Che il 2026 sia l’anno della pace
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Piero Belli 3 Aprile 2026 – Salari bassi, sindacati deboli e scuola sacrificata
Gabriele Busti 6 Maggio 2026 – Un buon vecchietto
Piero Belli 3 Aprile 2026 – Il 25 aprile delle donne
Riccardo Infantino 26 Aprile 2026 – Le Resistenze
Lorenzo Busti 20 Aprile 2026 – Il balletto dello stretto di Ormuz-Schroedinger che è sia aperto che chiuso
Piero Belli 19 Aprile 2026 – Se la verità diventa un’arma da sporcare
Piero Belli 12 Aprile 2026 – Domine, quo vadis?
Gabriele Busti 6 Aprile 2026 – Tutte le vacche sono nere di notte
Riccardo Infantino 5 Aprile 2026 – Cambiare vita?
Piero Belli 5 Aprile 2026 – Oltre il Buio: Un augurio di resistenza e pacificazione
Piero Belli 29 Marzo 2026 – Referendum 2026: la Tuscia “controcorrente” e il muro del NO
Gabriele Busti 28 Marzo 2026 – Educazione e società agli stati limite: la terza via
Piero Belli 24 Marzo 2026 – Via Rasella: l’anomalia di un linguaggio che tradisce la storia
Associazione Giovani Magistrati 23 Marzo 2026 – Grazie
Riccardo Infantino 22 Marzo 2026 – È ora, è ora
Piero Belli 22 Marzo 2026 – La Corruzione come Sistema Operativo: L’Eclissi del Pubblico
Piero Belli 15 Marzo 2026 – Il furto della solidarietà nell’era digitale
Associazione Giovani Magistrati 13 Marzo 2026 – Riforma della magistratura: a cosa serve davvero
Riccardo Infantino 8 Marzo 2026 – Ma allora sono antisemita e non lo sapevo?
Piero Belli 8 Marzo 2026 – L’IA come accelerante d’odio e arma di truffa
Riccardo Infantino 1 Marzo 2026 – La protesta silente
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Piero Belli 15 Febbraio 2026 – Dalla coscienza al riflesso meccanico
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Gabriele Busti 2 Febbraio 2026 – Disumanizzazione
Piero Belli 1 Febbraio 2026 – Scuola, modelli e disumanizzazione: il Paese che non sa più educare
Piero Belli 25 Gennaio 2026 – Giustizia sotto pressione: tra protezione dei testimoni, decreto sicurezza e separazione delle carriere cresce il timore di uno squilibrio sistemico
Riccardo Infantino 17 Gennaio 2026 – I dilemmi del cittadino comune
Piero Belli 17 Gennaio 2026 – Giro girotondo, gira il mondo, arriva la guerra, tutti giù per terra!
Piero Belli 11 Gennaio 2026 – L’Europa al Bivio: Verso una “Neutralità Attiva” per Salvare l’Umanità
Riccardo Infantino 4 Gennaio 2026 – Tempi di autoresistenza
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Piero Belli
Salari bassi, sindacati deboli e scuola sacrificata
Il declino del potere contrattuale dei lavoratori italiani e le riforme mancate
L’Italia si trova in una condizione paradossale: è tra le poche economie avanzate d’Europa in cui i salari reali sono diminuiti negli ultimi trent’anni. Dietro questo dato si nasconde una crisi strutturale che tocca il sistema della contrattazione collettiva, il ruolo dei sindacati, le scelte politiche dei governi e, in ultima analisi, il futuro della scuola pubblica e della formazione. Come ha rilevato il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, i salari devono crescere attraverso la contrattazione e non attraverso le distorsioni fiscali — misure che, oltre a essere inique, non affrontano le cause profonde del problema.
L’Italia è uno dei pochissimi paesi OCSE in cui il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è inferiore a quello del 1990. Mentre Francia, Germania e Spagna hanno registrato aumenti salariali reali significativi, in Italia la crescita dei salari nominali è stata sistematicamente erosa dall’inflazione e da una produttività stagnante.
Le cause sono molteplici e intrecciate: un tessuto produttivo dominato da piccole e medie imprese che competono su segmenti a basso valore aggiunto, un sistema di contrattazione collettiva cristallizzato su regole degli anni Novanta, e una frammentazione sindacale che indebolisce il fronte dei lavoratori nei tavoli negoziali.
Il sindacalismo italiano sconta una debolezza strutturale che non è solo italiana ma comune a quasi tutto il mondo occidentale. Il calo della membership è iniziato negli anni Ottanta con l’erosione del lavoro manifatturiero — il bacino naturale del sindacato tradizionale — e non si è mai arrestato. Ma in Italia il problema ha dimensioni particolari:
- Frammentazione estrema: esistono oltre 900 contratti collettivi nazionali in vigore, molti dei quali firmati da sigle minoritarie e compiacenti con le associazioni datoriali.
- Divisione storica: la tripartizione CGIL/CISL/UIL rispecchia logiche politiche degli anni Cinquanta e genera competizione interna invece che unità d’azione.
- Regole obsolete: l’architettura contrattuale è ferma all’accordo del luglio 1993, concepito per un’economia fordista che non esiste più.
- Assenza nel lavoro frammentato: gig economy, partite IVA, contratti atipici — milioni di lavoratori completamente fuori dalla contrattazione collettiva.
Il risultato è che nei tavoli negoziali le aziende — soprattutto le PMI — arrivano con un argomento difficile da contrastare: “Possiamo affrontare la concorrenza soltanto tenendo i salari bassi, altrimenti rischiamo di chiudere.” Di fronte a sindacati divisi e indeboliti, questo argomento spesso passa.
Nel settore pubblico il meccanismo è lo stesso ma con una aggravante: il datore di lavoro è lo Stato, e le decisioni sui salari sono politiche prima che economiche. Il rinnovo dei contratti del pubblico impiego dipende da quanto il governo decide di stanziare in legge di bilancio.
Qui emerge un paradosso politico: i dipendenti pubblici sono numericamente la categoria più grande del paese, eppure pesano meno di categorie molto più piccole ma più organizzate — balneari, tassisti, farmacisti, professionisti protetti. Queste categorie hanno un interesse concentrato e altissima propensione alla mobilitazione; i dipendenti pubblici hanno un interesse diffuso e una rappresentanza frammentata. Alla resa dei conti, il potere di lobbying si distribuisce di conseguenza.
Di fronte al dibattito europeo sul salario minimo legale — adottato ormai dalla quasi totalità dei paesi UE — il governo italiano ha risposto con la formula del “salario giusto”: anziché fissare una soglia legale, si rimanda ai contratti collettivi nazionali esistenti come riferimento di equità.
Il problema è che questa formula è circolare. Se il CCNL applicato è uno dei tanti contratti pirata — firmati da sigle minoritarie con associazioni datoriali compiacenti, appositamente per abbassare il costo del lavoro — allora dire che il salario è “giusto” perché rispetta quel contratto equivale a misurare la temperatura con un termometro taroccato.
La resistenza al salario minimo legale in Italia viene da due direzioni che convergono sul risultato: da destra, per preferenza ideologica verso la contrattazione privata; da parte di alcune sigle sindacali storiche, per il timore che una soglia legale scavalchi il loro ruolo negoziale. Nel mezzo, i lavoratori più vulnerabili — agricoltura, logistica, lavoro domestico — restano senza tutele reali.
Nessun caso illustra meglio la crisi del modello italiano degli insegnanti. Un docente di scuola secondaria in Italia guadagna in media tra i 30.000 e i 32.000 euro lordi annui a regime — contro i 50.000-60.000 della Germania, i 40.000 della Francia, i 45.000 dei Paesi Bassi. Il confronto, già pesante in termini nominali, diventa ancora più brutale se si considera il potere d’acquisto reale.
Il paradosso è che l’insegnante italiano è tra i più scolarizzati d’Europa: laurea magistrale, abilitazione, concorso. Eppure il segnale che il mercato manda ai giovani è chiaro: investire anni di formazione per insegnare non conviene economicamente. Le scuole del Nord Italia già oggi faticano a trovare docenti di matematica e scienze, perché chi ha quelle competenze li porta nel settore privato.
Di fronte alla carenza di insegnanti specialistici — matematica, fisica, scienze — la risposta politica non è stata alzare i salari per attrarre talenti. È stata abbassare lo standard. La riforma scolastica in corso procede su due binari paralleli: l’accorpamento delle classi di concorso e il taglio delle ore sulle materie tecniche e scientifiche.
La logica è trasparente una volta che la si vede: accorpando matematica e fisica in un’unica classe di concorso, si riduce il numero di cattedre necessarie e si abbassa la soglia di specializzazione richiesta. Riducendo le ore di quelle materie, si richiedono ancora meno insegnanti. Il problema della carenza sparisce per definizione — non per soluzione.
Il danno strategico è enorme. In un momento storico in cui l’intera economia si trasforma intorno alle competenze STEM, l’Italia sta sistematicamente riducendo la formazione scientifica di base. Germania, Finlandia e Polonia stanno investendo pesantemente in matematica e scienze nelle scuole. L’Italia taglia le ore e accorpa le cattedre, presentando il tutto come modernizzazione del curricolo.
Esistono strade concrete per invertire la rotta, tutte con precedenti solidi in altri paesi europei:
- Legge sulla rappresentanza sindacale: fissare soglie minime reali per la firma dei contratti, rendere inefficaci i contratti pirata, e introdurre un meccanismo di erga omnes autentico che estenda i contratti nazionali a tutti i lavoratori del settore.
- Salario minimo legale: non come sostituto della contrattazione, ma come pavimento sotto cui nessuno può scendere. Rafforza la contrattazione invece di sostituirla, togliendo alle aziende l’argomento del “dobbiamo tagliare o chiudiamo”.
- Partecipazione dei lavoratori alla governance: il modello tedesco della Mitbestimmung — cogestione con rappresentanti dei lavoratori nei consigli di sorveglianza — cambia gli equilibri di potere reali nelle decisioni su salari, investimenti e delocalizzazioni.
- Estendere la contrattazione al lavoro frammentato: costruire modelli contrattuali per gig worker, rider e freelance, come stanno già facendo Spagna e Francia.
- Ridurre la frammentazione sindacale: incentivare fusioni e coordinamento tra sigle per aumentare il peso negoziale complessivo.
La crisi salariale italiana non è una legge naturale né una conseguenza inevitabile della globalizzazione. È il risultato di scelte politiche precise, fatte per decenni in favore di interessi organizzati a scapito di lavoratori frammentati e poco rappresentati. Il circolo vizioso è chiaro: i lavoratori sono deboli perché non si organizzano efficacemente, non si organizzano perché le regole rendono difficile farlo, e le regole non cambiano perché chi potrebbe cambiarle non ha interesse a farlo.
Spezzare questo circolo richiede una volontà politica che in Italia è storicamente mancata. Ma gli strumenti esistono, i modelli europei funzionano, e il costo dell’inazione — in termini di impoverimento dei lavoratori, fuga di talenti dalla scuola, e declino della competitività a lungo termine — è ormai evidente a chiunque voglia guardarlo.
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Un buon vecchietto
Oggi voglio raccontarvi la favola di un vecchietto buono e di sinistra di nome Pier Luigi Bersani, che nella sua modesta carriera nient’altro avrebbe fatto che inseguire vincoli esterni, privatizzazioni e deregulation, rigidamente operando al consolidamento del modello neoliberale vigente, e invece nell’immaginario collettivo continua a stagliarsi come un socialista sincero, avveduto, ricco di sagacia e di buon senso contadinesco. Uno zietto bonario, amabile e gentile, un difensore degli oppressi vigliaccamente frodato e defenestrato da due trucidi villains rispondenti ai nomi di Beppe Grillo e Matteo Renzi.
Un fulgido sogno di giustizia sociale ci è stato strappato dalle mani, compagni, soprattutto per la malvagità del secondo: un Gano di Maganza, ‘sto Renzi, un corpo estraneo, un agente patogeno che operando oscuri malefici è riuscito a infettare il corpaccione sano di un partito pieno di bella gente e di buonissime intenzioni. Letta, Picierno, Fiano, Delrio, non si riesce a debellarli, questi renziani, eppure saremmo a un passo così dal socialismo…
Ieri però è giunta una buona notizia, finalmente, la Madia se n’è andata, è tornata con Renzi! Vi eravate scordati persino della sua esistenza? Invece è una grande svolta, compagni, non tutto è perduto, l’alba radiosa non è poi così lontana.
Parliamo di un partito che, ben prima che Renzi si fosse affacciato alla ribalta, aveva già votato il massacro di Belgrado, la svendita dell’industria di stato, la distruzione della scuola e della sanità pubbliche, la riforma delle pensioni peggiore d’Europa, la fine di ogni conflitto sindacale. Il partito di Veltroni, D’Alema, Fassino, Napolitano, che ha portato al trionfo Romano Prodi, Mario Monti e Mario Draghi, a realizzare il modello sociale più ingiusto d’Europa, un bagno di sangue per le classi popolari che infatti lo schifano da decenni.
Tutto questo, ovviamente, è successo nel piano della realtà. Ma noi vogliamo continuare vivere nel paese delle fiabe. Anzi, chissà che il nostro Gargamella un giorno non possa ambire allo scranno più alto… Sarebbe proprio un bel Presidente! Un nuovo Pertini! Un santo!
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Piero Belli
Il 25 aprile delle donne
“In un Paese distrutto, affamato, largamente analfabeta, è un risultato straordinario, e una vittoria soprattutto loro, che il 2 giugno 1946 votino quasi il 90% delle donne aventi diritto, e in Assemblea Costituente vadano 21 deputate. Poche, ma lasciano il segno. Dobbiamo a loro che in Costituzione siano entrati i principi cardine della parità di genere. Anche grazie a loro, la nostra Carta dà tanto spazio anche ai diritti sociali. Per tutte, ricordo che fu Teresa Mattei a voler rafforzare l’art. 3, per affermare che la Repubblica deve impegnarsi a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociali che limitano “di fatto” la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.” Benedetta Tobagi
30 aprile inaugurazione della mostra presso il sottopasso di piazza Crispi a Viterbo “Non solo padri… LE MADRI COSTITUENTI”
C’è una lettera che vale più di molti libri di storia. La scrive Teresa Mattei — partigiana, “Chicchi” per i compagni — il 25 aprile 1945, mezz’ora dopo aver sentito alla radio che Milano e Torino sono libere. Non sa ancora che quella data diventerà il simbolo della Liberazione. Sta già pensando al dopo.
È da questa immagine folgorante che Benedetta Tobagi ha aperto la sua orazione civile a Genova, davanti a una città che ottantuno anni fa si liberò da sola — caso unico in Europa — costringendo i nazisti ad arrendersi non agli Alleati, ma direttamente ai partigiani. Un’immagine che dice tutto sul modo in cui la storia si fa davvero: non nei discorsi solenni, ma nel lavoro quotidiano di chi non smette di guardare avanti anche mentre il presente brucia.
La tesi centrale del discorso di Tobagi è netta, quasi provocatoria nella sua semplicità: senza le donne, la Resistenza non si sarebbe potuta fare. Non come contributo marginale, non come supporto emotivo ai combattenti, ma come infrastruttura indispensabile di un movimento clandestino che aveva bisogno di reti, logistica, comunicazione, intelligence.
Lo dice con le parole dell’ex partigiana Teresa Vergalli, che Tobagi cita come se fossero un manifesto: “Senza le donne non si poteva fare niente: le donne erano la radio, la portaerei, le infermiere, il dottore. Erano tutto.”
Per decenni questa verità è stata coperta da una retorica riduttiva. Le donne avevano “collaborato”, “aiutato”, “partecipato” — come se il verbo giusto per definire il loro ruolo dovesse sempre essere transitivo, subordinato a un soggetto maschile. Tobagi smonta questa narrazione con esempi concreti e luminosi.
Vincenzina Musso gestisce il banco del lotto al Campasso e lo trasforma in un sistema di fuga per soldati allo sbando: finte estrazioni, identità civili cucite addosso agli sbandati, un piccolo teatro della sopravvivenza. Mirella Alloisio, diciassette anni, trasporta documenti nella borsa a doppio fondo e sceglie con cura i libri da mettere sopra — “latino o filosofia, le cose un po’ più difficili, perché siccome le Brigate nere erano ignoranti di fronte a queste erano un po’ più… allora mi facevano passare” — poi contrabbanda le mappe delle mine nel porto di Genova, salvando un’infrastruttura vitale. Rosa Biggi, di Fontanigorda, diventa la partigiana Nuvola a diciassette anni e di quell’esperienza dice: “per la prima volta mi sono sentita qualcuno.”
Tre donne, tre storie, tre modi di dire la stessa cosa: la Resistenza non è stata solo una guerra. È stata anche una liberazione dentro la liberazione.
Uno dei passaggi più originali del discorso di Tobagi riguarda il concetto di cura. Le donne entrano nella Resistenza spesso attraverso un gesto apparentemente tradizionale: nutrire, nascondere, vestire chi è in fuga. “Maternage di massa”, lo chiama Tobagi citando la storiografia femminista. Ma poi aggiunge la svolta interpretativa che cambia tutto: “la più tradizionale funzione femminile diventa sovversiva, quando esce dalle mura di casa e si ribella al potere e alla sua logica brutale.”
È un’osservazione che pesa, e Tobagi non la lascia ferma nel passato. La proietta nel presente con un corto circuito temporale: oggi è considerata sovversiva la difesa dei corpi migranti. Portare cibo a persone segregate e affamate è diventato un gesto illegale o quanto meno scomodo. E allora la Genova che si mette in fila per caricare viveri sulla flottiglia per Gaza non è solo un gesto di solidarietà contemporanea — è una continuità storica, la stessa logica morale che ottant’anni fa spingeva una donna a nascondere un soldato sotto il banco del lotto.
I Gruppi di Difesa della Donna, la grande organizzazione femminile della Resistenza, non si accontentano di un ruolo operativo. Dal novembre del 1943 mettono nero su bianco un programma politico: parità giuridica, economica e sociale, tutele per le lavoratrici madri, sostegno all’istruzione. Vogliono che le donne partecipino alla lotta “non solo ‘attivamente’, ma ‘coscientemente'” — e Tobagi sottolinea la bellezza di quell’avverbio: è il rovesciamento esatto del “credere obbedire combattere” fascista.
La conquista del voto, ottenuta alla vigilia della Liberazione, è solo il primo passo. Il decreto iniziale non prevede nemmeno la possibilità per le donne di essere elette — non è una dimenticanza, precisa Tobagi: “C’è un forte interesse dei partiti di massa a conquistare le nuove elettrici; importa molto meno dar loro la possibilità di rappresentare se stesse.” Le donne riprendono la lotta, e nel giro di un anno si conquistano anche l’eleggibilità.
Il 2 giugno 1946 votano quasi il 90% delle donne aventi diritto. Un risultato straordinario in un Paese distrutto, affamato, largamente analfabeta, ottenuto anche grazie a un lavoro capillare di sensibilizzazione — porta a porta, nei cortili, nelle botteghe — perché tante non potevano o non osavano ancora andare in piazza.
Alle 21 deputate elette alla Costituente si deve, tra l’altro, che nell’articolo 3 della Costituzione sia entrato l’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano “di fatto” la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Quella formula — di fatto — è Teresa Mattei. La stessa che la mattina della Liberazione stava già scrivendo lettere sul lavoro da fare.
Tobagi non cade nella trappola della celebrazione acritica. “Fuor di retorica, c’è qualcosa di incredibilmente frustrante nella democrazia”, dice esplicitamente. Le donne entrano in magistratura solo nel 1963, il diritto di famiglia si democratizza nel ’75, la parità salariale formale arriva nel ’77. La Costituzione, in molti aspetti, “resta un bellissimo progetto, non ancora realizzato.”
Ma è proprio qui il cuore del discorso: si può guardare a questo divario con le lenti amare di chi conta le promesse mancate, oppure si può capire che “la democrazia è fatica e impegno costante, è costruzione, manutenzione, ricostruzione, passi avanti e passi indietro.” La storia delle donne nella Resistenza e nella nascita della Repubblica è la dimostrazione che i traguardi si conquistano, che gli ostacoli si possono superare — e che questo richiede tempo, mediazione, lavoro quotidiano, a volte sconfitte.
In un tempo in cui è facile “provare un senso di impotenza e angoscia”, Tobagi indica in questa storia una fonte di energia non retorica ma concreta. L’antifascismo, dice citando una ragazza di vent’anni, non è essere contro qualcosa: è “volere una società bellissima.”
Il 25 aprile, allora, non è una data da commemorare in modo rituale. È, come scriveva Ada Gobetti, “una porta che si è aperta”, sempre e di nuovo da attraversare. Un inizio, non una conclusione. E il modo migliore per onorare chi ce l’ha aperta è continuare a lavorare — con lo stesso pragmatismo di Teresa Mattei che il giorno della Liberazione stava già pensando al dopo — per tenere quella porta aperta per tutti.
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Riccardo Infantino
Le Resistenze
Domani, (ieri) 25 aprile, si dovrebbero festeggiare, accanto alla Resistenza che pose fine al ventennio fascista, le Resistenze dentro e fuori dall’Italia.
In questi decenni ne abbiamo viste più di una: quella delle partigiane e dei combattenti per il Kurdistan (e tra questi anche un italiano, Lorenzo Orsetti, detto Orso Tekoşer, caduto per difendere il popolo kurdo), e quella di cui apparentemente non si parla, la Resistenza palestinese, nella quale, piaccia o no, Hamas rientra a pieno titolo.
Potremmo, allora, parlare di Resistenza globale? Forse è ancora presto per dirlo, ma i presupposti sembrerebbero esserci tutti: ormai è appurato che i governi sono eterodiretti dalle big company (Pfizer e Monsanto insegnano…), il divario tra loro ed i cittadini (quelli con la scheda elettorale che cambia un paese, per capirci) si allarga progressivamente, e quando arriverà ad un punto di non ritorno saranno i cittadini stessi a riprendersi il potere che le costituzioni riconoscono loro, e tornare ad esercitarlo.
Questo nel futuro a medio e lungo termine, ben inteso.
Veniamo all’Italia: oggi è stato approvato il decreto sicurezza, che riesce (impresa davvero notevole) a violare contemporaneamente i princìpi fondamentali di eguaglianza, libertà di riunione e di dissenso, instaurando, di fatto, una democratura, o democrazia apparente, che dir si voglia.
Come resistere allora di fronte a norme che proteggono la forza pubblica con uno scudo penale, rendendo un corpo dello Stato al di sopra della legge, che trasformano in reato la resistenza passiva non violenta e rendono di fatto impossibile il dissenso pubblico, trasformandolo in diritto di mugugno?
Non credo di essere il solo a vedere davanti a me due strade; quella della resistenza armata, che il diritto internazionale riconosce nel caso in cui ci sia una effettiva privazione delle libertà fondamentali o un pericolo di vita per un popolo (non solo i Palestinesi), e l’altra, non meno incisiva, che contempla la resistenza passiva organizzata e solidale, ben consapevole che ogni atto di protesta non violenta considerato reato porterà inevitabilmente al carcere, il lupg referito dai governi repressivi.
La domanda cruciale, dopo aver scelta la lotta non violenta, è: saremmo disposti a subire le violenze delle istituzioni e la detenzione per aver avuta la temerarietà di manifestare un legittimo dissenso apertamente, senza passare attraverso i canali che lo normalizzano, di fatto sterilizzandolo?
O forse non sarebbe meglio una forma devastante di pratica del silenzio e della non adesione?
Molti anni fa lessi un libro di Vercors, Le silence de la mer, Il silenzio del mare, nel quale lo scrittore descrive l’eroismo di una coppia che dovette accogliere forzatamente un ufficiale nazista nella Francia occupata; lo ospitò senza fargli mancare nulla e venendo incontro alle sue necessità quotidiane, ma non gli concesse alcun moto di umanità; l’unica cosa che ricevette fu un silenzio plumbeo, totale, mai scalfito dai suoi tentativi di instaurare un qualche tipo di dialogo con le due persone che lo ospitavano perché costrette: il silenzio del mare, che nessun essere umano può interrompere.
Non so come mi comporterò in una Italia che sembra avviata ad essere un Panopticòn, un carcere perfetto dove ognuno è detenuto e sorvegliante al tempo stesso, ma sto iniziando a considerare, almeno per ora, la scelta del silenzio assoluto, che non è inerzia impotente, ma totale non partecipazione ad un ordine securitario, spinta fino al boicottaggio totale all’interno del sistema da cui ti devi proteggere.
Saluti resistenti ed antifascisti a tutt*, e 25 aprile sempre!
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Lorenzo Busti
Il balletto dello stretto di Ormuz-Schroedinger che è sia aperto che chiuso
Se davvero si fermeranno tutti i camion a oltranza, perché non rientrano più nei costi del carburante, saremo al primo punto di verità rivelata che irromperà e romperà qualsiasi tipo di narrazione artefatta la nostra stampa e la nostra politica cercano ossessivamente di imporci, con i loro mantra demenziali, ipnotici e ripetitivi.
E ancora non è niente, perché stiamo pagando quasi solo le speculazioni, non l’assenza di approvvigionamento di petrolio che nei prossimi due o tre mesi mostrerà davvero il suo volto reale più feroce. Perché se anche il balletto dello stretto di Ormuz-Schroedinger che è sia aperto che chiuso si fermerà, gli impianti del Quatar, al quale ci eravamo disperatamente rivolti per compensare il bando ai russi, sono stati fatti saltare in aria, e ci vorranno mesi e mesi, se non anni, per tornare ai ritmi di fornitura di prima.
Con questi lumi di luna è ovvio che prima o poi la Meloni getterà la spugna e si andrà a nascondere dietro un governo di unità nazionale creato in laboratorio da Mattarella, che con il supporto “responsabile” del PD e dei suoi sgherri, avrà il beneficio di imporci delle cure da cavallo, lasciando indenne la polarizzazione palliativa e fittizia, del “mal comune, mezzo gaudio”, che anestetizza il nostro deliquio.
Ora però tutto dipenderà da cosa faremo noi, cittadini comuni che non possiamo scioperare in massa perché il nostro stipendio fisso o la nostra partita iva soffrono in silenzio l’innalzamento del livello dell’acqua che è sempre più vicina ad affogare i nostri conti corrente.
E non ci saranno “ce la faremo” o “ne usciremo migliori” che tangano. O attueremo una rivoluzione razionale e di cuore, non violenta ma determinata a fare saltare il tappo di un sistema che non ci difende e non ci rappresenta più, oppure dovremo rassegnarci ad essere ognuno il cannibale del suo prossimo, per una mera e tragica questione di sopravvivenza quotidiana.
Ci servirebbe tantissimo un collante ideologico, spirituale, filosofico, ma laico e lucido che sia, per sentirci uniti e non separati l’uno dall’altro, per reggere l’urto e provare a cambiare davvero qualcosa in favore dei più. Ma questo qualcosa è un tassello enorme, ad oggi mancante, che non si può inventare così, su due piedi.
Beh, se non vogliamo ammazzarci l’un l’altro, e vogliamo sperare di farcela per davvero, almeno, è precisamente questo il momento in cui è proprio ora di iniziare a pensarci.
Non so se sono riuscito a spiegarmi, ma o ce la facciamo insieme e ce la facciamo tutti, o non si salverà nessuno, povero o ricco che sia, in modo diverso, ma propio nessuno.
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Piero Belli
Se la verità diventa un’arma da sporcare
Non è più solo una questione di fatti, ma di percezione. Tra le provocazioni nel Parlamento polacco e le polemiche sulle immagini in Italia, emerge una strategia inquietante: mescolare il vero al falso per renderci tutti “ciechi”.
Nel cuore di un aprile che avrebbe dovuto essere dedicato alla memoria, in coincidenza con lo Yom HaShoah (la giornata del ricordo dell’Olocausto) e la Marcia dei Vivi ad Auschwitz, il Parlamento polacco è diventato il teatro di un paradosso brutale. Konrad Berkowicz, esponente dell’estrema destra di Konfederacja, ha sollevato sopra la testa un’immagine che ha raggelato l’aula: la bandiera di Israele con una svastica sovrapposta. Mentre il mondo guardava con orrore quel simbolo, Berkowicz lanciava accuse sull’uso di armi termobariche e fosforo bianco, ordigni capaci di “risucchiare l’ossigeno” e devastare i polmoni dei civili a Gaza.
A prima vista, potrebbe sembrare il gesto folle di un provocatore, ma se applichiamo il discernimento, emerge un calcolo cinico. Berkowicz non ha usato la svastica per caso: lo ha fatto per “sporcare” una verità scomoda — quella delle armi non convenzionali, documentata da organizzazioni internazionali — rendendola impresentabile al grande pubblico. Chiunque, sano di mente, rifiuta la svastica; facendolo, però, finisce per rifiutare anche la notizia delle vittime che quel simbolo pretendeva di difendere. Il vero vantaggio per Berkowicz, tuttavia, era politico e rivolto a Washington. Attaccando Israele nel modo più offensivo possibile, egli ha voluto costringere il governo polacco a una scelta impossibile: difendere l’alleato di ferro degli Stati Uniti o condannare un “orrore” simbolico. Il suo fine ultimo non era la salvezza dei palestinesi, ma lo strappo della Polonia da quello che lui considera un “vassallaggio” verso l’America, usando il martirio mediatico per ripulirsi, paradossalmente, dall’etichetta di antisemita.
Quasi contemporaneamente, in Italia, la guerra dell’informazione si spostava sul piano tecnologico con la copertina de L’Espresso. Un’immagine potente, che ritraeva un soldato in un contesto di abuso, veniva immediatamente bollata dall’Ambasciata israeliana come un falso creato dall’Intelligenza Artificiale. Qui la strategia cambia, ma l’obiettivo resta lo stesso: innescare il dubbio. Se non puoi smentire il fatto ritratto, smentisci la realtà della prova. Trasformando una fotografia di reportage in un presunto “prodotto algoritmico”, l’attenzione del pubblico viene spostata dal contenuto morale dell’immagine alla disputa tecnica sulla sua origine. È il “gaslighting” dell’era digitale: se tutto può essere finto, allora nulla è più vero, e l’indignazione per l’abuso documentato svanisce nel dibattito sui pixel.
Per difenderci da questo doppio attacco — quello che sporca la verità con l’odio e quello che la dissolve nel dubbio — proviamo a richiamare alla mente la figura di Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico che salvò il mondo dall’apocalisse nucleare decidendo di non credere al suo computer che segnalava missili in arrivo. Petrov ebbe l’intuizione di capire che il segnale era incoerente con la realtà. Oggi, noi dobbiamo fare lo stesso. Davanti a una notizia che ci bombarda come un mantra, dobbiamo isolare il “l’acqua pura in un bicchiere” dal “fango” che la sporca e la intorbidisce.
Le indicazioni per la nostra resistenza sono semplici ma rigorose: quando sentiamo una scarica di rabbia improvvisa, fermiamoci; è l’algoritmo che sta toccando i vostri tasti biologici. Se una notizia sembra troppo perfetta per confermare i nostri pregiudizi, sospettiamo. Il fatto che un provocatore usi una tragedia per i suoi fini, o che un potere cerchi di screditare una foto dandole della “finta”, non rende meno reale la sofferenza di chi è sotto le bombe. Difendersi significa avere il coraggio di Petrov: guardare oltre lo schermo, ignorare il rumore della svastica o il sospetto dell’IA, e cercare la verità nei fatti nudi, anche quando sono terribilmente scomodi. La nostra sovranità mentale inizia nel momento in cui decidiamo che un simbolo non può coprire un crimine e che un dubbio tecnologico non può cancellare un abuso.
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Piero Belli
Domine, quo vadis?
La stima della Bank of America, riporta che “entro il 2030, quasi la metà delle donne tra i 25 e i 44 anni sarà single e senza figli”
per cambiare tendenza si dovrebbe agire su:
1. Sostegno economico diretto e indiretto alle famiglie
2. Conciliazione tra vita lavorativa e familiare
3. Contrasto alla precarietà lavorativa giovanile
4. Cambiamento culturale e sociale
Questi i punti di contrasto che sono stati sempre dibattuti, attualmente però bisogna tener conto di quello che potrà accadere con l’avvento dell’intelligenza artificiale.
Il futuro della demografia globale e l’ascesa dell’intelligenza artificiale rappresentano due rette che, pur sembrando parallele, sono destinate a incrociarsi in modo dirompente entro la fine di questo decennio. Se le proiezioni attuali indicano che una quota massiccia della popolazione femminile in età fertile sceglierà, o sarà costretta dalle circostanze, a restare single e senza figli, l’ingresso massivo dell’automazione intelligente potrebbe agire come il più potente dei correttori o, al contrario, come un colpo di grazia alla stabilità sociale. Il cuore del problema non risiede nella tecnologia stessa, ma nel modo in cui essa ridefinirà il concetto di valore umano all’interno di una società che per secoli ha misurato l’individuo attraverso la sua produttività materiale.
Se osserviamo il versante delle opportunità, l’intelligenza artificiale promette una liberazione dal tempo che non ha precedenti nella storia umana. La gestione di una famiglia e la crescita dei figli sono oggi percepite come un “secondo lavoro” non pagato che entra in conflitto diretto con le ambizioni di carriera. In un mondo dove gli algoritmi assorbiranno il carico delle mansioni burocratiche, amministrative e ripetitive, l’umanità si troverà di fronte a un bivio: utilizzare questo surplus di tempo per aumentare ulteriormente i ritmi di consumo, oppure redistribuirlo per ricostruire il tessuto relazionale e familiare. Una società che automatizza il lavoro potrebbe finalmente permettersi quella flessibilità totale che oggi è solo uno slogan, trasformando la genitorialità da un ostacolo alla sopravvivenza economica a una libera scelta esistenziale sostenuta da una produttività non più basata sul sacrificio del tempo privato.
Tuttavia, il rischio di una deriva è concreto e si annida proprio nella potenziale crescita della precarietà. Se l’intelligenza artificiale venisse utilizzata esclusivamente per tagliare i costi del lavoro senza una contestuale riforma del welfare, i giovani si troverebbero a competere con macchine instancabili e meno costose, vedendo svanire quella sicurezza economica minima necessaria per progettare un futuro a lungo termine. In questo scenario, l’instabilità lavorativa si sommerebbe a una nuova forma di isolamento tecnologico, dove le relazioni umane, imperfette e faticose per definizione, potrebbero essere sostituite da interazioni sintetiche più rassicuranti ma biologicamente sterili. Il cambiamento culturale non riguarderebbe quindi solo il ruolo della donna o della famiglia, ma il senso stesso della nostra presenza nel mondo.
Perché l’intelligenza artificiale diventi una forza positiva per la prosecuzione dell’umanità, sarà necessaria una transizione in cui la ricchezza generata dal software venga reinvestita direttamente nella vita biologica. Ciò significa passare da un’economia della produzione a un’economia della cura, dove il tempo speso per crescere un figlio o mantenere un legame sociale venga riconosciuto come l’unico vero valore che una macchina non potrà mai replicare. Se riusciremo a sganciare il diritto alla sussistenza dall’obbligo del lavoro tecnico, potremmo scoprire che l’IA non è la minaccia che ci renderà obsoleti, ma lo strumento che ci permetterà di tornare a essere pienamente umani, rendendo la scelta di formare una famiglia non più un atto di eroismo economico, ma il naturale compimento di una vita liberata dalle necessità più stringenti.
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Tutte le vacche sono nere di notte
“E’ successo qualcosa di significativo a livello di guerra dell’informazione durante questa aggressione all’Iran.
Le piattaforme social controllate dagli Stati Uniti sono state saturate da un volume straordinario di contenuti disinformativi e notizie false, la cui amplificazione avviene su scala impressionante grazie agli algoritmi di raccomandazione e alla viralità intrinseca del mezzo.
Ma se sarebbe ovvio aspettarsi la diffusione virale di fake news pro Israele e pro USA, un elemento da notare è la natura apparentemente controintuitiva di parte di tale disinformazione: numerosi contenuti falsi o gravemente distorti sembrano, a un esame superficiale, sostenere la causa iraniana.
In passato qualsiasi tipo di informazione anti-sionista veniva censurato o comunque penalizzato dagli algoritmi fino a diventare quasi invisibile.
Ora sembra che l’approccio sia cambiato.
Per quale motivo? La mia impressione è che la strategia di controllo dell’informazione sia cambiata.
L’effetto funzionale di tali narrazioni sensazionaliste e false non è primariamente quello di rafforzare la posizione dell’Iran, quanto piuttosto di generare un ambiente informativo caratterizzato da sovraccarico cognitivo (information overload) e da una indeterminatezza epistemologica generalizzata, nella quale diventa estremamente difficile distinguere i fatti da costruzioni prive di fondamento.
Si realizza così una condizione che richiama la celebre metafora hegeliana della «notte in cui tutte le vacche sono nere», ovvero un offuscamento radicale della capacità discriminante, in cui ogni affermazione tende a perdere affidabilità e il pubblico si trova immerso in una cortina fumogena volutamente spessa.
Tale strategia sembra perseguire l’obiettivo di saturare lo spazio informativo al punto da rendere la mente umana incapace di elaborare e gerarchizzare efficacemente le informazioni, favorendo così un disorientamento più ampio: non tanto la vittoria di una narrazione specifica, quanto l’erosione della fiducia nei processi stessi di produzione e validazione dell’informazione.
E tutto questo accade durante una crisi di portata geopolitica enorme.”
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Riccardo Infantino
Cambiare vita?
Da buon uomo medio occidentale, abituato ad avere fonti energetiche praticamente sempre e comunque, mi sento di fare una piccola riflessione su come potremmo essere portati a cambiare il nostro stile di vita.
Da diversi anni ormai tengo d’occhio l’overshotting day – il giorno dell’anno dopo il quale le risorse energetiche del nostro povero pianeta esauriscono e si inizia a consumare quelle dell’anno successivo: in Italia è il 3 maggio, e “stranamente” i paesi in cui è decisamente spostato verso il 31 dicembre, dall’Armenia (3 luglio) all’Honduras (27 novembre), sono tutti ex colonie oppure nazioni che non sono strettamente dipendenti dalla economia dell’usa e getta e della obsolescenza programmata.
Il capitalismo del XX e del XXI secolo si basa, come è noto, su di un assurdo economico, il consumo illimitato, che dovrebbe assorbire costantemente una sovraproduzione sempre più voluminosa, quasi fosse un buco nero senza fondo.
L’economia del consumo illimitato ha però bisogno di nuove e sempre più abbondanti riserve energetiche, che a tutt’oggi sono costituite in gran parte dalle fonti fossili non rinnovabili; basta allora un conflitto in una delle aree petrolifere del pianeta abbinato ad un restringimento delle forniture di greggio per creare i presupposti di una vera crisi continentale: dopo l’annuncio di grandi compagnie aeree che ridurranno i voli non necessari si inizia a parlare di lockdown energetici, composti da misure che vanno dallo smart working per determinate categorie alla niente affatto remota ipotesi di razionamento dei carburanti – già di per sé molto cari – e delle forniture di energia elettrica, a fronte di aumento sulle bollette che arriverebbero, nel caso peggiore, intorno al doppio delle attuali.
Se volete datemi del complottardo (mi piace molti di più rispetto a “complottista”, suona più comunardo…), ma il sospetto che la drastica limitazione dei movimenti e delle riunioni di cittadini sia funzionale ad un regime di controllo del tipo sorvegliare e punire non mi lascia in pace.
Accanto a questo infausto pensiero mi viene però in soccorso il considerare ormai necessario un sostanziale cambiamento di vita, che non si ridurrebbe ad un taglio dei consumi energetici – per quello basterebbero le politiche di austerità ormai prossime – ma ad una mutazione profonda del modo di porsi nei confronti della Natura (come soggetto vivente ed interagente con tutte le forme di vita) e delle possibilità che ci offre da sempre.
Fino ad ora abbiamo alimentata una politica di consumo in progressione geometrica (in pratica se un anno sono stati consumati 10 barili di greggio l’anno dopo sono diventati 100, e via di questo passo), ossequienti ad un sistema che si è alimentato rapinando risorse in tutto il pianeta, e che dopo essere stato messo in crisi dalla decolonizzazione e dalla moltiplicazione degli attori economici forti (Cina, India, Corea) sta continuando ad inventarsi guerre di appropriazione di risorse ed inizia a mangiare se stesso per mantenersi, presumibilmente fino al collasso interno.
Cambiare atteggiamento significa prima di tutto chiedersi cosa effettivamente sia necessario per una vita dignitosa, e cosa potremmo condividere con gli altri per innescare un circolo virtuoso di solidarietà e di reciproco aiuto, l’esatto contrario della competizione individualistica del capitalismo, dove vince chi arriva prima e con più beni rispetto a tutti gli altri.
Se è vero che il cambiamento profondo inizia da noi stessi potremmo tentare la difficile strada della essenzialità, del ripara invece che cambia prima che si invecchi troppo, dello sviluppare la forza che solo condividendo con gli altri si acquista e si moltiplica, come in un corpo vivente in cui le singole parti vivono e si integrano l’una con l’altra.
Ormai da molti anni seguo le indicazioni della rete BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) in appoggio alla causa palestinese, per questo sono ormai venti anni che non acquisto più, tra gli altri prodotti, i pompelmi Jaffa, ottimi agrumi ma prodotti in Israele: il numero di persone che sta effettuando questo tipo di boicottaggio non violento è di diversi milioni, e la politica del non comprare sta dando i suoi frutti: un colosso come Carrefour ha ridotti i punti vendita, saranno per lui diminuiti i guadagni delle merci e delle ditte legate alla economia di un governo criminale.
La revisione di una mentalità basata sul consumo ad oltranza si deve porre il problema morale di chi paga, alla origine, il prezzo più alto di quello che compriamo con moneta prodotta da un sistema globale che ha nella guerra – come diceva Orwell in 1984 – il suo naturale alimento in termini di sottrazione violenta di risorse e di pilotaggio politico dei governi.
La ormai prossima riduzione e contingentazione di carburanti, con tutto quel che segue in termini di salita verticale dei prezzi al consumo, potrebbe davvero essere di non rapida soluzione, ma se la attraversiamo bene cambiando le prospettive di ognuno su cosa sia davvero indispensabile e su chi basare la nostra fiducia di cittadini ed elettori avremmo la possibilità concreta di realizzare (l’utopia, così almeno viene definita oggi) il progressivo disseccamento delle fonti che alimentano le guerre, prosciugando alla radice il sistema economico che ne è alla base e che trasforma, come affermava Giulietto Chiesa, i politici in camerieri delle banche.
Saluti antifascisti a tutt*
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Piero Belli
Oltre il Buio: Un augurio di resistenza e pacificazione
Vorrei augurarvi una felice Pasqua con la serenità di chi vede il sole, ma la verità è che siamo immersi in un crepuscolo che fa paura. Non si può far finta di nulla: mentre scrivo, il mondo brucia tra il massacro in Palestina, il logoramento in Ucraina e la repressione brutale in Iran. Siamo sull’orlo di una crisi energetica che è solo il sintomo di un fallimento più profondo, mentre il marcio della corruzione ci mangia dall’interno.
Dagli abissi morali dei file Epstein fino ai nostri confini, dove gli scandali sugli appalti truccati al Ministero della Difesa, in Terna e in RFI ci dicono che il cancro del malaffare sta divorando persino le fondamenta della nostra sicurezza e dello sviluppo.
Non basta più “sperare”. Dobbiamo pretendere che la dignità umana torni a essere il centro di ogni decisione, perché la bomba che cade a migliaia di chilometri da qui e la firma falsa su un appalto pubblico in Italia sono facce della stessa medaglia: il disprezzo per la vita e per il bene comune. Se non recuperiamo un’etica ferrea, se non mettiamo un freno a questa corsa verso il basso, andremo tutti a rotoli.
Il mio augurio per questa Pasqua si proietta con forza verso il prossimo 25 Aprile. Quest’anno la Festa della Liberazione deve cambiare pelle: non può più essere solo una parata di bandiere, deve diventare la Festa della Pacificazione e della Svolta.
Pacificazione non significa restare a guardare mentre il forte schiaccia il debole, ma avere il coraggio di imporre la pace sopra gli interessi dell’industria bellica.
Liberazione oggi significa ripulire lo Stato dai parassiti che svendono il futuro dei cittadini per una mazzetta, liberarci dal cinismo di chi specula sulle crisi energetiche e sociali.
Dobbiamo trasformare questa data nel momento in cui, come popolo di donne e uomini di “buona e resistente volontà”, diciamo BASTA. Fermiamo questa deriva prima che diventi irreversibile. Facciamo sì che il 25 Aprile sia il giorno in cui l’Italia e l’Europa decidono di tornare a essere civiltà e non solo mercati o campi di battaglia.
Auguro a tutti noi di ritrovare la rabbia giusta per cambiare le cose.
Che questa Pasqua ci scuota dal torpore e che il 25 Aprile ci trovi pronti a una nuova, necessaria liberazione morale. Per chi non si arrende, per chi resiste, per chi vuole ancora un futuro.
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Piero Belli
Referendum 2026: la Tuscia “controcorrente” e il muro del NO
Viterbo e la Tuscia si confermano “isole controcorrente” nel Referendum 2026: mentre l’Italia sceglie il NO, il viterbese promuove la riforma con un netto 56%. Tuttavia, l’anomalia vera è la resistenza: un “muro” del NO al 43% che, unito a un’affluenza record (63%), segnala una provincia iper-mobilitata. Decisivo il ruolo dei giovani, figli di una nuova “consapevolezza civica” scolastica, che hanno trasformato il voto tecnico in un inedito esercizio di partecipazione attiva, scardinando le vecchie logiche di appartenenza.
Il Referendum Costituzionale del 22-23 marzo 2026 ha consegnato agli annali un’Italia spaccata a metà. Se a livello nazionale il NO ha vinto con il 54,47%, bloccando la riforma della giustizia, la provincia di Viterbo si è confermata una delle rare “isole del SÌ” in un mare di schede contrarie. Ma attenzione: guardando bene tra le pieghe del voto, l’anomalia viterbese nasconde un segnale politico che potrebbe cambiare gli equilibri locali.
Mentre le grandi metropoli come Roma (NO al 60,3%) e Napoli (NO al 75,4%) hanno affossato la riforma, il SÌ ha trovato rifugio nelle province. Viterbo non è stata sola, ma ha guidato un piccolo blocco di territori che hanno sfidato il trend nazionale:
- Lazio: Viterbo è la capolista del SÌ con il 57,08%, seguita da Latina (54,9%) e Rieti (53,1%).
- Nord: In Veneto hanno tenuto Verona e Rovigo, mentre in Piemonte il SÌ ha vinto in quasi tutte le province tranne Torino.
- Sud: L’unica vera eccezione meridionale è stata Reggio Calabria (SÌ al 53,1%).
L’anomalia nell’anomalia: Viterbo ha registrato un’affluenza del 63,8%, superando di 5 punti la media nazionale. Si è votato più per questo referendum “tecnico” che per molte delle ultime consultazioni politiche, segno di una provincia iper-mobilitata.
Qui a mio avviso arriva il punto interessante. Sebbene il SÌ abbia vinto, il 43,67% di NO raccolto nella Tuscia è un dato politicamente pesantissimo. Perché? Beh intanto perché in comuni storicamente “blindati” dal centrodestra, il fronte del NO ha eroso consensi che solitamente superano il 65%. Quel 43% non è un voto di inerzia, ma un “voto di veto” che ha impedito il plebiscito. A Viterbo città, quasi un cittadino su due ha detto NO. Questo significa che il tessuto urbano sta iniziando a rispondere con logiche più simili a quelle delle grandi metropoli che a quelle della provincia rurale. Senza questo “muro” del NO costruito anche in province come Viterbo, il risultato nazionale sarebbe stato molto più incerto. Il NO viterbese ha contribuito a togliere ossigeno alla narrazione di una “vittoria totale” nelle aree amiche del Governo.
Inoltre c’è un elemento invisibile ma potente dietro l’affluenza record di Viterbo: il ritorno dei giovani (18-34 anni). A livello nazionale, questa fascia d’età ha votato massicciamente per il NO (56,7%), ma nella Tuscia molti giovani hanno partecipato attivamente anche al fronte del SÌ, contribuendo al 63% di affluenza provinciale. Ho sentito dire “ma questi giovani lo avranno saputo veramente cosa hanno votato”?
Perché questa generazione è tornata a votare? A me piace pensare invece che l’insegnamento dell’Educazione Civica nelle scuole secondarie sia stato un volano decisivo. Per la prima volta dopo anni, i neo-maggiorenni che sono andati ai seggi a Viterbo, Civita Castellana o Tarquinia sono ragazzi che hanno studiato la Costituzione e l’ordinamento giudiziario in classe e quindi, sì, lo sapevano convintamente cosa stavano votando. L’introduzione di 33 ore annue dedicate alla cittadinanza ha trasformato il referendum da “noioso tecnicismo” a “caso studio reale”. I giovani viterbesi non sono andati a votare solo per appartenenza politica, ma per esercitare un diritto di cui hanno riscoperto il valore tra i banchi. In una provincia dove spesso si vota per tradizione familiare, l’istruzione civica ha fornito ai ragazzi gli strumenti per discutere il quesito in modo autonomo, portando alle urne anche chi, in passato, avrebbe seguito l’apatia dei genitori.
“A Viterbo abbiamo visto molti ragazzi giovanissimi ai seggi, spesso con le idee più chiare dei nonni,” commentano alcuni scrutatori. È il segno che quando la scuola forma il cittadino, la democrazia ringrazia con l’affluenza.
Se fossi un analista locale, guarderei a questo 43% di NO con molta curiosità in vista delle prossime Amministrative. La somma di PD, M5S e civici ha dimostrato di poter parlare a quasi metà dell’elettorato viterbese quando il tema è identitario.
Nei comuni dove il SÌ ha vinto di misura (come Acquapendente o Bassano Romano), le amministrazioni locali dovranno tenere conto di una metà della popolazione che si sente in forte dissenso con la linea governativa. L’alta affluenza dice che i viterbesi non votano più “per abitudine”, ma si mobilitano sui temi. Questo rende i risultati delle future elezioni locali molto meno prevedibili.
In definitiva, il voto della Tuscia ci dice che il territorio è vivo. Il SÌ ha vinto perché ha saputo parlare alla pancia di una provincia orgogliosa delle sue radici, ma il NO ha eretto un muro altissimo (43%) grazie a un’opinione pubblica sveglia e a una nuova generazione di elettori “alfabetizzati” civilmente.
Il referendum 2026 non ha solo deciso il futuro della giustizia; ha dimostrato che Viterbo è un laboratorio politico dove la tradizione delle vecchie generazioni e la nuova consapevolezza dei giovani stanno scrivendo una storia nuova.
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Gabriele Busti
Educazione e società agli stati limite: la terza via
Docente accoltellata? La destra vuole il metal detector a scuola, la sinistra spinge per i corsi di educazione all’affettività. Io ho un’altra idea: agire sulla struttura utilizzando la moneta fiscale per incentivare le nascite e sostenere le famiglie con assegni financo superiori a quelli francesi, perché la nostra crisi demografica è più grave e i figli ci regalano l’idea del futuro. Garantire la piena occupazione, rinsaldare la scala mobile, tornare a una tassazione progressiva, riconvertire l’economia da finanziaria a industriale.
Agire sulla sovrastruttura con una serie di campagne bellissime e necessarie volte a instaurare una grande guerra culturale a tutte quelle idee che rendono le persone sole, frustrate, egoiste e infelici.
Incentivare i mestieri e il lavoro manuale pagando stipendi degni, distruggere le fondamenta ideologiche della società signorile di massa cui è legata l’economia della rendita e che si concretizza nell’idea che mille mestieri bellissimi debbano farli solo gli schiavi importati dal terzo mondo, creare la moda della dignità e del rispetto sociale ottenuti col lavoro. Spingere la gente a tornare a vivere nei paesi, nelle campagne, al Sud e sulla dorsale appenninica: sono i posti più belli del mondo, sarà facilissimo rimpinguarli di bambini felici, basta solo realizzare le condizioni materiali e scardinare la ricotta dal cervello della gente. Cacciare a pedate dal suolo nazionale i modelli della way of life statunitense, o meglio, quei modelli che gli yankees esportano nelle colonie per meglio predarle. Lo hanno fatto in almeno un terzo del mondo, e con grande successo: il Tiktok destinato ai cittadini cinesi non ha nulla a che vedere con quell’immondezzaio di strusciamuri e di prostitute a cui abbiamo affidato l’educazione dei ragazzini. Vedrete che anche i docenti accoltellati diminuiranno.
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Piero Belli
Via Rasella: l’anomalia di un linguaggio che tradisce la storia
In occasione dell’anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il dibattito pubblico italiano scivola puntualmente in un’ambiguità terminologica che merita di essere smascherata. Si continua a leggere, su testate giornalistiche e in discorsi ufficiali, il riferimento all’“attentato di via Rasella”. È giunto il momento di chiederci perché, a distanza di ottant’anni, si scelga ancora una parola che evoca il terrorismo o la criminalità, ignorando deliberatamente la realtà storica e giuridica di un’azione di guerra partigiana.
Definire “attentato” l’attacco del 23 marzo 1944 contro il reggimento Bozen non è solo un errore tecnico, è un’anomalia becera. Nel linguaggio contemporaneo, il termine “attentato” richiama immediatamente le stragi di mafia o il terrorismo stragista: azioni volte a colpire civili per seminare panico.
Via Rasella fu l’esatto opposto: Fu un’operazione pianificata dai GAP (Gruppi di Azione Patriottica), l’obiettivo era un reparto militare armato dell’esercito occupante e si inseriva nel contesto di una guerra di liberazione nazionale ufficialmente riconosciuta.
Continuare a usare questo termine significa, di fatto, dare ragione alla narrazione che gli occupanti tedeschi cercarono di imporre allora. Furono i nazisti a definire “terroristi” e “banditi” i partigiani, nel tentativo di negare loro lo status di combattenti e giustificare l’orrore della rappresaglia delle Fosse Ardeatine. È paradossale che un’Italia democratica e repubblicana, nata proprio da quella Resistenza, utilizzi ancora oggi il vocabolario dei suoi carnefici. La Corte di Cassazione ha stabilito chiaramente che via Rasella fu un legittimo atto di guerra contro un nemico straniero. Eppure, la pigrizia intellettuale o, peggio, la volontà politica di delegittimare la lotta partigiana, continua a nutrire questa ambiguità.
Non si tratta di un “detto comune” o di una semplificazione giornalistica. È una battaglia culturale. Chiamare “attentato” un colpo di mano militare contro un esercito invasore serve a spostare la responsabilità morale dell’eccidio delle Ardeatine dalle spalle di chi ha premuto il grilletto a quelle di chi ha resistito. In questa ricorrenza, ricordare le vittime delle Fosse Ardeatine significa anche restituire dignità al linguaggio. Smettere di parlare di “attentato” e iniziare a parlare di azione di guerra partigiana non è una sottigliezza accademica: è un atto di onestà verso la storia e verso chi ha combattuto per restituirci la libertà.
La storia non si scrive con le parole degli oppressori. Onorare la memoria significa anche chiamare le cose con il loro nome.
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23-03-2026
Associazione Giovani Magistrati
Grazie.
Grazie alle persone e a un’Italia che, anche in occasione del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, ha dimostrato di credere nella democrazia, nella Costituzione e nel valore della partecipazione.
Grazie alle cittadine e ai cittadini italiani per la fiducia nella giurisdizione: un presidio democratico fondamentale, che ogni giorno lavora per la tutela concreta dei diritti di tutti.
Grazie ai colleghi che hanno condiviso con noi questo percorso. Un progetto nato quasi come una sfida, portato avanti con impegno, confronto e responsabilità.
Grazie agli avvocati, ai professori universitari e a tutto il mondo giuridico: il dialogo, gli stimoli culturali e gli approfondimenti sul diritto costituzionale e sulla giustizia ci hanno permesso di crescere, non solo come magistrati, ma anche come divulgatori.
Grazie ai divulgatori social, con cui abbiamo costruito relazioni autentiche. Insieme abbiamo reso accessibili temi complessi, parlando di Costituzione, diritti e referendum in modo chiaro per tutti.
Perché il nostro obiettivo è sempre stato uno: avvicinare le persone alla giustizia, spiegare, ascoltare, creare un ponte. Far capire che dietro il ruolo ci sono persone.
E infine, grazie al nostro team. Presente, solido, instancabile. Non ha mai smesso di crederci.
Continuiamo così.
GM non vi lascia
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Riccardo Infantino
È ora, è ora
Molti tra noi ricorderanno queste concitate parole, seguite dalla affermazione “potere a chi lavora”.
Non voglio rievocare uno slogan di altri tempi (che però esprimeva una grande verità), ma lo prenderò come spunto per una affermazione tanto netta quanto utopica, convinto che le idee che sembravano irrealizzabili hanno cambiato la Storia.
È ora, è ora…che i cittadini – e con questo vocabolo intendo i cittadini di tutto il mondo – si riapproprino del potere che ogni costituzione che si rispetti attribuisce loro; il peggior tradimento che si sta consumando ora è lo svuotare di forza il voto degli elettori, il convincerli che tanto potrebbe non servire a nulla, perché chi comanda fa sempre come vuole e quando vuole.
Confesso che mi ricorda una terribile definizione di Pasolini sul potere: fa ciò che vuole, quando vuole, nel modo in cui vuole, senza rendere conto a nessuno (ed è il modo in cui lo rappresentò in Salò, la sua ultima opera).
La totalità dei cittadini aventi diritto al voto può essere considerata, in modo non certo positivo, come massa – insieme enorme di persone diseducate alla pratica della democrazia ed alla fatica che ne consegue per coltivarla e proteggerla – facilmente manipolabile, almeno fino a quando qualcuno non capisce come stanno le cose e lo dice a tutti gli altri; oppure come popolo sovrano (sembra il titolo del film di Luigi Magni, In nome del popolo sovrano), in cui ogni cittadino, ancora prima di arrivare alla maggiore età e conseguire il diritto di voto, è ben cosciente del dovere elettorale, che diventa diritto nel momento in cui si deposita la scheda compilata nell’urna, accanto a milioni di altre, per realizzare quel cambiamento di cui parlava Paolo Borsellino (con la scheda elettorale e la matita).
Utopia? Magari lo è, ma dai e dai potrebbe veramente cambiare un ordine mondiale basato sulla forza militare e sulla negazione dei princìpi fondamentali dell’essere umano; e dunque…è ora, è ora, la scheda che ci onora.
Saluti antifascisti e referendari a tutt*
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Piero Belli
La Corruzione come Sistema Operativo: L’Eclissi del Pubblico
Siamo immersi in un panorama dove la corruzione non è più un’anomalia, ma il vero baricentro del sistema. È un meccanismo che sottrae quotidianamente ossigeno vitale ai pilastri della convivenza civile: miliardi di euro che dovrebbero alimentare la sanità, la scuola e il sistema pensionistico vengono dirottati, con precisione chirurgica, verso le tasche di profittatori e consorterie.
Le prove di questo drenaggio sono ovunque, incrostate nelle pieghe della cronaca. Lo vediamo quando le grandi opere infrastrutturali si trasformano in pozzi senza fondo. Un caso limite è il Ponte sullo Stretto di Messina: una storia decennale di società di gestione, studi di fattibilità e penali già costate alle casse pubbliche centinaia di milioni di euro senza che un solo mattone sia stato posato. È il paradosso di un’opera che genera profitti sulla “pura attesa”, con l’orizzonte della realizzazione spostato verso un ipotetico 2034. Non è solo inefficienza; è il mantenimento in vita di una struttura burocratica e consulenziale che si autoalimenta.
Questo schema si ripete nel caso MOSE a Venezia, dove miliardi di euro sono evaporati in tangenti e fondi neri mentre la città restava alla mercé dell’acqua alta. Lo abbiamo visto nella gestione delle emergenze sanitarie, dove l’acquisto di mascherine inutilizzabili o ventilatori difettosi ha rivelato come, persino di fronte alla morte, il profitto illecito sia stato prioritario rispetto alla tutela della vita umana.
In questo scenario, la politica ha smesso di essere l’arte del possibile per trasformarsi in una cinghia di trasmissione per grandi e piccole lobby. È la vittoria della “mala politica”, che si riduce a gestire il potere pubblico per alimentare catene clientelari, come accade nelle partecipate pubbliche, spesso ridotte a “cimiteri degli elefanti” per fedelissimi. Oggi questa minaccia incombe sui fondi del PNRR: miliardi europei che rischiano di essere “apparecchiati” per premiare l’appartenenza anziché il merito.
Il voto di scambio diventa così l’unica moneta corrente: un baratto sistematico tra appalti e consenso. È il modello che emerge dalle inchieste sulle mafie capitali, dove la res publica diventa il forziere da saccheggiare per mantenere in vita una macchina del potere autoreferenziale.
Se osserviamo questa struttura, comprendiamo perché giornalisti d’inchiesta e magistrati siano percepiti come pericoli pubblici: essi tentano di inceppare un ingranaggio che molti hanno ormai accettato come inevitabile. È qui che si consuma la vera tragedia del nostro tempo: la nascita di una fuga cognitiva. Le persone non smettono di partecipare alla vita sociale in senso superficiale, ma attuano un ripiegamento radicale. Si assiste a un restringimento del proprio campo di realtà a quegli ambiti in cui l’azione individuale produce ancora conseguenze tangibili: la cura del corpo, l’alimentazione, la casa, i rapporti stretti. Non è infantilizzazione, ma una ricollocazione esistenziale in un perimetro dove esiste ancora il rapporto tra causa ed effetto.
Questo spiega un paradosso moderno: lo sconcerto verso le istituzioni è elevatissimo, ma la reazione politica è minima. Il livello pubblico è stato classificato come “non modificabile” dal singolo. Poiché l’essere umano non può sopportare a lungo uno stato di attenzione costante su problemi che non può controllare — condizione che genera instabilità psicologica — la soluzione diventa ridurre l’attenzione stessa. Si spegne la luce sul mondo esterno per illuminare il proprio giardino privato.
Tuttavia, questa strategia di sopravvivenza garantisce l’impunità definitiva al potere corrotto, che prospera proprio grazie all’assenza di sguardo critico. Rompere questo guscio significa riscoprire che quel “perimetro del possibile” confinato tra le mura di casa è interconnesso con la qualità dell’aria, degli ospedali e delle scuole. La sfida è ricominciare a pretendere che il nesso tra causa ed effetto funzioni anche fuori dalla nostra porta. Quando il costo dell’indifferenza supererà il beneficio della fuga cognitiva, la macchina del potere inizierà davvero a tremare, perché si troverà di fronte non più a spettatori rassegnati, ma a cittadini che hanno smesso di guardare altrove.
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Piero Belli
Il furto della solidarietà nell’era digitale
Un filo invisibile, ma d’acciaio, lega i laboratori di propaganda di dieci anni fa all’Intelligenza Artificiale che oggi modella i nostri pensieri. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di un esperimento silenzioso sulla pelle di una società già provata. Siamo passati dai sistemi rozzi e urlati come la “Bestia”, che bombardava i sedicenni con slogan feroci per addestrarli al riflesso condizionato, a una fase molto più sottile e pericolosa. Oggi non c’è più bisogno di gridare: la manipolazione è diventata un sussurro digitale che gestisce il nostro malessere quotidiano, trasformando la nostra stanchezza in un’arma di controllo sociale.
Questa eredità è visibile ogni giorno nelle nostre strade. Spesso ci chiediamo con stupore perché basti un banale tamponamento o uno sgarbo nel traffico per scatenare una violenza cieca e sproporzionata. Ma la verità è che quella rabbia non nasce al momento dell’impatto tra due lamiere. I ragazzini che dieci anni fa venivano nutriti con l’idea del “nemico del giorno” sono oggi gli adulti che guidano le nostre auto, persone a cui è stata sistematicamente tolta la capacità di gestire la complessità. Quando abitui una mente in formazione a reagire a uno stimolo violento ogni pochi minuti, crei un adulto che non sa più disinnescare un conflitto. La tecnologia ha preso una rabbia antica, figlia della maleducazione, e le ha tolto il freno a mano della ragione, alimentandola con il carburante di una vita precaria, di stipendi fermi e di un futuro che sembra un muro insormontabile.
In questo scenario, il potere non ha più bisogno di fare comizi in piazza; preferisce usare quella che potremmo definire una “Intelligenza Artificiale di Stato”. Si tratta di algoritmi silenziosi che decidono cosa dobbiamo guardare per tenerci costantemente distratti. Se siamo immersi in una nebbia di video shock, di immagini manipolate di poliziotti aggrediti o di polemiche costruite a tavolino, non abbiamo né il tempo né l’energia mentale per chiederci perché gli ospedali cadano a pezzi o perché la sanità pubblica sia diventata un miraggio. È una propaganda invisibile che non cerca di convincerti di una bugia palese, ma lavora per impedirti di guardare la verità dei fatti, gestendo i cittadini non più come persone con dei diritti, ma come flussi di dati da tenere occupati in una perenne eccitazione emotiva.
L’esempio più doloroso di questa strategia è il finto conflitto che è stato costruito tra le generazioni. Spesso leggiamo di una presunta ostilità dei giovani verso gli anziani, ma questa è forse la menzogna più grande del nostro tempo. Il giovane non odia l’anziano per natura; il giovane guarda con disperazione un mercato del lavoro sbarrato da leggi che continuano ad alzare l’età pensionabile, lasciandolo in una sala d’attesa infinita. Allo stesso tempo, l’anziano non è un privilegiato che vuole sottrarre spazio ai nipoti, ma un lavoratore stanco, spesso vittima di leggi che cambiano troppo in fretta e che lo costringono a restare in servizio per non scivolare nella povertà. Il sistema usa l’IA e i media per far credere al ragazzo che la colpa della sua disoccupazione sia del nonno, e al nonno che il giovane sia un pigro senza valori. È una cinica guerra tra poveri che serve a proteggere chi le leggi le scrive davvero, evitando che queste due solitudini si uniscano per chiedere un cambiamento strutturale.
La vera conclusione in queste tre riflessioni di questo viaggio, allora, non può essere trovata in un software o in una nuova app di sicurezza. La nostra unica difesa è un atto di ribellione profonda che passa per il recupero dell’umano. Dobbiamo avere il coraggio di capire che il guidatore con cui stiamo urlando, l’anziano che non può andare in pensione e il ragazzo che non riesce a trovar lavoro, sono tutti vittime della stessa ingiustizia e della stessa manipolazione. Il successo di ogni “Bestia” finisce nel momento in cui decidiamo di essere di nuovo “analogici” nel modo in cui proviamo empatia. Proteggersi significa riprendersi il tempo di un respiro, spegnere la nebbia del telefono e riscoprire che l’altro non è un profilo da attaccare, ma una persona con la nostra stessa stanchezza. Solo ritrovando questa solidarietà potremo finalmente alzare lo sguardo e smettere di colpirsi l’un l’altro nell’ombra di uno schermo.
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Associazione Giovani Magistrati
Riforma della magistratura: a cosa serve davvero
Nel dibattito sulla riforma della giustizia, diversi esponenti politici hanno spiegato quale sarebbe l’obiettivo della riforma della magistratura in Italia. Tra dichiarazioni pubbliche e retroscena emerge una visione precisa del rapporto tra politica e potere giudiziario. Ecco alcune frasi che stanno alimentando il confronto.
«Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione». Frase attribuita a Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro della Giustizia, pronunciata il 9 marzo 2026 e al centro delle polemiche.
«Aprire un dibattito se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati». Lo ha detto il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani il 25 gennaio 2026.
«Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio il 3 novembre 2025.
«Nordio confonde ciò che si può dire in un salotto da quello che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma non si possono dire pubblicamente». Lo ha dichiarato la deputata Simonetta Matone il 20 febbraio 2026.
«Chi ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensarlo». È quanto affermato dalla senatrice Giulia Bongiorno il 22 gennaio 2025.
«O si porta il PM sotto l’esecutivo, come avviene in molti Paesi, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini. Dare un CSM al PM è un errore strategico». Così il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove il 14 marzo 2025.
«I giudici decidono su immigrazione, sicurezza, salute, libertà e lavoro: la giustizia è uno dei tre poteri fondamentali dello Stato». Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 2 marzo 2026. Nel sistema costituzionale italiano però il potere giudiziario non governa: applica le leggi e garantisce il rispetto dei diritti e della Costituzione.
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Riccardo Infantino
Ma allora sono antisemita e non lo sapevo?
Una delle caratteristiche di una legge efficace è quella della non ambiguità; ferma restando la necessità di interpretare la norma per non applicarla meccanicamente (stavo per dire algoritmicamente) un decreto deve fornire indicazioni chiare su cosa sia reato e cosa non lo sia, pena l’arbitrarietà della sua applicazione.
Fresco di approvazione in Senato il decreto legge sull’antisemitismo potrebbe soffrire di questa ambiguità interpretativa: richiamandosi all’articolo 3 della Costituzione ed alla libera critica, espressa dall’articolo 21, il testo adotta la definizione di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance: “per antisemitismo si intende una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici.”.
Una definizione aperta, talmente omnicomprensiva che potrebbe debordare oltre la necessaria condanna di atteggiamenti palesemente sprezzanti o di odio contro la cultura e la religione ebraica, fino a includere, ad esempio, il far osservare come l’attuale governo israeliano persegua (come rilevato dall’ONU, la massima autorità governativa) politiche genocide nei confronti dei Palestinesi, oppure bollare come antisemita (come in effetti sta accadendo) l’azione di boicottaggio commerciale dei manufatti provenienti da Israele sostenuta dalla rete BDS, alla quale io stesso aderisco oramai da diversi anni.
Fedele allo spirito dell’ANPI, che vuole il superamento delle posizioni politiche individuali in vista della tutela dei diritti costituzionali tutti, mi chiedo se una critica diretta verso un premier colpito da mandato di cattura per crimini di guerra, oppure verso i suoi ministri che ormai palesemente esprimono la necessità di cacciare via i palestinesi dalla loro terra, anche a costo di ucciderli, sia classificabile come condotta antisemita.
Perché se fosse così anche l’ONU lo sarebbe, anche la Corte Penale Internazionale, anche il movimento BDS (che sostiene una azione non violenta di boicottaggio economico), e alla fine anche i rabbini che parlano apertamente di genocidio e di distanza tra il sionismo e l’ebraismo.
Mi verrebbe voglia di chiamarlo decreto contro l’anti sionismo, con grande tristezza, perché non è umano accusare una intera nazione degli orrori commessi dalla sua classe dirigente.
Se dovessi essere considerato “antisemita” vorrei chiedere al magistrato incaricato di indagare cosa intenda lui come comportamento contro gli ebrei, magari potrei anche ottenere una risposta soddisfacente.
Saluti antifascisti e mai antisemiti a tutt*
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Piero Belli
L’IA come accelerante d’odio e arma di truffa
C’è un senso di assedio che oggi proviamo tutti. Non è solo la rabbia per un video manipolato sui social; è la paura costante di aprire un SMS, una mail o di cliccare su un sito che sembra quello della tua banca ma non lo è. L’IA ha dato ai delinquenti (siano essi singoli criminali o apparati deviati) una chiave universale per scassinare la nostra fiducia e le nostre vite.
L’IA oggi è capace di imitare perfettamente il tono di voce di un’istituzione, la grafica di un sito governativo o il linguaggio di un servizio clienti. Le Mail e gli SMS (Phishing): Non sono più scritti in un italiano sgrammaticato. Sono perfetti. Usano i loghi che conosci, parlano delle tue paure (un conto bloccato, una multa, un pacco sospeso). Se sei già stressato dalla precarietà, ricevere un messaggio che ti annuncia un problema economico ti manda in tilt. In quel momento di panico, l’IA vince perché non ti lascia il tempo di pensare.
Come si era detto in una precedente riflessione, se da un lato la manipolazione politica ti trasforma in un soggetto che odia l’altro per un’immagine semifinta (come i poliziotti o le Olimpiadi), dall’altro la manipolazione criminale ti trasforma in una preda. In entrambi i casi, il meccanismo è lo stesso: usare la tua urgenza contro di te. Chi è stanco, chi ha stipendi bassi e chi vive nel disagio, non ha l’energia mentale per fare l’investigatore digitale ogni volta che apre il telefono. Questa è la vera ingiustizia: la tecnologia oggi premia chi inganna e punisce chi è onesto e affaticato.
Il vero dramma non è solo l’esistenza dei delinquenti o degli algoritmi, ma il fatto che ci sentiamo lasciati soli a combatterli. Lo Stato e le istituzioni, che dovrebbero proteggerci, sembrano sempre un passo indietro, lasciando sulle spalle del singolo cittadino — già schiacciato da stipendi fermi e servizi che non funzionano — il peso di non farsi ingannare.
Difendersi, allora, non può essere solo seguire una lista di regole tecniche, perché la tecnica fallisce quando siamo esausti. L’unica vera difesa è un atto di ribellione psicologica: rivendicare il diritto alla lentezza.Dobbiamo imparare a dirci: “In questo momento sono stanco, non rispondo a questo stimolo”. Che sia un SMS che ci mette ansia o un video che ci fa bollire il sangue, il trucco è capire che quel senso di urgenza che proviamo non è nostro, ma è un’arma puntata contro di noi. Proteggersi significa riprendersi il tempo di un respiro, chiudere quel telefono che vibra e ricordarsi che dietro quello schermo c’è qualcuno che sta lucrando sulla nostra pressione arteriosa. La nostra difesa non è un software, è il rifiuto di farci trascinare nel fango della reazione immediata.
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Riccardo Infantino
La protesta silente
La mia deformazione professionale da prof mi costringe a paragonare il Seicento e la Controriforma cattolica al nostro tempo (e magari esagero un bel po’, ma se così fosse ditemelo, vi prego).
All’epoca l’alleanza tra potere politico e religioso tendeva, più che a punire con il rogo in modo sistematico chi dissentiva, salvo casi eclatanti come Giordano Bruno, a svuotare di efficacia ogni possibile voce contro, inquadrandola in un contesto di apparente normalità e di accettazione, perché non era possibile fare altrimenti.
Oggi, nell’epoca della democratura (la dittatura soft travestita da democrazia), non si proibisce in modo esplicito la manifestazione in strada o la parola contro (per dirla con Erri De Luca), ma si pongono le condizioni che la rendono, di fatto, impraticabile; il risultato è una efficacissima quanto “volontaria” autocensura, il porre una critica generica, così da non urtare nessuno nello specifico.
Si sarebbe chiamato, in altri tempi, diritto di mugugno, che ti dà l’illusione di protestare, ma che alla fine si rivela come una bellissima trasgressione addomesticata di un sistema pervasivo.
Durante la Controriforma furono proprio i padri gesuiti a suggerire un modo per aggirare la censura preventiva che loro stessi avevano contribuito ad inventare: il parlare per metafore, il travestirsi da bravo ragazzo obbediente, l’alimentare una protesta sotterranea silente, ma non per questo meno efficace.
Tornando ai nostri tempi, nei quali la partecipazione ad una manifestazione pacifica potrebbe costarti un bel foglio di via o un fermo preventivo a discrezione dell’autorità, come praticare una qualche forma di protesta non violenta ed egualmente efficace?
Partendo dal presupposto che potrebbe, visto come si stanno evolvendo le cose (con una legge elettorale discussa nottetempo, come un qualcosa di illecito…), rendersi necessaria una vasta disobbedienza civile con annessi arresti e conseguenze legali, preventiviamo per un momento la protesta sotterranea, che non richieda una esposizione plateale quanto pericolosa, ma che non rinuncia all’efficacia di una opposizione progressiva e destabilizzante.
Alcuni esempi: il nostro governo di fatto appoggia il “piano di pace” modello Trump – Nethanyau, la colonizzazione travestita? Non si acquista per quanto possibile quello che proviene da Israele e dagli States, si rinuncia a visitare i due paesi, ci si muove attraverso petizioni (come sta già accadendo) per far interrompere i rapporti con Israele.
Viene appoggiata la politica di riarmo europea e si convogliano armi verso l’Ucraina, al solo scopo di utilizzare quella nazione come ariete destabilizzante la Russia? Prima di scendere in piazza rischiando multe enormi e in alcuni casi l’arresto ci s’informa sulle ditte collegate alla fabbrica Leonardo, la terza in Europa nella produzione di materiale bellico, e si boicottano sistematicamente i prodotti di queste.
Una obiezione potrebbe essere molto facilmente sollevata: come pensi di smuovere potenze globali disertando un supermercato?
Qui entra in gioco la forza del numero, della partecipazione popolare massiva e della preziosissima osservazione di Giovanni Falcone, quando ci ricordò che per smontare una organizzazione è necessario colpire sui soldi, sui profitti.
In effetti non esiste alcuna legge che mi obblighi a spendere il mio denaro da qualcuno piuttosto che da altri, e dunque una azione ragionata ed informata potrebbe fare parecchio.
Del resto sappiamo bene come le utopie hanno cambiata la Storia; fino al 1946 il voto alle donne pareva quasi impossibile, fino al referendum istituzionale…
Saluti antifascisti a tutt*
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Piero Belli
La nostra rabbia, un’arma del potere
C’è un filo invisibile che collega un tamponamento finito in rissa in una via di una qualsiasi città, un post indignato su un atleta olimpico e la difficoltà di arrivare a fine mese. Spesso pensiamo che la violenza che vediamo nelle strade o sui social sia un fenomeno improvviso, una “follia momentanea”. La realtà è molto più cinica: viviamo in una polveriera sociale dove la miccia è corta e l’esplosivo è ovunque.
Non è un segreto che l’Italia stia vivendo una tempesta perfetta. Con gli stipendi più bassi d’Europa (fermi da trent’anni mentre il costo della vita avanza e non si ferma), una precarietà lavorativa che impedisce di pianificare il futuro e servizi pubblici, dalla sanità ai trasporti, che richiedono attese bibliche, il cittadino medio, cioè quasi, tutti vive in uno stato di iper-vigilanza.
Quando i bisogni primari non sono garantiti, il sistema nervoso entra in modalità “sopravvivenza”. In questo stato, un banale gesto sgarbato nel traffico non è più solo un fastidio: diventa l’ultima umiliazione di una giornata già carica di frustrazioni. La reazione è impulsiva, violenta e sproporzionata.
In questo terreno già fertile di rabbia, si inserisce il primo grande pericolo moderno: la manipolazione digitale, ma di questo ne voglio parlarne a parte, in una successiva riflessione, la nostra impulsività ci rende il bersaglio perfetto per le immagini generate dall’IA.
Se un cittadino è già frustrato, mostrargli un video (magari falso o alterato) di un sopruso o di un’aggressione significa dargli un “nemico” su cui scaricare tutta la tensione accumulata. L’IA non crea la rabbia dal nulla, ma la canalizza con una precisione chirurgica verso obiettivi specifici, rendendo la verità un concetto secondario rispetto all’emozione provata.
Ma chi trae vantaggio da un popolo costantemente sull’orlo di una crisi di nervi? Qui entra in gioco la politica. (Anche qui voglio essere più chiaro possibile e lo racconterò prossimamente se riesco) Strutture di propaganda come fu “La Bestia” hanno dimostrato che è molto più facile governare (o manipolare) una massa che litiga tra sé per un meme, piuttosto che cittadini lucidi che pretendono riforme strutturali.
In sintesi: La violenza stradale e l’odio sui social non sono incidenti di percorso. Sono il risultato di un disagio sociale profondo che viene deliberatamente alimentato da chi sa che un popolo arrabbiato è un popolo che non pensa, però reagisce.
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Piero Belli
Dalla coscienza al riflesso meccanico
Esiste un tipo di solitudine che non si prova quando si è soli, ma quando si è con gli altri, si avverte nei caffè, per strada, negli incontri con chi un tempo chiamavamo amico. È la sensazione di naufragio che emerge durante un incontro con una persona che non vedevamo da anni, quando ci si accorge con sgomento che il dialogo è diventato un esercizio inutile, una conversazione che gira a vuoto, priva di quel calore irrazionale che un tempo rendeva vivo il rapporto umano. Constatiamo amaramente che il linguaggio sia diventato un guscio inutile, perché la maggior parte delle persone vive ormai dentro questo deserto senza nemmeno accorgersene, accettandolo come l’unica normalità possibile.
La vittoria finale dell’industrializzazione totale non è stata quella di imporci dei beni, ma quella di averci tolto la percezione della perdita. L’uomo-massa contemporaneo non soffre per la scomparsa dei valori umani, perché non sa più cosa siano. La spensieratezza è stata sostituita dall’eccitazione del consumo, il riposo, dalla distrazione tecnologica, e il dialogo, dallo scambio di informazioni.
In questo sonnambulismo collettivo, chi ancora avverte il vuoto viene visto come un alieno o un nostalgico. Ma è proprio in quel disagio, in quell'”odio” verso il presente, che risiede l’ultima riserva di umanità.
Il segno più evidente di questa mutazione antropologica è la scomparsa dello sguardo. È diventato quasi impossibile trovare le parole se gli occhi non si incrociano mai. Il dialogo vero richiede che due persone si “vedano” nella loro interezza, ma oggi lo sguardo è sempre altrove: è catturato da uno schermo, è rivolto verso l’interno in un narcisismo ansioso, o è semplicemente spento dalla stanchezza di un vivere meccanico. Senza l’incrocio degli sguardi, la parola non ha più un punto d’appoggio. Diventa un suono che rimbalza tra due solitudini che non hanno il coraggio di riconoscersi. Se non ci guardiamo, non ci siamo; e se non ci siamo, parlare diventa un rumore inutile che copre il silenzio dell’anima.
Incrociare lo sguardo significa ammettere l’esistenza dell’altro e, di riflesso, la propria. In una società di massa, l’individuo preferisce restare “schermato” per non sentire la propria fragilità. Se gli occhi sono “specchio dell’anima” e l’anima è stata svuotata dall’industrializzazione dei sentimenti, guardarsi significherebbe solo fissare il vuoto.
Il disagio che proviamo di fronte al mondo contemporaneo non è un semplice rifiuto del nuovo, ma la constatazione di una mutazione antropologica: l’uomo sta diventando un’appendice della macchina. Questa dipendenza non riguarda solo il lavoro o la tecnologia, ma investe la sfera più sacra dell’individuo: la capacità di scegliere e di giudicare. Prendiamo come esempio il prossimo Referendum da qui a poco più di un mese l’atto del voto rischia di perdere la sua natura di scelta cosciente per trasformarsi in un movimento meccanico. Se il dialogo tra le persone è svuotato di anima e gli occhi non si incrociano più, su cosa poggia il nostro giudizio? Il “Sì” o il “No” non sono più l’esito di una riflessione profonda, ma il risultato di un condizionamento. Siamo guidati da algoritmi invisibili e da una cultura di massa che lavora per semplificare ogni complessità, trasformando i cittadini in interruttori pronti a scattare secondo lo stimolo ricevuto.
Il comportamento umano è ormai sincronizzato sul ritmo della produzione. Come in una catena di montaggio, non c’è tempo per l’esitazione, per il dubbio o per il riposo della mente. La scelta politica diventa un consumo tra i tanti: veloce, impulsivo, privo di radici umane. Il dramma non è che la macchina ci sostituisca, ma che noi abbiamo iniziato a imitarla. Ragioniamo per slogan, reagiamo per istinto indotto, e guardiamo alla realtà con la stessa freddezza di un sensore, senza che il cuore o la coscienza vengano mai davvero interpellati.
Riconoscere questa meccanicità è il primo passo per spezzarla. Provare “odio” per questo appiattimento non è un segno di misantropia, ma l’ultima forma di difesa della propria umanità. Rivendicare l’importanza di un dialogo vero, dello sguardo e della spensieratezza significa lottare affinché il prossimo “Sì” o il prossimo “No” siano ancora figli di un uomo, e non il prodotto di un calcolo eseguito da un ingranaggio ben oliato.
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Riccardo Infantino
Riflessioni sparse sugli ultimi eventi
Come spesso accade si verifica un fatto positivo ed uno negativo: il primo è la sentenza della Cassazione che obbliga l’integrazione del quesito referendario sulla separazione delle carriere dei magistrati – dato che non erano stati indicati gli articoli della Costituzione inerenti la questione referendaria, dunque non c’era la necessaria chiarezza per chi votava -; le date della consultazione rimarranno invece quelle del 22-23 marzo.
La notizia non buona – pessima direi – è l’entrata in vigore del decreto sicurezza ultimo, che introduce il fermo preventivo fino a 12 ore, uno scudo penale per gli addetti alla forza pubblica e multe fino a 20000 euro in caso di disordini all’interno di una manifestazione terminata non pacificamente, rendendo di fatto quasi impossibile manifestare apertamente per un basilare diritto al dissenso.
Non c’è che dire, siamo in uno stadio avanzato verso la compressione finale dei diritti fondamentali della Costituzione: libertà di espressione, di riunione pubblica pacifica, di dissenso espresso in modo civile.
Lo stesso ex Capo della Polizia di Stato, Franco Gabrielli, alla luce dei fatti di Torino del 31 gennaio, ha rilevato come il decreto, oltre che andare contro i princìpi costituzionali, mini alla base il rapporto di fiducia tra il cittadino e la forza pubblica che lo dovrebbe tutelare, in quanto si basa su di un approccio totalmente repressivo e non anche preventivo attraverso il dialogo con i dimostranti.
E allora come dovremmo comportarci noi comuni mortali, se avessimo mai qualcosa per cui dissentire ed esprimerlo in pubblico, come vorrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) la carta costituzionale?
Di fronte ad un potere che tende ad uscire dai limiti della sfera dell’esecutivo per gestire l’ambito giudiziario la cronaca di questi mesi parla chiaro: nel caso eclatante degli Stati Uniti sono ricomparse le Black Panters, che si sono assunte il compito di difendere con le armi gli americani che rischiano di finire nel mirino dell’ICE, mentre una parte cospicua della popolazione sceglie ormai grandi manifestazioni di protesta in piazza, che tuttavia – almeno fino ad ora – non hanno subita una repressione violenta esplicita.
Sappiamo tutt* come è andata a Torino il 31 gennaio, e al di là delle polemiche continuo a chiedermi come mai le forze dell’ordine, che di certo conoscevano chi ha iniziati i disordini, sono intervenute in ritardo (comportamento visto più volte da chi scrive) ed hanno praticato un uso abnorme della forza su altri manifestanti – quelli disarmati e pacifici – che ricorda Genova 2001.
Ben presto dovremmo TUTTI porci un problema morale fondamentale: nel momento in cui sono ostacolati i diritti basilari della Costituzione in nome di una pretesa emergenza terrorismo sarà possibile mantenere un profilo di opposizione non violenta, anche a costo di pagare un prezzo alto?
Oppure, se diviene di fatto impossibile esercitare pubblicamente una qualsiasi forma di dissenso, potrebbe essere incisivo agire sfruttando la manifesta noncuranza (non vorrei dire ignoranza per rispetto delle cariche pubbliche, al di là di chi le ricopre) delle leggi e della Costituzione, per ritorcere come un boomerang simili comportamenti su chi li attua, utilizzando quella parte ancora sana e veramente democratica che non accetta commistioni tra i tre poteri e che anzi continua a volerli separati, così come il patrimonio della Costituente partigiana ed antifascista ce li ha tramandati?
Non ho una risposta netta, vorrei che qualcun* mi chiarisse le idee
Saluti sempre antifascisti a tutt*
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Gabriele Busti
Disumanizzazione
È trent’anni che vengono prodotti in serie milioni di esseri (sempre meno) umani in tutto identici a quell’imbecille dell’autista di Cadore che adesso funge da capro espiatorio dell’indignazione popolare da social.
Per carità, quell’autista è un imbecille senza tema di smentita, perché il libero arbitrio esiste e la responsabilità delle proprie azioni è individuale.
Che un dispositivo delinquenziale e stupido possa creare gente scollegata, schizzata, intimamente terrorizzata di perdere il lavoro, incapace di pensiero morale, vogliosa solo di tornare a casa e addormentarsi davanti a uno schermo, è una verità statistica.
Nell’Inferno dantesco il primo girone, ovvero quello più sterminato, è ovviamente il primo, essendo l’Inferno un cono rovesciato. E lì ci sono gli ignavi, ovvero coloro che “vissero sanza infamia e sanza lodo“, che obbedirono senza mai prendere posizione e furono le architravi di ogni potere, e una volta morti divennero gli inquilini più numerosi di tutto il condominio, ” … si gran tratta / di gente che io non averia creduto / che morte tanta ne avesse disfatta.“
La gente non vuole rotture di coglioni, mettono i biglietti a dieci euro per le olimpiadi? “Non è un problema mio, le olimpiadi portano tanti soldi, io lavoro a chiamata, a partita Iva, se faccio l’eroe mi mandano a casa e il posto mio se lo prende uno che è meno eroe di me.”
Non ci credete? Alzate gli occhi e guardatevi intorno. Non è così che funziona un po’ dappertutto?
Non dimentichiamo di dare anche un’occhiata dentro noi stessi. Quattro anni fa, ai dodicenni sprovvisti di GP è stato, a norma di legge, impedito l’accesso agli autobus. Abbiamo aderito quasi tutti a questo dispositivo, con differenti (ma di fatto ininfluenti) gradi di compromissione.
Ergo diventare autisti di Cadore è meno difficile di quello che pensiamo. Un mondo di merda produce gente di merda, è una questione statistica.
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Piero Belli
Scuola, modelli e disumanizzazione: il Paese che non sa più educare
La scuola italiana è diventata il simbolo di un Paese che ha smarrito la capacità di educare. Le misure proposte – dall’educazione affettiva ai metal detector – sono risposte simboliche, rassicurazioni per adulti spaesati più che soluzioni reali. Non affrontano il nodo centrale: la perdita di autorevolezza degli adulti e il crollo del valore attribuito al sapere.
Gli studenti crescono per imitazione, ma oggi non trovano negli insegnanti modelli aspirazionali. Non perché i docenti siano “falliti”, ma perché la società li ha trattati come tali: stipendi bassi, scarsa tutela, delegittimazione continua. Da anni si ripete che le nozioni non servono, che la scuola deve essere “leggera”, che la fatica è un’ingiustizia. Il risultato è una generazione che percepisce il sapere come inutile e chi lo trasmette come marginale.
In questo contesto, molte scuole superiori rischiano di diventare parcheggi sociali: luoghi dove l’impegno non paga, le regole sono negoziabili e lo studente è un cliente da non perdere. È il terreno ideale per derive inquietanti, come il recente volantino di un movimento studentesco di destra che invitava a “schedare” i professori di sinistra e a denunciare presunte propagande. Un gesto che rivela quanto fragile sia ormai l’autorità educativa: basta un foglio A4 per trasformare un docente in un sospetto.
A questa dinamica si aggiunge un’altra polemica ricorrente: quella che si scatena ogni volta che l’ANPI viene invitata nelle scuole a raccontare la Resistenza, a spiegare il significato del 25 Aprile o a ricordare la nascita della Repubblica il 2 giugno.
Una parte della destra reagisce immancabilmente accusando le scuole di “fare propaganda”.
È un paradosso tutto italiano: la memoria antifascista, che è alla base della Costituzione e dell’ordine democratico, viene trattata come un’opinione di parte, come se la Liberazione fosse un’opzione ideologica e non un fatto storico fondativo.
Questa polemica produce due effetti devastanti:
- trasforma la storia in un campo minato, dove ogni parola può essere letta come schieramento politico
- indebolisce ulteriormente l’autorevolezza degli insegnanti, costretti a muoversi tra accuse preventive e sospetti ideologici
Il risultato è che anche ciò che dovrebbe unire – la memoria condivisa della lotta contro una dittatura – diventa motivo di divisione.
E i ragazzi, che avrebbero bisogno di strumenti critici per comprendere il presente, si ritrovano immersi in un clima di sospetto in cui ogni contenuto storico rischia di essere percepito come propaganda.
La crisi educativa non riguarda solo la scuola: è il riflesso di una società adulta che ha smesso di fare gli adulti. L’episodio del ragazzino fatto scendere dall’autobus e lasciato nella neve per un biglietto irregolare è emblematico. Non è un caso isolato, ma il sintomo di una disumanizzazione crescente: regole applicate senza giudizio, minori trattati come problemi amministrativi, responsabilità ridotta a burocrazia.
La scuola non può essere migliore della società che la circonda. Se fuori regnano sfiducia, polarizzazione e delegittimazione, dentro non può che filtrare la stessa aria. Eppure lo studio resta uno degli ultimi strumenti di emancipazione: non garantisce più mobilità sociale di massa, ma offre autonomia mentale, capacità critica, libertà interiore.
Perché la scuola torni ad avere un ruolo trasformativo servono tre condizioni: restituire valore al sapere, riconoscere l’autorevolezza degli insegnanti e ricostruire un patto educativo tra adulti, famiglie e istituzioni. Senza questo, i giovani impareranno una sola lezione: che nessuno si prenderà cura di loro.
La scuola non può salvare tutto, ma può ancora salvarci dall’idea più pericolosa: che educare non serva più a niente.
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Piero Belli
Giustizia sotto pressione: tra protezione dei testimoni, decreto sicurezza e separazione delle carriere cresce il timore di uno squilibrio sistemico
Negli ultimi mesi, il sistema giudiziario italiano è diventato il fulcro di un acceso dibattito. Una serie di interventi normativi, eventi di cronaca e un referendum in arrivo stanno cambiando il modo in cui si relazionano i poteri dello Stato, i diritti della difesa, la protezione dei testimoni e le garanzie democratiche.
Siamo in un periodo di profonda trasformazione; queste riforme potrebbero portare a un equilibrio instabile come mai prima d’ora.
Il caso riportato da Il Fatto Quotidiano – quello di un presunto narcotrafficante che, dopo aver ricevuto gli atti dell’indagine, ha potuto identificare e minacciare i testimoni contro di lui – è diventato emblematico. Non si tratta di un episodio isolato, ma di un segnale di un problema più ampio.
L’accesso anticipato agli atti rappresenta una falla nella protezione dei testimoni.
La normativa attuale stabilisce che, prima di applicare misure cautelari come l’arresto, l’indagato debba essere convocato per un interrogatorio e ricevere copia dei documenti principali dell’indagine. Un principio pensato per rafforzare le garanzie della difesa, ma che nei casi di criminalità organizzata o di gruppi violenti può trasformarsi in un rischio immediato.
Il confronto internazionale mostra che molti Paesi occidentali adottano approcci opposti:
– accesso graduale agli atti
– anonimato nei casi più delicati
– programmi di protezione avanzati
– limitazioni al diritto di confronto quando c’è un rischio concreto.
Parallelamente, il nuovo decreto sicurezza ha sollevato critiche da parte di associazioni, giuristi e rappresentanti istituzionali.
Tra le voci più nette c’è quella di Gianfranco Pagliarulo, che ha dichiarato:
“Col nuovo decreto sicurezza si supera la linea rossa di una deriva autoritaria sempre più marcata. Invito le forze politiche a intervenire tempestivamente contro tali ulteriori norme liberticide.”
Questa posizione riflette un timore diffuso: che l’inasprimento delle norme sull’ordine pubblico, sommato alle modifiche procedurali che espongono i testimoni, stia creando un contesto in cui la tutela delle libertà civili rischia di essere compromessa.
A questo scenario si aggiunge il prossimo referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Questo tema è piuttosto complesso e ha diviso il mondo giuridico per anni. I sostenitori affermano che la separazione garantirebbe maggiore imparzialità e chiarezza nei ruoli. Temo invece che possa indebolire l’indipendenza del pubblico ministero, esponendolo a pressioni esterne e limitando la capacità dello Stato di combattere la criminalità organizzata e la corruzione. Se unita alle altre riforme in atto, la separazione delle carriere potrebbe portare a un assetto istituzionale in cui il potere esecutivo acquista un peso maggiore rispetto alla magistratura.
Le preoccupazioni sollevate da magistrati, studiosi e associazioni si concentrano su tre punti principali:
1. Sicurezza dei testimoni e capacità investigativa: Se chi collabora con la giustizia non si sente protetto, la lotta contro la criminalità organizzata diventa più ardua.
2. Garanzie democratiche e libertà civili: Le norme sull’ordine pubblico devono essere bilanciate con la protezione dei diritti fondamentali, per evitare derive restrittive.
3. Indipendenza della magistratura: La separazione delle carriere, se non supportata da adeguate garanzie, potrebbe alterare i rapporti tra i poteri dello Stato.
Nasce quindi una domanda fondamentale: il sistema giudiziario italiano sta evolvendo verso un equilibrio più moderno o sta invece andando verso una concentrazione di potere che potrebbe compromettere i contrappesi democratici?
Siamo a un bivio istituzionale, in un momento delicato. Le riforme in corso non sono eventi isolati: si intrecciano, si influenzano a vicenda. La giustizia non è solo un insieme di norme, ma rappresenta un pilastro della democrazia. E quando si interviene su quel pilastro, è fondamentale farlo con attenzione, trasparenza e un ampio confronto.
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Riccardo Infantino
I dilemmi del cittadino comune
Lo sappiamo tutti, nessuna democrazia è perfetta, e presenta al suo interno contraddizioni e zone di sofferenza – cosa normale, dato che è il prodotto di esseri umani – , ma ha un suo punto chiave nell’affidare l’uso della forza a protezione dei diritti di ognuno e di tutti esclusivamente alla legge ed alla forza pubblica, come del resto recita la Costituzione, che del resto parla chiaro: nello stato di diritto nessuno può avere la prerogativa di esercitare una giustizia a livello personale, come invece si invoca oggi da troppe parti, perché si pensa che la legge non sia più in grado di difendere i cittadini.
Una delle cose di cui sono contento del mio paese è la non liberalizzazione della vendita di armi da fuoco, e comunque il tanto oggi agognato porto d’arma non viene concesso facilmente; almeno per ora evitiamo di trasformarci in potenziali giustizieri vendicatori dei torti ricevuti.
Bel ragionamento, mi si potrebbe dire…ma come la mettiamo se proprio le fondamenta dello stato di diritto potrebbero venire incrinate dalla sovrapposizione di leggi e decreti sicurezza che rischiano di avere come unico effetto il prevalere della forza repressiva sulla prevenzione, mirando a circoscrivere prima e criminalizzare poi chi non si allinea, che è costretto ad una esistenza precaria e border line e soprattutto chi non rinuncerebbe ad esprimere apertamente il proprio dissenso?
La caratteristica fondamentale della azione della forza pubblica non è l’indipendenza dell’agire, quanto l’obbligo di intervenire solo in caso di necessità provata ed autorizzata tempestivamente; in caso contrario misure come lo scudo penale e la licenza di intervento a discrezione verrebbero ad erodere il principio fondamentale che niente e nessuno può essere al di fuori della legge, pena il rischio di generare una qualche forma di violenza delle istituzioni chiamate a proteggere ed aiutare noi comuni cittadini.
La mia generazione – i nati all’inizio degli anni Sessanta – ha attraversati gli anni di piombo e del terrorismo neo fascista, assistendo anche a fatti esecrabili come la morte di Giorgiana Masi, colpita – come poi stabilirà l’autopsia ufficiale del suo cadavere – da un proiettile sparato ad altezza d’uomo da un’arma di ordinanza; questo è solo un esempio, altri e numerosi potrebbero essere ricordati.
Vedendo la storia dell’ordine pubblico dagli anni Settanta ad oggi ci si rende conto di come purtroppo fatti tragici come quello di cui sopra non sono azioni compiute da singole “mele marce” (così ci hanno sempre ripetuto), ma fanno parte di una lenta e costante progressione autoritaria a cui abbiamo tutti assistito al G8 di Genova nel 2001, un carosello di violenze e pestaggi gratuiti, culminato nella morte di Carlo Giuliani.
Vale la pena di ricordare che Amnesty definì quei giorni la più grave sospensione dei diritti dopo la seconda guerra mondiale, e già da allora lanciò un ben preciso allarme sul rischio che l’esecutivo e la forza pubblica, se svincolati da una supervisione e dal controllo del Parlamento e della Magistratura, rischierebbero di assorbire i poteri che ora sono distribuiti in modo bilanciato tra i vari corpi dello Stato,a garanzia di una democrazia reale e non solo sulla carta, fosse pure costituzionale.
Ora però si sta ultimando il capovolgimento dei termini sicurezza e libertà: le nostre madri ed i nostri padri costituenti capirono che la libertà – e le condizioni di umanità da lei create – deve precedere la sicurezza, pena la erosione progressiva dei princìpi del pluralismo e del diritto al dissenso, e che quest’ultima doveva ricorrere alla forza solo qualora strettamente ed inevitabilmente necessario.
Privilegiare la sicurezza e gli interventi di tipo repressivo e contrastivo porta a quella che si chiamava violenza delle istituzioni – o meglio, di quella parte delle istituzioni che inquadra ogni problema economico, sociale e politico come una faccenda di ordine pubblico, che si può contenere con un semplice atto di forza: una carica di celerini, un arresto “preventivo”, l’adozione di misure restrittive e coercitive dettate solo dalla discrezionalità invece che da un iter trasparente e ben individuabile.
Allora il cittadino comune come me si chiede molto, ma molto preoccupato, quale condotta tenere come singolo e come collettività qualora la violenza dovesse arrivare proprio da quei corpi dello Stato chiamati a difenderti, sarebbe lecito in un caso del genere l’uso della forza per difendere i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione?
Nella seduta di fine dicembre 1947, quella che dibattè sull’articolo che poi sarebbe stato il 52 (La difesa della patria è sacro dovere del cittadino), un partigiano che poi sarebbe entrato nell’ordine dei benedettini, Giuseppe Dossetti, propose l’adozione della dicitura (chiedo scusa se non cito letteralmente): il cittadino ha il dovere di ribellarsi e di contrastare un parlamento o un governo che con la loro azione ledono i diritti costituzionali fondamentali; in pratica doveva essere introdotto il diritto – dovere di Resistenza.
Come è noto la formulazione non venne inclusa, avrebbe avuti effetti potenzialmente dirompenti, perché non specificava in quale modo si dovesse esercitare tale contrasto se con la non violenza o con un uso della forza.
In questi giorni, mentre siamo in attesa di un ennesimo decreto sicurezza che almeno dalle bozze sembra prescindere dalla logica del controllo sulla applicazione della forza nell’ordine pubblico mi chiedo molto seriamente se basta l’azione non violenta di opposizione – che a questo punto si configurerebbe quale reato – a tutelarci, oppure potremmo essere costretti ad un uso della forza in quanto privati cittadini, al solo ed unico scopo di difendere noi stessi ed i diritti fondamentali contro la violenza che potrebbe arrivare da una parte delle istituzioni.
Ora propendo per la non violenza, ma spero di non trovarmi mai nella condizione di scegliere tra lei e la strada dell’atto di forza a scopo difensivo.
Saluti (si spera sempre) nonviolenti e (sempre) antifascisti
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Piero Belli
Giro girotondo, gira il mondo, arriva la guerra, tutti giù per terra!
Oggi ricorre la giornata più terribile che Viterbo subì nella seconda guerra mondiale, il 17 Gennaio 1944, 50 bombardieri “Liberator” sganciarono sulla città 90 tonnellate di bombe che colpirono quasi tutta la città e molte parti del centro storico, distruggendo edifici civili e religiosi e causando CENTINAIA DI MORTI. I bombardieri puntavano alle infrastrutture ferroviarie e alle vie di comunicazione strategiche, ma le bombe non sono intelligenti, non lo sono state nella guerra del golfo dove ci raccontavano che i missili patriot colpivano puntuali basi nemiche e non lo sono oggi in Ucraina e a Gaza.
Oggi, camminando per il centro storico, i “vuoti” lasciati da quelle 90 tonnellate di bombe sono ancora visibili in alcune piazze e nei molti edifici ricostruiti con stili diversi. Ricordare questi eventi non è solo un atto di omaggio alle vittime, ma un monito costante sulla fragilità della pace e del patrimonio che ci circonda.
La guerra è l’antitesi della vita: un insieme di disperazione, lacrime e sangue che non risparmia né i vinti né i vincitori. Al di là della propaganda, essa rimane il palcoscenico dove il genere umano commette e giustifica i crimini più orrendi, lasciando dietro di sé solo cenere e miseria. Ma oggi dobbiamo guardare oltre le rovine delle città.
Le guerre contemporanee non si limitano a mietere vittime tra soldati e civili, esse aggrediscono le fondamenta stesse della nostra sopravvivenza attraverso una distruzione ambientale sistematica. Non è più solo il ricordo delle foreste del Vietnam, devastate decenni fa dai defolianti che ancora oggi rendono sterili i campi, a tormentarci, ma la consapevolezza che la natura è diventata sia un’arma che un obiettivo strategico.
Come ammonito da Papa Francesco nella Laudato si’, il degrado ambientale causato dai conflitti è un rischio enorme, specialmente nell’era delle armi nucleari e biologiche. Recentemente, abbiamo assistito a una forma ancora più subdola di violenza, definibile come “ecocidio”: la distruzione deliberata di infrastrutture energetiche e grandi dighe nell’Europa dell’Est. Quando una diga viene abbattuta, non si colpisce solo un bersaglio militare, ma si avvelena la terra, si cancellano ecosistemi e si condannano intere popolazioni alla sete e alla fame per decenni, usando la sofferenza della natura come strumento per piegare la resistenza umana.
Secondo l’Onu, il 40% delle guerre degli ultimi sessant’anni ha radici ambientali, e questo dato è destinato a crescere con l’aggravarsi della crisi climatica. Accaparrarsi un bacino idrico, un giacimento di gas o una miniera di coltan non è più solo una questione economica, ma una mossa strategica per la sopravvivenza del potere. Persino la gestione criminale del territorio diventa un mezzo per finanziare il terrore. L’esempio dell’Afghanistan è emblematico: dopo vent’anni di missione internazionale, il ritorno dei talebani ha consolidato un vero e proprio “Narco-Stato”. Qui la terra non serve a sfamare, ma a produrre oppio e cannabis, trasformando l’agricoltura in una fonte di ricchezza per chi opprime i diritti umani, calpesta la dignità delle donne e giustizia i dissenzienti. La “war on terror” iniziata dopo l’11 settembre ci ha lasciato una lezione amara sulla difficoltà di costruire una pace duratura quando le radici dell’economia bellica rimangono intatte nel terreno.
In questo contesto, l’Italia si deve interrogare sul proprio ruolo. Il ripudio della guerra sancito dalla nostra Costituzione sembra scontrarsi con la partecipazione a missioni internazionali che implicano l’uso della forza. Tuttavia, sta emergendo una nuova consapevolezza: se la nostra Costituzione oggi tutela esplicitamente l’ambiente e la biodiversità all’Articolo 9, allora difendere l’ecosistema diventa un dovere che giustifica l’intervento internazionale. Non si tratta di invadere per conquistare territori, ma di proteggere valori universali e risorse vitali che appartengono all’umanità intera. Se non garantiamo la sicurezza delle risorse naturali, non potrà mai esistere una pace durevole. La difesa dell’ambiente ci riguarda tutti, perché questa sfera terrestre è l’unica casa che abbiamo. Solo proteggendo la terra dalle ferite dei conflitti potremo sperare di passare dal tragico grido “tutti giù per terra” a un futuro in cui le generazioni potranno finalmente vivere serene.
L’unico modo per eliminare la guerra è partire dall’individuo, educarci tutti, come singoli e collettività, al rispetto ed alla risoluzione dei conflitti puntando sul confronto e non sulla aggressione; vale sempre e comunque il pensiero che l’unico modo per vincere una guerra è rfiutarsi di combatterla.
Che sia l’inizio di un circolo virtuoso di pensiero e di azione (come avrebbe detto Giuseppe Mazzini)
Riccardo Infantino
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L’Europa al bivio: verso una “Neutralità attiva” per salvare l’umanità
Il mondo sta percorrendo una strada rischiosa, guidato da logiche di potere che sembrano trascurare i veri problemi dell’umanità. Guerre, crisi climatica e disuguaglianze economiche enormi non sono semplici incidenti di percorso, ma il risultato di un sistema che ha perso la sua bussola morale. In questo contesto, l’Europa ha un’unica via d’uscita: “diventare il faro della neutralità e del buon senso”.
Dobbiamo liberarci dalla narrazione tossica che divide il mondo in “democrazie contro autocrazie”. Questa distinzione, spesso ipocrita, serve solo a giustificare nuove corse agli armamenti e a polarizzare i conflitti. L’Europa deve smettere di essere un partner subalterno e iniziare a concentrarsi sui problemi reali: la povertà estrema e la salvaguardia del pianeta sono sfide che ci avvicinano al resto del mondo, piuttosto che a certi interessi oltreoceano.
Per non essere schiacciata dalle superpotenze (USA, Cina, Russia), l’Europa deve abbracciare una “neutralità attiva”. Questo non significa isolarsi, ma agire come un blocco unico e sovrano.
Basta divisioni interne: Non possiamo più permetterci 27 politiche estere diverse. Un solo interlocutore. Dobbiamo dialogare con i giganti mondiali da pari a pari, impedendo a potenze esterne di decidere per noi. Chi decide di schierarsi con interessi extra-europei per convenienza personale si pone automaticamente al di fuori della nostra comunità europea.
Il principale ostacolo a questa visione non è solo geopolitico, ma interno. La classe dirigente attuale appare spesso prigioniera di interessi di parte (politici e governanti più attenti al profitto immediato e al potere personale che al bene collettivo), corruzione e ingordigia (un sistema dove il denaro orienta le scelte, creando una barriera tra le istituzioni e i bisogni delle persone), mancanza di Giustizia (una scarsa fiducia nel sistema giudiziario che permette ai “potenti” di agire nell’impunità, alimentando le diseguaglianze).
Abbiamo bisogno di persone, non solo di burocrati. Uomini e donne capaci di lottare contro le barriere sociali e di resistere alle lusinghe del capitale internazionale. La sfida dell’Europa è riscoprire la propria anima umanistica: mettere l’uomo, la pace e la stabilità sociale sopra il delirio di espansione e il profitto delle lobby.
L’Europa può essere la “Svizzera del mondo”: un porto sicuro di diplomazia e cooperazione multilaterale. Se non avrà il coraggio di rendersi autonoma e di combattere la corruzione interna che la divora, rimarrà solo un terreno di scontro per interessi che non le appartengono.
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04.01.2026

Riccardo Infantino
Tempi di autoresistenza
La decennale frequentazione dell’ANPI mi ha insegnato cosa è stata e cosa è, oggi, la resistenza; anche ora che i miei rapporti non si sono interrotti, ma diradati, sono giunto grazie alla associazione a formulare un concetto o meglio, un atteggiamento di vita, di cui vorrei parlare a tutt*, anche per un confronto (una delle basi della democrazia) con chiunque voglia discuterne.
Quando si parla di Resistenza (quella storica, che portò al crollo del regime fascista) e di resistenza (quella forma mentale sempre vigile a tutela delle libertà fondamentali, oggi non proprio di moda…) si pensa ovviamente al contrasto verso un pericolo fuori di noi; cambiano i tempi, i nuovi fascismi e le nuove forme di pensiero antidemocratiche non si presentano più con la faccia dura della repressione a colpi di manganello – o almeno non sempre -, ma puntano spesso sull’assuefazione nei confronti degli atti che negano i princìpi umanitari fondamentali: ormai sono in numero così grande e smaccatamente evidente che si rischia di inserirli pericolosamente in un contesto di rassegnata e quasi ordinaria quotidianità.
Urge allora, oggi più che mai, coltivare una sorta di autoresistenza – quasi una lotta contro noi stessi – come antidoto alla passiva accettazione dei soprusi peggiori come “normali” ed inevitabili -, perché chi commette crimini – di guerra e non – sa bene che compiendo azioni delittuose sempre più efferate – dall’embargo economico al regime di apartheid fino al genocidio, magari dilazionato nel tempo, per finire con l’invasione militare di un paese per “riportare la democrazia” – le menti di noi cittadini comuni subiscono una costante overdose di violenza e di illegalità a tutto campo, e a quel punto la pressione arriva ad un punto tale che si inizia a pensare che no, non sarà mai possibile fermare chi ha la forza economica e militare per praticare questi orrori, tanto non ne abbiamo la forza.
Sbagliato.
Il punto di partenza è proprio nello sforzo costante di non assuefazione, la capacità (a volte quasi autolesionistica, è vero) di non smettere di provare sofferenza per tutto ciò, e dal disagio impotente che si avverte partire per collegarlo a quello di tanti altri: in altre parole creare un network di cervelli e di empatie miranti a realizzare un qualcosa di pratico ed efficace (i grandi numeri sono difficilmente controllabili, lo sappiamo bene), nella speranza che dai e dai questo ordine mondiale basato sulla legge della forza invece che del diritto si incrinerà dal suo interno, essendo un gigantesco palazzo costruito con materiali scadenti (la logica del consumo illimitato) e fondato sui conflitti militari come correttivo di economie basate sulla speculazione invece che sulla produzione effettiva di beni utili in quantità accettabili.
L’autoresistenza, a questo punto divenuta collettiva, dovrebbe portare al proposito di mutare gradualmente stile di vita, allontanandosi poco alla volta da bisogni artificiali creati a scopo di lucro (per pochi), lucro che alimenta la sola industria che, al momento, non conosce crisi da sovrapproduzione (a differenza di tutte le altre), quella degli armamenti.
A quanti di noi non è venuto in mente, di fronte agli orrori dei nostri giorni, che forse è arrivato il momento di una rivoluzione armata globale che ripristini la giustizia e l’eguaglianza tra tutti?
Nessuno però ci garantisce – come ci ricorda Hannah Arendt – che potrebbe essere la sostituzione pura e semplice di un ordine violento con un altro, egualmente derivato dalla violenza.
Forse otterremmo risultati duraturi muovendoci tutti insieme come una massa critica che boicotta le economie di rapina in ogni modo possibile, perché le armi hanno bisogno di denaro per essere acquistate ed utilizzate, ma se il denaro inizia a venire meno diminuiscono anche quelle…
Saluti antifascisti a tutt*, siempre!












