Che il 2026 sia l’anno della pace
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Piero Belli 11 Gennaio 2025 – L’Europa al Bivio: Verso una “Neutralità Attiva” per Salvare l’Umanità
Riccardo Infantino 4 Gennaio 2025 – Tempi di autoresistenza
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L’Europa al bivio: verso una “Neutralità attiva” per salvare l’umanità
Il mondo sta percorrendo una strada rischiosa, guidato da logiche di potere che sembrano trascurare i veri problemi dell’umanità. Guerre, crisi climatica e disuguaglianze economiche enormi non sono semplici incidenti di percorso, ma il risultato di un sistema che ha perso la sua bussola morale. In questo contesto, l’Europa ha un’unica via d’uscita: “diventare il faro della neutralità e del buon senso”.
Dobbiamo liberarci dalla narrazione tossica che divide il mondo in “democrazie contro autocrazie”. Questa distinzione, spesso ipocrita, serve solo a giustificare nuove corse agli armamenti e a polarizzare i conflitti. L’Europa deve smettere di essere un partner subalterno e iniziare a concentrarsi sui problemi reali: la povertà estrema e la salvaguardia del pianeta sono sfide che ci avvicinano al resto del mondo, piuttosto che a certi interessi oltreoceano.
Per non essere schiacciata dalle superpotenze (USA, Cina, Russia), l’Europa deve abbracciare una “neutralità attiva”. Questo non significa isolarsi, ma agire come un blocco unico e sovrano.
Basta divisioni interne: Non possiamo più permetterci 27 politiche estere diverse. Un solo interlocutore. Dobbiamo dialogare con i giganti mondiali da pari a pari, impedendo a potenze esterne di decidere per noi. Chi decide di schierarsi con interessi extra-europei per convenienza personale si pone automaticamente al di fuori della nostra comunità europea.
Il principale ostacolo a questa visione non è solo geopolitico, ma interno. La classe dirigente attuale appare spesso prigioniera di interessi di parte (politici e governanti più attenti al profitto immediato e al potere personale che al bene collettivo), corruzione e ingordigia (un sistema dove il denaro orienta le scelte, creando una barriera tra le istituzioni e i bisogni delle persone), mancanza di Giustizia (una scarsa fiducia nel sistema giudiziario che permette ai “potenti” di agire nell’impunità, alimentando le diseguaglianze).
Abbiamo bisogno di persone, non solo di burocrati. Uomini e donne capaci di lottare contro le barriere sociali e di resistere alle lusinghe del capitale internazionale. La sfida dell’Europa è riscoprire la propria anima umanistica: mettere l’uomo, la pace e la stabilità sociale sopra il delirio di espansione e il profitto delle lobby.
L’Europa può essere la “Svizzera del mondo”: un porto sicuro di diplomazia e cooperazione multilaterale. Se non avrà il coraggio di rendersi autonoma e di combattere la corruzione interna che la divora, rimarrà solo un terreno di scontro per interessi che non le appartengono.
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04.01.2026

Riccardo Infantino
Tempi di autoresistenza
La decennale frequentazione dell’ANPI mi ha insegnato cosa è stata e cosa è, oggi, la resistenza; anche ora che i miei rapporti non si sono interrotti, ma diradati, sono giunto grazie alla associazione a formulare un concetto o meglio, un atteggiamento di vita, di cui vorrei parlare a tutt*, anche per un confronto (una delle basi della democrazia) con chiunque voglia discuterne.
Quando si parla di Resistenza (quella storica, che portò al crollo del regime fascista) e di resistenza (quella forma mentale sempre vigile a tutela delle libertà fondamentali, oggi non proprio di moda…) si pensa ovviamente al contrasto verso un pericolo fuori di noi; cambiano i tempi, i nuovi fascismi e le nuove forme di pensiero antidemocratiche non si presentano più con la faccia dura della repressione a colpi di manganello – o almeno non sempre -, ma puntano spesso sull’assuefazione nei confronti degli atti che negano i princìpi umanitari fondamentali: ormai sono in numero così grande e smaccatamente evidente che si rischia di inserirli pericolosamente in un contesto di rassegnata e quasi ordinaria quotidianità.
Urge allora, oggi più che mai, coltivare una sorta di autoresistenza – quasi una lotta contro noi stessi – come antidoto alla passiva accettazione dei soprusi peggiori come “normali” ed inevitabili -, perché chi commette crimini – di guerra e non – sa bene che compiendo azioni delittuose sempre più efferate – dall’embargo economico al regime di apartheid fino al genocidio, magari dilazionato nel tempo, per finire con l’invasione militare di un paese per “riportare la democrazia” – le menti di noi cittadini comuni subiscono una costante overdose di violenza e di illegalità a tutto campo, e a quel punto la pressione arriva ad un punto tale che si inizia a pensare che no, non sarà mai possibile fermare chi ha la forza economica e militare per praticare questi orrori, tanto non ne abbiamo la forza.
Sbagliato.
Il punto di partenza è proprio nello sforzo costante di non assuefazione, la capacità (a volte quasi autolesionistica, è vero) di non smettere di provare sofferenza per tutto ciò, e dal disagio impotente che si avverte partire per collegarlo a quello di tanti altri: in altre parole creare un network di cervelli e di empatie miranti a realizzare un qualcosa di pratico ed efficace (i grandi numeri sono difficilmente controllabili, lo sappiamo bene), nella speranza che dai e dai questo ordine mondiale basato sulla legge della forza invece che del diritto si incrinerà dal suo interno, essendo un gigantesco palazzo costruito con materiali scadenti (la logica del consumo illimitato) e fondato sui conflitti militari come correttivo di economie basate sulla speculazione invece che sulla produzione effettiva di beni utili in quantità accettabili.
L’autoresistenza, a questo punto divenuta collettiva, dovrebbe portare al proposito di mutare gradualmente stile di vita, allontanandosi poco alla volta da bisogni artificiali creati a scopo di lucro (per pochi), lucro che alimenta la sola industria che, al momento, non conosce crisi da sovrapproduzione (a differenza di tutte le altre), quella degli armamenti.
A quanti di noi non è venuto in mente, di fronte agli orrori dei nostri giorni, che forse è arrivato il momento di una rivoluzione armata globale che ripristini la giustizia e l’eguaglianza tra tutti?
Nessuno però ci garantisce – come ci ricorda Hannah Arendt – che potrebbe essere la sostituzione pura e semplice di un ordine violento con un altro, egualmente derivato dalla violenza.
Forse otterremmo risultati duraturi muovendoci tutti insieme come una massa critica che boicotta le economie di rapina in ogni modo possibile, perché le armi hanno bisogno di denaro per essere acquistate ed utilizzate, ma se il denaro inizia a venire meno diminuiscono anche quelle…
Saluti antifascisti a tutt*, siempre!











