Didomenica di pace

Che il 2026 sia l’anno della pace

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Associazione Giovani Magistrati 23 Marzo 2026 – Grazie

Riccardo Infantino 22 Marzo 2026 – È ora, è ora

Piero Belli 22 Marzo 2026 – La Corruzione come Sistema Operativo: L’Eclissi del Pubblico

Piero Belli 15 Marzo 2026 – Il furto della solidarietà nell’era digitale

Associazione Giovani Magistrati 13 Marzo 2026 – Riforma della magistratura: a cosa serve davvero

Riccardo Infantino 8 Marzo 2026 – Ma allora sono antisemita e non lo sapevo?

Piero Belli 8 Marzo 2026 – L’IA come accelerante d’odio e arma di truffa

Riccardo Infantino 1 Marzo 2026 – La protesta silente

Piero Belli 22 Febbraio 2026 – La nostra rabbia, un’arma del potere

Piero Belli 15 Febbraio 2026 – Dalla coscienza al riflesso meccanico

Riccardo Infantino 8 Febbraio 2026 – Riflessioni sparse sugli ultimi eventi

Gabriele Busti 2 Febbraio 2026 – Disumanizzazione

Piero Belli 1 Febbraio 2026 – Scuola, modelli e disumanizzazione: il Paese che non sa più educare

Piero Belli 25 Gennaio 2026 – Giustizia sotto pressione: tra protezione dei testimoni, decreto sicurezza e separazione delle carriere cresce il timore di uno squilibrio sistemico

Riccardo Infantino 17 Gennaio 2026 – I dilemmi del cittadino comune

Piero Belli 17 Gennaio 2026 – Giro girotondo, gira il mondo, arriva la guerra, tutti giù per terra!

Piero Belli 11 Gennaio 2026 – L’Europa al Bivio: Verso una “Neutralità Attiva” per Salvare l’Umanità

Riccardo Infantino 4 Gennaio 2026 – Tempi di autoresistenza

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23-03-2026

Associazione Giovani Magistrati

Grazie.

Grazie alle persone e a un’Italia che, anche in occasione del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, ha dimostrato di credere nella democrazia, nella Costituzione e nel valore della partecipazione.

Grazie alle cittadine e ai cittadini italiani per la fiducia nella giurisdizione: un presidio democratico fondamentale, che ogni giorno lavora per la tutela concreta dei diritti di tutti.

Grazie ai colleghi che hanno condiviso con noi questo percorso. Un progetto nato quasi come una sfida, portato avanti con impegno, confronto e responsabilità.

Grazie agli avvocati, ai professori universitari e a tutto il mondo giuridico: il dialogo, gli stimoli culturali e gli approfondimenti sul diritto costituzionale e sulla giustizia ci hanno permesso di crescere, non solo come magistrati, ma anche come divulgatori.

Grazie ai divulgatori social, con cui abbiamo costruito relazioni autentiche. Insieme abbiamo reso accessibili temi complessi, parlando di Costituzione, diritti e referendum in modo chiaro per tutti.

Perché il nostro obiettivo è sempre stato uno: avvicinare le persone alla giustizia, spiegare, ascoltare, creare un ponte. Far capire che dietro il ruolo ci sono persone.

E infine, grazie al nostro team. Presente, solido, instancabile. Non ha mai smesso di crederci.

Continuiamo così.

GM non vi lascia

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22-03-2026

Riccardo Infantino

È ora, è ora

Molti tra noi ricorderanno queste concitate parole, seguite dalla affermazione “potere a chi lavora”.

Non voglio rievocare uno slogan di altri tempi (che però esprimeva una grande verità), ma lo prenderò come spunto per una affermazione tanto netta quanto utopica, convinto che le idee che sembravano irrealizzabili hanno cambiato la Storia.

È ora, è ora…che i cittadini – e con questo vocabolo intendo i cittadini di tutto il mondo – si riapproprino del potere che ogni costituzione che si rispetti attribuisce loro; il peggior tradimento che si sta consumando ora è lo svuotare di forza il voto degli elettori, il convincerli che tanto potrebbe non servire a nulla, perché chi comanda fa sempre come vuole e quando vuole.

Confesso che mi ricorda una terribile definizione di Pasolini sul potere: fa ciò che vuole, quando vuole, nel modo in cui vuole, senza rendere conto a nessuno (ed è il modo in cui lo rappresentò in Salò, la sua ultima opera).

La totalità dei cittadini aventi diritto al voto può essere considerata, in modo non certo positivo, come massa – insieme enorme di persone diseducate alla pratica della democrazia ed alla fatica che ne consegue per coltivarla e proteggerla – facilmente manipolabile, almeno fino a quando qualcuno non capisce come stanno le cose e lo dice a tutti gli altri; oppure come popolo sovrano (sembra il titolo del film di Luigi Magni, In nome del popolo sovrano), in cui ogni cittadino, ancora prima di arrivare alla maggiore età e conseguire il diritto di voto, è ben cosciente del dovere elettorale, che diventa diritto nel momento in cui si deposita la scheda compilata nell’urna, accanto a milioni di altre, per realizzare quel cambiamento di cui parlava Paolo Borsellino (con la scheda elettorale e la matita).

Utopia? Magari lo è, ma dai e dai potrebbe veramente cambiare un ordine mondiale basato sulla forza militare e sulla negazione dei princìpi fondamentali dell’essere umano; e dunque…è ora, è ora, la scheda che ci onora.

Saluti antifascisti e referendari a tutt*

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22.03.2026

Piero Belli

La Corruzione come Sistema Operativo: L’Eclissi del Pubblico

Siamo immersi in un panorama dove la corruzione non è più un’anomalia, ma il vero baricentro del sistema. È un meccanismo che sottrae quotidianamente ossigeno vitale ai pilastri della convivenza civile: miliardi di euro che dovrebbero alimentare la sanità, la scuola e il sistema pensionistico vengono dirottati, con precisione chirurgica, verso le tasche di profittatori e consorterie.

Le prove di questo drenaggio sono ovunque, incrostate nelle pieghe della cronaca. Lo vediamo quando le grandi opere infrastrutturali si trasformano in pozzi senza fondo. Un caso limite è il Ponte sullo Stretto di Messina: una storia decennale di società di gestione, studi di fattibilità e penali già costate alle casse pubbliche centinaia di milioni di euro senza che un solo mattone sia stato posato. È il paradosso di un’opera che genera profitti sulla “pura attesa”, con l’orizzonte della realizzazione spostato verso un ipotetico 2034. Non è solo inefficienza; è il mantenimento in vita di una struttura burocratica e consulenziale che si autoalimenta.

Questo schema si ripete nel caso MOSE a Venezia, dove miliardi di euro sono evaporati in tangenti e fondi neri mentre la città restava alla mercé dell’acqua alta. Lo abbiamo visto nella gestione delle emergenze sanitarie, dove l’acquisto di mascherine inutilizzabili o ventilatori difettosi ha rivelato come, persino di fronte alla morte, il profitto illecito sia stato prioritario rispetto alla tutela della vita umana.

In questo scenario, la politica ha smesso di essere l’arte del possibile per trasformarsi in una cinghia di trasmissione per grandi e piccole lobby. È la vittoria della “mala politica”, che si riduce a gestire il potere pubblico per alimentare catene clientelari, come accade nelle partecipate pubbliche, spesso ridotte a “cimiteri degli elefanti” per fedelissimi. Oggi questa minaccia incombe sui fondi del PNRR: miliardi europei che rischiano di essere “apparecchiati” per premiare l’appartenenza anziché il merito.

Il voto di scambio diventa così l’unica moneta corrente: un baratto sistematico tra appalti e consenso. È il modello che emerge dalle inchieste sulle mafie capitali, dove la res publica diventa il forziere da saccheggiare per mantenere in vita una macchina del potere autoreferenziale.

Se osserviamo questa struttura, comprendiamo perché giornalisti d’inchiesta e magistrati siano percepiti come pericoli pubblici: essi tentano di inceppare un ingranaggio che molti hanno ormai accettato come inevitabile. È qui che si consuma la vera tragedia del nostro tempo: la nascita di una fuga cognitiva. Le persone non smettono di partecipare alla vita sociale in senso superficiale, ma attuano un ripiegamento radicale. Si assiste a un restringimento del proprio campo di realtà a quegli ambiti in cui l’azione individuale produce ancora conseguenze tangibili: la cura del corpo, l’alimentazione, la casa, i rapporti stretti. Non è infantilizzazione, ma una ricollocazione esistenziale in un perimetro dove esiste ancora il rapporto tra causa ed effetto.

Questo spiega un paradosso moderno: lo sconcerto verso le istituzioni è elevatissimo, ma la reazione politica è minima. Il livello pubblico è stato classificato come “non modificabile” dal singolo. Poiché l’essere umano non può sopportare a lungo uno stato di attenzione costante su problemi che non può controllare — condizione che genera instabilità psicologica — la soluzione diventa ridurre l’attenzione stessa. Si spegne la luce sul mondo esterno per illuminare il proprio giardino privato.

Tuttavia, questa strategia di sopravvivenza garantisce l’impunità definitiva al potere corrotto, che prospera proprio grazie all’assenza di sguardo critico. Rompere questo guscio significa riscoprire che quel “perimetro del possibile” confinato tra le mura di casa è interconnesso con la qualità dell’aria, degli ospedali e delle scuole. La sfida è ricominciare a pretendere che il nesso tra causa ed effetto funzioni anche fuori dalla nostra porta. Quando il costo dell’indifferenza supererà il beneficio della fuga cognitiva, la macchina del potere inizierà davvero a tremare, perché si troverà di fronte non più a spettatori rassegnati, ma a cittadini che hanno smesso di guardare altrove.

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13.03.2026

Piero Belli

Il furto della solidarietà nell’era digitale

Un filo invisibile, ma d’acciaio, lega i laboratori di propaganda di dieci anni fa all’Intelligenza Artificiale che oggi modella i nostri pensieri. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di un esperimento silenzioso sulla pelle di una società già provata. Siamo passati dai sistemi rozzi e urlati come la “Bestia”, che bombardava i sedicenni con slogan feroci per addestrarli al riflesso condizionato, a una fase molto più sottile e pericolosa. Oggi non c’è più bisogno di gridare: la manipolazione è diventata un sussurro digitale che gestisce il nostro malessere quotidiano, trasformando la nostra stanchezza in un’arma di controllo sociale.
Questa eredità è visibile ogni giorno nelle nostre strade. Spesso ci chiediamo con stupore perché basti un banale tamponamento o uno sgarbo nel traffico per scatenare una violenza cieca e sproporzionata. Ma la verità è che quella rabbia non nasce al momento dell’impatto tra due lamiere. I ragazzini che dieci anni fa venivano nutriti con l’idea del “nemico del giorno” sono oggi gli adulti che guidano le nostre auto, persone a cui è stata sistematicamente tolta la capacità di gestire la complessità. Quando abitui una mente in formazione a reagire a uno stimolo violento ogni pochi minuti, crei un adulto che non sa più disinnescare un conflitto. La tecnologia ha preso una rabbia antica, figlia della maleducazione, e le ha tolto il freno a mano della ragione, alimentandola con il carburante di una vita precaria, di stipendi fermi e di un futuro che sembra un muro insormontabile.
In questo scenario, il potere non ha più bisogno di fare comizi in piazza; preferisce usare quella che potremmo definire una “Intelligenza Artificiale di Stato”. Si tratta di algoritmi silenziosi che decidono cosa dobbiamo guardare per tenerci costantemente distratti. Se siamo immersi in una nebbia di video shock, di immagini manipolate di poliziotti aggrediti o di polemiche costruite a tavolino, non abbiamo né il tempo né l’energia mentale per chiederci perché gli ospedali cadano a pezzi o perché la sanità pubblica sia diventata un miraggio. È una propaganda invisibile che non cerca di convincerti di una bugia palese, ma lavora per impedirti di guardare la verità dei fatti, gestendo i cittadini non più come persone con dei diritti, ma come flussi di dati da tenere occupati in una perenne eccitazione emotiva.
L’esempio più doloroso di questa strategia è il finto conflitto che è stato costruito tra le generazioni. Spesso leggiamo di una presunta ostilità dei giovani verso gli anziani, ma questa è forse la menzogna più grande del nostro tempo. Il giovane non odia l’anziano per natura; il giovane guarda con disperazione un mercato del lavoro sbarrato da leggi che continuano ad alzare l’età pensionabile, lasciandolo in una sala d’attesa infinita. Allo stesso tempo, l’anziano non è un privilegiato che vuole sottrarre spazio ai nipoti, ma un lavoratore stanco, spesso vittima di leggi che cambiano troppo in fretta e che lo costringono a restare in servizio per non scivolare nella povertà. Il sistema usa l’IA e i media per far credere al ragazzo che la colpa della sua disoccupazione sia del nonno, e al nonno che il giovane sia un pigro senza valori. È una cinica guerra tra poveri che serve a proteggere chi le leggi le scrive davvero, evitando che queste due solitudini si uniscano per chiedere un cambiamento strutturale.
La vera conclusione in queste tre riflessioni di questo viaggio, allora, non può essere trovata in un software o in una nuova app di sicurezza. La nostra unica difesa è un atto di ribellione profonda che passa per il recupero dell’umano. Dobbiamo avere il coraggio di capire che il guidatore con cui stiamo urlando, l’anziano che non può andare in pensione e il ragazzo che non riesce a trovar lavoro, sono tutti vittime della stessa ingiustizia e della stessa manipolazione. Il successo di ogni “Bestia” finisce nel momento in cui decidiamo di essere di nuovo “analogici” nel modo in cui proviamo empatia. Proteggersi significa riprendersi il tempo di un respiro, spegnere la nebbia del telefono e riscoprire che l’altro non è un profilo da attaccare, ma una persona con la nostra stessa stanchezza. Solo ritrovando questa solidarietà potremo finalmente alzare lo sguardo e smettere di colpirsi l’un l’altro nell’ombra di uno schermo.

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13-03-2026

Associazione Giovani Magistrati

Riforma della magistratura: a cosa serve davvero

Nel dibattito sulla riforma della giustizia, diversi esponenti politici hanno spiegato quale sarebbe l’obiettivo della riforma della magistratura in Italia. Tra dichiarazioni pubbliche e retroscena emerge una visione precisa del rapporto tra politica e potere giudiziario. Ecco alcune frasi che stanno alimentando il confronto.

«Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione». Frase attribuita a Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro della Giustizia, pronunciata il 9 marzo 2026 e al centro delle polemiche.

«Aprire un dibattito se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati». Lo ha detto il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani il 25 gennaio 2026.

«Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio il 3 novembre 2025.

«Nordio confonde ciò che si può dire in un salotto da quello che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma non si possono dire pubblicamente». Lo ha dichiarato la deputata Simonetta Matone il 20 febbraio 2026.

«Chi ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensarlo». È quanto affermato dalla senatrice Giulia Bongiorno il 22 gennaio 2025.

«O si porta il PM sotto l’esecutivo, come avviene in molti Paesi, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini. Dare un CSM al PM è un errore strategico». Così il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove il 14 marzo 2025.

«I giudici decidono su immigrazione, sicurezza, salute, libertà e lavoro: la giustizia è uno dei tre poteri fondamentali dello Stato». Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 2 marzo 2026. Nel sistema costituzionale italiano però il potere giudiziario non governa: applica le leggi e garantisce il rispetto dei diritti e della Costituzione.

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08-03-2026

Riccardo Infantino

 Ma allora sono antisemita e non lo sapevo?

Una delle caratteristiche di una legge efficace è quella della non ambiguità; ferma restando la necessità di interpretare la norma per non applicarla meccanicamente (stavo per dire algoritmicamente) un decreto deve fornire indicazioni chiare su cosa sia reato e cosa non lo sia, pena l’arbitrarietà della sua applicazione.

Fresco di approvazione in Senato il decreto legge sull’antisemitismo potrebbe soffrire di questa ambiguità interpretativa: richiamandosi all’articolo 3 della Costituzione ed alla libera critica, espressa dall’articolo 21, il testo adotta la definizione di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance: “per antisemitismo si intende una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici.”.

Una definizione aperta, talmente omnicomprensiva che potrebbe debordare oltre la necessaria condanna di atteggiamenti palesemente sprezzanti o di odio contro la cultura e la religione ebraica, fino a includere, ad esempio, il far osservare come l’attuale governo israeliano persegua (come rilevato dall’ONU, la massima autorità governativa) politiche genocide nei confronti dei Palestinesi, oppure bollare come antisemita (come in effetti sta accadendo) l’azione di boicottaggio commerciale dei manufatti provenienti da Israele sostenuta dalla rete BDS, alla quale io stesso aderisco oramai da diversi anni.

Fedele allo spirito dell’ANPI, che vuole il superamento delle posizioni politiche individuali in vista della tutela dei diritti costituzionali tutti, mi chiedo se una critica diretta verso un premier colpito da mandato di cattura per crimini di guerra, oppure verso i suoi ministri che ormai palesemente esprimono la necessità di cacciare via i palestinesi dalla loro terra, anche a costo di ucciderli, sia classificabile come condotta antisemita.

Perché se fosse così anche l’ONU lo sarebbe, anche la Corte Penale Internazionale, anche il movimento BDS (che sostiene una azione non violenta di boicottaggio economico), e alla fine anche i rabbini che parlano apertamente di genocidio e di distanza tra il sionismo e l’ebraismo.

Mi verrebbe voglia di chiamarlo decreto contro l’anti sionismo, con grande tristezza, perché non è umano accusare una intera nazione degli orrori commessi dalla sua classe dirigente.

Se dovessi essere considerato “antisemita” vorrei chiedere al magistrato incaricato di indagare cosa intenda lui come comportamento contro gli ebrei, magari potrei anche ottenere una risposta soddisfacente.

Saluti antifascisti e mai antisemiti a tutt*

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08.03.2026

Piero Belli

L’IA come accelerante d’odio e arma di truffa

C’è un senso di assedio che oggi proviamo tutti. Non è solo la rabbia per un video manipolato sui social; è la paura costante di aprire un SMS, una mail o di cliccare su un sito che sembra quello della tua banca ma non lo è. L’IA ha dato ai delinquenti (siano essi singoli criminali o apparati deviati) una chiave universale per scassinare la nostra fiducia e le nostre vite.

L’IA oggi è capace di imitare perfettamente il tono di voce di un’istituzione, la grafica di un sito governativo o il linguaggio di un servizio clienti. Le Mail e gli SMS (Phishing): Non sono più scritti in un italiano sgrammaticato. Sono perfetti. Usano i loghi che conosci, parlano delle tue paure (un conto bloccato, una multa, un pacco sospeso). Se sei già stressato dalla precarietà, ricevere un messaggio che ti annuncia un problema economico ti manda in tilt. In quel momento di panico, l’IA vince perché non ti lascia il tempo di pensare.

Come si era detto in una precedente riflessione, se da un lato la manipolazione politica ti trasforma in un soggetto che odia l’altro per un’immagine semifinta (come i poliziotti o le Olimpiadi), dall’altro la manipolazione criminale ti trasforma in una preda. In entrambi i casi, il meccanismo è lo stesso: usare la tua urgenza contro di te. Chi è stanco, chi ha stipendi bassi e chi vive nel disagio, non ha l’energia mentale per fare l’investigatore digitale ogni volta che apre il telefono. Questa è la vera ingiustizia: la tecnologia oggi premia chi inganna e punisce chi è onesto e affaticato.

Il vero dramma non è solo l’esistenza dei delinquenti o degli algoritmi, ma il fatto che ci sentiamo lasciati soli a combatterli. Lo Stato e le istituzioni, che dovrebbero proteggerci, sembrano sempre un passo indietro, lasciando sulle spalle del singolo cittadino — già schiacciato da stipendi fermi e servizi che non funzionano — il peso di non farsi ingannare.

Difendersi, allora, non può essere solo seguire una lista di regole tecniche, perché la tecnica fallisce quando siamo esausti. L’unica vera difesa è un atto di ribellione psicologica: rivendicare il diritto alla lentezza.Dobbiamo imparare a dirci: “In questo momento sono stanco, non rispondo a questo stimolo”. Che sia un SMS che ci mette ansia o un video che ci fa bollire il sangue, il trucco è capire che quel senso di urgenza che proviamo non è nostro, ma è un’arma puntata contro di noi. Proteggersi significa riprendersi il tempo di un respiro, chiudere quel telefono che vibra e ricordarsi che dietro quello schermo c’è qualcuno che sta lucrando sulla nostra pressione arteriosa. La nostra difesa non è un software, è il rifiuto di farci trascinare nel fango della reazione immediata.

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01-03-2026

Riccardo Infantino

La protesta silente

La mia deformazione professionale da prof mi costringe a paragonare il Seicento e la Controriforma cattolica al nostro tempo (e magari esagero un bel po’, ma se così fosse ditemelo, vi prego).

All’epoca l’alleanza tra potere politico e religioso tendeva, più che a punire con il rogo in modo sistematico chi dissentiva, salvo casi eclatanti come Giordano Bruno, a svuotare di efficacia ogni possibile voce contro, inquadrandola in un contesto di apparente normalità e di accettazione, perché non era possibile fare altrimenti.

Oggi, nell’epoca della democratura (la dittatura soft travestita da democrazia), non si proibisce in modo esplicito la manifestazione in strada o la parola contro (per dirla con Erri De Luca), ma si pongono le condizioni che la rendono, di fatto, impraticabile; il risultato è una efficacissima quanto “volontaria” autocensura, il porre una critica generica, così da non urtare nessuno nello specifico.

Si sarebbe chiamato, in altri tempi, diritto di mugugno, che ti dà l’illusione di protestare, ma che alla fine si rivela come una bellissima trasgressione addomesticata di un sistema pervasivo.

Durante la Controriforma furono proprio i padri gesuiti a suggerire un modo per aggirare la censura preventiva che loro stessi avevano contribuito ad inventare: il parlare per metafore, il travestirsi da bravo ragazzo obbediente, l’alimentare una protesta sotterranea silente, ma non per questo meno efficace.

Tornando ai nostri tempi, nei quali la partecipazione ad una manifestazione pacifica potrebbe costarti un bel foglio di via o un fermo preventivo a discrezione dell’autorità, come praticare una qualche forma di protesta non violenta ed egualmente efficace?

Partendo dal presupposto che potrebbe, visto come si stanno evolvendo le cose (con una legge elettorale discussa nottetempo, come un qualcosa di illecito…), rendersi necessaria una vasta disobbedienza civile con annessi arresti e conseguenze legali, preventiviamo per un momento la protesta sotterranea, che non richieda una esposizione plateale quanto pericolosa, ma che non rinuncia all’efficacia di una opposizione progressiva e destabilizzante.

Alcuni esempi: il nostro governo di fatto appoggia il “piano di pace” modello Trump – Nethanyau, la colonizzazione travestita? Non si acquista per quanto possibile quello che proviene da Israele e dagli States, si rinuncia a visitare i due paesi, ci si muove attraverso petizioni (come sta già accadendo) per far interrompere i rapporti con Israele.
Viene appoggiata la politica di riarmo europea e si convogliano armi verso l’Ucraina, al solo scopo di utilizzare quella nazione come ariete destabilizzante la Russia? Prima di scendere in piazza rischiando multe enormi e in alcuni casi l’arresto ci s’informa sulle ditte collegate alla fabbrica Leonardo, la terza in Europa nella produzione di materiale bellico, e si boicottano sistematicamente i prodotti di queste.

Una obiezione potrebbe essere molto facilmente sollevata: come pensi di smuovere potenze globali disertando un supermercato?
Qui entra in gioco la forza del numero, della partecipazione popolare massiva e della preziosissima osservazione di Giovanni Falcone, quando ci ricordò che per smontare una organizzazione è necessario colpire sui soldi, sui profitti.

In effetti non esiste alcuna legge che mi obblighi a spendere il mio denaro da qualcuno piuttosto che da altri, e dunque una azione ragionata ed informata potrebbe fare parecchio.

Del resto sappiamo bene come le utopie hanno cambiata la Storia; fino al 1946 il voto alle donne pareva quasi impossibile, fino al referendum istituzionale…

Saluti antifascisti a tutt*

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22-02-2026

Piero Belli

La nostra rabbia, un’arma del potere

C’è un filo invisibile che collega un tamponamento finito in rissa in una via di una qualsiasi città, un post indignato su un atleta olimpico e la difficoltà di arrivare a fine mese. Spesso pensiamo che la violenza che vediamo nelle strade o sui social sia un fenomeno improvviso, una “follia momentanea”. La realtà è molto più cinica: viviamo in una polveriera sociale dove la miccia è corta e l’esplosivo è ovunque.

Non è un segreto che l’Italia stia vivendo una tempesta perfetta. Con gli stipendi più bassi d’Europa (fermi da trent’anni mentre il costo della vita avanza e non si ferma), una precarietà lavorativa che impedisce di pianificare il futuro e servizi pubblici, dalla sanità ai trasporti, che richiedono attese bibliche, il cittadino medio, cioè quasi, tutti vive in uno stato di iper-vigilanza.

Quando i bisogni primari non sono garantiti, il sistema nervoso entra in modalità “sopravvivenza”. In questo stato, un banale gesto sgarbato nel traffico non è più solo un fastidio: diventa l’ultima umiliazione di una giornata già carica di frustrazioni. La reazione è impulsiva, violenta e sproporzionata.

In questo terreno già fertile di rabbia, si inserisce il primo grande pericolo moderno: la manipolazione digitale, ma di questo ne voglio parlarne a parte, in una successiva riflessione, la nostra impulsività ci rende il bersaglio perfetto per le immagini generate dall’IA.

Se un cittadino è già frustrato, mostrargli un video (magari falso o alterato) di un sopruso o di un’aggressione significa dargli un “nemico” su cui scaricare tutta la tensione accumulata. L’IA non crea la rabbia dal nulla, ma la canalizza con una precisione chirurgica verso obiettivi specifici, rendendo la verità un concetto secondario rispetto all’emozione provata.

Ma chi trae vantaggio da un popolo costantemente sull’orlo di una crisi di nervi? Qui entra in gioco la politica. (Anche qui voglio essere più chiaro possibile e lo racconterò prossimamente se riesco) Strutture di propaganda come fu “La Bestia” hanno dimostrato che è molto più facile governare (o manipolare) una massa che litiga tra sé per un meme, piuttosto che cittadini lucidi che pretendono riforme strutturali.

In sintesi: La violenza stradale e l’odio sui social non sono incidenti di percorso. Sono il risultato di un disagio sociale profondo che viene deliberatamente alimentato da chi sa che un popolo arrabbiato è un popolo che non pensa, però reagisce.

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15-02-2026

Piero Belli

Dalla coscienza al riflesso meccanico

Esiste un tipo di solitudine che non si prova quando si è soli, ma quando si è con gli altri, si avverte nei caffè, per strada, negli incontri con chi un tempo chiamavamo amico. È la sensazione di naufragio che emerge durante un incontro con una persona che non vedevamo da anni, quando ci si accorge con sgomento che il dialogo è diventato un esercizio inutile, una conversazione che gira a vuoto, priva di quel calore irrazionale che un tempo rendeva vivo il rapporto umano. Constatiamo amaramente che il linguaggio sia diventato un guscio inutile, perché la maggior parte delle persone vive ormai dentro questo deserto senza nemmeno accorgersene, accettandolo come l’unica normalità possibile.

 La vittoria finale dell’industrializzazione totale non è stata quella di imporci dei beni, ma quella di averci tolto la percezione della perdita. L’uomo-massa contemporaneo non soffre per la scomparsa dei valori umani, perché non sa più cosa siano. La spensieratezza è stata sostituita dall’eccitazione del consumo, il riposo, dalla distrazione tecnologica, e il dialogo, dallo scambio di informazioni.

In questo sonnambulismo collettivo, chi ancora avverte il vuoto viene visto come un alieno o un nostalgico. Ma è proprio in quel disagio, in quell'”odio” verso il presente, che risiede l’ultima riserva di umanità.

Il segno più evidente di questa mutazione antropologica è la scomparsa dello sguardo. È diventato quasi impossibile trovare le parole se gli occhi non si incrociano mai. Il dialogo vero richiede che due persone si “vedano” nella loro interezza, ma oggi lo sguardo è sempre altrove: è catturato da uno schermo, è rivolto verso l’interno in un narcisismo ansioso, o è semplicemente spento dalla stanchezza di un vivere meccanico. Senza l’incrocio degli sguardi, la parola non ha più un punto d’appoggio. Diventa un suono che rimbalza tra due solitudini che non hanno il coraggio di riconoscersi. Se non ci guardiamo, non ci siamo; e se non ci siamo, parlare diventa un rumore inutile che copre il silenzio dell’anima.

Incrociare lo sguardo significa ammettere l’esistenza dell’altro e, di riflesso, la propria. In una società di massa, l’individuo preferisce restare “schermato” per non sentire la propria fragilità. Se gli occhi sono “specchio dell’anima” e l’anima è stata svuotata dall’industrializzazione dei sentimenti, guardarsi significherebbe solo fissare il vuoto.

Il disagio che proviamo di fronte al mondo contemporaneo non è un semplice rifiuto del nuovo, ma la constatazione di una mutazione antropologica: l’uomo sta diventando un’appendice della macchina. Questa dipendenza non riguarda solo il lavoro o la tecnologia, ma investe la sfera più sacra dell’individuo: la capacità di scegliere e di giudicare. Prendiamo come esempio il prossimo Referendum da qui a poco più di un mese  l’atto del voto rischia di perdere la sua natura di scelta cosciente per trasformarsi in un movimento meccanico. Se il dialogo tra le persone è svuotato di anima e gli occhi non si incrociano più, su cosa poggia il nostro giudizio? Il “Sì” o il “No” non sono più l’esito di una riflessione profonda, ma il risultato di un condizionamento. Siamo guidati da algoritmi invisibili e da una cultura di massa che lavora per semplificare ogni complessità, trasformando i cittadini in interruttori pronti a scattare secondo lo stimolo ricevuto.

Il comportamento umano è ormai sincronizzato sul ritmo della produzione. Come in una catena di montaggio, non c’è tempo per l’esitazione, per il dubbio o per il riposo della mente. La scelta politica diventa un consumo tra i tanti: veloce, impulsivo, privo di radici umane. Il dramma non è che la macchina ci sostituisca, ma che noi abbiamo iniziato a imitarla. Ragioniamo per slogan, reagiamo per istinto indotto, e guardiamo alla realtà con la stessa freddezza di un sensore, senza che il cuore o la coscienza vengano mai davvero interpellati.

Riconoscere questa meccanicità è il primo passo per spezzarla. Provare “odio” per questo appiattimento non è un segno di misantropia, ma l’ultima forma di difesa della propria umanità. Rivendicare l’importanza di un dialogo vero, dello sguardo e della spensieratezza significa lottare affinché il prossimo “Sì” o il prossimo “No” siano ancora figli di un uomo, e non il prodotto di un calcolo eseguito da un ingranaggio ben oliato.

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08-02-2026

Riccardo Infantino

Riflessioni sparse sugli ultimi eventi

 Come spesso accade si verifica un fatto positivo ed uno negativo: il primo è la sentenza della Cassazione che obbliga l’integrazione del quesito referendario sulla separazione delle carriere dei magistrati – dato che non erano stati indicati gli articoli della Costituzione inerenti la questione referendaria, dunque non c’era la necessaria chiarezza per chi votava -;  le date della consultazione rimarranno invece quelle del 22-23 marzo.

La notizia non buona – pessima direi – è l’entrata in vigore del decreto sicurezza ultimo, che introduce il fermo preventivo fino a 12 ore, uno scudo penale per gli addetti alla forza pubblica e multe fino a 20000 euro in caso di disordini all’interno di una manifestazione terminata non pacificamente, rendendo di fatto quasi impossibile manifestare apertamente per un basilare diritto al dissenso.

Non c’è che dire, siamo in uno stadio avanzato verso la compressione finale dei diritti fondamentali della Costituzione: libertà di espressione, di riunione pubblica pacifica, di dissenso espresso in modo civile.

Lo stesso ex Capo della Polizia di Stato, Franco Gabrielli, alla luce dei fatti di Torino del 31 gennaio, ha rilevato come il decreto, oltre che andare contro i princìpi costituzionali, mini alla base il rapporto di fiducia tra il cittadino e la forza pubblica che lo dovrebbe tutelare, in quanto si basa su di un approccio totalmente repressivo e non anche preventivo attraverso il dialogo con i dimostranti.

E allora come dovremmo comportarci noi comuni mortali, se avessimo mai qualcosa per cui dissentire ed esprimerlo in pubblico, come vorrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) la carta costituzionale?

Di fronte ad un potere che tende ad uscire dai limiti della sfera dell’esecutivo per gestire l’ambito giudiziario la cronaca di questi mesi parla chiaro: nel caso eclatante degli Stati Uniti sono ricomparse le Black Panters, che si sono assunte il compito di difendere con le armi gli americani che rischiano di finire nel mirino dell’ICE, mentre una parte cospicua della popolazione sceglie ormai grandi manifestazioni di protesta in piazza, che tuttavia – almeno fino ad ora – non hanno subita una repressione violenta esplicita.

Sappiamo tutt* come è andata a Torino il 31 gennaio, e al di là delle polemiche continuo a chiedermi come mai le forze dell’ordine, che di certo conoscevano chi ha iniziati i disordini, sono intervenute in ritardo (comportamento visto più volte da chi scrive) ed hanno praticato un uso abnorme della forza su altri manifestanti – quelli disarmati e pacifici – che ricorda Genova 2001.

Ben presto dovremmo TUTTI porci un problema morale fondamentale: nel momento in cui sono ostacolati i diritti basilari della Costituzione in nome di una pretesa emergenza terrorismo sarà possibile mantenere un profilo di opposizione non violenta, anche a costo di pagare un prezzo alto?

Oppure, se diviene di fatto impossibile esercitare pubblicamente una qualsiasi forma di dissenso, potrebbe essere incisivo agire sfruttando la manifesta noncuranza (non vorrei dire ignoranza per rispetto delle cariche pubbliche, al di là di chi le ricopre) delle leggi e della Costituzione, per ritorcere come un boomerang simili comportamenti su chi li attua, utilizzando quella parte ancora sana e veramente democratica che non accetta commistioni tra i tre poteri e che anzi continua a volerli separati, così come il patrimonio della Costituente partigiana ed antifascista ce li ha tramandati?

Non ho una risposta netta, vorrei che qualcun* mi chiarisse le idee

Saluti sempre antifascisti a tutt*

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02.02.2026

Gabriele Busti

Disumanizzazione

È trent’anni che vengono prodotti in serie milioni di esseri (sempre meno) umani in tutto identici a quell’imbecille dell’autista di Cadore che adesso funge da capro espiatorio dell’indignazione popolare da social.

Per carità, quell’autista è un imbecille senza tema di smentita, perché il libero arbitrio esiste e la responsabilità delle proprie azioni è individuale.

Che un dispositivo delinquenziale e stupido possa creare gente scollegata, schizzata, intimamente terrorizzata di perdere il lavoro, incapace di pensiero morale, vogliosa solo di tornare a casa e addormentarsi davanti a uno schermo, è una verità statistica.

Nell’Inferno dantesco il primo girone, ovvero quello più sterminato, è ovviamente il primo, essendo l’Inferno un cono rovesciato. E lì ci sono gli ignavi, ovvero coloro che “vissero sanza infamia e sanza lodo“, che obbedirono senza mai prendere posizione e furono le architravi di ogni potere, e una volta morti divennero gli inquilini più numerosi di tutto il condominio,  ” … si gran tratta / di gente che io non averia creduto / che morte tanta ne avesse disfatta.

La gente non vuole rotture di coglioni, mettono i biglietti a dieci euro per le olimpiadi? “Non è un problema mio, le olimpiadi portano tanti soldi, io lavoro a chiamata, a partita Iva, se faccio l’eroe mi mandano a casa e il posto mio se lo prende uno che è meno eroe di me.”

Non ci credete? Alzate gli occhi e guardatevi intorno. Non è così che funziona un po’ dappertutto?

Non dimentichiamo di dare anche un’occhiata dentro noi stessi. Quattro anni fa, ai dodicenni sprovvisti di GP è stato, a norma di legge, impedito l’accesso agli autobus. Abbiamo aderito quasi tutti a questo dispositivo, con differenti (ma di fatto ininfluenti) gradi di compromissione.

Ergo diventare autisti di Cadore è meno difficile di quello che pensiamo. Un mondo di merda produce gente di merda, è una questione statistica.

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01.02.2026

Piero Belli

Scuola, modelli e disumanizzazione: il Paese che non sa più educare

La scuola italiana è diventata il simbolo di un Paese che ha smarrito la capacità di educare. Le misure proposte – dall’educazione affettiva ai metal detector – sono risposte simboliche, rassicurazioni per adulti spaesati più che soluzioni reali. Non affrontano il nodo centrale: la perdita di autorevolezza degli adulti e il crollo del valore attribuito al sapere.
Gli studenti crescono per imitazione, ma oggi non trovano negli insegnanti modelli aspirazionali. Non perché i docenti siano “falliti”, ma perché la società li ha trattati come tali: stipendi bassi, scarsa tutela, delegittimazione continua. Da anni si ripete che le nozioni non servono, che la scuola deve essere “leggera”, che la fatica è un’ingiustizia. Il risultato è una generazione che percepisce il sapere come inutile e chi lo trasmette come marginale.
In questo contesto, molte scuole superiori rischiano di diventare parcheggi sociali: luoghi dove l’impegno non paga, le regole sono negoziabili e lo studente è un cliente da non perdere. È il terreno ideale per derive inquietanti, come il recente volantino di un movimento studentesco di destra che invitava a “schedare” i professori di sinistra e a denunciare presunte propagande. Un gesto che rivela quanto fragile sia ormai l’autorità educativa: basta un foglio A4 per trasformare un docente in un sospetto.
A questa dinamica si aggiunge un’altra polemica ricorrente: quella che si scatena ogni volta che l’ANPI viene invitata nelle scuole a raccontare la Resistenza, a spiegare il significato del 25 Aprile o a ricordare la nascita della Repubblica il 2 giugno.

Una parte della destra reagisce immancabilmente accusando le scuole di “fare propaganda”.
È un paradosso tutto italiano: la memoria antifascista, che è alla base della Costituzione e dell’ordine democratico, viene trattata come un’opinione di parte, come se la Liberazione fosse un’opzione ideologica e non un fatto storico fondativo.
Questa polemica produce due effetti devastanti:

  • trasforma la storia in un campo minato, dove ogni parola può essere letta come schieramento politico
  • indebolisce ulteriormente l’autorevolezza degli insegnanti, costretti a muoversi tra accuse preventive e sospetti ideologici

Il risultato è che anche ciò che dovrebbe unire – la memoria condivisa della lotta contro una dittatura – diventa motivo di divisione.
E i ragazzi, che avrebbero bisogno di strumenti critici per comprendere il presente, si ritrovano immersi in un clima di sospetto in cui ogni contenuto storico rischia di essere percepito come propaganda.
La crisi educativa non riguarda solo la scuola: è il riflesso di una società adulta che ha smesso di fare gli adulti. L’episodio del ragazzino fatto scendere dall’autobus e lasciato nella neve per un biglietto irregolare è emblematico. Non è un caso isolato, ma il sintomo di una disumanizzazione crescente: regole applicate senza giudizio, minori trattati come problemi amministrativi, responsabilità ridotta a burocrazia.
La scuola non può essere migliore della società che la circonda. Se fuori regnano sfiducia, polarizzazione e delegittimazione, dentro non può che filtrare la stessa aria. Eppure lo studio resta uno degli ultimi strumenti di emancipazione: non garantisce più mobilità sociale di massa, ma offre autonomia mentale, capacità critica, libertà interiore.
Perché la scuola torni ad avere un ruolo trasformativo servono tre condizioni: restituire valore al sapere, riconoscere l’autorevolezza degli insegnanti e ricostruire un patto educativo tra adulti, famiglie e istituzioni. Senza questo, i giovani impareranno una sola lezione: che nessuno si prenderà cura di loro.
La scuola non può salvare tutto, ma può ancora salvarci dall’idea più pericolosa: che educare non serva più a niente.

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25.01.2026

Piero Belli

Giustizia sotto pressione: tra protezione dei testimoni, decreto sicurezza e separazione delle carriere cresce il timore di uno squilibrio sistemico

Negli ultimi mesi, il sistema giudiziario italiano è diventato il fulcro di un acceso dibattito. Una serie di interventi normativi, eventi di cronaca e un referendum in arrivo stanno cambiando il modo in cui si relazionano i poteri dello Stato, i diritti della difesa, la protezione dei testimoni e le garanzie democratiche.

Siamo in un periodo di profonda trasformazione; queste riforme potrebbero portare a un equilibrio instabile come mai prima d’ora.

Il caso riportato da Il Fatto Quotidiano – quello di un presunto narcotrafficante che, dopo aver ricevuto gli atti dell’indagine, ha potuto identificare e minacciare i testimoni contro di lui – è diventato emblematico. Non si tratta di un episodio isolato, ma di un segnale di un problema più ampio.

L’accesso anticipato agli atti rappresenta una falla nella protezione dei testimoni.

La normativa attuale stabilisce che, prima di applicare misure cautelari come l’arresto, l’indagato debba essere convocato per un interrogatorio e ricevere copia dei documenti principali dell’indagine. Un principio pensato per rafforzare le garanzie della difesa, ma che nei casi di criminalità organizzata o di gruppi violenti può trasformarsi in un rischio immediato.

Il confronto internazionale mostra che molti Paesi occidentali adottano approcci opposti:

– accesso graduale agli atti

– anonimato nei casi più delicati

– programmi di protezione avanzati

– limitazioni al diritto di confronto quando c’è un rischio concreto.

Parallelamente, il nuovo decreto sicurezza ha sollevato critiche da parte di associazioni, giuristi e rappresentanti istituzionali.  

Tra le voci più nette c’è quella di Gianfranco Pagliarulo, che ha dichiarato:

“Col nuovo decreto sicurezza si supera la linea rossa di una deriva autoritaria sempre più marcata. Invito le forze politiche a intervenire tempestivamente contro tali ulteriori norme liberticide.”

Questa posizione riflette un timore diffuso: che l’inasprimento delle norme sull’ordine pubblico, sommato alle modifiche procedurali che espongono i testimoni, stia creando un contesto in cui la tutela delle libertà civili rischia di essere compromessa.

A questo scenario si aggiunge il prossimo referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Questo tema è piuttosto complesso e ha diviso il mondo giuridico per anni. I sostenitori affermano che la separazione garantirebbe maggiore imparzialità e chiarezza nei ruoli. Temo invece che possa indebolire l’indipendenza del pubblico ministero, esponendolo a pressioni esterne e limitando la capacità dello Stato di combattere la criminalità organizzata e la corruzione. Se unita alle altre riforme in atto, la separazione delle carriere potrebbe portare a un assetto istituzionale in cui il potere esecutivo acquista un peso maggiore rispetto alla magistratura.

Le preoccupazioni sollevate da magistrati, studiosi e associazioni si concentrano su tre punti principali:

1. Sicurezza dei testimoni e capacità investigativa: Se chi collabora con la giustizia non si sente protetto, la lotta contro la criminalità organizzata diventa più ardua.

2. Garanzie democratiche e libertà civili: Le norme sull’ordine pubblico devono essere bilanciate con la protezione dei diritti fondamentali, per evitare derive restrittive.

3. Indipendenza della magistratura: La separazione delle carriere, se non supportata da adeguate garanzie, potrebbe alterare i rapporti tra i poteri dello Stato.

Nasce quindi una domanda fondamentale: il sistema giudiziario italiano sta evolvendo verso un equilibrio più moderno o sta invece andando verso una concentrazione di potere che potrebbe compromettere i contrappesi democratici?

Siamo a un bivio istituzionale, in un momento delicato. Le riforme in corso non sono eventi isolati: si intrecciano, si influenzano a vicenda. La giustizia non è solo un insieme di norme, ma rappresenta un pilastro della democrazia. E quando si interviene su quel pilastro, è fondamentale farlo con attenzione, trasparenza e un ampio confronto.

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17-01-2026

Riccardo Infantino

I dilemmi del cittadino comune

Lo sappiamo tutti, nessuna democrazia è perfetta, e presenta al suo interno contraddizioni e zone di sofferenza – cosa normale, dato che è il prodotto di esseri umani – , ma ha un suo punto chiave nell’affidare l’uso della forza a protezione dei diritti di ognuno e di tutti esclusivamente alla legge ed alla forza pubblica, come del resto recita la Costituzione, che del resto parla chiaro: nello stato di diritto nessuno può avere la prerogativa di esercitare una giustizia a livello personale, come invece si invoca oggi da troppe parti, perché si pensa che la legge non sia più in grado di difendere i cittadini.

Una delle cose di cui sono contento del mio paese è la non liberalizzazione della vendita di armi da fuoco, e comunque il tanto oggi agognato porto d’arma non viene concesso facilmente; almeno per ora evitiamo di trasformarci in potenziali giustizieri vendicatori dei torti ricevuti.

Bel ragionamento, mi si potrebbe dire…ma come la mettiamo se proprio le fondamenta dello stato di diritto potrebbero venire incrinate dalla sovrapposizione di leggi e decreti sicurezza che rischiano di avere come unico effetto il prevalere della forza repressiva sulla prevenzione, mirando a circoscrivere prima e criminalizzare poi chi non si allinea, che è costretto ad una esistenza precaria e border line e soprattutto chi non rinuncerebbe ad esprimere apertamente il proprio dissenso?

La caratteristica fondamentale della azione della forza pubblica non è l’indipendenza dell’agire, quanto l’obbligo di intervenire solo in caso di necessità provata ed autorizzata tempestivamente; in caso contrario misure come lo scudo penale e la licenza di intervento a discrezione verrebbero ad erodere il principio fondamentale che niente e nessuno può essere al di fuori della legge, pena il rischio di generare una qualche forma di violenza delle istituzioni chiamate a proteggere ed aiutare noi comuni cittadini.

La mia generazione – i nati all’inizio degli anni Sessanta – ha attraversati gli anni di piombo e del terrorismo neo fascista, assistendo anche a fatti esecrabili come la morte di Giorgiana Masi, colpita – come poi stabilirà l’autopsia ufficiale del suo cadavere – da un proiettile sparato ad altezza d’uomo da un’arma di ordinanza; questo è solo un esempio, altri e numerosi potrebbero essere ricordati.

Vedendo la storia dell’ordine pubblico dagli anni Settanta ad oggi ci si rende conto di come purtroppo fatti tragici come quello di cui sopra non sono azioni compiute da singole “mele marce” (così ci hanno sempre ripetuto), ma fanno parte di una lenta e costante progressione autoritaria a cui abbiamo tutti assistito al G8 di Genova nel 2001, un carosello di violenze e pestaggi gratuiti, culminato nella morte di Carlo Giuliani.

Vale la pena di ricordare che Amnesty definì quei giorni la più grave sospensione dei diritti dopo la seconda guerra mondiale, e già da allora lanciò un ben preciso allarme sul rischio che l’esecutivo e la forza pubblica, se svincolati da una supervisione e dal controllo del Parlamento e della Magistratura, rischierebbero di assorbire i poteri che ora sono distribuiti in modo bilanciato tra i vari corpi dello Stato,a garanzia di una democrazia reale e non solo sulla carta, fosse pure costituzionale.

Ora però si sta ultimando il capovolgimento dei termini sicurezza e libertà: le nostre madri ed i nostri padri costituenti capirono che la libertà – e le condizioni di umanità da lei create – deve precedere la sicurezza, pena la erosione progressiva dei princìpi del pluralismo e del diritto al dissenso, e che quest’ultima doveva ricorrere alla forza solo qualora strettamente ed inevitabilmente necessario.

Privilegiare la sicurezza e gli interventi di tipo repressivo e contrastivo porta a quella che si chiamava violenza delle istituzioni – o meglio, di quella parte delle istituzioni che inquadra ogni problema economico, sociale e politico come una faccenda di ordine pubblico, che si può contenere con un semplice atto di forza: una carica di celerini, un arresto “preventivo”, l’adozione di misure restrittive e coercitive dettate solo dalla discrezionalità invece che da un iter trasparente e ben individuabile.

Allora il cittadino comune come me si chiede molto, ma molto preoccupato, quale condotta tenere come singolo e come collettività qualora la violenza dovesse arrivare proprio da quei corpi dello Stato chiamati a difenderti, sarebbe lecito in un caso del genere l’uso della forza per difendere i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione?

Nella seduta di fine dicembre 1947, quella che dibattè sull’articolo che poi sarebbe stato il 52 (La difesa della patria è sacro dovere del cittadino), un partigiano che poi sarebbe entrato nell’ordine dei benedettini, Giuseppe Dossetti, propose l’adozione della dicitura (chiedo scusa se non cito letteralmente): il cittadino ha il dovere di ribellarsi e di contrastare un parlamento o un governo che con la loro azione ledono i diritti costituzionali fondamentali; in pratica doveva essere introdotto il diritto – dovere di Resistenza.
Come è noto la formulazione non venne inclusa, avrebbe avuti effetti potenzialmente dirompenti, perché non specificava in quale modo si dovesse esercitare tale contrasto se con la non violenza o con un uso della forza.

In questi giorni, mentre siamo in attesa di un ennesimo decreto sicurezza che almeno dalle bozze sembra prescindere dalla logica del controllo sulla applicazione della forza nell’ordine pubblico mi chiedo molto seriamente se basta l’azione non violenta di opposizione – che a questo punto si configurerebbe quale reato – a tutelarci, oppure potremmo essere costretti ad un uso della forza in quanto privati cittadini, al solo ed unico scopo di difendere noi stessi ed i diritti fondamentali contro la violenza che potrebbe arrivare da una parte delle istituzioni.

Ora propendo per la non violenza, ma spero di non trovarmi mai nella condizione di scegliere tra lei e la strada dell’atto di forza a scopo difensivo.

Saluti (si spera sempre) nonviolenti e (sempre) antifascisti

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17.01.2026

Piero Belli

Giro girotondo, gira il mondo, arriva la guerra, tutti giù per terra!

Oggi ricorre la giornata più terribile che Viterbo subì nella seconda guerra mondiale, il 17 Gennaio 1944, 50 bombardieri “Liberator” sganciarono sulla città 90 tonnellate di bombe che colpirono quasi tutta la città e molte parti del centro storico, distruggendo edifici civili e religiosi e causando CENTINAIA DI MORTI. I bombardieri puntavano alle infrastrutture ferroviarie e alle vie di comunicazione strategiche, ma le bombe non sono intelligenti, non lo sono state nella guerra del golfo dove ci raccontavano che i missili patriot colpivano puntuali basi nemiche e non lo sono oggi in Ucraina e a Gaza.

Oggi, camminando per il centro storico, i “vuoti” lasciati da quelle 90 tonnellate di bombe sono ancora visibili in alcune piazze e nei molti edifici ricostruiti con stili diversi. Ricordare questi eventi non è solo un atto di omaggio alle vittime, ma un monito costante sulla fragilità della pace e del patrimonio che ci circonda.

La guerra è l’antitesi della vita: un insieme di disperazione, lacrime e sangue che non risparmia né i vinti né i vincitori. Al di là della propaganda, essa rimane il palcoscenico dove il genere umano commette e giustifica i crimini più orrendi, lasciando dietro di sé solo cenere e miseria. Ma oggi dobbiamo guardare oltre le rovine delle città.

Le guerre contemporanee non si limitano a mietere vittime tra soldati e civili, esse aggrediscono le fondamenta stesse della nostra sopravvivenza attraverso una distruzione ambientale sistematica. Non è più solo il ricordo delle foreste del Vietnam, devastate decenni fa dai defolianti che ancora oggi rendono sterili i campi, a tormentarci,  ma la consapevolezza che la natura è diventata sia un’arma che un obiettivo strategico.

Come ammonito da Papa Francesco nella Laudato si’, il degrado ambientale causato dai conflitti è un rischio enorme, specialmente nell’era delle armi nucleari e biologiche. Recentemente, abbiamo assistito a una forma ancora più subdola di violenza, definibile come “ecocidio”: la distruzione deliberata di infrastrutture energetiche e grandi dighe nell’Europa dell’Est. Quando una diga viene abbattuta, non si colpisce solo un bersaglio militare, ma si avvelena la terra, si cancellano ecosistemi e si condannano intere popolazioni alla sete e alla fame per decenni, usando la sofferenza della natura come strumento per piegare la resistenza umana.

Secondo l’Onu, il 40% delle guerre degli ultimi sessant’anni ha radici ambientali, e questo dato è destinato a crescere con l’aggravarsi della crisi climatica. Accaparrarsi un bacino idrico, un giacimento di gas o una miniera di coltan non è più solo una questione economica, ma una mossa strategica per la sopravvivenza del potere. Persino la gestione criminale del territorio diventa un mezzo per finanziare il terrore. L’esempio dell’Afghanistan è emblematico: dopo vent’anni di missione internazionale, il ritorno dei talebani ha consolidato un vero e proprio “Narco-Stato”. Qui la terra non serve a sfamare, ma a produrre oppio e cannabis, trasformando l’agricoltura in una fonte di ricchezza per chi opprime i diritti umani, calpesta la dignità delle donne e giustizia i dissenzienti. La “war on terror” iniziata dopo l’11 settembre ci ha lasciato una lezione amara sulla difficoltà di costruire una pace duratura quando le radici dell’economia bellica rimangono intatte nel terreno.

In questo contesto, l’Italia si deve interrogare sul proprio ruolo. Il ripudio della guerra sancito dalla nostra Costituzione sembra scontrarsi con la partecipazione a missioni internazionali che implicano l’uso della forza. Tuttavia, sta emergendo una nuova consapevolezza: se la nostra Costituzione oggi tutela esplicitamente l’ambiente e la biodiversità all’Articolo 9, allora difendere l’ecosistema diventa un dovere che giustifica l’intervento internazionale. Non si tratta di invadere per conquistare territori, ma di proteggere valori universali e risorse vitali che appartengono all’umanità intera. Se non garantiamo la sicurezza delle risorse naturali, non potrà mai esistere una pace durevole. La difesa dell’ambiente ci riguarda tutti, perché questa sfera terrestre è l’unica casa che abbiamo. Solo proteggendo la terra dalle ferite dei conflitti potremo sperare di passare dal tragico grido “tutti giù per terra” a un futuro in cui le generazioni potranno finalmente vivere serene.

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L’unico modo per eliminare la guerra è partire dall’individuo, educarci tutti, come singoli e collettività, al rispetto ed alla risoluzione dei conflitti puntando sul confronto e non sulla aggressione; vale sempre e comunque il pensiero che l’unico modo per vincere una guerra è rfiutarsi di combatterla.

Che sia l’inizio di un circolo virtuoso di pensiero e di azione (come avrebbe detto Giuseppe Mazzini)

Riccardo Infantino

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11.01.2026

Piero Belli

L’Europa al bivio: verso una “Neutralità attiva” per salvare l’umanità

Il mondo sta percorrendo una strada rischiosa, guidato da logiche di potere che sembrano trascurare i veri problemi dell’umanità. Guerre, crisi climatica e disuguaglianze economiche enormi non sono semplici incidenti di percorso, ma il risultato di un sistema che ha perso la sua bussola morale. In questo contesto, l’Europa ha un’unica via d’uscita: “diventare il faro della neutralità e del buon senso”.

Dobbiamo liberarci dalla narrazione tossica che divide il mondo in “democrazie contro autocrazie”. Questa distinzione, spesso ipocrita, serve solo a giustificare nuove corse agli armamenti e a polarizzare i conflitti. L’Europa deve smettere di essere un partner subalterno e iniziare a concentrarsi sui problemi reali: la povertà estrema e la salvaguardia del pianeta sono sfide che ci avvicinano al resto del mondo, piuttosto che a certi interessi oltreoceano.

Per non essere schiacciata dalle superpotenze (USA, Cina, Russia), l’Europa deve abbracciare una “neutralità attiva”. Questo non significa isolarsi, ma agire come un blocco unico e sovrano.

Basta divisioni interne: Non possiamo più permetterci 27 politiche estere diverse. Un solo interlocutore. Dobbiamo dialogare con i giganti mondiali da pari a pari, impedendo a potenze esterne di decidere per noi. Chi decide di schierarsi con interessi extra-europei per convenienza personale si pone automaticamente al di fuori della nostra comunità europea.

Il principale ostacolo a questa visione non è solo geopolitico, ma interno. La classe dirigente attuale appare spesso prigioniera di interessi di parte (politici e governanti più attenti al profitto immediato e al potere personale che al bene collettivo), corruzione e ingordigia (un sistema dove il denaro orienta le scelte, creando una barriera tra le istituzioni e i bisogni delle persone), mancanza di Giustizia (una scarsa fiducia nel sistema giudiziario che permette ai “potenti” di agire nell’impunità, alimentando le diseguaglianze).

Abbiamo bisogno di persone, non solo di burocrati. Uomini e donne capaci di lottare contro le barriere sociali e di resistere alle lusinghe del capitale internazionale. La sfida dell’Europa è riscoprire la propria anima umanistica: mettere l’uomo, la pace e la stabilità sociale sopra il delirio di espansione e il profitto delle lobby.

L’Europa può essere la “Svizzera del mondo”: un porto sicuro di diplomazia e cooperazione multilaterale. Se non avrà il coraggio di rendersi autonoma e di combattere la corruzione interna che la divora, rimarrà solo un terreno di scontro per interessi che non le appartengono.

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04.01.2026

Riccardo Infantino

Tempi di autoresistenza

La decennale frequentazione dell’ANPI mi ha insegnato cosa è stata e cosa è, oggi, la resistenza; anche ora che i miei rapporti non si sono interrotti, ma diradati, sono giunto grazie alla associazione a formulare un concetto o meglio, un atteggiamento di vita, di cui vorrei parlare a tutt*, anche per un confronto (una delle basi della democrazia) con chiunque voglia discuterne.

Quando si parla di Resistenza (quella storica, che portò al crollo del regime fascista) e di resistenza (quella forma mentale sempre vigile a tutela delle libertà fondamentali, oggi non proprio di moda…) si pensa ovviamente al contrasto verso un pericolo fuori di noi; cambiano i tempi, i nuovi fascismi e le nuove forme di pensiero antidemocratiche non si presentano più con la faccia dura della repressione a colpi di manganello – o almeno non sempre -, ma puntano spesso sull’assuefazione nei confronti degli atti che negano i princìpi umanitari fondamentali: ormai sono in numero così grande e smaccatamente evidente che si rischia di inserirli pericolosamente in un contesto di rassegnata e quasi ordinaria quotidianità.

Urge allora, oggi più che mai, coltivare una sorta di autoresistenza – quasi una lotta contro noi stessi – come antidoto alla passiva accettazione dei soprusi peggiori come “normali” ed inevitabili -, perché chi commette crimini – di guerra e non – sa bene che compiendo azioni delittuose sempre più efferate – dall’embargo economico al regime di apartheid fino al genocidio, magari dilazionato nel tempo, per finire con l’invasione militare di un paese per “riportare la democrazia” – le menti di noi cittadini comuni subiscono una costante overdose di violenza e di illegalità a tutto campo, e a quel punto la pressione arriva ad un punto tale che si inizia a pensare che no, non sarà mai possibile fermare chi ha la forza economica e militare per praticare questi orrori, tanto non ne abbiamo la forza.

Sbagliato.

Il punto di partenza è proprio nello sforzo costante di non assuefazione, la capacità (a volte quasi autolesionistica, è vero) di non smettere di provare sofferenza per tutto ciò, e dal disagio impotente che si avverte partire per collegarlo a quello di tanti altri: in altre parole creare un network di cervelli e di empatie miranti a realizzare un qualcosa di pratico ed efficace (i grandi numeri sono difficilmente controllabili, lo sappiamo bene), nella speranza che dai e dai questo ordine mondiale basato sulla legge della forza invece che del diritto si incrinerà dal suo interno, essendo un gigantesco palazzo costruito con materiali scadenti (la logica del consumo illimitato) e fondato sui conflitti militari come correttivo di economie basate sulla speculazione invece che sulla produzione effettiva di beni utili in quantità accettabili.

L’autoresistenza, a questo punto divenuta collettiva, dovrebbe portare al proposito di mutare gradualmente stile di vita, allontanandosi poco alla volta da bisogni artificiali creati a scopo di lucro (per pochi), lucro che alimenta la sola industria che, al momento, non conosce crisi da sovrapproduzione (a differenza di tutte le altre), quella degli armamenti.

A quanti di noi non è venuto in mente, di fronte agli orrori dei nostri giorni, che forse è arrivato il momento di una rivoluzione armata globale che ripristini la giustizia e l’eguaglianza tra tutti?

Nessuno però ci garantisce – come ci ricorda Hannah Arendt – che potrebbe essere la sostituzione pura e semplice di un ordine violento con un altro, egualmente derivato dalla violenza.

Forse otterremmo risultati duraturi muovendoci tutti insieme come una massa critica che boicotta le economie di rapina in ogni modo possibile, perché le armi hanno bisogno di denaro per essere acquistate ed utilizzate, ma se il denaro inizia a venire meno diminuiscono anche quelle…

Saluti antifascisti a tutt*, siempre!

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