Didomenica in domenica

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Riccardo Infantino 30.4.2021

Lavoro e dintorni

L’Italia è una repubblica democratica fondata sulla ricerca o l’attesa del lavoro… so che ironizzare sul primo articolo della nostra Costituzione, che mi auguro in molti abbiano nel cuore prima che nella testa, è magari inopportuno, ma i tempi che stiamo attraversando mi solleticano molti pensieri, buoni e cattivi.

Pensieri cattivi

Il costante aumento di chiusure di esercizi commerciali medio piccoli, che nella loro grande diffusione sul territorio hanno costituita la spina dorsale della nostra economia, non ha di fatto abbassata in modo sostanziale la curva dei contagi, che era e resta fluttuante, se mai con una tendenza ad aumentare; perché insistere con una politica che ha incrementato il numero già molto abbondante di nuovi poveri (le partite IVA), ponendo le premesse per una sorta di bomba sociale?

Quanto potrà reggere la capillarizzazione del lavoro – a dire il vero in atto da prima della pandemia – , alla base di offerte di impiego a singhiozzo presentato come attività non vincolante del tuo tempo libero, che anzi ti permette una migliore qualità di vita proprio per questa sua caratteristica?

A mano a mano che i lavoratori del settore pubblico (tra i quali il sottoscritto) andranno in congedo cosa accadrà agli istituti di credito, che sulle nostre buste paga basano l’erogazione di parte dei mutui e prestiti?

Pensieri buoni e cattivi

Il lavoro nella forma in cui lo conosciamo muterà necessariamente, e lo smart working ( o piuttosto il lavoro delocalizzato nella propria abitazione in tutto o in parte) potrebbe rendere possibile esercitare la propria attività e fornire il proprio contributo alla collettività anche non spostandosi ogni giorno, magari di decine di chilometri (esperienza che francamente non auguro a nessuno); oppure rischierebbe di dilatare i tempi di produzione e comprimere quelli dedicati alla persona ed al riposo, generando una sorta di schiavi digitali in versione domestica.

Pensieri buoni

Ce ne sono? Sicuramente, quelli che sono alimentati dagli articoli 4 (il lavoro come diritto e dovere), 36 (diritto ad una retribuzione congrua e ad un irrinunciabile riposo compensativo del lavoro) e 37 (parità retributiva tra i sessi e tutela delle madri lavoratrici) della Costituzione…hai visto mai si possa superare la palude che stiamo attraversando conn l’aiuto di questi articoli…

 

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 23.4.2021

Liberazione da cosa

Secondo (e si spera ultimo) 25 aprile da festeggiare e commemorare on line, seguendo magari le indicazioni del nostro presidente Pagliarulo.

Stare forzatamente a distanza o molto probabilmente a casa (da ignorante ho il sospetto che evitare gli assembramenti funzioni almeno quanto la terapia vaccinale, ma se mi sbaglio qualcuno me lo dica) si ha modo di pensare meglio al significato profondo delle parole, a come lo stesso vocabolo sia vissuto in periodi differenti in modo molto diverso.

Gli ultimi testimoni del 25 aprile 1945 identificheranno naturalmente il vocabolo “liberazione” con la fine del ventennio fascista, e subito dopo si chiederanno – mi si perdoni l’osservazione un po’ feroce – come mai ci si è liberati dal fascismo ma non dai fascisti…

Chi appartiene alle generazioni successive oltre a chiedersi come ci si potrà liberare dai neofascisti (del terzo millennio, come amano definirsi loro stessi) probabilmente si porrà altre domande, apparentemente scollegate da quanto appena detto.

Liberazione dalla frammentazione dei rapporti umani, polverizzati in una miriade di contatti on line che in condizioni “normali” sono complementari alla presenza fisica, e che ora sono il sostituto di una socialità non ristretta solo al virtuale.

Liberazione dalla sindrome della capanna: dobbiamo conservare la capacità di uscire dalla apparentemente rassicurante tana (scusate, volevo dire abitazione…) che ci dovrebbe difendere dal contagio (fisico o morale, mi chiedo)

Liberazione dal nemico più subdolo e potente: l’assuefazione convinta che la sospensione (provvisoria?) delle garanzie costituzionali minime sia la normalità… la Storia insegna che ogni regime autoritario degno di questo nome poggia sempre sulla paura individuale e collettiva, che sfocia regolarmente in una fame di sicurezza.

Le madri ed i padri partigiani riuscirono a mantenere intatta dentro di loro la speranza di un paese che garantisse a tutti i diritti imprescindibili, ed ebbero ragione, a dispetto di chi li riteneva visionari o peggio; mi piacerebbe che oggi fossimo degni anche solo di una virgola di quella loro fede.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 16.4.2021

Domande molto di parte

Si può essere a pieno partigiani e difensori della Costituzione basata sull’antifascismo anche in un momento come questo?

Come ci si deve comportare per coniugare il rispetto delle norme di prudenza dettate dalla situazione contingente e il mantenimento delle libertà minime senza le quali non sussiste democrazia alcuna?

Se ci dovessimo rendere conto che le restrizioni alle libertà fondamentali (di movimento, di riunione pacifica e di informazione, accanto alla libertà di cura) stanno andando verso la soppressione pratica delle libertà stesse, mantenendole solo allo stadio di formulazione teorica inattuata, avremmo il dovere di ribellarci per renderle di nuovo attuabili concretamente?

Come possiamo essere ancora incisivi spostando la nostra azione di contrasto alle pulsioni autoritarie e filo fasciste e di conservazione ed alimento della memoria partigiana dalla sfera fisica (per forza ridotta) a quella del cyberspazio?

Ma soprattutto…come conservare in ognuno di noi la capacità di tornare all’agire e al rapportarsi come individuo e come parte della collettività sul piano fisico, facendo tesoro di una prassi nella Rete che stiamo, volenti o nolenti, potenziando ed affinando?

Non voglio dare risposte, non ne ho in questo momento, desidero solo condividere con chi abbia voglia di farlo alcune domande dalla cui risposta potrebbero dipendere le libertà minime e necessarie.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 10.4.2021

 Restare umani per tornare umani

L’11 aprile è decorso il trentaquattresimo anniversario della morte (o forse del suicidio) di Primo Levi, i cui romanzi Se questo è un uomo e La tregua hanno di fatto educate al sentirsi umani almeno due generazioni di italiani ( e non solo).

Ricordo bene quando venne data la notizia della sua scomparsa violenta: si parlò in un primo momento di una tragica caduta accidentale, ma ben presto prese corpo l‘inquietante ipotesi del suicidio, e tutt’ora se ne discute.

Cosa può portare una persona sopravvissuta alla anti umana esperienza del campo di sterminio a non sopportare oltre la vita, oppure in che modo si può ridiventare umani dopo che la tua stessa essenza di uomo è stata annientata (o almeno così credette chi tentò di farlo)?

La senatrice Liliana Segre racconta un gesto che rappresentò, a suo dire, la vera liberazione: non raccolse la pistola caduta davanti a lei ad un ufficiale nazista in fuga, malgrado provasse forte ed impellente la tentazione di impugnarla e sparargli, e in quel momento, precisa, si sentì libera.

Nel film La tregua c’è una scena emblematica: dopo l’uscita da Auschwitz – Birkenau Primo Levi, a differenza degli altri ormai ex deportati, non brucia la sua divisa a righe, e con questa ripiegata nel suo minimo bagaglio intraprende il viaggio di ritorno a casa.

Fu la cosa che più mi rimase impressa del film (che in realtà univa la narrazione de La tregua e di Se questo è un uomo), negli anni ha lavorato e sedimentato fino al punto da farmi capire quanto sia importante nella vita quotidiana, come nelle situazioni più critiche – specie se prolungate – vigilare su se stessi per mantenersi umani e permettersi così di andare oltre una esperienza che potrebbe negare l’umanità stessa; forse per questo Liliana Segre è sopravvissuta davvero e Primo Levi è andato incontro alla morte, a cui era riuscito a scampare tanti anni prima?

In un periodo di isolamento si è maggiormente predisposti a rivedere le proprie idee e i punti che credevamo fermi, quelli su cui si era basata (o almeno così credevamo) la nostra vita, e ci si accorge che sarà possibile superare una condizione poco umana (come si potrebbe definire diversamente l’impossibilità – imposta – di praticare quella socialità e quella libertà di relazione, valori umani prima ancora che costituzionali) solo preparandosi ora al dopo: non importa quando arriverà, potrebbero volerci altri sei mesi o un anno intero…dopo riusciremo a ritornare umani solo se lo saremo restati prima, non isolandoci per paura di un contagio fisico o morale, mantenendo i legami con i nostri simili senza mai dimenticare che siamo interdipendenti uno dall’altro.

In altre parole ne usciremo solo tutti insieme.

Saluti antifascisti a tutt*

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Quel che stai cercando di dire, se ho ben compreso, è che Primo Levi, a differenza di Liliana Segre, non si sia mai sentito completamente libero? Interessante osservazione.

Barbara

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Riccardo Infantino 2.4.2021

 Quando le distanze non contano (molto)

riunione

Pier Paolo Pasolini, grande (e controverso) antifascista, parlava di mutamento antropologico a proposito del mercato che aveva mutato il modo di pensare degli italiani, cosa che non era riuscita se non in parte al ventennio fascista (lo spiega in una intervista sul litorale di Sabaudia).

Vorrei riprendere la considerazione del grande scrittore e regista e volgerla in positivo applicandola ai nostri giorni, quelli del presente in particolare: il nostro mutamento antropologico, quello che ci ha modificata la testa, il modo di pensare e di agire, è stata la creazione della Rete in quanto generatrice di spazi e mondi virtuali che a forza di avvicinarsi al mondo fisico ne stanno diventando – piaccia o meno – parte integrante.

Maturavo queste forse utopiche riflessioni proprio ieri nel corso dell’incontro on line tra le sezioni provinciali dell’ANPI della provincia di Viterbo, uno degli ormai numerosi incontri sul web resi necessari dalla attuale contingenza sanitaria, che si integrerà sempre meglio con le iniziative in presenza fino a diventare complementare a loro.

Un esempio concreto di quanto ho appena detto: si è pensato, vista la oggettiva difficoltà di partecipare in numero significativo di militanti alle celebrazioni del 25 aprile, di compiere il gesto simbolico, nei giorni precedenti la data, di deporre un fiore su una lapide o un cippo che ricordi una delle tante stragi nazifasciste e di filmare il gesto per poi postarlo sui social network.

Mi ha colpita la proposta, potrebbe essere l’integrazione ed il rafforzamento (se condotta in grandi numeri) delle forzatamente ridottissime iniziative “fisiche” (un solo membro dell’ANPI accanto all’altrettanto ristretto gruppo di autorità che rende omaggio ad uno dei monumenti di cui sopra), una perfetta integrazione e dffusione virale della pratica antifascista, dimostrando che non si è antifa solo il 25 aprile, ma anche in altri giorni, soprattutto ogni giorno.

Proprio ieri pensavamo a quanto potrebbero dare a noi “vintage” i ragazzi che aderiscono alle iniziative di memoria antifascista e di contrasto al nuovo fascismo (che si basa sempre su di una fortissima spinta omologante), dato che in qualche modo sono nati già connessi, a differenza di noi che siamo a cavallo tra due epoche, e potremmo definirli figli del web.

Il web, certo…se riusciremo ad integrare veramente l’azione fisica con quella virtuale avremo una efficacissima arma di contrasto nei confronti della galassia nera di Internet, sconfiggendola con la pervasività che è caratteristica essenziale della Rete, e che può essere indirizzata verso la diversità della democrazia o l’omologazione del pensiero unico.

Saluti antifasciti (reali e virtuali) a tutt*

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Riccardo Infantino 27.3.2021

Algoritmo Amazon

Il 22 marzo è stato indetto dai corrieri e dai magazzinieri di Amazon uno sciopero nazionale a cui sono stati invitati a partecipare anche tutti i clienti del colosso delle spedizioni: astensione dall’effettuare ordini per la giornata di fermo dei lavoratori in agitazione.

L’adesione si è aggirata intorno al 75%, e si spera in un numero significativo di compratori che abbiano appoggiata la protesta evitando ordini nella data dello sciopero, magari c’è stato un sussult di dignità sindacale.

Il motivo principale della protesta è la ribellione ai tempi di produzione stabiliti da un algoritmo di produttività che pare non tenga in nessun conto i ritmi possibili per lavoratori umani di fasce differenti di età e di situazioni reali nell’ordinamento dei pacchi e nella loro consegna.

Mi ricorda in modo impressionante quello che sentivo raccontare a proposito dei ritmi alienanti delle vecchie catene di montaggio – Gaber ne fece uno sketch dissacrante -, nelle quali si applicava, in una sconcertante similitudine di ripetitività di funzioni e movimenti, la concezione fordista dell’operaio come pezzo della macchina.

Miguel Benasayag -, nel suo recente libro intervista La tirannia dell’algoritmo, pone la fondamentale questione del pericolo di essere ridotti ad un treno di bit standardizzato per tutti gli esseri umani, prevedibilmente efficiente nei comportamenti, “grazie” all’affidare le nostre vite – singole, diversificate ed irripetibili – ad un insieme di big data che profila ogni nostro aspetto dell’esistenza secondo parametri fissi e normalizzati, dettati dal mercato.

Tu sei quello che Google vuole che tu sia…è l’affermazione che riassume la logica della profilazione messa in opera ogni volta che utilizziamo un motore di ricerca, un social network o un programma di messaggistica: in pratica la nostra conoscenza costruita individualmente rischia di venire soppiantata da un’altra, di circolazione assai più rapida ed efficace, in quanto frutto di parametri “oggettivi” stabiliti da chi gestisce le informazioni a cui abbiamo accesso, sottraendo così la parte più importante della libera conoscenza, la rielaborazione personale, non riconducibile a standard o profili commerciali.

Tutto il contrario di quanto ci indicano gli articoli 2 (la solidarietà reciproca e la tutela dell’individuo in quanto singolo e gruppo) e 4 (il diritto ad un lavoro di tipo umanamente accettabile e tutelato).

Io ho aderito allo sciopero delle ordinazioni (o meglio, non quasi mai acquistato nulla da Amazon, non gradendo molto la politica adottata nei confronti di chi lavora), e voi?

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 20.3.2021

Disobbedienza civile?

Tra le contraddizioni più o meno grandi che l’attuale situazione ha fatte esplodere vorrei parlare di una che ha dato origine ad una forma di, come potremmo definirla…disobbedienza civile che utilizza le regole del sistema con cui è in contrasto.

Si tratta della trattenuta Brunetta sui primi dieci giorni dello stipendio dei pubblici dipendenti assenti in caso di malattia: alcuni docenti del liceo Bottoni di Milano sono rimasti a casa per gli effetti collaterali del vaccino anti Covid, e la preside dell’istituto si è rifiutata di applicare la tanto contestata decurtazione, sostenendo che si tratti di una situazione analoga a quella dei giorni di lavoro persi per causa di forza maggiore.

L’aspetto interessante della vicenda (e magari potrebbe non restare un caso isolato) è nell’aver disapplicata una norma utilizzandone un’altra: posto che il vaccinarsi sia (almeno per ora) un atto volontario e non coercitivo le conseguenze (si spera sempre gestibili e tollerabili) della somministrazione rientrerebbero tra le cause di forza maggiore indipendenti dalla volontà del lavoratore, dunque non assoggettabili a trattenute in merito.

La risposta del dipartimento pubblico preposto non si è fatta attendere troppo: sarebbero in arrivo dei permessi retribuiti specifici per l’esigenza vaccinale…forse si è capito che questa ed altre contraddizioni (o vogliamo chiamarle normative messe in conflitto da scelte giuridiche in origine non proprio oculate?) darebbero origine ad una pioggia di ricorsi che si risolverebbero a favore di chi li presenta, rallentando l’utilizzo di una soluzione senz’altro più logica e soprattutto meno dispendiosa per i cittadini e la pubblica amministrazione.

O forse la lezione migliore che possiamo trarre da questo italico episodio è che grazie alla conoscenza delle norme si possa trovare il modo di contestarle opponendo loro altre norme contrarie, ma non per questo meno valide o addirittura di valore giuridico superiore.

Mi viene in mente l’arte marziale del judo, che a differenza delle altre (come il kung fu o il karate) sfrutta la forza dell’avversario che praticamente si picchia con la sua stessa potenza…che sia questo il modo giusto di incrinare un sistema pieno di contraddizioni che alla fine ricadono sempre sulle stesse persone?

Saluti antifascisti a tutt*

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Ciao Riccardo voglio risponderti richiamando una favola di Esopo, quello del lupo e l’agnello che si incontrano alla fonte di un ruscello, bhe la conosci, ecco io penso che fintanto che ci sarà il lupo per la pecora non c’è scampo, possiamo portare tutte le argomentazioni possibili ma il lupo alla fine si mangia la pecora. In una giovane e difficile democrazia come la nostra il lupo e la pecora non dovrebbero incontrarsi mai, perchè ancora non sono in grado di confrontarsi, Questa democrazia nata dalle ceneri del Fascismo non è mai riuscita a chiudere il lupo in una riserva, anzi lo ha lasciato alimentarsi e muoversi nel territorio con sempre maggiore velocità tanto che da 30 anni a questa parte non ha più neanche paura di manifestarsi. Cosa conviene fare allora alle pecore? Evitare di incontrare il lupo. 

Piero Belli

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Riccardo Infantino 12.3.2021

 I vaccini sul bancone di vendita

Proprio oggi (11 marzo 2021) ho letta una interessante intervista al medico Stefano Vella (nell’ultimo numero del nostro periodico Patria Indipendente), che alle domande rivoltegli da Giampiero Cazzato ha risposto in un modo così sintetizzabile (più o meno…): il vaccino (non solo quello anti Covid) è da considerarsi un bene comune, che tuttavia non può essere soggetto alla pura e semplice eliminazione del brevetto, vista la complessità e l’impegno economico e logistico che richiede la sintesi di un prodotto di questo tipo.

Ciò non significa, però, che solo i paesi in grado di sostenere un elevato prezzo di acquisto debbano essere in grado di garantire una efficace profilassi della propria popolazione, lasciando gli altri, quelli in cui il reddito medio è parecchie volte inferiore al nostro, in condizione di pericolo per la non possibilità di acquisto.

Occorre andare oltre, continua Vella, la logica di mercato, per attuare il principio di solidarietà umana – vaccinare la popolazione di quei paesi che non possono permetterselo beneficia tutti, nessuno escluso -.

Il discorso del medico termina con la positiva considerazione della pluralità d vaccini a nostra disposizione: Big Pharma, AstraZeneca e tra non molto Sputnik, al quale si aggiungerà quello che è in fase di sperimentazione qui in Italia.

Detto così sembra un orizzonte difficile e a volte drammatico, ma di positiva risoluzione e magari le cose andranno in questo modo.

Per principio tendo a fidarmi di chi ne sa più di me – non sono un virologo né tantomeno un medico, dunque non ho la presunzione di avanzare critiche basate su una ricerca di informazioni magari capillare, ma non poggiata su di una preparazione e su di una pratica effettiva, ma da persona della strada non posso fare a meno di pensare che a seguito di tre decessi successivi alla somministrazione del vaccino avvenuti in Sicilia la Procura di Siracusa ha aperta una inchiesta per omicidio colposo (con conseguente sequestro del lotto sospetto di AstraZeneca) e che nella sede del Parlamento Europeo la deputata Manon Aubry, fornendo prove documentali di quanto affermava, ha dichiarato che “la UE si è inginocchiata di fronte alla Big Pharma”, accettando l’acquisto di una partita di vaccini della quale non è stato specificato il tempo di consegna ed il prezzo di acquisto (nel video che ormai ha fatto il giro del mondo si vede la parlamentare esibire un documento pieno di cancellature…).

Da grande ignorante quale sono vorrei proporre una semplice considerazione: come faccio a sapere quale dei tre o quattro vaccini in commercio sia il più adatto alle mie esigenze fisiche (stiamo parlando di un farmaco che ha reazioni diverse a seconda di chi lo riceve, non di una caramella, ricordiamolo), in un contesto in cui la logica del mercato non può essere compatibile con quella del diritto alla salute collettiva e del singolo, come ci ricorda l’articolo 32 della nostra Costituzione?

Si accettano consigli…

Saluti antifascisti a tutt*

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Ho letto poco fa, devo dire che sarebbe molto interessante aprire una serie di osservazioni su questa tua riflessione ma come sempre ti dovrai accontentare di lettori muti. Però una cosa vorrei dirla non condivido il pensiero del dottor Vella da te citato all’inizio, meno di un secolo fa qualcuno si rifiutò di mettere il brevetto sulla sua scoperta che permise la realizzazione del vaccino della poliomielite. Altri uomini, altre menti, altri tempi. Vero è anche che la industrializzazione, l’ingegnerizzazione e la tecnologia nella produzione dei farmaci sono altra cosa rispetto a 80 anni fa. Allora a mio avviso i prodotti farmaceutici salvavita, vaccini compresi, dovrebbero essere privi di brevetti  però equamente pagati, i Paesi più ricchi devono pagarlo anche per i Paesi più poveri.  l’Umanità è una sola. “Si può brevettare il sole?”

Piero Belli

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Riccardo Infantino 6.3.2021

Questioni di stile

Quando si pensa ad un politico di alto livello, soprattutto se tra le cariche più alte dello Stato, ci si aspettano qualità come propensione al dialogo con i cittadini, chiarezza nel motivare le scelte adottate e soprattutto la benemerita capacità di metterci la faccia, come usa dire oggi, per dimostrare chiaramente una assunzione forte di responsabilità nel condurre il proprio operato.

Non amando fare nomi e cognomi – darei un giudizio presuntuoso, non essendo pratico di azioni politiche o decreti di vario genere – vorrei prendere ispirazione, da buon ignorante quale sono, da una considerazione di Piero Calamandrei, che il grande resistente formulò a proposito della scuola pubblica: “Facciamo l’ipotesi, così astrattamente…”, di voler rispettosamente fare un paragone tra un Presidente del Consiglio che va avanti – con scelte magari criticabili ed influenzate da terze parti, forse di genere finanziario e bancario – che non attende che il Parlamento prenda subito in mano la situazione (non dimentichiamo che le due Camere sono l’organo legislativo supremo, quello che addirittura in caso di guerra dichiarata si riunisce in seduta permanente e gestisce le operazioni militari di concerto con lo Stato Maggiore della Difesa), ma inizia subito ad agire concretamente, e puntualmente, con cadenza quotidiana, motiva ai cittadini tutti le sue scelte e le conseguenze di queste, affrontando direttamente l’opinione pubblica e le forze politiche a lui favorevoli e contrarie.

L’altro politico – ma si tratta sempre di una ipotesi – è un tecnocrate, che si affretta a sostituire parte dello staff del suo predecessore con personaggi di sua fiducia, che si presenta da subito come un pragmatico silenzioso: agire e dire solo quando ci sarà qualcosa da dire, altrimenti si opererà in silenzio, e che invia i suoi collaboratori al proprio posto ad esporre i piani di azione stabiliti, si spera tutti e con chiarezza.

Entrambi le figure possono generare pericolo: nel primo caso il frequente e personale contatto con l’opinione pubblica può indurre a pensare che sia lui ad emanare le leggi assumendosi la grave responsabilità di agire per il bene del paese, e dunque potrebbe anche non avere bisogno del Parlamento…una edizione aggiornata del culto della personalità forte e benefica per il paese.

Nell’altro caso potrebbe subentrare, complice magari una situazione di emergenza totale che si protrae da almeno un anno (sempre di una ipotesi si tratta…) uno sfinimento che porta alla quasi supina accettazione di qualsiasi provvedimento, tutto potrebbe andare bene, purché ci tiri fuori dal pericolo che dura ormai da troppo tempo…e se il politico silenzioso e pragmatico agisce non facendosi vedere, quasi fosse una eminenza grigia, poco importa; come scrisse il gesuita Giovanni Botero nell’opera Della Ragion di Stato, a fine Cinquecento, il fine giustifica i mezzi…

Oramai non sto più a contare le volte in cui ho sentito dire “tanto non si può fare altrimenti, non c’è altra via di uscita”…non è esattamente così, e di nuovo la Costituzione ce lo ricorda quando ci parla della sovranità popolare, che ogni cittadino in quanto singolo e in quanto comunità ha in sé; basta riprendersela esercitando il diritto di voto pensando che siamo tutti arbitri della direzione che il nostro paese prenderà, e chi eleggiamo al timone dipende solo ed esclusivamente dal nostro consenso, che può anche essere tolto…

È un pensiero idealistico ed illusorio? Forse, ma non è vero che i cambiamenti piccoli e grandi sono avvenuti grazie a idee ritenute impossibili?

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 20.2.2021

 

Sindacati, Partito Comunista Italiano, Dissensi ed altre storie

Sembra il titolo di un lavoro musicale o di un libro…in realtà è il riferimento al quarantaquattresimo anniversario della cacciata di Luciano Lama dalla Sapienza di Roma, episodio avvenuto il 17 febbraio 1977.

Ammetto di non essere in grado di parlarne in modo circostanziato, intendo dire da testimone oculare – nell’anno del Movimento ero al ginnasio, dunque assai poco consapevole di politica – ma dato che mi colpì il fatto – ricordo che nella mia scuola, il Dante Alighieri di Roma, la notizia di quanto accaduto arrivò come una sassata contro un vetro – tenterò di raccogliere le testimonianze di chi c’era ed era in età consapevole politicamente (e in effetti tra gli antifascisti viterbesi se ne è parlato non poco in questi giorni).

Non mi resta altro da fare che confrontare alcune fonti, ufficiali e parallele, su un episodio che per tutti fu uno spartiacque tra l’istituzione PCI ed i gruppi che se ne erano distaccati contestandolo anche violentemente (quel giorno il camion palco da dove Lama parlò fu fatto a pezzi dopo che il sindacalista andò via protetto dal servizio d’ordine).

Il fatto in sé (e più in generale tutto il Movimento del Settantasette, quello che, come si diceva allora, diede l’assalto al cielo) può essere visto naturalmente da più angolazioni: si potrebbe considerare “Il racconto di una battaglia campale che rappresentò il punto di rottura definitivo nel rapporto tra sinistra e movimenti sociali sovversivi. Da una parte il più grande Partito comunista d’Europa e il sindacato della classe operaia che vuole farsi Stato, gestire il potere e il salto produttivo capitalista; dall’altra un caleidoscopio di soggetti e istanze che non si sentono rappresentati da quella classe dirigente, che impone nuovi temi e bisogni, ma che soprattutto non vuole fare i sacrifici in nome dell’unità nazionale. Temi e parole sorprendentemente attuali: unità nazionale, sacrifici, austerità. “ (Dinamopress 16 febbraio 2017); o anche “l’espressione di un discorso provocatorio che intima ai collettivi ed ai movimenti di tornare nei propri quartieri e reiniziare a studiare, e che ha come risposta una onda d’urto che segna, accanto al raid fascista di pochi giorni prima, sempre sul piazzale della Sapienza, l’inizio del Movimento stesso” (Vincenzo Miliucci, ex Com. Aut. OP. di Via dei Volsci); oppure ancora, dalla parte della CGIL e del PCI di allora, una manifestazione concordata dai tre massimi sindacati di allora (CGIL, CISL e UIL), sulla quale peseranno diverse incognite, visto lo stato di occupazione dell’ateneo iniziato due settimane prima della data del comizio di Lama (Santino Picchetti, uno degli organizzatori dell’andata di Lama alla Sapienza), e che si risolse in uno scontro – assalto al camion palco del sindacato ed alla successiva entrata delle forze di Polizia in assetto antisommossa dentro l’ateneo, come non era accaduta da diversi anni. Chi accese la scintilla che diede origine agli scontri, all’assalto al palco ed alla fuga precipitosa di Lama protetto dal servizio d’ordine della CGIL? A detta di Miliucci fu uno dei componenti dello stesso servizio d’ordine che iniziò a sparare la schiuma di un estintore contro i manifestanti, dando il via ai disordini. Tutte le forze parlamentari e non dell’epoca furono concordi su una sola cosa: quel giorno la rappresentanza istituzionale del partito e del sindacato che si erano posti come difesa dei diritti dei lavoratori per definizione si scollarono definitivamente dai gruppi spontanei e vitali che cercavano una alternativa (in modo non sempre pacifici, bisogna dirlo per onestà intellettuale) ad una leadership di sinistra che forse (era questa la motivazione che veniva presentata) teneva le briglie troppo strette e che era ritenuta troppo vicina alla sua controparte, la borghesia dei grandi imprenditori. Di quel periodo, e dell’anno 1977 in particolare, la mia generazione ricorda gli Indiani metropolitani, i gruppi di Autonomia Operaia, la nascita di Radio Onda Rossa nel Collettivo di Via dei Volsci (quella radio di libera controinformazione divenuta essa stessa una istituzione), una vitale corrente di energia magmatica dagli sviluppi a volte tragici (non era infrequente il passaggio dal dissenso al PCI a Lotta Continua, ad Autonomia Operaia, alle Brigate Rosse come attivista combattente o simpatizzante attivo)…e per finire la forma di protesta più sarcastica e mordace del tempo…le canzoni degli Skyantos, con Freak Antony che dissacrava tutto e tutti attraverso i suoi testi al vetriolo.

Cosa potrebbe essere rimasto di quella stagione, che proprio nel 1977 si concluse con un raduno di tutto il Movimento in quel di Bologna? La lezione che la pluralità ed anche la spontaneità di iniziative è la forza dei cittadini e delle persone comuni, la frammentazione ed il contrasto delle energie positive tra di loro va solo a vantaggio di chi ha interesse a mettere uno contro l’altro le vittime di un sistema che – profetizzava Marx ormai quasi due secoli or sono – ha iniziato a mangiare se stesso per l’accumulazione di capitali, energie e risorse in un numero sempre più piccolo di mani, anche in quelli che erano i paesi “ricchi”.

In fondo come riuscirono i nostri padri resistenti a scalzare il pensiero unico e lo stato fascista? Mettendo da parte le loro divergenze ideologiche e pragmatiche per utilizzare tutto il loro potenziale di lotta contro un nemico che altrimenti li avrebbe combattuti l’uno separato dall’altro.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 14.2.2021

La scuola perde tempo

Mi sono chiesto, di fronte alla proposta di Mario Draghi non ancora Presidente del Consiglio effettivo (lo sarà solo dopo aver ottenuta la fiducia da entrambe le Camere, come vuole il dettato costituzionale) di prolungare il calendario scolastico di almeno tre settimane, per recuperare il tempo perduto nel periodo di Didattica a Distanza (o DaD che dir si voglia), quando e perché si è perso questo tempo.

Nel periodo di isolamento totale si è attivato praticamente subito il meccanismo dell’insegnamento a distanza, con qualsiasi mezzo a disposizione, garantendo così la continuità della educazione dei ragazzi (mi veniva da dire dei futuri cittadini), ed anche ora, con metà alunni a scuola e metà a casa, a turno, il loro processo di formazione non ha subìti rallentamenti o fermate immotivate.

Allora dove è il tempo perduto, andiamo a cercarlo…forse potrebbe essere nei momenti impiegati a rimotivare dei giovani adolescenti o appena adulti a credere ancora in una cultura vissuta e condivisa in un habitat magari non usuale, oppure a incitarli a tener duro nonostante i problemi di connessione – la Rete è ovviamente sovraccaricata dal numero enorme di accessi -, ma soprattutto a far capire loro come anche in una vita a metà tra il mondo fisico e quello virtuale sia di vitale importanza osservare i diritti costituzionali fondamentali di solidarietà ed eguaglianza.

Parlando in concreto tutti gli attimi dedicati a far vedere quanto sia importante aiutare qualcuno se si è in grado di farlo e non porsi mai in un atteggiamento di superiorità verso chi mostra più difficoltà nell’uso attivo e critico della Rete.

Una sola certezza, ora: l’organo costituzionale della scuola (perché così lo ha definito Piero Calamandrei) non ha potuto e non ha voluto fermarsi, sarebbe come dire che i i due rami del Parlamento si sono presi alcuni mesi di blocco dell’attività legislativa, visti i tempi…

Allora mi viene da chiedere a chi ha parlato della perdita di tempo: quando e come è successo?

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 5.2.2021

Social engineering

Gli esperimenti di ingegneria sociale sono preziosi per far emergere gli aspetti profondi migliori e peggiori della razza umana; convinto di questo ne ho messo in atto uno il 27 gennaio scorso, il Giorno della Memoria, con un gruppo di adolescenti di 14-15 anni.

Profittando del fatto di essere uno dei loro insegnanti, e di avere dunque un canale di comunicazione privilegiato, ho iniziato il mio piccolo esperimento chiedendo chi era entrato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau il 27 gennaio 1945…risposta quasi corale: gli americani, come si vede nel film La vita è bella…dopo aver fatta vedere una fotografia che ritraeva i soldati dell’Armata Rossa che entrava nel lager i ragazzi si sono, con grande stupore, ricreduti…

L’esperimento è proseguito con una domanda diretta: voi fareste del male o riterreste legittimo uccidere qualcuno che non conoscete o che non vi ha danneggiato in alcun modo?

Risposta corale….nooooo…(proprio con questo tono di voce…).

Allora come mai, ho continuato, una parte dell’opinione pubblica italiana e tedesca ha ritenuto giuste le misure che colpivano gli ebrei e gli oppositori del regime?

Ci hanno tutti pensato un pochino, poi la risposta: perché la propaganda li presentava nemici pericolosi da neutralizzare.

Per concludere l’esperimento ho fatta notare la sconcertante analogia tra la frase “chi nasconde un ebreo è nemico della patria” e “chi nasconde un clandestino è nemico dell’Italia”…con mia grande soddisfazione ho notato un forte imbarazzo da parte di molti tra i ragazzi…non ho voluto aggiungere nulla, ma dagli sguardi e dall’espressione di molti tra loro si capiva che avevano ascoltata la seconda affermazione parecchie volte.

Conclusione: il vero nemico è la non conoscenza o la conoscenza distorta…

Forse uno dei compiti dell’ANPI è far capire che l’ignoranza non è forza, come diceva George Orwell nel distopico 1984.

Saluti antifascisti a tutt*

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Questo è il prodotto che genera l’ignoranza!

svastica

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 30.01.2021

Come e quando ne usciremo

Ce lo stiamo chiedendo tutti, e ognuno si dà le proprie risposte; una sola cosa è certa, stanno accadendo fatti apparentemente contraddittori l’uno con l’altro, ma alla fine collegati da un unica caratteristica: fare parte di un insieme basato sul caos, sulla mescolanza continua e costante di opposti, mescolanza che pare ad un primo sguardo priva di un senso.

La democrazia sospesa nei suoi diritti fondamentali di riunione e libero spostamento, la creazione di un nuovo folto gruppo di tre milioni di italiani in povertà si spera solo relativa, l’obbligo del distanziamento sociale che ha come conseguenza un potenziale crollo del meccanismo di solidarietà reciproca, sancito dall’articolo 2 della Costituzione, e soprattutto un diffuso senso di malessere e di quasi diffidenza nei confronti del prossimo, sono chiari segnali che non si potrà tornare ad uno status precedente la pandemia, a quel tipo di organizzazione sociale basata sul consumo e la competizione.

Come non di rado accade nella Storia un evento di proporzioni collettive mette sotto stress tutto un sistema, facendone saltare fuori impietosamente i difetti di fabbricazione e di funzionamento conseguenti: nel nostro caso la prevalenza della logica economica del mercato sulle ragioni della buona politica, supremazia della quale il welfare state è la vittima illustre.

Nella carta costituzionale non a caso, subito dopo il principio di eguaglianza sostanziale, è contemplato l’altrettanto reale diritto al lavoro (ed alla giusta retribuzione ed orario umano…), all’assistenza medica di qualità e alla istruzione di elevato livello; le nostre madri e i nostri padri costituenti (e prima resistenti) avevano compreso che la buona salute di un paese non è data dalla ipotetica virtù di un leader che si pone come risanatore del tessuto economico e sociale, che attui, lui solo al comando grazie ai consensi di cui gode, una sicurezza basata sul controllo preventivo di massa, ma soprattutto avevano ben chiaro che la tranquillità economica necessaria ad uno sviluppo armonico e davvero democratico non deriva certo da quello che si chiama trikle down, lo sgocciolare in basso: se le grandi aziende hanno aumentato il loro fatturati e dividendi non è aumentato il salario di chi ci lavora, dunque l’arricchimento di pochi non coincide affatto in una ricaduta positiva sui moltissimi.

MI piace molto la fantapolitica (ho letto e riletto 1984 di Orwell), e se fino a non molti anni fa non credevo facilmente attuabili le condizioni favorevoli alla presa di potere del grande uomo carismatico che voglia assumere poteri oltre quelli istituzionali ora lo temo fortemente: nel giro di non moltissimo tempo siamo passati da pubbliche manifestazioni apologetiche del fascismo messe in atto da isolati o gruppi nostalgici a palesi violazioni della legge Scelba in contesti istituzionali, atti perpetrati da figure elette dai cittadini, come dimostra, solo ultimo dopo tanti, il saluto romano esibito dai consiglieri di minoranza nel Consiglio Comunale di Cogoleto.

Una parte non piccola degli italiani ha dato e probabilmente darà il proprio consenso elettorale a forze e candidati che si richiamano apertamente e non a figure ed ideali di un passato con il quale occorre fare i conti e superarlo per riuscire a trovare, dopo, un assetto umano e sociale basato sul contributo alla pari di tutt*, e su un conseguente ritorno distribuito in benessere e sicurezza sociale.

Da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni…che sia questa la strada?

Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 16.01.2021

 Memorie antiche e recenti

Tante volte mi è stato chiesto dai ragazzi che ho avuti come alunni un anno dopo l’altro a scuola a cosa potesse servire la memoria di eventi importanti come il ventennio fascista e la Resistenza, ma ormai lontani decenni, a quale risultato positivo potesse portare il loro ricordarli, dato che alla fine si commettono sempre gli stessi errori, simili in modo inquietante a quelli che ormai ottanta anni fa hanno prodotto odio razziale e nazionalismo guerrafondaio.

Ogni volta che mi è stato e che mi viene chiesto non riesco a non meravigliarmi, perché è così evidente la lezione civile e morale dei fatti del passato…poi mi ricordo che a mano a mano che ci si allontana aumenta la velocità del ricambio generazionale, e cambia radicalmente il modo di vivere e partecipare a un fatto di grande portata.

Le generazioni nate già connesse possono avere a disposizione una contemporaneità di informazioni molto dettagliate, ma questo privilegia la parte documentale e cognitiva su quella emozionale: in altre parole chi è nato, ad esempio, dopo il 2000, un millennium learner – come viene chiamato oggi – può acquisire migliaia e migliaia di dati sulla strage di Ustica del 1980, oppure sulla caduta del Muro di Berlino, ma non di rado questo va a scapito della permanenza e della profondità emozionale che ogni evento porta con sé.

Inizio a pensare che ancora prima di divulgare le necessarie informazioni su un evento (penso in particolare al vicino Giorno della Memoria) bisognerebbe tentare di trasmettere la sua componente emozionale profonda, rivolgersi alla memoria emotiva – direbbe un attore -, che nella sua forza e permanenza lascerebbe una traccia così ampia da scongiurare (forse) il pericolo che le testimonianze storiche non evitino di ripetere gli errori che le hanno generate, molto o poco tempo fa, e che si sia spinti dalla forza morale, prima ancora che dalla conoscenza, ad agire in quella direzione.

Saluti antifascisti a tutt*

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"Benvenuto 2021... Felice Anno Nuovo!"

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