resistenza passiva presuppone una capacità di sopportazione quasi illimitata, compreso il pensare che non agire in modo diverso non porti risultati contro chi non osserva i diritti minimi, ma perseverare nella condotta di non reazione La resistenza attiva non implica necessariamente una risposta violenta ad una offesa (cosa estremamente difficile, data l’aggressività connaturata al genere umano), quanto piuttosto presuppone una spinta positiva e propositiva anche verso chi ti fa del male, per cambiare le sue concezioni (ci si riesce prima o poi?)

Diritti: grande parola, sancita perfino nella Costituzione e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sottoscritta anche dall’Italia. Siamo sicuri però di rispettare, nel quotidiano (quello è il luogo dove si cambiano davvero le cose), i diritti altrui?

Democrazia: la parola più difficile, nel definirla come nell’applicarla; cosa sia democratico e cosa no ancora non è ben chiaro, per ora abbiamo solo le definizioni da manuale giuridico (governo del popolo, conciliazione dei bisogni comuni con quelli di ogni individuo, e via dicendo), ma come sempre avviene la teoria non di rado risulta di non facile applicazione pratica.
Forse potrebbe essere l’atteggiamento di rispetto di ognuno verso gli altri e viceversa…ottimo sistema per cercare di evitare i conflitti di interesse, così in voga in questi ultimi venti anni.

…si accettano proposte di altri vocaboli.

Saluti antifascisti a tutt*

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25.1.2025

RICCARDO INFANTINO

Se questo è un uomo

Molto indegnamente parafraso di getto

Se questo è un uomo che sfida la morte su un barcone ammassato con altri che si nutrono di disperazione

che viene trattenuto in un centro di permanenza e rimpatrio in attesa di sapere se sia o no un delinquente

che viene minacciato da politici che estraggono consensi tirandoli fuori dalla sua carne sofferente e dalla sua anima lacerata e incattivita

che non potrebbe comunicare con nessuno, i propri figli, le altre persone, le istituzioni che dovrebbero “regolarizzarlo”, perché non può avere una SIM telefonica se non in regola con il permesso di soggiorno

che viene escluso dagli affitti perché immigrato

che viene bollato come pericoloso solo perché formato ad una cultura diversa

che viene trascinato in catene su di un cargo militare con il solo scopo di dare un terribile esempio

ma soprattutto: è un uomo chi fa tutto questo ad altri uomini come lui?

Saluti antifascisti a tutt*

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Quindi, cosa possiamo fare? 

Non è la prima volta che succede quello che Riccardo ci  ricorda. Negli articoli dei giornali, nei commenti sui fatti accaduti si leggono sempre queste tipi di frasi :1. Spargere la voce: condividere informazioni vere sulle violazioni dei diritti umani può rendere la società più consapevole. 2.Sensibilizzare: unisciti alle proteste, firma petizioni e supporta i gruppi che lottano per i diritti umani. 3. Aiutare chi è nel bisogno**: offri supporto a chi subisce discriminazione e violenza. 4. Incoraggiare il dialogo: cerca di comprendere prospettive diverse. Aiuta a creare connessioni. La lotta per la giustizia e l’uguaglianza è dura, ma non dovremmo mai perdere la speranza. Ogni piccola azione conta per un mondo migliore per tutti.

Ecco sono anni che leggo queste frasi, ma si continua a peggiorare, forse non sarà l’umanità a salvare il mondo…

Piero Belli

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15.1.2025

RICCARDO INFANTINO

Un inedito tecnototalitarismo

Non mancano nella letteratura e nel cinema le visioni distopiche di una società retta, o meglio incatenata da un nuovo totalitarismo, quello tecnologico: i due capisaldi di questa pessimistica visione potrebbero essere 1984 di George Orwell – che prevede il dominio attraverso la televisione – e Matrix, la soggezione attuata dalla Intelligenza Artificiale sugli esseri umani, incapsulati in un mondo virtuale che nasconde la realtà effettiva, brutale e degradata.

Da buon appassionato di fantascienza – e guarda caso le proiezioni nel futuro non sono quasi mai ottimistiche – sono partito da questi due notissimi romanzi (e relativi film) per una assai partigiana riflessione sulla pervasività della tecnologia a scapito degli esseri umani; Pasolini definiva la televisione il mezzo antidemocratico per eccellenza (lo dichiarò in una intervista alla RAI del tempo che fu), accanto a Popper, per il quale è la cattiva maestra per definizione.

Il vedere attraverso uno schermo non ti da, in effetti, la reale percezione di quello che è la autentica realtà, o almeno la esperienza diretta tua che elabori e che ti porta a determinate conclusioni, ma vieni in qualche modo imboccato con un cibo predigerito ed assimilato secondo le intenzioni di chi te lo offre: il vocabolo antifascismo è divisivo (e dunque dal video si consiglia di non usarlo), non è corretto, oggi, utilizzare l’espressione genocidio, non ci siamo con i numeri, ma soprattutto tu spettatore ti devi fidare di chi parla da uno schermo, ne sa di certo più di te, quindi perché dovrebbe imbrogliarti?

Il bello di tutto questo è che la gran parte di noi vede la realtà in forma video mediata, non di rado rinunciando ad un raffronto con fonti di informazione divergenti; questo discorso vale, ovviamente, tanto per i grossi network pubblici che per le emittenti in concorrenza con RAI e Mediaset tanto per non fare nomi.

Nella Rete (internet) la situazione è apparentemente l’esatto opposto: sei di fronte ad una infinita frammentazione delle informazioni, una totale polverizzazione di qualsiasi cosa proveniente da qualsiasi fonte, ma l’effetto finale è lo stesso, alla fine sei tentato di usufruire del canale che ti sembra più affidabile, solo di quello, almeno ti togli dalla mente la confusione generata dalla overdose di informazioni.

Il principio del tecno totalitarismo potrebbe essere proprio questo: la seduzione di un prodotto confezionato in modo da raggiungerti in forma al tempo stesso autorevole e confidenziale, un abbraccio che ti frena ma che al tempo stesso tu cerchi perché l’orizzonte unico che ti offre ti ispira sicurezza…e allora perché voler guardare oltre?

Stessa cosa le applicazioni per gli smartphone, che ti ammaliano con il loro nome abbreviato in App, ne trovi praticamente una per ogni cosa…anche tutte quelle che potresti fare con il tuo cervello; oltre a questo hanno la pessima abitudine di mandare in giro i tuoi dati, quelli che la attuale rigogliosa legge sulla tutela della privacy dovrebbe proteggere da corporation planetarie e governi ficcanaso.

Come contrastare, allora, questa subdola e pervasiva intrusione che arriva fino al nostro privato, come organizzare una nuova resistenza digitale che sia in grado di opporsi al nuovo tecnototalitarismo?Si accettano idee, pareri e consigli.
Saluti antifascisti a tutt*

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Oscar Wilde diceva che il miglior modo di resistere ad una tentazione è quello di cedervi. In questo caso resistere al progresso che avanza non si è mai visto se non forse, qualche volta attraverso un rallentamento. Siamo in un cambiamento epocale forse il cambiamento più radicale nella storia dell’umanità almeno quella ufficiale. Resistere all’avvicendamento dei robot non più con funzioni limitate come li abbiamo conosciuti in questi ultimi 50 anni ma, grazie all’ Intelligenza artificiale, le loro funzioni copriranno una grande quantità di attività svolte finora dall’ “homo”. Siamo ad un bivio il futuro è tracciato, resta da capire se saremo protagonisti o comparse.

Piero Belli

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8.1.2025

RICCARDO INFANTINO

 Fenomeno emergenziale e fenomeno strutturale

Nella calza della Befana mi sono ritrovato uno spunto di riflessione assai pragmatico (del resto chi è o è stato, come me, nell’ANPI per diverso tempo acquista la qualifica di antifascista di strada), ispirato dai recentissimi provvedimenti che dovrebbero essere adottati nei confronti dei migranti, quali ad esempio il divieto di possedere una SIM telefonica o di accedere a presenti e future zone rosse se non in regola con il permesso di soggiorno (ma in quest’ultimo caso vige la discrezionalità della forza pubblica).

Se volessimo definire (le parole utilizzate sono importanti, esprimono una concezione del mondo ben precisa) un fenomeno emergenziale potremmo parlare di una condizione che esula dalla normalità per un periodo limitato, proprio perché ha alle spalle un fatto, una circostanza che per sua natura è destinata a finire in un tempo più o meno breve o lungo, come ci ha dimostrata la pandemia di Covid ormai alle spalle.

Tale condizione può presupporre, in caso di necessità, una parziale modifica della vita quotidiana di ognuno, compresa una sua limitazione in misura accettabile, tale cioè da non compromettere in modo sostanziale i diritti fondamentali.

Terminata la temporanea emergenza tutto dovrebbe tornare come prima: di nuovo si può vivere a pieno regime, osservando i consueti doveri di cittadino ed usufruendo senza limitazioni dei diritti fondamentali di cui sopra.

Andando invece a curiosare su cosa sia un fenomeno strutturale osserviamo che si intende un processo in grado di modificare definitivamente ed alla fine integrarsi con uno stato di cose preesistente: un agente esterno che alla fine diviene parte del sistema che lui stesso ha contribuito a cambiare.

Il grosso equivoco sulla migrazione forse risiede proprio nel considerare fenomeno emergenziale n qualcosa di strutturale, finendo con l’adottare criteri di gestione non adatti ed in alcuni casi dannosi per il rispetto della persona umana e delle sue libertà fondamentali.

Non è banale ricordare che le migrazioni, da quando eravamo Homo Erectus, costituiscono da sempre il motore della Storia, si potrebbero fornire esempi molteplici; allora perché gestire un qualcosa di strutturale – prevedendo leggi, procedure, strutture ma prima ancora forme mentali che lo incanalino e lo regolino integrandolo – come una emergenza pericolosa, che prevede anche l’uso della forza ed il contenimento delle libertà personali, in attesa che passi in un tempo più o meno breve?

Se il Novecento è stato il secolo breve il Duemila verrà ricordato come quello delle emergenze una dopo l’altra: quella del Covid, quella dei migranti, quella di…(continuate voi); vorrei fare una domanda impertinente e un pochino feroce: a che scopo mantenere uno stato di emergenza che soppianti la normalità, con le limitazioni invocate e presentate come inevitabili, dove si pensa di arrivare?

Tornando ai migranti il vietare loro di possedere una SIM telefonica li taglierà fuori da tutto, in particolare dalle strutture pubbliche che provvedono alla regolarizzazione dei permessi di soggiorno, dalle scuole dove nel frattempo andranno i figli di questi “irregolari”; il vietare (sempre a discrezione) l’accesso a determinate zone dichiarate proibite potrebbe, tanto per essere “complottisti” (come usa dire oggi), impedire ad esempio la possibilità di ricevere aiuti da istituzioni quali Caritas ed ONG, le cui sedi di accoglienza non di rado si trovano vicino a stazioni ferroviarie o punti di grande transito.

Varrebbe la pena di porci qualche seria domanda, ed agire di conseguenza.

Saluti antifascisti a tutt*

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2.1.2025

RICCARDO INFANTINO

 La necessità di tornare umani

“Perché il futuro dell’umanità dipende dall’umanità, cioè anche da noi, così è stato ieri con i partigiani.”
In questo primo giorno del 2025 sono andato a rileggere il discorso del presidente Pagliarulo a proposito degli 80 anni dell’ANPI, e il collegare il presente (il futuro dell’umanità) al passato (così è stato ieri con i partigiani) mi ha fatto scattare qualcosa dentro.
In un tempo remoto il filosofo Diogene, noto più per il suo modo di vivere fuori dagli schemi (leggenda vuole che avesse una botte per casa) che per il suo pensiero, fosse solito provocare i suoi concittadini andando in giro con una lampada accesa, dicendo di cercare un essere umano degno di questo nome.

Confesso che la tentazione di emulare tale dissacrante e provocatorio (ma il libero pensiero serve a questo, o no?) atteggiamento mi sfiora spesso in questo periodo di fanfare mediatiche belliciste e di pulizia etnica, che sembrano aver posto lontano dalla luce della lampada l’essere usano in quanto tale.

Vittorio Arrigoni, testimone della brutalità contro i civili palestinesi, concludeva sempre ogni articolo che in qualche modo riusciva ad inviare al Manifesto con la frase “Restiamo umani”; forse è questa la maggiore difficoltà del nostro tempo, conservare quella concezione di sacralità della persona, chiunque essa sia, ed agire conseguentemente cercando quella parte umana che magari è stata seppellita sotto detriti quali il razzismo, il pensiero unico di stampo nazifascista, il tacere di fronte ad eventi e comportamenti che ledono in modo profondo la dignità.

Il futuro dell’umanità dipende dalla umanità, ci ricorda il presidente Pagliarulo: dobbiamo intenderlo come la necessità di uno sforzo collettivo di riappropriazione della solidarietà e del rispetto del prossimo, perché solo se si è massa critica si cambiano le cose nel quotidiano, e a quel punto, quasi in un effetto a cascata, si cambia la Storia.
Far finta di niente di fronte a ciò che sta succedendo intorno a noi pone le basi per istituzionalizzare le diseguaglianze, e a quel punto, come ci ricorda Primo Levi (che di persecuzioni se ne intendeva) il punto di arrivo neanche troppo lontano è il lager.


In realtà la priorità, in questo momento, è quella di tornare umani, ricominciare ad agire (il solo pensiero non basta, è importante ma non funziona se non ha una ricaduta nella pratica) scavalcando i discorsi emergenziali e di sospetto nei confronti di chi non è “dei nostri”, e solo allora potremo restare umani.

Del resto l’articolo 2 della Costituzione recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. “.

Con il sostantivo Repubblica si intendeva (e qui il richiamo alla Resistenza) e si intende tutti quelli che si trovano nel nostro paese, italiani o meno, senza distinzione alcuna (e forse anche per questo avrebbe dovuto essere il primo articolo della carta costituzionale), perché una goccia d’acqua di per sé è assai poco, ma tante gocce formano un mare.

Auguri e saluti antifascisti a tutt*

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