Didomenica in domenica

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Riccardo Infantino 6.3.2021

Questioni di stile

Quando si pensa ad un politico di alto livello, soprattutto se tra le cariche più alte dello Stato, ci si aspettano qualità come propensione al dialogo con i cittadini, chiarezza nel motivare le scelte adottate e soprattutto la benemerita capacità di metterci la faccia, come usa dire oggi, per dimostrare chiaramente una assunzione forte di responsabilità nel condurre il proprio operato.

Non amando fare nomi e cognomi – darei un giudizio presuntuoso, non essendo pratico di azioni politiche o decreti di vario genere – vorrei prendere ispirazione, da buon ignorante quale sono, da una considerazione di Piero Calamandrei, che il grande resistente formulò a proposito della scuola pubblica: “Facciamo l’ipotesi, così astrattamente…”, di voler rispettosamente fare un paragone tra un Presidente del Consiglio che va avanti – con scelte magari criticabili ed influenzate da terze parti, forse di genere finanziario e bancario – che non attende che il Parlamento prenda subito in mano la situazione (non dimentichiamo che le due Camere sono l’organo legislativo supremo, quello che addirittura in caso di guerra dichiarata si riunisce in seduta permanente e gestisce le operazioni militari di concerto con lo Stato Maggiore della Difesa), ma inizia subito ad agire concretamente, e puntualmente, con cadenza quotidiana, motiva ai cittadini tutti le sue scelte e le conseguenze di queste, affrontando direttamente l’opinione pubblica e le forze politiche a lui favorevoli e contrarie.

L’altro politico – ma si tratta sempre di una ipotesi – è un tecnocrate, che si affretta a sostituire parte dello staff del suo predecessore con personaggi di sua fiducia, che si presenta da subito come un pragmatico silenzioso: agire e dire solo quando ci sarà qualcosa da dire, altrimenti si opererà in silenzio, e che invia i suoi collaboratori al proprio posto ad esporre i piani di azione stabiliti, si spera tutti e con chiarezza.

Entrambi le figure possono generare pericolo: nel primo caso il frequente e personale contatto con l’opinione pubblica può indurre a pensare che sia lui ad emanare le leggi assumendosi la grave responsabilità di agire per il bene del paese, e dunque potrebbe anche non avere bisogno del Parlamento…una edizione aggiornata del culto della personalità forte e benefica per il paese.

Nell’altro caso potrebbe subentrare, complice magari una situazione di emergenza totale che si protrae da almeno un anno (sempre di una ipotesi si tratta…) uno sfinimento che porta alla quasi supina accettazione di qualsiasi provvedimento, tutto potrebbe andare bene, purché ci tiri fuori dal pericolo che dura ormai da troppo tempo…e se il politico silenzioso e pragmatico agisce non facendosi vedere, quasi fosse una eminenza grigia, poco importa; come scrisse il gesuita Giovanni Botero nell’opera Della Ragion di Stato, a fine Cinquecento, il fine giustifica i mezzi…

Oramai non sto più a contare le volte in cui ho sentito dire “tanto non si può fare altrimenti, non c’è altra via di uscita”…non è esattamente così, e di nuovo la Costituzione ce lo ricorda quando ci parla della sovranità popolare, che ogni cittadino in quanto singolo e in quanto comunità ha in sé; basta riprendersela esercitando il diritto di voto pensando che siamo tutti arbitri della direzione che il nostro paese prenderà, e chi eleggiamo al timone dipende solo ed esclusivamente dal nostro consenso, che può anche essere tolto…

È un pensiero idealistico ed illusorio? Forse, ma non è vero che i cambiamenti piccoli e grandi sono avvenuti grazie a idee ritenute impossibili?

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 20.2.2021

 

Sindacati, Partito Comunista Italiano, Dissensi ed altre storie

Sembra il titolo di un lavoro musicale o di un libro…in realtà è il riferimento al quarantaquattresimo anniversario della cacciata di Luciano Lama dalla Sapienza di Roma, episodio avvenuto il 17 febbraio 1977.

Ammetto di non essere in grado di parlarne in modo circostanziato, intendo dire da testimone oculare – nell’anno del Movimento ero al ginnasio, dunque assai poco consapevole di politica – ma dato che mi colpì il fatto – ricordo che nella mia scuola, il Dante Alighieri di Roma, la notizia di quanto accaduto arrivò come una sassata contro un vetro – tenterò di raccogliere le testimonianze di chi c’era ed era in età consapevole politicamente (e in effetti tra gli antifascisti viterbesi se ne è parlato non poco in questi giorni).

Non mi resta altro da fare che confrontare alcune fonti, ufficiali e parallele, su un episodio che per tutti fu uno spartiacque tra l’istituzione PCI ed i gruppi che se ne erano distaccati contestandolo anche violentemente (quel giorno il camion palco da dove Lama parlò fu fatto a pezzi dopo che il sindacalista andò via protetto dal servizio d’ordine).

Il fatto in sé (e più in generale tutto il Movimento del Settantasette, quello che, come si diceva allora, diede l’assalto al cielo) può essere visto naturalmente da più angolazioni: si potrebbe considerare “Il racconto di una battaglia campale che rappresentò il punto di rottura definitivo nel rapporto tra sinistra e movimenti sociali sovversivi. Da una parte il più grande Partito comunista d’Europa e il sindacato della classe operaia che vuole farsi Stato, gestire il potere e il salto produttivo capitalista; dall’altra un caleidoscopio di soggetti e istanze che non si sentono rappresentati da quella classe dirigente, che impone nuovi temi e bisogni, ma che soprattutto non vuole fare i sacrifici in nome dell’unità nazionale. Temi e parole sorprendentemente attuali: unità nazionale, sacrifici, austerità. “ (Dinamopress 16 febbraio 2017); o anche “l’espressione di un discorso provocatorio che intima ai collettivi ed ai movimenti di tornare nei propri quartieri e reiniziare a studiare, e che ha come risposta una onda d’urto che segna, accanto al raid fascista di pochi giorni prima, sempre sul piazzale della Sapienza, l’inizio del Movimento stesso” (Vincenzo Miliucci, ex Com. Aut. OP. di Via dei Volsci); oppure ancora, dalla parte della CGIL e del PCI di allora, una manifestazione concordata dai tre massimi sindacati di allora (CGIL, CISL e UIL), sulla quale peseranno diverse incognite, visto lo stato di occupazione dell’ateneo iniziato due settimane prima della data del comizio di Lama (Santino Picchetti, uno degli organizzatori dell’andata di Lama alla Sapienza), e che si risolse in uno scontro – assalto al camion palco del sindacato ed alla successiva entrata delle forze di Polizia in assetto antisommossa dentro l’ateneo, come non era accaduta da diversi anni. Chi accese la scintilla che diede origine agli scontri, all’assalto al palco ed alla fuga precipitosa di Lama protetto dal servizio d’ordine della CGIL? A detta di Miliucci fu uno dei componenti dello stesso servizio d’ordine che iniziò a sparare la schiuma di un estintore contro i manifestanti, dando il via ai disordini. Tutte le forze parlamentari e non dell’epoca furono concordi su una sola cosa: quel giorno la rappresentanza istituzionale del partito e del sindacato che si erano posti come difesa dei diritti dei lavoratori per definizione si scollarono definitivamente dai gruppi spontanei e vitali che cercavano una alternativa (in modo non sempre pacifici, bisogna dirlo per onestà intellettuale) ad una leadership di sinistra che forse (era questa la motivazione che veniva presentata) teneva le briglie troppo strette e che era ritenuta troppo vicina alla sua controparte, la borghesia dei grandi imprenditori. Di quel periodo, e dell’anno 1977 in particolare, la mia generazione ricorda gli Indiani metropolitani, i gruppi di Autonomia Operaia, la nascita di Radio Onda Rossa nel Collettivo di Via dei Volsci (quella radio di libera controinformazione divenuta essa stessa una istituzione), una vitale corrente di energia magmatica dagli sviluppi a volte tragici (non era infrequente il passaggio dal dissenso al PCI a Lotta Continua, ad Autonomia Operaia, alle Brigate Rosse come attivista combattente o simpatizzante attivo)…e per finire la forma di protesta più sarcastica e mordace del tempo…le canzoni degli Skyantos, con Freak Antony che dissacrava tutto e tutti attraverso i suoi testi al vetriolo.

Cosa potrebbe essere rimasto di quella stagione, che proprio nel 1977 si concluse con un raduno di tutto il Movimento in quel di Bologna? La lezione che la pluralità ed anche la spontaneità di iniziative è la forza dei cittadini e delle persone comuni, la frammentazione ed il contrasto delle energie positive tra di loro va solo a vantaggio di chi ha interesse a mettere uno contro l’altro le vittime di un sistema che – profetizzava Marx ormai quasi due secoli or sono – ha iniziato a mangiare se stesso per l’accumulazione di capitali, energie e risorse in un numero sempre più piccolo di mani, anche in quelli che erano i paesi “ricchi”.

In fondo come riuscirono i nostri padri resistenti a scalzare il pensiero unico e lo stato fascista? Mettendo da parte le loro divergenze ideologiche e pragmatiche per utilizzare tutto il loro potenziale di lotta contro un nemico che altrimenti li avrebbe combattuti l’uno separato dall’altro.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 14.2.2021

La scuola perde tempo

Mi sono chiesto, di fronte alla proposta di Mario Draghi non ancora Presidente del Consiglio effettivo (lo sarà solo dopo aver ottenuta la fiducia da entrambe le Camere, come vuole il dettato costituzionale) di prolungare il calendario scolastico di almeno tre settimane, per recuperare il tempo perduto nel periodo di Didattica a Distanza (o DaD che dir si voglia), quando e perché si è perso questo tempo.

Nel periodo di isolamento totale si è attivato praticamente subito il meccanismo dell’insegnamento a distanza, con qualsiasi mezzo a disposizione, garantendo così la continuità della educazione dei ragazzi (mi veniva da dire dei futuri cittadini), ed anche ora, con metà alunni a scuola e metà a casa, a turno, il loro processo di formazione non ha subìti rallentamenti o fermate immotivate.

Allora dove è il tempo perduto, andiamo a cercarlo…forse potrebbe essere nei momenti impiegati a rimotivare dei giovani adolescenti o appena adulti a credere ancora in una cultura vissuta e condivisa in un habitat magari non usuale, oppure a incitarli a tener duro nonostante i problemi di connessione – la Rete è ovviamente sovraccaricata dal numero enorme di accessi -, ma soprattutto a far capire loro come anche in una vita a metà tra il mondo fisico e quello virtuale sia di vitale importanza osservare i diritti costituzionali fondamentali di solidarietà ed eguaglianza.

Parlando in concreto tutti gli attimi dedicati a far vedere quanto sia importante aiutare qualcuno se si è in grado di farlo e non porsi mai in un atteggiamento di superiorità verso chi mostra più difficoltà nell’uso attivo e critico della Rete.

Una sola certezza, ora: l’organo costituzionale della scuola (perché così lo ha definito Piero Calamandrei) non ha potuto e non ha voluto fermarsi, sarebbe come dire che i i due rami del Parlamento si sono presi alcuni mesi di blocco dell’attività legislativa, visti i tempi…

Allora mi viene da chiedere a chi ha parlato della perdita di tempo: quando e come è successo?

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 5.2.2021

Social engineering

Gli esperimenti di ingegneria sociale sono preziosi per far emergere gli aspetti profondi migliori e peggiori della razza umana; convinto di questo ne ho messo in atto uno il 27 gennaio scorso, il Giorno della Memoria, con un gruppo di adolescenti di 14-15 anni.

Profittando del fatto di essere uno dei loro insegnanti, e di avere dunque un canale di comunicazione privilegiato, ho iniziato il mio piccolo esperimento chiedendo chi era entrato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau il 27 gennaio 1945…risposta quasi corale: gli americani, come si vede nel film La vita è bella…dopo aver fatta vedere una fotografia che ritraeva i soldati dell’Armata Rossa che entrava nel lager i ragazzi si sono, con grande stupore, ricreduti…

L’esperimento è proseguito con una domanda diretta: voi fareste del male o riterreste legittimo uccidere qualcuno che non conoscete o che non vi ha danneggiato in alcun modo?

Risposta corale….nooooo…(proprio con questo tono di voce…).

Allora come mai, ho continuato, una parte dell’opinione pubblica italiana e tedesca ha ritenuto giuste le misure che colpivano gli ebrei e gli oppositori del regime?

Ci hanno tutti pensato un pochino, poi la risposta: perché la propaganda li presentava nemici pericolosi da neutralizzare.

Per concludere l’esperimento ho fatta notare la sconcertante analogia tra la frase “chi nasconde un ebreo è nemico della patria” e “chi nasconde un clandestino è nemico dell’Italia”…con mia grande soddisfazione ho notato un forte imbarazzo da parte di molti tra i ragazzi…non ho voluto aggiungere nulla, ma dagli sguardi e dall’espressione di molti tra loro si capiva che avevano ascoltata la seconda affermazione parecchie volte.

Conclusione: il vero nemico è la non conoscenza o la conoscenza distorta…

Forse uno dei compiti dell’ANPI è far capire che l’ignoranza non è forza, come diceva George Orwell nel distopico 1984.

Saluti antifascisti a tutt*

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Questo è il prodotto che genera l’ignoranza!

svastica

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Riccardo Infantino 30.01.2021

Come e quando ne usciremo

Ce lo stiamo chiedendo tutti, e ognuno si dà le proprie risposte; una sola cosa è certa, stanno accadendo fatti apparentemente contraddittori l’uno con l’altro, ma alla fine collegati da un unica caratteristica: fare parte di un insieme basato sul caos, sulla mescolanza continua e costante di opposti, mescolanza che pare ad un primo sguardo priva di un senso.

La democrazia sospesa nei suoi diritti fondamentali di riunione e libero spostamento, la creazione di un nuovo folto gruppo di tre milioni di italiani in povertà si spera solo relativa, l’obbligo del distanziamento sociale che ha come conseguenza un potenziale crollo del meccanismo di solidarietà reciproca, sancito dall’articolo 2 della Costituzione, e soprattutto un diffuso senso di malessere e di quasi diffidenza nei confronti del prossimo, sono chiari segnali che non si potrà tornare ad uno status precedente la pandemia, a quel tipo di organizzazione sociale basata sul consumo e la competizione.

Come non di rado accade nella Storia un evento di proporzioni collettive mette sotto stress tutto un sistema, facendone saltare fuori impietosamente i difetti di fabbricazione e di funzionamento conseguenti: nel nostro caso la prevalenza della logica economica del mercato sulle ragioni della buona politica, supremazia della quale il welfare state è la vittima illustre.

Nella carta costituzionale non a caso, subito dopo il principio di eguaglianza sostanziale, è contemplato l’altrettanto reale diritto al lavoro (ed alla giusta retribuzione ed orario umano…), all’assistenza medica di qualità e alla istruzione di elevato livello; le nostre madri e i nostri padri costituenti (e prima resistenti) avevano compreso che la buona salute di un paese non è data dalla ipotetica virtù di un leader che si pone come risanatore del tessuto economico e sociale, che attui, lui solo al comando grazie ai consensi di cui gode, una sicurezza basata sul controllo preventivo di massa, ma soprattutto avevano ben chiaro che la tranquillità economica necessaria ad uno sviluppo armonico e davvero democratico non deriva certo da quello che si chiama trikle down, lo sgocciolare in basso: se le grandi aziende hanno aumentato il loro fatturati e dividendi non è aumentato il salario di chi ci lavora, dunque l’arricchimento di pochi non coincide affatto in una ricaduta positiva sui moltissimi.

MI piace molto la fantapolitica (ho letto e riletto 1984 di Orwell), e se fino a non molti anni fa non credevo facilmente attuabili le condizioni favorevoli alla presa di potere del grande uomo carismatico che voglia assumere poteri oltre quelli istituzionali ora lo temo fortemente: nel giro di non moltissimo tempo siamo passati da pubbliche manifestazioni apologetiche del fascismo messe in atto da isolati o gruppi nostalgici a palesi violazioni della legge Scelba in contesti istituzionali, atti perpetrati da figure elette dai cittadini, come dimostra, solo ultimo dopo tanti, il saluto romano esibito dai consiglieri di minoranza nel Consiglio Comunale di Cogoleto.

Una parte non piccola degli italiani ha dato e probabilmente darà il proprio consenso elettorale a forze e candidati che si richiamano apertamente e non a figure ed ideali di un passato con il quale occorre fare i conti e superarlo per riuscire a trovare, dopo, un assetto umano e sociale basato sul contributo alla pari di tutt*, e su un conseguente ritorno distribuito in benessere e sicurezza sociale.

Da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni…che sia questa la strada?

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 16.01.2021

 Memorie antiche e recenti

Tante volte mi è stato chiesto dai ragazzi che ho avuti come alunni un anno dopo l’altro a scuola a cosa potesse servire la memoria di eventi importanti come il ventennio fascista e la Resistenza, ma ormai lontani decenni, a quale risultato positivo potesse portare il loro ricordarli, dato che alla fine si commettono sempre gli stessi errori, simili in modo inquietante a quelli che ormai ottanta anni fa hanno prodotto odio razziale e nazionalismo guerrafondaio.

Ogni volta che mi è stato e che mi viene chiesto non riesco a non meravigliarmi, perché è così evidente la lezione civile e morale dei fatti del passato…poi mi ricordo che a mano a mano che ci si allontana aumenta la velocità del ricambio generazionale, e cambia radicalmente il modo di vivere e partecipare a un fatto di grande portata.

Le generazioni nate già connesse possono avere a disposizione una contemporaneità di informazioni molto dettagliate, ma questo privilegia la parte documentale e cognitiva su quella emozionale: in altre parole chi è nato, ad esempio, dopo il 2000, un millennium learner – come viene chiamato oggi – può acquisire migliaia e migliaia di dati sulla strage di Ustica del 1980, oppure sulla caduta del Muro di Berlino, ma non di rado questo va a scapito della permanenza e della profondità emozionale che ogni evento porta con sé.

Inizio a pensare che ancora prima di divulgare le necessarie informazioni su un evento (penso in particolare al vicino Giorno della Memoria) bisognerebbe tentare di trasmettere la sua componente emozionale profonda, rivolgersi alla memoria emotiva – direbbe un attore -, che nella sua forza e permanenza lascerebbe una traccia così ampia da scongiurare (forse) il pericolo che le testimonianze storiche non evitino di ripetere gli errori che le hanno generate, molto o poco tempo fa, e che si sia spinti dalla forza morale, prima ancora che dalla conoscenza, ad agire in quella direzione.

Saluti antifascisti a tutt*

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"Benvenuto 2021... Felice Anno Nuovo!"

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