Didomenica in domenica

14.10.2021

infantino21

 

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Riccardo Infantino 

Voglia di solidarietà

Karl Marx aveva previsto, in tempi non sospetti (il suo Manifesto del Partito Comunista è del 1848), che l’economia mondiale, basata sul mercato libero e la libera concorrenza, avrebbe finito per concentrare il capitale e le ricchezze in un numero sempre più ristretto di mani creando, di fatto, una bomba sociale innescata dalla precaria condizione economica della maggior parte degli esseri umani, a fronte di pochi privilegiati.

Anche nei paesi “ricchi” ormai quello che era il ceto medio si è drasticamente impoverito: in Italia – e non solo per merito della “pandemia” – siamo arrivati a quota sette milioni di poveri, in aumento… le difficoltà economiche si riflettono ovviamente sullo stato d’animo generale e personale: il protrarsi di una emergenza che negli altri paesi è stata allentata fino a scomparire – in alcuni casi – quasi completamente sta intaccando il senso della coesione sociale ed ha eroso in modo considerevole il sentore della necessità di rapportarsi direttamente gli uni con gli altri.

Temo in particolare un atteggiamento che vedo purtroppo consolidarsi di giorno in giorno: l’autoconvincersi poco alla volta che siamo ormai entrati in una nuova normalità (e in questo i media ufficiali forniscono un più che generoso contributo), che da ora in poi non potrà altro che essere così: l’atomizzazione dei rapporti interpersonali accettata per non cadere nella dissociazione mentale e nella nevrosi…in termini psicologici il fenomeno è stato chiamato sindrome del braccio della morte oppure di Auschwitz…ma spero di essere esagerato.

La soluzione che potrebbe permetterci di uscire da questa palude dei rapporti (poco) umani che stiamo vivendo è contenuta nella parola solidarietà…si, proprio quella alla base dell’articolo 2 della Costituzione (ma guarda un po’ a quante cose serve!): la Repubblica (noi cittadini tutti) protegge e tutela l’essere umano in quanto singolo e in quanto gruppo associato.

Se riuscissimo ad unirla all’altro elemento, la sovranità che appartiene al popolo (di cui all’articolo 1 della carta) che la esprime nelle forme dettate dalla Costituzione stessa – la più potente è il voto, la scheda elettorale – avremmo una leva di grande potenza che ci consentirebbe, tutti, di andare oltre un ordine basato sui diritti legati ai permessi e sulla sicurezza quale bene primario, un ordine in cui la (o le) libertà torneranno di sicuro dopo la cessazione dello stato di emergenza (quando non è dato ancora saperlo).

Non mi pare che ci sia bisogno di atti eroici o gesti eclatanti, basta praticare il rispetto reciproco (non ti vuoi vaccinare, va bene, è una scelta tua, ti conservo lo stesso il saluto e non ti considero pericoloso, e viceversa) e basare la propria giornata su azioni che tendano ad andare verso gli altri (un atteggiamento conciliante al lavoro, un saluto in più anche a persone che non si conoscono, ad esempio).

Forse in tal modo, iniziando da comportamenti così semplici, si incrinerebbe la bolla securitaria che ci separa, chi più chi meno, dagli altri esseri umani, nella (pseudo) convinzione che da individui attenti a non avvicinarsi troppo ai nostri simili scaturirà la prossima salvezza…

Saluti antifascisti a tutt*

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2.10.2021

infantino21

 

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Riccardo Infantino 

 La giustizia parallela

Una cosa che ho sempre temuta è in me stesso e negli altri è la tentazione di credere in una giustizia che non sia quella ufficiale dei tribunali e degli organi pubblici competenti ad amministrarla.

Sono parole molto gravi, me ne rendo benissimo conto, e forse confliggono con gli insegnamenti di fedeltà alla Costituzione, ed alle leggi che a lei si ispirano, appresi nella mia ormai decennale pratica partigiana nell’ANPI.

Ripensando alla gestazione della carta costituzionale, ed alla preveggenza delle madri e dei padri costituenti che l‘hanno meditata e scritta, mi viene alla mente una circostanza dei lavori nell’Assemblea Costituente, nel dicembre 1947, poco prima della promulgazione del documento fondativo della Repubblica: si doveva formulare quello che è oggi l’articolo 52 – la difesa della patria è sacro dovere del cittadino – e un cattolico, Giuseppe Dossetti – che finì per entrare in monastero – , propose una formulazione che garantiva la non punibilità della resistenza ad un Governo e ad un Parlamento che violassero i princìpi fondamentali della Costituzione.

La dicitura non venne adottata, visto il delicatissimo momento che il paese stava attraversando – era terminato il fascismo, ma i fascisti restavano, ed anche parecchi – su iniziativa di Palmiro Togliatti, che in quel momento presiedeva la Costituente, avrebbe innescata una conflittualità che facilmente sarebbe sfociata in una guerra civile.

 Ora si presenta il problema di come rispondere ad una applicazione letterale della norma utilizzata per punire comportamenti illeciti (secondo le leggi vigenti) tenuti allo scopo di perseguire fini umanitari difficilmente realizzabili altrimenti, o anche per rivendicare diritti inalienabili come quello di scelta, e di accesso libero al lavoro, che non devono certo dipendere da permessi di qualsiasi tipo.

E per la prima volta una non piccola parte dell’opinione pubblica (intendo con questo termine anche famose ONG e personaggi di spicco) sostiene la necessità di una diversa applicazione della legge, che sia capace di superare la norma letterale, che in modo plateale confligge con i princìpi di cui si diceva prima, e soprattutto con quello della solidarietà: come fare per tutelarli e renderli di nuovo applicabili, visto che la difesa della patria (che si fonda su questi princìpi) è sacro dovere del cittadino?

In più di un caso questa applicazione “umanitaria” non si è verificata, perché si è allentato il legame indissolubile tra fondamenti costituzionali e leggi che regolano la vita del nostro paese; in fondo a questa strada c’è la giustizia parallella, la disobbedienza civile e la resistenza ad un Governo e ad un Parlamento che non rispetti i princìpi costituzionali fondamentali.

Spero proprio di no, gli esiti potrebbero essere imprevedibili.

Saluti antifascisti a tutt*

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Condivido le riflessioni e l’accostamento di situazioni che, seppur apparentemente diverse, celano il medesimo “allentamento” del rapporto di subordinazione delle leggi (e decreti legge!) alla Costituzione. I principi sembrano essere ancora lì, intoccabili, ma la loro applicazione viene sopraffatta da normative dettate dalla burocrazia, dal mercato, dalla politica e, non ultima, dalla Scienza. Ultima spiaggia, la magistratura. Speriamo ancora in questo baluardo. Saluti antifascisti

Georgina

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26.9.2021 

infantino21

 

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Riccardo Infantino 

Adempiere tacendo?

Se veniamo chiamati ad osservare una norma giuridica in sospetto contrasto con i princìpi costituzionali della reale eguaglianza – concretizzata nella non discriminazione a qualsiasi titolo -, della libertà di pensiero espressa da una altrettanto libera critica e conseguente libera scelta, e infine del diritto – dovere del lavoro, costituzionalmente inteso come attività che garantisca al lavoratore ed alla sua famiglia un tenore di vita almeno decente e la capacità di contribuire al benessere collettivo, come potremmo comportarci?

Non è una domanda retorica, una considerazione astratta: sappiamo bene come le leggi, fatte dagli uomini, siano assai imperfette e a volte nocive per alcuni, rischio che potrebbe aumentare in situazioni di emergenza conclamata, nelle quali il delicato rapporto libertà individuali – esigenze della collettività si sbilancia verso queste ultime.

Il risultato migliore dei periodi di soggiorno obbligato in casa (più espressivo del termine “lockdown”, vero?) è stato quello di far muovere le teste ad una sana riflessione su quanto siano non scontate le fondamentali libertà di cui sopra, soprattutto quando ci viene chiesto di scambiarle – anche solo temporaneamente – con un regime di sicurezza presentato come necessario per la tranquillità e la salute di tutti.

Avendo la pessima abitudine di non fermarmi alle parole del grande mainstream per cercare fonti parallele – blog, testate in Rete, resoconti estemporanei sui social network – mi sono reso conto di quanto sia pericoloso un dibattito pubblico che orienti la pubblica opinione – la maggioranza che va a votare – verso una ed un una unica teoria, con la inevitabile conseguenza di una accettazione convinta, nel senso che viene considerata autentica la verità declamata da chi ha la più ampia visibilità, ignorando e censurando noi stessi le voci discordi (non solo quelle palesemente infondate, i complottardi della cospirazione virale aliena, per intenderci) per trovare pace, salute e sicurezza in una vita dove magari finisci per credere che per essere libero valga la pena di sottoporti a maggiori controlli..

Negli ultimi mesi ho viste le reazioni più disparate alle restrizioni imposte dal vigente stato di emergenza, ormai al secondo anno: comportamenti di opposizione autolesionistici, accettazione passiva e non ragionata, critiche ed attacchi rivolti a chi in realtà è solo vittima di un sistema che rischia di metterci uno contro l’altro, ma anche forme di contrasto ragionate e rispettose delle scelte altrui.

Occorre sempre e comunque misurare le proprie forze, consumarle in una dimostrazione eroica di un momento significa non averle per azioni a lunga distanza, più lente ma più sicure.

E alla fine constatare, magari proprio su se stessi, che accettare criticamente una imposizione, perché in quel momento non è possibile fare altro se non a costo di danneggiarsi enormemente, non è meno coraggioso di chi, con indubbia forza d’animo, dice di no rischiando, magari, di restare senza un lavoro.

Saluti antifascisti a tutt*

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Sono d’accordo con te, caro Riccardo, il momento impone scelte dilaceranti ed è molto deprimente che sia un governo sedicente democratico a costringerci ad effettuarle. Il rischio concreto è che questa forma di democrazia borghese stia modificandosi verso prospettive ignote ma sicuramente pericolose. Saluti antifascisti a tutti.

Tommaso Mascioli

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17.9.2021 

infantino21

 

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Riccardo Infantino 

L’algoritmo e la vita

La caratteristica peculiare di questo periodo è il bipolarismo tra il ritmo della vita – inteso come tempi biologici accettabili ed umani – ed il percorso di un algoritmo – come quelli utilizzati da grandi compagnie internazionali per gestire il lavoro dei propri dipendenti -.

La differenza nettamente percepibile tra le due logiche è profonda: il ritmo della vita è fluido, regolato dalla interazione del singolo con l’ambiente e dai bioritmi dell’individuo che tende a vivere secondo tempi più naturali che artificiali; l’algoritmo (il modello matematico che simula un fenomeno fisico o una qualche procedura) è statico, procede per blocchi successivi e scelte predefinite (è la sua caratteristica), ed applicato alle attività umane produce effetti non di rado poco umani…

A dispetto delle rassicuranti pubblicità di Amazon alla fine è saltato fuori che il ciclo di produzione che seguono i dipendenti è regolato da un algoritmo che prevede ritmi quasi ininterrotti e molto veloci nelle operazioni di impacchettamento e tracciamento dei colli da spedire, abbinato ad un sistema di controllo delle attività che rileva ogni e qualsiasi calo nella produzione o sosta effettuata per qualsiasi motivo (dai bisogni fisiologici allo scambio di qualche parola con i colleghi di lavoro, ad esempio), ne tiene traccia e la conseguenza è una pressione psicologica sul lavoratore che viene “invitato” a riallineare i propri ritmi operativi o un intervento sulla sua retribuzione.

Una operazione simile è in atto nei campi della sanità e dell’istruzione: quelli che dovrebbero essere i comparti della sfera pubblica più flessibili e adattabili alle esigenze della singola persona e dei gruppi sociali nei quali è inserita vengono incanalati in standard prefissati modellati sui tempi di produzione e non di rado su esigenze di mercato (la scuola, secondo la Confindustria, deve formare nuovi lavoratori; la sanità pubblica, oltre ad aver subìto tagli spettacolari – come l’emergenza ancora in atto ha impietosamente fatto notare – ormai si basa su una logica strutturata e consequenziale che mi ricorda, mi si passi l’esagerazione, un call center, prevedibile e quasi automatico nelle sue azioni, quasi fosse la struttura esatta di un algoritmo).

Siamo di nuovo – è necessario farlo notare apertamente – distanti parecchio da quel principio di solidarietà espresso dall’articolo 2 della Costituzione, nel quale ci si impegna a tutelare il singolo ed i gruppi sociali nelle loro esigenze, permettendo sempre e comunque la capacità di una scelta…un algoritmo non te la farà avere.

Saluti antifascisti a tutt*

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13.9.2021  

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 Enrico Mezzetti

Forze armate e antifascismo

LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA è la legge fondamentale dello Stato, che in quanto tale occupa il vertice della gerarchia delle fonti nell’ordinamento giuridico della Repubblica.
Ad essa deve ricondursi l’agire (in tutte le sue espressioni) di tutte le istituzioni, di tutte le componenti, della Repubblica.
Le Forze armate italiane, quali componenti della Repubblica, sono soggette alla nostra Costituzione.
Abbiamo avuto ripetute occasioni per ribadire quello che è un principio fondamentale su cui si regge lo Stato italiano (e ancor più la nostra associazione) e cioè che LA NOSTRA COSTITUZIONE E’ UNA COSTITUZIONE ANTIFASCISTA.
Ne consegue che tutte le Istituzioni, tutte le componenti dello Stato, DEVONO ESSERE ANTIFASCISTE e che quindi LE NOSTRE FORZE ARMATE DEVONO ESSERE ANTIFASCISTE.
Tutti noi sappiamo bene le difficoltà che la incarnazione di tale principio nella realtà ha incontrato nel corso della storia repubblicana ed incontra tuttora nella contemporaneità: abbiamo riflettuta più volte sul tema della continuità- discontinuità con lo Stato fascista.
La realtà delle Forze armate ovviamente, si inserisce in tale complessa problematica non è, non è mai stata (almeno dopo l’otto settembre 1943), una realtà monolitica ed immutabile.
Gli esempi dei soldati che rifiutarono il giuramento alla Repubblica di Salò (e ne subirono le terribili conseguenze), gli esempi degli ufficiali e dei soldati che parteciparono numerosi alla Resistenza italiana, gli esempi di Cefalonia, gli esempi dei soldati italiani in Montenegro che furono aggregati alla Resistenza jugoslava, gli esempi come quello di Nello Marignoli, ne sono una dimostrazione.
Oggi, nell’attualità, lo Stato Maggiore della Difesa organizza al Vittoriano la mostra su “LE STRAGI NAZIFASCISTE NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE 1943-1945.
Per l’organizzazione di tale Mostra lo Stato Maggiore ha richiesto la collaborazione dell’ANPI nazionale e il contributo informativo di tutte le realtà territoriali compresa quella di Viterbo.
Nel trasmetterci l’informazione e l’invito per la mostra, il Maggiore Vizzaccaro ci “ringrazia ancora vivamente per l’attenzione e il contributo prestato”.
Allora tutto risolto? Certo che no!
Ma è indiscutibile che noi non possiamo limitarci a guardare alle Forze Armate come ad un blocco monolitico e immutabile nel tempo ed al variare della storia.
C’è un essere e un dover essere: le Forze Armate Italiane DEVONO essere antifasciste ed al loro interno sono presenti (anche se non uniche) forze e culture orientate in tal senso.
A queste dobbiamo guardare con la forza che ci può fornire la nostra Costituzione.
Fondamentale è la questione della NARRAZIONE: si tratta di evidenziare tutti gli elementi, passati e presenti, che confermano la nostra narrazione del dover essere, come ha fatto lo storico Eric Gobetti con la sua opera “La resistenza dimenticata. Partigiani italiani in Montenegro1 943-1945”.
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5.9.2021 

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Riccardo Infantino 

La necessità del dissenso

Potremmo immaginare una favoletta in cui Bastian Contrario oppone, sempre e comunque, un discorso divergente da quello di chi ha di fronte, e pensare che sia necessario il suo dire sempre e comunque no.

Perché?

La seduzione più intrigante e pericolosa per l’uomo comune (mi sento tale, in effetti) è quella di una linea di pensiero e di comportamento creduta o presentata talmente giusta e convincente da far ritenere ogni altra che faccia intravedere una angolazione diversa o magari opposta come un clamoroso errore di prospettiva nel migliore dei casi, molto, troppo spesso, una sciocchezza destinata a creare confusione e pericolo.

L’uomo, diceva il buon Aristotele, è un animale politico, destinato dalla propria natura a vivere in gruppo, e in ogni gruppo ci deve essere il conflitto di opinioni e posizioni, pena l’instaurarsi strisciante del pensiero unico.

Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma, direbbe il comico Guzzanti, è facile fare l’oppositore in una democrazia, provate a farlo in un mondo che si fa attrarre sempre di più da un dogma rassicurante di qualsiasi tipo: politico, economico, scientifico sanitario.

Il dire di no, forse a volte anche a sproposito, diviene allora il vacc…scusate!…l’antidoto più potente contro il pensiero omnidiffuso, contro la convinzione massificata (da noi stessi, in effetti) che non sia possibile altra via al di fuori di quella istituzionalmente indicata e stabilita magari per legge.

In fondo l’atto del sottostare, quando non è il risultato di un ricatto – ad esempio non puoi lavorare se non accetti determinate condizioni -, porta con sé la promessa di una tranquillità e di un benessere che nella condizione di libertà sarebbe molto più difficile da avere, e dunque non è opportuno prestare ascolto a qualcuno o qualcosa che ti mostri la possibilità di scegliere tra più alternative (anche quella della sottomissione, se ti sembra la più giusta).

Le nostre madri ed i nostri padri costituenti avevano ben chiaro che orientando la sovranità popolare appena conquistata verso forme insidiose di pensiero tanto unico quanto falsamente rassicurante si sarebbe tornati, inevitabilmente, ad una dittatura, stavolta mascherata da democrazia.

Per questo posero tra i fondamenti della Costituzione la libera scelta e la non discriminazione, anche in situazioni di emergenza conclamata, avendo imparato (loro) che ogni governo autoritario che si rispetti conquista il favore della maggioranza (silenziosa) utilizzando magistralmente quella che lo studioso francese Serge Quadruppani chiama la politica della paura.

Saluti antifascisti (e un pochino dissidenti…) a tutt*

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Riccardo Infantino 26.8.2021

La libertà di scelta

Uno dei fondamenti della carta costituzionale è l’inviolabilità della libertà personale, intesa come capacità di scelta in senso morale (opinione, pensiero), geografico (movimento) e corporeo (opzione del tipo di cura).

Sono sempre stato convinto della possibilità di scelta come uno dei cardini della democrazia (e se si va a leggere con attenzione ogni articolo della Costituzione presuppone anche questo), ragion per cui ogni volta che sento parlare di necessità di controllo e di politiche di sicurezza che proprio le scelte restringono mi vengono i brividi nella schiena.

L’Assemblea Costituente, composta da rappresentanti delle forze politiche tutte (è sempre bene ricordarlo), aveva ben presente quell’atteggiamento paternalistico (o patriarcale, se vogliamo) che è alla base di ogni autoritarismo, non solo di quello fascista dell’epoca, che si traduce nel prendere decisioni limitanti ad un numero ben circoscritto di possibilità in vista del bene e della sicurezza comuni.

È stupefacente come ognuno dei 139 articolo della Carta presupponga la libera scelta (anche di sottoporsi a limitazioni e costrizioni, se ne si è convinti, certo), espressione di una decisione presa con la tua testa ed il tuo consenso informato, non perché qualcuno lo ritenga necessario ed inevitabile per il bene individuale e collettivo e voglia fartelo credere.

Un obbligo può essere stabilito anche in modo indiretto: nessuna legge stabilisce che tutti debbano saper guidare e possedere una autovettura, ma per andare al lavoro molte volte i mezzi pubblici sono carenti o non facilmente raggiungibili (verificato in trent’anni di pendolarismo a varie distanze, anche considerevoli), dunque si è di fatto obbligati a prendere la patente di guida e sobbarcarsi l’acquisto di un veicolo e delle spese non indifferenti per il suo mantenimento.

Se vogliamo dirlo con una battuta: liberi di scegliere tra un determinato (da altri) numero di opzioni e di fornire risposte che verranno accettate e magari anche considerate in un ventaglio certo e definito (sempre da altri) di parametri nei quali rientrano…

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 12.8.2021

 La repressione non è più di moda?

Nelle forme in cui l’abbiamo conosciuta fino ad ora no, o almeno non sempre, con alcune macroscopiche eccezioni, quali le reiterate ed efferate violenze perpetrate al G8 di Genova nel 2001.

Nel tempo che fu i poteri totalitari o pseudo democratici si erano affidati ad enti od organizzazioni di tipo militare e paramilitare preposte alla identificazione, all’uso della violenza ed alla eliminazione prima morale e poi fisica di chi osasse dissentire dal pensiero unico (vocabolo oggi tornato in auge) che veniva imposto dalla propaganda ufficiale.

Nomi come OVRA (Organizzazione Volontaria Repressione Antifascisti) o Gestapo rievocano immediatamente persecuzioni ed arresti, torture, deportazioni; la lezione di questi corpi di repressione fu messa a frutto nei regimi fascisti latino americani (e in Europa dal franchismo) negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, aggiungendo e preferendo a volte la sparizione di chi proprio non ne voleva sapere di allinearsi: è tristemente noto il fenomeno dei desaparecidos e dei prigionieri “volati” dagli aerei nel Rio della Plata da alcune migliaia di metri di altezza.

Nella nostra epoca a rischio democratura (dittatura sotto aspetto democratico) potrebbe essere non più necessario ricorrere esclusivamente alla politica del terrore attuato – per quella bastano annunci mediatici di tipo apocalittico, più sono inverosimili e più effetto producono, come ci insegna la politica della paura – , il più delle volte sono gli stessi destinatari del messaggio repressivo, i cittadini, a contribuire attivamente alla sua conservazione e consolidamento.

L’arma vincente non è sempre il manganello o il campo di internamento o magari il manicomio, sarà sufficiente una accorta propaganda dai toni al tempo stesso aggressivi e paternalistici: la situazione è sull’orlo del baratro, se non imbocchiamo subito quella strada che vi è indicata come risolutiva rischiamo la catastrofe, lo si dice a vantaggio di tutti, come singoli e come popolazione.

Questa tecnica manipolatoria di massa funziona talmente bene da non avere bisogno subito di una azione fisica coercitiva sulle persone: saranno loro stesse, di fronte ad una paura sapientemente indotta – o a scelte del tipo perdere il lavoro se non si assumono determinati comportamenti – a circoscrivere ed isolare quei “pochi” che si pongono tante inopportune domande stimolate dalle palesi contraddizioni contenute inevitabilmente nei messaggi di cui sopra: ad esempio si sbandiera una ripresa economica lenta ma continua nel momento in cui anche i media legati a chi ha il potere sono costretti a parlare di una serie regolare di licenziamenti, ormai via SMS, mail o Whatsapp.

Potremmo chiamarlo meccanismo di difesa di massa, anticorpi generalizzati messi in opera dalla percezione di un pericolo descritto come in effetti non è, risultato di una autocensura singola e di gruppo esercitata volontariamente sulle proprie capacità critiche, complice sempre la paura.

A questo punto non è necessaria una plateale azione repressiva violenta– negli anni Settanta era anche costituita dalle cariche indiscriminate contro i cortei di protesta e dagli arresti facili – , che screditerebbe in modo altrettanto palese chi la attua e chi la pianifica: saranno i cittadini stessi ad autoconvincersi dell’assurdo logico e giuridico che per essere più liberi è indispensabile venire controllati e monitorati meglio, più di prima, molto più di prima.

In alcuni dissidenti riconvertiti forse potrebbe ricrearsi il meccanismo descritto da Orwell alla fine del romanzo 1984: Winston, il protagonista, dopo aver condotta una opposizione clandestina al potere mediatico che governava l’emisfero occidentale anche simulando una guerra tra due macropaesi per mantenere un grave quanto indefinito nella durata stato di emergenza, pensa lucidamente, nel momento in cui il suo carnefice lo giustizia in una bettola dove si stava ubriacando di gin: io amo il Grande Fratello.

Perdonatemi, ma sono un appassionato di fantapolitica e mi piace, ormai, parlare per metafore.

Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

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Riccardo Infantino 30.7.2021

La caccia alle streghe

Da buon amante dei personaggi “contro” e “devianti” nei confronti della comune opinione ho voluto curiosare dentro la fase storica del maccartismo e dei suoi effetti devastanti nel mondo del cinema – il mezzo di comunicazione privilegiato con cui la società statunitense, prima della diffusione della Rete, si è sempre raccontata.

La fase clou di quella che venne definita caccia alle streghe (gli anni 1950 – 1954) portò ad una isteria collettiva – ben orchestrata da una commissione per le attività antiamericane presieduto dall’allora senatore Joseph McCarty e coadiuvata da un promettente Richard Nixon – che marchiava come “comunista” ed anti patriota sovversivo pericoloso per la grande nazione americana chiunque osasse avanzare una critica alla società statunitense, alla sua politica ed ai suoi princìpi di funzionamento.

Questo uragano di follia ebbe le sue vittime: i coniugi Rosemberg vennero giustiziati nel 1951, il drammaturgo Arthur Miller fu pesantemente inquisito e discriminato, Charlie Chaplin fu sospettato (e poi riabilitato) di attività anti americane, solo per citare i più famosi (e naturalmente possiamo credere a ragione che cittadini americani anche comuni fossero colpiti da sospetti che potevano degenerare in accuse infondate).

Il dissenso, questo sconosciuto, verrebbe da dire…stiamo tutti toccando con mano quanto sia labile il confine tra una sana e circostanziata confutazione delle opinioni altrui e la loro messa a tacere in nome dell’eterno argomento che fonda la repressione: il dio sicurezza, la salvaguardia dei pilastri di una nazione e della incolumità dei suoi cittadini.

Nella mia professione di insegnante – la ritengo un privilegio, dato che mi mette a contatto con le generaioni che si susseguono – ho sempre cercato (e magari a volte non ci son riuscito) di ascoltare le opinioni degli altri – anche di ragazzi “istruiti” al credo fascista, se non altro per tentare di redimerli – confutandole, quando ritenevo ce ne fosse bisogno, con argomentazioni documentate e nel rispetto reciproco.

 

Una democrazia che sia tale è basata sul civile conflitto delle scelte, perché altrimenti si verificherebbe quella che viene definita la dittatura della maggioranza (non solo di governo, ma anche della pubblica opinione), che inevitabilmente tende a silenziare e a riconvertire al proprio credo – non sempre e solo con l’arma della persuasione – chi dissente.

Accade anche di peggio: chi dissente può essere tentato dall’utilizzare la stessa forma mentale coercitiva e la medesima violenza (si spera solo verbale…) di chi vuole silenziarlo, e a quel punto ci si schiera uno contro l’altro.

Se mi si dovesse chiedere se siamo ancora in democrazia non potrei far altro che rispondere: ci stiamo avviando verso una democratura (bel neologismo che indica una dittatura travestita da democrazia), nella quale i cittadini hanno l’illusione di poter scegliere, ma in realtà sono obbligati a determinate scelte perché convinti che siano necessarie ed inevitabili, e possibilmente tendono a far diminuire fino alla scomparsa chi dissente da loro.

Il bello è che tutto questo non è il risultato di un colpo di stato o di chissà quale potere occulto massonico satanico (quanto vanno di moda questi due vocaboli…), ma sono i cittadini stessi ad abdicare soddisfatti alla possibilità di scelta e a conformarsi a comportamenti unificati per sentirsi sicuri e protetti.

L’informazione – ufficiale e parallela – può essere l’unica via di salvezza, perché se si ha il coraggio di mettere a confronto dati contrastanti si inizia a pretendere una visione non univoca di quanto ci accade intorno, e soprattutto si tende a credere molto meno a chi presenta una sola scelta come necessaria per il bene comune…

Restiamo umani, scriveva Viky Arrigoni da Gaza

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 22.7.2021

Il G8 di Genova visto da Amnesty

Tra le varie e documentate riflessioni sull’importante anniversario del ventennale del famoso/famigerato G8 di Genova ho trovata particolarmente interessante e stimolante quella di Amnesty Italia, che in un inserto periodico dedicato al rapporto tra diritti umani e sicurezza trae – con le parole di Riccardo Noury, Responsabile Nazionale di Amnesty Italia – le conclusioni su quanto abbiamo tutti imparato da quelle vicende lontane, ma al tempo stesso molto vicine.

Non c’è stata alcuna inchiesta indipendente sulle torture praticate sistematicamente nei confronti dei manifestanti ospiti della scuola Diaz a Bolzaneto, quelle ufficiali non hanno portato alla identificazione se non di pochi responsabili (che, come è noto, sono stati addirittura promossi di grado, n.d.r.) per via della mancanza di sigle o numeri identificativi sulle divise e sui caschi delle uniformi antisommossa.

Non ci sono state nemmeno, conclude Noury, delle scuse ufficiali e conclamate per un comportamento definito “macelleria messicana”, brutale e degno di un regime dittatoriale degli anni Settanta.

Particolarmente degna di nota la postilla finale della breve ma densissima analisi: le violazioni dei diritti umani parevano essere una prerogativa dei paesi stranieri, possibilmente extraeuropei, e quel falso mito crollò miseramente; si deve allora vigilare perché non venga restaurato.

Vorrei aggiungere una mia personalissima conclusione: quando si vuole ignorare il pericolo reale della inosservanza o addirittura della violazione dei diritti fondamentali della persona umana (integrità fisica e morale, diritto di espressione e dissenso e non discriminazione) si guardano sempre gli altri paesi per non voler accorgersi di quanto sta accadendo ora in casa nostra, spesso in modo subdolamente progressivo (è più facile abituarsi ad una serie di abusi via via sempre più forti) e sempre giustificato con il dogma intoccabile della sicurezza.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 10.7.2021

Il Telepass ed i diritti

Una delle caratteristiche del linguaggio umano è la capacità di parlare per metafore, prerogativa che può rivelarsi assai utile per tentare di far passare un messaggio di buonsenso in periodi di confusione e di conseguente proliferare di radicalismi ideologici e securitari di ogni tipo e direzione.

Utilizzando come tutti la rete autostradale ho non di rado sopportata una bella coda di attesa al casello per il pagamento del pedaggio con il contante, e per questo motivo diversi anni fa decisi di acquistare il Telepass, che si è dimostrato di grande comodità (ti avvicini alla sbarra del casello, viene rilevato l’apparecchio, l’importo del pedaggio è addebitato sul conto corrente, e transiti in pochi secondi).

Mi è venuto da pensare che se tutti i caselli fossero automatizzati con il Telepass si eliminerebbero gran parte delle code in autostrada…già…ma allora chi non può o non vuole avere il dispositivo non potrebbe più utilizzare la rete autostradale.

Un po’ come la faccenda dello SPID, l’identità digitale che dà accesso ai servizi al cittadino: bello, rapido, comodo, senza dubbio: basta avere uno smatphone non troppo vecchio (altrimenti l’applicazione che supporta lo SPID non funzionerebbe) e richiedere l’identità digitale, ad esempio, all’ufficio postale.

Il portale dell’INPS sarà accessibile solo in modalità digitale (dunque anche SPID) dopo il mese di ottobre, e pertanto verrà eliminata la possibilità di entrare tramite codice fiscale e password; per un momento voglio vestire i panni di chi non ha la possibilità: o non vuole richiedere l’identità digitale: si troverebbe escluso da un servizio essenziale, in altre parole verrebbe discriminato perché non in possesso di un lasciapassare elettronico…

E dire che nella mia esistenza quotidiana sto progressivamente eliminando la carta e trascorro una parte della mia vita in Rete, nemmeno fossi un avatar digitale…

Pensierino finale: forse occorre tenere conto delle possibilità e delle intenzioni di tutti, se è vero che il principio di eguaglianza si realizza concretamente bilanciando le necessità collettive con quelle individuali…sempre parlando per metafora…

Saluti antifascisti e digitali a tutt*

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Riccardo Infantino 10.7.2021

 Vent’anni dopo
(con le parole di Andrea Camilleri)

Nel romanzo di Dumas che ho scelto come titolo per il pezzo di questa settimana i quattro moschettieri si riuniscono di nuovo per proteggere la corona di Francia e ripristinare un ordine che minacciava di essere alterato dalla Fronda, una potente spinta interna (appoggiata anche da Athos ed Aramis) che avrebbe potuto scardinare il potere del re.

Sarà la mia deformazione professionale da prof, ma leggendo i numerosi articoli dedicati al ventennale del G8 di Genova 2001 – in particolare ho trovata molto pertinente l’analisi di Luca Casarini, uno dei protagonisti di quei giorni – non ho potuto fare a meno di accostare la ricorrenza al titolo di cui sopra.

Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci hanno detto la loro, ormai dieci anni fa, in un volume intitolato L’eclisse della democrazia, Le verità nascoste sul G8 di Genova (ripubblicato in occasione del ventennale); una mini introduzione all’opera scritta da Andrea Camilleri descrive – con la capacità di sintesi tipica di molti scrittori siciliani – il significato di quello che accadde: “Ho sempre sostenuto che per me il G8 di Genova è stato una sorta di prova generale, un tentativo di golpe da parte della destra che fortunatamente è andato fallito.”. Le sue illuminanti parole richiamano con quello che disse Amnesty al riguardo: la più grave sospensione dei diritti democratici dopo la seconda guerra mondiale.

Perché non riuscì la gigantesca operazione mediatica che mirava a criminalizzare una reazione di portata globale al prevalere dell’economia e degli interessi sulla politica fatta dai e per i cittadini?

Fu merito – continua Camilleri – anche dei partecipanti alle numerose manifestazioni che animarono Genova in quei giorni, le persone comuni non armate di spranghe e molotov – come si tentò di far credere alla maggioranza silenziosa -, ma di telefoni (allora chiamati videofonini) che girarono e diffusero in Rete in tempo reale i video degli abusi sistematici perpetrati sui manifestanti in strada e le testimonianze dirette di chi aveva subìto quella violenza tanto cieca quanto pianificata.

Volendo portare il discorso alle estreme conseguenze si arriva al concetto di massa critica: se sono pochi a girare un video di un pestaggio potrebbero essere considerati opinabili e mendaci, se le riprese provengono da più punti, riguardano tanti episodi di violenza e sono davvero tante anche nella mente di chi accetta una verità ufficiale codificata può sorgere un ragionevole dubbio.

Per quanto mi riguarda considero la pressione mediatica esercitata dai testimoni non ufficiali di quel clima di violenza come l’arma più efficace per arginare e prevenire mostruosità del genere, perché in caso contrario abbattere un ordine violento con la forza – come ci ricorda Hanne Arendt – ha come unico risultato instaurare un ordine basato su una violenza di segno diverso, ma non dissimile nella sostanza.

Vale sempre la pena di ricordare ciò che propose (e non venne inglobato nella carta costituzionale) Giuseppe Dossetti in una delle ultime sedute della Costituente: non è punibile la resistenza ad un Governo e ad un Parlamento che violino i princìpi costituzionali fondamentali.

Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

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Riccardo Infantino 2.7.2021

 Il diritto al passaporto

Essendo per natura curioso e convinto della inconsistenza dei sentito dire e dei “pare che” ho condotta una piccolissima battuta di caccia internettiana alla ricerca di pareri circostanziati su quell’oggetto che oggi è desiderato e temuto: il green pass, o passaporto verde che dir si voglia.

Oltre a Guido Scorza, autorevole componente del Collegio del garante per la protezione dei dati personali, il sito diritto.it prende in esame i problemi che comporterà il passaporto verde, che ha iniziata la sua validità a partire dal primo luglio, come è indicato dal DPCM a lui dedicato.

In buona sostanza il problema più grande alla radice è che un decreto della Presidenza del Consiglio (come è specificato nella Costituzione a proposito dei poteri delegati al Governo, in particolare in caso di emergenza) non può avere il valore vincolante di una legge se non è preceduto da una normativa discussa ed approvata dai due rami del Parlamento, pena il rischio di incostituzionalità.

L’altra non meno importante questione è la modalità di raccolta, ordinamento ed utilizzo dei dati sanitari sulle eventuali vaccinazioni, tamponi e guarigioni da COVID: è ben noto che rientrano nella categoria dei dati sensibili, per definizione utilizzabili solo ed esclusivamente per uno scopo ben determinato e soprattutto conservati il tempo assolutamente necessario; il altre parole il QR-Code del passaporto digitale rischia di mandare in giro tranquillamente informazioni che non dovrebbero circolare.

La terza questione riguarda il principio di eguaglianza, sancito dall’articolo 3 della Costituzione: se tutti sono eguali a prescindere da qualsiasi elemento che caratterizzi la persona (e tra questi c’è anche lo stato di salute), si creerebbe una separazione tra chi ha il green pass e chi ne è sprovvisto, magari anche per scelta (dato che non è obbligatorio): nel caso in cui – come si è proposto – venisse richiesto di esibirlo per entrare in pubblici spazi e in esercizi commerciali, partecipare a manifestazioni sportive o musicali o magari a cerimonie private come un matrimonio, si creerebbe una sorta di apartheid medico, che non è proprio il massimo dal punto di vista dei diritti individuali e collettivi.

L’ultima questione tocca la libertà di movimento, uno dei cardini della carta costituzionale (come è indicato chiaramente nell’articolo 16): sarebbe in accordo con questo fondamentale diritto il vincolare al green pass lo spostamento tra paesi europei o addirittura tra regioni e di nuovo sono state formulate proposte in tale senso)?

Non ho la competenza e nemmeno la presunzione di proclamarmi esperto in materia, ho cercate delucidazioni da che ne sa molto, e mi sono preoccupato non poco.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 19.6.2021

Cara Costituzione

Cara, anzi, carissima Costituzione

mi rivolgo a te perché sono estremamente bisognoso – e non credo di essere il solo – di consigli su come reagire di fronte all’annientamento dei diritti minimi del lavoro e della democrazia, perpetrato attraverso due incidenti (chiamiamoli così…) mortali ed un pestaggio di gruppo in quel di Lodi e Novara.

Non siamo ipocriti, di fronte ad azioni squadriste e a due vite che vengono stroncate si formulano pensieri di vendetta altrettanto violenti, come se in quegli attimi prevalesse la parte istintiva e ferocemente irrazionale dell’essere umano, e a livello razionale ci si chiede se l’azione non violenta abbia un limite oltre il quale l’uso della forza diventi necessario, sia pure solo per non soccombere o peggio.

I tuoi padri partigiani dovettero imbracciare le armi per indebolire e poi abbattere il regime fascista, furono in qualche modo costretti ad usare la violenza per riappropriarsi di quel minimo di parità e di eguaglianza alla base di ogni convivenza civile…quando sento dire o leggo: si, ma anche i partigiani, mi viene in mente la battutaccia attribuita al buon Corrado Guzzanti (è facile essere fascisti in un paese democratico, provate ad essere democratici in un paese fascista).

Squadrismo fascista e pensiero criminale sono spesso due facce della stessa medaglia: mi sono chiesto cosa abbiano provato i colleghi di magistrati quali Rocco Chinnici, Rosario Livatino e Paolo Borsellino (solo per citarne alcuni pensando a tutti gli altri), la loro rabbia in quei momenti impotente avrebbe voluto esplodere in un atto violento contro chi della violenza faceva e fa pane quotidiano.

Ma non lo hanno fatto…onestamente non so quanti tra noi avrebbero avuta la forza di trattenersi dal vendicare i propri amici e colleghi…e allora, mi chiedo di nuovo, quando diventa inevitabile l’uso della forza e di strumenti di offesa che tutelino la propria integrità e conservazione?

 

Forse i tuoi articoli che parlano di eguaglianza e giustizia, necessario fondamento delle leggi che dovrebbero tutelare i tuoi fondamentali princìpi, ci stanno suggerendo che una ipotetica reazione eguale e contraria (qualcosa del tipo: il rappresentante sindacale è stato ucciso da un camion, allora incendiamo il magazzino dove è avvenuto il fatto o magari facciamo fare la stessa fine a qualcuno che ha ispirata la tragica azione) avrebbe come fondamento la stessa logica di di sopraffazione violenta, in pratica si diventerebbe come chi si vuole combattere.

In una delle ultime sedute della Assemblea Costituente, a fine dicembre 1947, il cattolicissimo Giuseppe Dossetti propose la formulazione di quello che oggi è l’articolo 52 (La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino) in questi termini: non è punibile la ribellione ad un Parlamento e ad un Governo che violino i princìpi costituzionali fondamentali; da notare che non è specificato quale tipo di ribellione, se violenta o non violenta.

Se fosse stato approvato in quella forma come sarebbe il nostro paese?

Saluti antifascisti a tutt*

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Claudio Cantina

Sono totalmente d’accordo sulla tua riflessione.

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infantino21

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Riccardo Infantino 12.6.2021

Obiezione!

La canzone di Boris Vian, Il disertore, recita in una strofa: “Ma io non sono qui, Egregio Presidente, per ammazzar la gente più o meno come me; io non ce l’ho con lei, sia detto per inciso, ma sento che ho deciso e che diserterò”.

Sarebbe stata una degna colonna sonora del docufilm Objector, trasmesso in streaming da Assopace Palestina, grazie alla infaticabile Luisa Morgantini, giovedì 10 giugno.

La visione del documentario ha anche offerta una ottima occasione di vedere in azione una occhiuta quanto rapida censura: molti tra gli spettatori hanno iniziato a seguire la diretta anche sul corrispettivo canale Youtube dell’associazione, per vedere prima oscurato il video e subito dopo presentarne la motivazione: violazione aperta del copyright e delle regole di condivisione in vigore sul canale… sulla prima spiegazione ci sarebbe molto da ridire, dato che la regista e la protagonista avevano offerta la loro opera all’associazione che lo ha trasmesso, sulla seconda nessuno è riuscito a comprendere quali fossero le aperte violazioni delle regole…o forse l’unica trasgressione è stata quella di non aver parlato bene della attuale politica del governo israeliano nei confronti dei Palestinesi (governo che, si badi bene, è criticato anche da una parte dell’opinione pubblica del paese).

Poco male, la diretta si svolgeva in contemporanea sulla pagina Facebook, per cui ci siamo ritrovati tutti lì a vedere il docufilm e a goderci il dibattito successivo…

Cosa mi ha colpito di tutta la storia: la determinazione ed il rispetto per gli altri – frutto evidente di una pratica non violenta in reazione ad un clima generale di aggressività e di militarismo – di una ragazza di 19 anni chiamata alle armi – come tutti i suoi coetanei – dalla IDF (Israeli Defence Force), che al momento di essere arruolata ha rifiutato la coscrizione di leva, “guadagnandosi” 110 giorni di carcere ed il marchio di traditrice della patria, per non aver voluto far parte di un meccanismo di violazione sistematica dei diritti umani in Cisgiordania e a Gaza – che ormai è da considerare, come fu per Sarajevo – città martire.

L’aspetto forse più interessante della vicenda è la famiglia della refusnick (“rifiutatrice”, ndr): nonno, madre e padre nell’esercito per diversi anni, un background che poteva determinare un esito scontato, che la ragazza – come centinaia di altri suoi coetanei (fratello compreso) ha mutato con la sua profonda convinzione.

L’obiezione dei refusnick mira a scalfire la consolidata opinione della necessità di una forza militare di difesa da potenziali ed effettivi (!) nemici interni ed esterni, per cui anche comportamenti violenti nei confronti dei civili o di terroristi (!) vengono considerati un male necessario.

Mi ricorda tanto la infinita sequela delle motivazioni che puntualmente vengono tirate fuori per giustificare ingiustificabili riduzioni o soppressioni delle libertà fondamentali (eguaglianza, accoglienza, solidarietà, libertà di espressione e informazione)…il rifiutare questi pervertiti meccanismi è forse il modo efficace per incrinarli e fermarli senza utilizzare quella violenza (più spesso psicologica che fisica) con la quale vengono imposti.

Carla Nespolo raccomandò una resistenza partigiana non violenta.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 5.6.2021

Googlecrazia

In una interessante intervista all’AGI (Agenzia Giornalistica Italia) Fabrizio Gatti, autore del contestato volume “L’infinito errore – La storia segreta di una pandemia che si poteva evitare)”,

apre una interessante discussione e provocazione (ben vengano sempre e comunque) riguardo alla censura effettuata da un algoritmo di Google al suo studio, censura condotta in modo assai sottile e strisciante: non è stato eliminato il podcast di presentazione della sua opera, ma gli è stata negata la possibilità di sponsorizzarlo, sulla base di una non meglio precisata non osservanza del criterio di sensibilità.

Come funzioni questo (e molti altri) algoritmo di Google non è dato saperlo, così come ignoti sono i nomi ed i curricula dei componenti della commissione che gestirebbe questo tipo di operazioni; l’unica cosa – prosegue Fabrizio Gatti – certa è la singolare consonanza dell’intervento di Google con il controllo totale di ogni e qualsiasi voce riguardante la pandemia di COVID19 attuato dal governo della Cina, paese che, è noto, ha interessi economici in tutto il mondo occidentale.

Sembrerebbe allora profilarsi, per questa parte del mondo che da sempre si offre come baluardo della democrazia e suo strenuo difensore planetario, il rischio concreto della dittatura delle piattaforme digitali…e il bello è che a fronte di una platea di almeno due miliardi di individui (siamo ormai in questo ordine di cifre con gli iscritti ai vari servizi di Google) che sembrano contenti e sempre disponibili a fornire tutti i propri dati personali senza essere certi di dove vadano a finire sono ben pochi quelli che riescono a vedere il grave pericolo per un pensiero democratico e divergente dell’identificarsi con il profilo che gli algoritmi realizzano di te.

Tu sei quello che Google vuole che tu sia: questa potrebbe essere la definizione che meglio sintetizza il pericolo di un totalitarismo di Rete molto più efficace dell’apparato repressivo di dittature anche recenti: di fronte ad una azione di censura o di violenza nasce prima o poi una opposizione, la libertà che è in ognuno si fa sentire alla fine…ma cosa accade se siamo noi stessi ad essere concordi con un controllo seduttivo sulle nostre vite realizzato per un mercato basato sui click e sui “mi piace”, alimentandolo?

Forse la nuova resistenza unisce la lotta ad un nemico esterno (i fascisti) ad una contro quella parte di noi che finisce per amare gli algoritmi che ricostruiscono la tua immagine dopo averti sottratta quella che ti rendeva un essere unico rispetto agli altri.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 1.6.2021

 Come si potrebbe vivere il 2 giugno

La domanda del titolo di questo articolo me la sono posta il 25 aprile, soprattutto quello dello scorso anno, durante l’isolamento coatto più rigido…se è vero che l’animale uomo ha in sé capacità di adattamento non dovrebbe tardare a trovare strade diverse per giungere alla medesima mèta, la pratica partigiana antifascista.

Sono molto ottimista: anche solo utilizzando i ristretti spazi che sono stati lasciati liberi questo 25 aprile è stato costellato di iniziative, magari a ranghi ridotti; sono tanti i luoghi nei quali i cittadini hanno omaggiato con un fiore, una canzone o in qualsiasi altro modo la memoria di chi, come avrebbe ripetuto Calamandrei, ha dato la propria vita per la libertà.

E la cosa più bella è stata la connessione (mi pare il termine appropriato) con le iniziative in Rete, che ora come mai si sta dimostrando un prezioso veicolo di controinformazione (il massacro di Gaza è solo l’esempio più eclatante).

Per questo 2 giugno formulo il proposito di rileggere l’articolo 13 della Costituzione, nel quale viene sancita l’inviolabilità della libertà personale, e di diffonderlo nelle mie bacheche social il più possibile, nella forse ingenua speranza di contribuire a suscitare una presa di coscienza collettiva tale da non considerare inevitabile l’azione di compressione (allentata, ma sempre presente) delle libertà fondamentali.

Il pericolo che vedo è sempre quello di diventare estremamente pronti a rinunciare all’essere liberi non tanto come atto pratico (la Costituzione prevede, in situazioni di emergenza come quella attuale, una riduzione temporanea delle libertà fondamentali a beneficio di tutti), quanto come modo di pensare queste libertà come “accessorie,” forse non necessarie ad una vita pienamente espressa.

E se dovessimo scoprire, magari tra alcuni anni, che parte delle restrizioni e delle sospensioni dei diritti messe in atto in questi ormai due anni potevano essere evitate, anche osservando un principio di precauzione tale da tutelarci come singoli e come gruppi associati?

Saluti antifascisti a tutt*

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Ciao Riccardo, ho letto alcuni tuoi articoli in didomenica/Anpi. Dispiaciuta di averlo fatto solo ora. Sono in piena sintonia con le tue sensibili, intelligenti vari scritti. Un Grazie particolare per l’articolo del 15/05 c.a., riguardante il bombardamento israeliano su Gaza. Ho letto e ascoltato tante pericolose stupidaggini al riguardo, che il leggerlo ha fatto veramente bene alla mia, a volte esagerata, empatia. Ho visto che sei un professore: fortunati i tuoi studenti 😘 Ciao! Sarò una tua seguace 😊

Adriana Sabbatini

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infantino21

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Riccardo Infantino 15.5.2021

 Chiamare le cose con il loro nome

Sono giorni di guerra a poca distanza da noi e di sfasamento mediatico, forse avremmo bisogno tutti di un bel paio di occhiali per correggere l’astigmatismo e la miopia che ci impediscono di vedere le cose nella prospettiva corretta e nella loro intierezza.

A partire dalla corretta definizione di guerra, più precisamente asimmetrica: leggiamo sulle testate mainstream che Hamas (a volte nemmeno vengono nominati i palestinesi) attacca Israele con una pioggia di razzi: basta osservare con attenzione per scoprire che i tanto temuti ordigni sono certamente letali, ma derivano ad una tecnologia quasi primitiva (poco più che bombe artigianali dotate di un motore), a fronte di una forza nemica che è riconosciuta da tutti gli eserciti del mondo come all’avanguardia (e una parte di questo armamentario high tech è, guarda caso, di origine italiana…); parliamo dunque di guerra (parecchio) asimmetrica, nella quale il potenziale bellico delle parti in lotta è palesemente sbilanciato a favore di una sola.

L’altra osservazione che circola in queste ore: le operazioni militari a Gaza sono atti di guerra, certo, però nemmeno i Palestinesi si sono astenuti da atti violenti e non di rado terroristici…mi ricorda una delle balle cerchiobottiste che circola sui partigiani: anche loro hanno ucciso, usato violenze e depredato, al pari dei fascisti…torniamo un momento indietro e cerchiamo di capire perché si arriva ad una risposta violenta e disperata: nel momento in cui sei sotto una minaccia di occupazione militare e ti vengono negati con la forza i diritti più elementari potresti arrivare ad un punto oltre il quale l’opposizione fisica non violenta potrebbe apparire inefficace a ristabilire un tenore di vita umano.

Ho avuto, in anni passati, l’occasione di parlare con alcuni profughi (questo è il nome esatto con cui devono essere chiamati) da Gaza, che partecipavano alle iniziative di Assopace Palestina, che mi hanno descritta una condizione di detenzione di massima sicurezza a cielo aperto (e la situazione era, diciamo così, meno grave di quella presente), un gigantesco carcere costellato da cumuli di macerie, ricordo delle varie operazioni “difensive” attuate sulla città e sui gazawi, e non sufficientemente approvigionato di acqua, carburante e generi di prima necessità.

Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è specificato, nel lungo preambolo: “Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione”.

Mi pare evidente che questa considerazione tronchi alla base ogni tentativo di logica bipartisan, siamo di fronte alla violazione della essenza stessa dell’umanità, e bisogna essere in tantissimi (fino ad arrivare alla massa critica) a ricordarlo, perché forse solo così sarà possibile far cessare una guerra che, come sempre, ha le sue vittime preferite tra i civili.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 30.4.2021

Lavoro e dintorni

L’Italia è una repubblica democratica fondata sulla ricerca o l’attesa del lavoro… so che ironizzare sul primo articolo della nostra Costituzione, che mi auguro in molti abbiano nel cuore prima che nella testa, è magari inopportuno, ma i tempi che stiamo attraversando mi solleticano molti pensieri, buoni e cattivi.

Pensieri cattivi

Il costante aumento di chiusure di esercizi commerciali medio piccoli, che nella loro grande diffusione sul territorio hanno costituita la spina dorsale della nostra economia, non ha di fatto abbassata in modo sostanziale la curva dei contagi, che era e resta fluttuante, se mai con una tendenza ad aumentare; perché insistere con una politica che ha incrementato il numero già molto abbondante di nuovi poveri (le partite IVA), ponendo le premesse per una sorta di bomba sociale?

Quanto potrà reggere la capillarizzazione del lavoro – a dire il vero in atto da prima della pandemia – , alla base di offerte di impiego a singhiozzo presentato come attività non vincolante del tuo tempo libero, che anzi ti permette una migliore qualità di vita proprio per questa sua caratteristica?

A mano a mano che i lavoratori del settore pubblico (tra i quali il sottoscritto) andranno in congedo cosa accadrà agli istituti di credito, che sulle nostre buste paga basano l’erogazione di parte dei mutui e prestiti?

Pensieri buoni e cattivi

Il lavoro nella forma in cui lo conosciamo muterà necessariamente, e lo smart working ( o piuttosto il lavoro delocalizzato nella propria abitazione in tutto o in parte) potrebbe rendere possibile esercitare la propria attività e fornire il proprio contributo alla collettività anche non spostandosi ogni giorno, magari di decine di chilometri (esperienza che francamente non auguro a nessuno); oppure rischierebbe di dilatare i tempi di produzione e comprimere quelli dedicati alla persona ed al riposo, generando una sorta di schiavi digitali in versione domestica.

Pensieri buoni

Ce ne sono? Sicuramente, quelli che sono alimentati dagli articoli 4 (il lavoro come diritto e dovere), 36 (diritto ad una retribuzione congrua e ad un irrinunciabile riposo compensativo del lavoro) e 37 (parità retributiva tra i sessi e tutela delle madri lavoratrici) della Costituzione…hai visto mai si possa superare la palude che stiamo attraversando conn l’aiuto di questi articoli…

 

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 23.4.2021

Liberazione da cosa

Secondo (e si spera ultimo) 25 aprile da festeggiare e commemorare on line, seguendo magari le indicazioni del nostro presidente Pagliarulo.

Stare forzatamente a distanza o molto probabilmente a casa (da ignorante ho il sospetto che evitare gli assembramenti funzioni almeno quanto la terapia vaccinale, ma se mi sbaglio qualcuno me lo dica) si ha modo di pensare meglio al significato profondo delle parole, a come lo stesso vocabolo sia vissuto in periodi differenti in modo molto diverso.

Gli ultimi testimoni del 25 aprile 1945 identificheranno naturalmente il vocabolo “liberazione” con la fine del ventennio fascista, e subito dopo si chiederanno – mi si perdoni l’osservazione un po’ feroce – come mai ci si è liberati dal fascismo ma non dai fascisti…

Chi appartiene alle generazioni successive oltre a chiedersi come ci si potrà liberare dai neofascisti (del terzo millennio, come amano definirsi loro stessi) probabilmente si porrà altre domande, apparentemente scollegate da quanto appena detto.

Liberazione dalla frammentazione dei rapporti umani, polverizzati in una miriade di contatti on line che in condizioni “normali” sono complementari alla presenza fisica, e che ora sono il sostituto di una socialità non ristretta solo al virtuale.

Liberazione dalla sindrome della capanna: dobbiamo conservare la capacità di uscire dalla apparentemente rassicurante tana (scusate, volevo dire abitazione…) che ci dovrebbe difendere dal contagio (fisico o morale, mi chiedo)

Liberazione dal nemico più subdolo e potente: l’assuefazione convinta che la sospensione (provvisoria?) delle garanzie costituzionali minime sia la normalità… la Storia insegna che ogni regime autoritario degno di questo nome poggia sempre sulla paura individuale e collettiva, che sfocia regolarmente in una fame di sicurezza.

Le madri ed i padri partigiani riuscirono a mantenere intatta dentro di loro la speranza di un paese che garantisse a tutti i diritti imprescindibili, ed ebbero ragione, a dispetto di chi li riteneva visionari o peggio; mi piacerebbe che oggi fossimo degni anche solo di una virgola di quella loro fede.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 16.4.2021

Domande molto di parte

Si può essere a pieno partigiani e difensori della Costituzione basata sull’antifascismo anche in un momento come questo?

Come ci si deve comportare per coniugare il rispetto delle norme di prudenza dettate dalla situazione contingente e il mantenimento delle libertà minime senza le quali non sussiste democrazia alcuna?

Se ci dovessimo rendere conto che le restrizioni alle libertà fondamentali (di movimento, di riunione pacifica e di informazione, accanto alla libertà di cura) stanno andando verso la soppressione pratica delle libertà stesse, mantenendole solo allo stadio di formulazione teorica inattuata, avremmo il dovere di ribellarci per renderle di nuovo attuabili concretamente?

Come possiamo essere ancora incisivi spostando la nostra azione di contrasto alle pulsioni autoritarie e filo fasciste e di conservazione ed alimento della memoria partigiana dalla sfera fisica (per forza ridotta) a quella del cyberspazio?

Ma soprattutto…come conservare in ognuno di noi la capacità di tornare all’agire e al rapportarsi come individuo e come parte della collettività sul piano fisico, facendo tesoro di una prassi nella Rete che stiamo, volenti o nolenti, potenziando ed affinando?

Non voglio dare risposte, non ne ho in questo momento, desidero solo condividere con chi abbia voglia di farlo alcune domande dalla cui risposta potrebbero dipendere le libertà minime e necessarie.

Saluti antifascisti a tutt*

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Riccardo Infantino 10.4.2021

 Restare umani per tornare umani

L’11 aprile è decorso il trentaquattresimo anniversario della morte (o forse del suicidio) di Primo Levi, i cui romanzi Se questo è un uomo e La tregua hanno di fatto educate al sentirsi umani almeno due generazioni di italiani ( e non solo).

Ricordo bene quando venne data la notizia della sua scomparsa violenta: si parlò in un primo momento di una tragica caduta accidentale, ma ben presto prese corpo l‘inquietante ipotesi del suicidio, e tutt’ora se ne discute.

Cosa può portare una persona sopravvissuta alla anti umana esperienza del campo di sterminio a non sopportare oltre la vita, oppure in che modo si può ridiventare umani dopo che la tua stessa essenza di uomo è stata annientata (o almeno così credette chi tentò di farlo)?

La senatrice Liliana Segre racconta un gesto che rappresentò, a suo dire, la vera liberazione: non raccolse la pistola caduta davanti a lei ad un ufficiale nazista in fuga, malgrado provasse forte ed impellente la tentazione di impugnarla e sparargli, e in quel momento, precisa, si sentì libera.

Nel film La tregua c’è una scena emblematica: dopo l’uscita da Auschwitz – Birkenau Primo Levi, a differenza degli altri ormai ex deportati, non brucia la sua divisa a righe, e con questa ripiegata nel suo minimo bagaglio intraprende il viaggio di ritorno a casa.

Fu la cosa che più mi rimase impressa del film (che in realtà univa la narrazione de La tregua e di Se questo è un uomo), negli anni ha lavorato e sedimentato fino al punto da farmi capire quanto sia importante nella vita quotidiana, come nelle situazioni più critiche – specie se prolungate – vigilare su se stessi per mantenersi umani e permettersi così di andare oltre una esperienza che potrebbe negare l’umanità stessa; forse per questo Liliana Segre è sopravvissuta davvero e Primo Levi è andato incontro alla morte, a cui era riuscito a scampare tanti anni prima?

In un periodo di isolamento si è maggiormente predisposti a rivedere le proprie idee e i punti che credevamo fermi, quelli su cui si era basata (o almeno così credevamo) la nostra vita, e ci si accorge che sarà possibile superare una condizione poco umana (come si potrebbe definire diversamente l’impossibilità – imposta – di praticare quella socialità e quella libertà di relazione, valori umani prima ancora che costituzionali) solo preparandosi ora al dopo: non importa quando arriverà, potrebbero volerci altri sei mesi o un anno intero…dopo riusciremo a ritornare umani solo se lo saremo restati prima, non isolandoci per paura di un contagio fisico o morale, mantenendo i legami con i nostri simili senza mai dimenticare che siamo interdipendenti uno dall’altro.

In altre parole ne usciremo solo tutti insieme.

Saluti antifascisti a tutt*

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Quel che stai cercando di dire, se ho ben compreso, è che Primo Levi, a differenza di Liliana Segre, non si sia mai sentito completamente libero? Interessante osservazione.

Barbara

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infantino21

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Riccardo Infantino 2.4.2021

 Quando le distanze non contano (molto)

riunione

Pier Paolo Pasolini, grande (e controverso) antifascista, parlava di mutamento antropologico a proposito del mercato che aveva mutato il modo di pensare degli italiani, cosa che non era riuscita se non in parte al ventennio fascista (lo spiega in una intervista sul litorale di Sabaudia).

Vorrei riprendere la considerazione del grande scrittore e regista e volgerla in positivo applicandola ai nostri giorni, quelli del presente in particolare: il nostro mutamento antropologico, quello che ci ha modificata la testa, il modo di pensare e di agire, è stata la creazione della Rete in quanto generatrice di spazi e mondi virtuali che a forza di avvicinarsi al mondo fisico ne stanno diventando – piaccia o meno – parte integrante.

Maturavo queste forse utopiche riflessioni proprio ieri nel corso dell’incontro on line tra le sezioni provinciali dell’ANPI della provincia di Viterbo, uno degli ormai numerosi incontri sul web resi necessari dalla attuale contingenza sanitaria, che si integrerà sempre meglio con le iniziative in presenza fino a diventare complementare a loro.

Un esempio concreto di quanto ho appena detto: si è pensato, vista la oggettiva difficoltà di partecipare in numero significativo di militanti alle celebrazioni del 25 aprile, di compiere il gesto simbolico, nei giorni precedenti la data, di deporre un fiore su una lapide o un cippo che ricordi una delle tante stragi nazifasciste e di filmare il gesto per poi postarlo sui social network.

Mi ha colpita la proposta, potrebbe essere l’integrazione ed il rafforzamento (se condotta in grandi numeri) delle forzatamente ridottissime iniziative “fisiche” (un solo membro dell’ANPI accanto all’altrettanto ristretto gruppo di autorità che rende omaggio ad uno dei monumenti di cui sopra), una perfetta integrazione e dffusione virale della pratica antifascista, dimostrando che non si è antifa solo il 25 aprile, ma anche in altri giorni, soprattutto ogni giorno.

Proprio ieri pensavamo a quanto potrebbero dare a noi “vintage” i ragazzi che aderiscono alle iniziative di memoria antifascista e di contrasto al nuovo fascismo (che si basa sempre su di una fortissima spinta omologante), dato che in qualche modo sono nati già connessi, a differenza di noi che siamo a cavallo tra due epoche, e potremmo definirli figli del web.

Il web, certo…se riusciremo ad integrare veramente l’azione fisica con quella virtuale avremo una efficacissima arma di contrasto nei confronti della galassia nera di Internet, sconfiggendola con la pervasività che è caratteristica essenziale della Rete, e che può essere indirizzata verso la diversità della democrazia o l’omologazione del pensiero unico.

Saluti antifasciti (reali e virtuali) a tutt*

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Riccardo Infantino 27.3.2021

Algoritmo Amazon

Il 22 marzo è stato indetto dai corrieri e dai magazzinieri di Amazon uno sciopero nazionale a cui sono stati invitati a partecipare anche tutti i clienti del colosso delle spedizioni: astensione dall’effettuare ordini per la giornata di fermo dei lavoratori in agitazione.

L’adesione si è aggirata intorno al 75%, e si spera in un numero significativo di compratori che abbiano appoggiata la protesta evitando ordini nella data dello sciopero, magari c’è stato un sussult di dignità sindacale.

Il motivo principale della protesta è la ribellione ai tempi di produzione stabiliti da un algoritmo di produttività che pare non tenga in nessun conto i ritmi possibili per lavoratori umani di fasce differenti di età e di situazioni reali nell’ordinamento dei pacchi e nella loro consegna.

Mi ricorda in modo impressionante quello che sentivo raccontare a proposito dei ritmi alienanti delle vecchie catene di montaggio – Gaber ne fece uno sketch dissacrante -, nelle quali si applicava, in una sconcertante similitudine di ripetitività di funzioni e movimenti, la concezione fordista dell’operaio come pezzo della macchina.

Miguel Benasayag -, nel suo recente libro intervista La tirannia dell’algoritmo, pone la fondamentale questione del pericolo di essere ridotti ad un treno di bit standardizzato per tutti gli esseri umani, prevedibilmente efficiente nei comportamenti, “grazie” all’affidare le nostre vite – singole, diversificate ed irripetibili – ad un insieme di big data che profila ogni nostro aspetto dell’esistenza secondo parametri fissi e normalizzati, dettati dal mercato.

Tu sei quello che Google vuole che tu sia…è l’affermazione che riassume la logica della profilazione messa in opera ogni volta che utilizziamo un motore di ricerca, un social network o un programma di messaggistica: in pratica la nostra conoscenza costruita individualmente rischia di venire soppiantata da un’altra, di circolazione assai più rapida ed efficace, in quanto frutto di parametri “oggettivi” stabiliti da chi gestisce le informazioni a cui abbiamo accesso, sottraendo così la parte più importante della libera conoscenza, la rielaborazione personale, non riconducibile a standard o profili commerciali.

Tutto il contrario di quanto ci indicano gli articoli 2 (la solidarietà reciproca e la tutela dell’individuo in quanto singolo e gruppo) e 4 (il diritto ad un lavoro di tipo umanamente accettabile e tutelato).

Io ho aderito allo sciopero delle ordinazioni (o meglio, non quasi mai acquistato nulla da Amazon, non gradendo molto la politica adottata nei confronti di chi lavora), e voi?

Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

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Riccardo Infantino 20.3.2021

Disobbedienza civile?

Tra le contraddizioni più o meno grandi che l’attuale situazione ha fatte esplodere vorrei parlare di una che ha dato origine ad una forma di, come potremmo definirla…disobbedienza civile che utilizza le regole del sistema con cui è in contrasto.

Si tratta della trattenuta Brunetta sui primi dieci giorni dello stipendio dei pubblici dipendenti assenti in caso di malattia: alcuni docenti del liceo Bottoni di Milano sono rimasti a casa per gli effetti collaterali del vaccino anti Covid, e la preside dell’istituto si è rifiutata di applicare la tanto contestata decurtazione, sostenendo che si tratti di una situazione analoga a quella dei giorni di lavoro persi per causa di forza maggiore.

L’aspetto interessante della vicenda (e magari potrebbe non restare un caso isolato) è nell’aver disapplicata una norma utilizzandone un’altra: posto che il vaccinarsi sia (almeno per ora) un atto volontario e non coercitivo le conseguenze (si spera sempre gestibili e tollerabili) della somministrazione rientrerebbero tra le cause di forza maggiore indipendenti dalla volontà del lavoratore, dunque non assoggettabili a trattenute in merito.

La risposta del dipartimento pubblico preposto non si è fatta attendere troppo: sarebbero in arrivo dei permessi retribuiti specifici per l’esigenza vaccinale…forse si è capito che questa ed altre contraddizioni (o vogliamo chiamarle normative messe in conflitto da scelte giuridiche in origine non proprio oculate?) darebbero origine ad una pioggia di ricorsi che si risolverebbero a favore di chi li presenta, rallentando l’utilizzo di una soluzione senz’altro più logica e soprattutto meno dispendiosa per i cittadini e la pubblica amministrazione.

O forse la lezione migliore che possiamo trarre da questo italico episodio è che grazie alla conoscenza delle norme si possa trovare il modo di contestarle opponendo loro altre norme contrarie, ma non per questo meno valide o addirittura di valore giuridico superiore.

Mi viene in mente l’arte marziale del judo, che a differenza delle altre (come il kung fu o il karate) sfrutta la forza dell’avversario che praticamente si picchia con la sua stessa potenza…che sia questo il modo giusto di incrinare un sistema pieno di contraddizioni che alla fine ricadono sempre sulle stesse persone?

Saluti antifascisti a tutt*

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Ciao Riccardo voglio risponderti richiamando una favola di Esopo, quello del lupo e l’agnello che si incontrano alla fonte di un ruscello, bhe la conosci, ecco io penso che fintanto che ci sarà il lupo per la pecora non c’è scampo, possiamo portare tutte le argomentazioni possibili ma il lupo alla fine si mangia la pecora. In una giovane e difficile democrazia come la nostra il lupo e la pecora non dovrebbero incontrarsi mai, perchè ancora non sono in grado di confrontarsi, Questa democrazia nata dalle ceneri del Fascismo non è mai riuscita a chiudere il lupo in una riserva, anzi lo ha lasciato alimentarsi e muoversi nel territorio con sempre maggiore velocità tanto che da 30 anni a questa parte non ha più neanche paura di manifestarsi. Cosa conviene fare allora alle pecore? Evitare di incontrare il lupo. 

Piero Belli

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Riccardo Infantino 12.3.2021

 I vaccini sul bancone di vendita

Proprio oggi (11 marzo 2021) ho letta una interessante intervista al medico Stefano Vella (nell’ultimo numero del nostro periodico Patria Indipendente), che alle domande rivoltegli da Giampiero Cazzato ha risposto in un modo così sintetizzabile (più o meno…): il vaccino (non solo quello anti Covid) è da considerarsi un bene comune, che tuttavia non può essere soggetto alla pura e semplice eliminazione del brevetto, vista la complessità e l’impegno economico e logistico che richiede la sintesi di un prodotto di questo tipo.

Ciò non significa, però, che solo i paesi in grado di sostenere un elevato prezzo di acquisto debbano essere in grado di garantire una efficace profilassi della propria popolazione, lasciando gli altri, quelli in cui il reddito medio è parecchie volte inferiore al nostro, in condizione di pericolo per la non possibilità di acquisto.

Occorre andare oltre, continua Vella, la logica di mercato, per attuare il principio di solidarietà umana – vaccinare la popolazione di quei paesi che non possono permetterselo beneficia tutti, nessuno escluso -.

Il discorso del medico termina con la positiva considerazione della pluralità d vaccini a nostra disposizione: Big Pharma, AstraZeneca e tra non molto Sputnik, al quale si aggiungerà quello che è in fase di sperimentazione qui in Italia.

Detto così sembra un orizzonte difficile e a volte drammatico, ma di positiva risoluzione e magari le cose andranno in questo modo.

Per principio tendo a fidarmi di chi ne sa più di me – non sono un virologo né tantomeno un medico, dunque non ho la presunzione di avanzare critiche basate su una ricerca di informazioni magari capillare, ma non poggiata su di una preparazione e su di una pratica effettiva, ma da persona della strada non posso fare a meno di pensare che a seguito di tre decessi successivi alla somministrazione del vaccino avvenuti in Sicilia la Procura di Siracusa ha aperta una inchiesta per omicidio colposo (con conseguente sequestro del lotto sospetto di AstraZeneca) e che nella sede del Parlamento Europeo la deputata Manon Aubry, fornendo prove documentali di quanto affermava, ha dichiarato che “la UE si è inginocchiata di fronte alla Big Pharma”, accettando l’acquisto di una partita di vaccini della quale non è stato specificato il tempo di consegna ed il prezzo di acquisto (nel video che ormai ha fatto il giro del mondo si vede la parlamentare esibire un documento pieno di cancellature…).

Da grande ignorante quale sono vorrei proporre una semplice considerazione: come faccio a sapere quale dei tre o quattro vaccini in commercio sia il più adatto alle mie esigenze fisiche (stiamo parlando di un farmaco che ha reazioni diverse a seconda di chi lo riceve, non di una caramella, ricordiamolo), in un contesto in cui la logica del mercato non può essere compatibile con quella del diritto alla salute collettiva e del singolo, come ci ricorda l’articolo 32 della nostra Costituzione?

Si accettano consigli…

Saluti antifascisti a tutt*

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Ho letto poco fa, devo dire che sarebbe molto interessante aprire una serie di osservazioni su questa tua riflessione ma come sempre ti dovrai accontentare di lettori muti. Però una cosa vorrei dirla non condivido il pensiero del dottor Vella da te citato all’inizio, meno di un secolo fa qualcuno si rifiutò di mettere il brevetto sulla sua scoperta che permise la realizzazione del vaccino della poliomielite. Altri uomini, altre menti, altri tempi. Vero è anche che la industrializzazione, l’ingegnerizzazione e la tecnologia nella produzione dei farmaci sono altra cosa rispetto a 80 anni fa. Allora a mio avviso i prodotti farmaceutici salvavita, vaccini compresi, dovrebbero essere privi di brevetti  però equamente pagati, i Paesi più ricchi devono pagarlo anche per i Paesi più poveri.  l’Umanità è una sola. “Si può brevettare il sole?”

Piero Belli

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infantino21

 

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Riccardo Infantino 6.3.2021

Questioni di stile

Quando si pensa ad un politico di alto livello, soprattutto se tra le cariche più alte dello Stato, ci si aspettano qualità come propensione al dialogo con i cittadini, chiarezza nel motivare le scelte adottate e soprattutto la benemerita capacità di metterci la faccia, come usa dire oggi, per dimostrare chiaramente una assunzione forte di responsabilità nel condurre il proprio operato.

Non amando fare nomi e cognomi – darei un giudizio presuntuoso, non essendo pratico di azioni politiche o decreti di vario genere – vorrei prendere ispirazione, da buon ignorante quale sono, da una considerazione di Piero Calamandrei, che il grande resistente formulò a proposito della scuola pubblica: “Facciamo l’ipotesi, così astrattamente…”, di voler rispettosamente fare un paragone tra un Presidente del Consiglio che va avanti – con scelte magari criticabili ed influenzate da terze parti, forse di genere finanziario e bancario – che non attende che il Parlamento prenda subito in mano la situazione (non dimentichiamo che le due Camere sono l’organo legislativo supremo, quello che addirittura in caso di guerra dichiarata si riunisce in seduta permanente e gestisce le operazioni militari di concerto con lo Stato Maggiore della Difesa), ma inizia subito ad agire concretamente, e puntualmente, con cadenza quotidiana, motiva ai cittadini tutti le sue scelte e le conseguenze di queste, affrontando direttamente l’opinione pubblica e le forze politiche a lui favorevoli e contrarie.

L’altro politico – ma si tratta sempre di una ipotesi – è un tecnocrate, che si affretta a sostituire parte dello staff del suo predecessore con personaggi di sua fiducia, che si presenta da subito come un pragmatico silenzioso: agire e dire solo quando ci sarà qualcosa da dire, altrimenti si opererà in silenzio, e che invia i suoi collaboratori al proprio posto ad esporre i piani di azione stabiliti, si spera tutti e con chiarezza.

Entrambi le figure possono generare pericolo: nel primo caso il frequente e personale contatto con l’opinione pubblica può indurre a pensare che sia lui ad emanare le leggi assumendosi la grave responsabilità di agire per il bene del paese, e dunque potrebbe anche non avere bisogno del Parlamento…una edizione aggiornata del culto della personalità forte e benefica per il paese.

Nell’altro caso potrebbe subentrare, complice magari una situazione di emergenza totale che si protrae da almeno un anno (sempre di una ipotesi si tratta…) uno sfinimento che porta alla quasi supina accettazione di qualsiasi provvedimento, tutto potrebbe andare bene, purché ci tiri fuori dal pericolo che dura ormai da troppo tempo…e se il politico silenzioso e pragmatico agisce non facendosi vedere, quasi fosse una eminenza grigia, poco importa; come scrisse il gesuita Giovanni Botero nell’opera Della Ragion di Stato, a fine Cinquecento, il fine giustifica i mezzi…

Oramai non sto più a contare le volte in cui ho sentito dire “tanto non si può fare altrimenti, non c’è altra via di uscita”…non è esattamente così, e di nuovo la Costituzione ce lo ricorda quando ci parla della sovranità popolare, che ogni cittadino in quanto singolo e in quanto comunità ha in sé; basta riprendersela esercitando il diritto di voto pensando che siamo tutti arbitri della direzione che il nostro paese prenderà, e chi eleggiamo al timone dipende solo ed esclusivamente dal nostro consenso, che può anche essere tolto…

È un pensiero idealistico ed illusorio? Forse, ma non è vero che i cambiamenti piccoli e grandi sono avvenuti grazie a idee ritenute impossibili?

Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 20.2.2021

 

Sindacati, Partito Comunista Italiano, Dissensi ed altre storie

Sembra il titolo di un lavoro musicale o di un libro…in realtà è il riferimento al quarantaquattresimo anniversario della cacciata di Luciano Lama dalla Sapienza di Roma, episodio avvenuto il 17 febbraio 1977.

Ammetto di non essere in grado di parlarne in modo circostanziato, intendo dire da testimone oculare – nell’anno del Movimento ero al ginnasio, dunque assai poco consapevole di politica – ma dato che mi colpì il fatto – ricordo che nella mia scuola, il Dante Alighieri di Roma, la notizia di quanto accaduto arrivò come una sassata contro un vetro – tenterò di raccogliere le testimonianze di chi c’era ed era in età consapevole politicamente (e in effetti tra gli antifascisti viterbesi se ne è parlato non poco in questi giorni).

Non mi resta altro da fare che confrontare alcune fonti, ufficiali e parallele, su un episodio che per tutti fu uno spartiacque tra l’istituzione PCI ed i gruppi che se ne erano distaccati contestandolo anche violentemente (quel giorno il camion palco da dove Lama parlò fu fatto a pezzi dopo che il sindacalista andò via protetto dal servizio d’ordine).

Il fatto in sé (e più in generale tutto il Movimento del Settantasette, quello che, come si diceva allora, diede l’assalto al cielo) può essere visto naturalmente da più angolazioni: si potrebbe considerare “Il racconto di una battaglia campale che rappresentò il punto di rottura definitivo nel rapporto tra sinistra e movimenti sociali sovversivi. Da una parte il più grande Partito comunista d’Europa e il sindacato della classe operaia che vuole farsi Stato, gestire il potere e il salto produttivo capitalista; dall’altra un caleidoscopio di soggetti e istanze che non si sentono rappresentati da quella classe dirigente, che impone nuovi temi e bisogni, ma che soprattutto non vuole fare i sacrifici in nome dell’unità nazionale. Temi e parole sorprendentemente attuali: unità nazionale, sacrifici, austerità. “ (Dinamopress 16 febbraio 2017); o anche “l’espressione di un discorso provocatorio che intima ai collettivi ed ai movimenti di tornare nei propri quartieri e reiniziare a studiare, e che ha come risposta una onda d’urto che segna, accanto al raid fascista di pochi giorni prima, sempre sul piazzale della Sapienza, l’inizio del Movimento stesso” (Vincenzo Miliucci, ex Com. Aut. OP. di Via dei Volsci); oppure ancora, dalla parte della CGIL e del PCI di allora, una manifestazione concordata dai tre massimi sindacati di allora (CGIL, CISL e UIL), sulla quale peseranno diverse incognite, visto lo stato di occupazione dell’ateneo iniziato due settimane prima della data del comizio di Lama (Santino Picchetti, uno degli organizzatori dell’andata di Lama alla Sapienza), e che si risolse in uno scontro – assalto al camion palco del sindacato ed alla successiva entrata delle forze di Polizia in assetto antisommossa dentro l’ateneo, come non era accaduta da diversi anni. Chi accese la scintilla che diede origine agli scontri, all’assalto al palco ed alla fuga precipitosa di Lama protetto dal servizio d’ordine della CGIL? A detta di Miliucci fu uno dei componenti dello stesso servizio d’ordine che iniziò a sparare la schiuma di un estintore contro i manifestanti, dando il via ai disordini. Tutte le forze parlamentari e non dell’epoca furono concordi su una sola cosa: quel giorno la rappresentanza istituzionale del partito e del sindacato che si erano posti come difesa dei diritti dei lavoratori per definizione si scollarono definitivamente dai gruppi spontanei e vitali che cercavano una alternativa (in modo non sempre pacifici, bisogna dirlo per onestà intellettuale) ad una leadership di sinistra che forse (era questa la motivazione che veniva presentata) teneva le briglie troppo strette e che era ritenuta troppo vicina alla sua controparte, la borghesia dei grandi imprenditori. Di quel periodo, e dell’anno 1977 in particolare, la mia generazione ricorda gli Indiani metropolitani, i gruppi di Autonomia Operaia, la nascita di Radio Onda Rossa nel Collettivo di Via dei Volsci (quella radio di libera controinformazione divenuta essa stessa una istituzione), una vitale corrente di energia magmatica dagli sviluppi a volte tragici (non era infrequente il passaggio dal dissenso al PCI a Lotta Continua, ad Autonomia Operaia, alle Brigate Rosse come attivista combattente o simpatizzante attivo)…e per finire la forma di protesta più sarcastica e mordace del tempo…le canzoni degli Skyantos, con Freak Antony che dissacrava tutto e tutti attraverso i suoi testi al vetriolo.

Cosa potrebbe essere rimasto di quella stagione, che proprio nel 1977 si concluse con un raduno di tutto il Movimento in quel di Bologna? La lezione che la pluralità ed anche la spontaneità di iniziative è la forza dei cittadini e delle persone comuni, la frammentazione ed il contrasto delle energie positive tra di loro va solo a vantaggio di chi ha interesse a mettere uno contro l’altro le vittime di un sistema che – profetizzava Marx ormai quasi due secoli or sono – ha iniziato a mangiare se stesso per l’accumulazione di capitali, energie e risorse in un numero sempre più piccolo di mani, anche in quelli che erano i paesi “ricchi”.

In fondo come riuscirono i nostri padri resistenti a scalzare il pensiero unico e lo stato fascista? Mettendo da parte le loro divergenze ideologiche e pragmatiche per utilizzare tutto il loro potenziale di lotta contro un nemico che altrimenti li avrebbe combattuti l’uno separato dall’altro.

Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

 

Riccardo Infantino 14.2.2021

La scuola perde tempo

Mi sono chiesto, di fronte alla proposta di Mario Draghi non ancora Presidente del Consiglio effettivo (lo sarà solo dopo aver ottenuta la fiducia da entrambe le Camere, come vuole il dettato costituzionale) di prolungare il calendario scolastico di almeno tre settimane, per recuperare il tempo perduto nel periodo di Didattica a Distanza (o DaD che dir si voglia), quando e perché si è perso questo tempo.

Nel periodo di isolamento totale si è attivato praticamente subito il meccanismo dell’insegnamento a distanza, con qualsiasi mezzo a disposizione, garantendo così la continuità della educazione dei ragazzi (mi veniva da dire dei futuri cittadini), ed anche ora, con metà alunni a scuola e metà a casa, a turno, il loro processo di formazione non ha subìti rallentamenti o fermate immotivate.

Allora dove è il tempo perduto, andiamo a cercarlo…forse potrebbe essere nei momenti impiegati a rimotivare dei giovani adolescenti o appena adulti a credere ancora in una cultura vissuta e condivisa in un habitat magari non usuale, oppure a incitarli a tener duro nonostante i problemi di connessione – la Rete è ovviamente sovraccaricata dal numero enorme di accessi -, ma soprattutto a far capire loro come anche in una vita a metà tra il mondo fisico e quello virtuale sia di vitale importanza osservare i diritti costituzionali fondamentali di solidarietà ed eguaglianza.

Parlando in concreto tutti gli attimi dedicati a far vedere quanto sia importante aiutare qualcuno se si è in grado di farlo e non porsi mai in un atteggiamento di superiorità verso chi mostra più difficoltà nell’uso attivo e critico della Rete.

Una sola certezza, ora: l’organo costituzionale della scuola (perché così lo ha definito Piero Calamandrei) non ha potuto e non ha voluto fermarsi, sarebbe come dire che i i due rami del Parlamento si sono presi alcuni mesi di blocco dell’attività legislativa, visti i tempi…

Allora mi viene da chiedere a chi ha parlato della perdita di tempo: quando e come è successo?

Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

 

Riccardo Infantino 5.2.2021

Social engineering

Gli esperimenti di ingegneria sociale sono preziosi per far emergere gli aspetti profondi migliori e peggiori della razza umana; convinto di questo ne ho messo in atto uno il 27 gennaio scorso, il Giorno della Memoria, con un gruppo di adolescenti di 14-15 anni.

Profittando del fatto di essere uno dei loro insegnanti, e di avere dunque un canale di comunicazione privilegiato, ho iniziato il mio piccolo esperimento chiedendo chi era entrato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau il 27 gennaio 1945…risposta quasi corale: gli americani, come si vede nel film La vita è bella…dopo aver fatta vedere una fotografia che ritraeva i soldati dell’Armata Rossa che entrava nel lager i ragazzi si sono, con grande stupore, ricreduti…

L’esperimento è proseguito con una domanda diretta: voi fareste del male o riterreste legittimo uccidere qualcuno che non conoscete o che non vi ha danneggiato in alcun modo?

Risposta corale….nooooo…(proprio con questo tono di voce…).

Allora come mai, ho continuato, una parte dell’opinione pubblica italiana e tedesca ha ritenuto giuste le misure che colpivano gli ebrei e gli oppositori del regime?

Ci hanno tutti pensato un pochino, poi la risposta: perché la propaganda li presentava nemici pericolosi da neutralizzare.

Per concludere l’esperimento ho fatta notare la sconcertante analogia tra la frase “chi nasconde un ebreo è nemico della patria” e “chi nasconde un clandestino è nemico dell’Italia”…con mia grande soddisfazione ho notato un forte imbarazzo da parte di molti tra i ragazzi…non ho voluto aggiungere nulla, ma dagli sguardi e dall’espressione di molti tra loro si capiva che avevano ascoltata la seconda affermazione parecchie volte.

Conclusione: il vero nemico è la non conoscenza o la conoscenza distorta…

Forse uno dei compiti dell’ANPI è far capire che l’ignoranza non è forza, come diceva George Orwell nel distopico 1984.

Saluti antifascisti a tutt*

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Questo è il prodotto che genera l’ignoranza!

svastica

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 30.01.2021

Come e quando ne usciremo

Ce lo stiamo chiedendo tutti, e ognuno si dà le proprie risposte; una sola cosa è certa, stanno accadendo fatti apparentemente contraddittori l’uno con l’altro, ma alla fine collegati da un unica caratteristica: fare parte di un insieme basato sul caos, sulla mescolanza continua e costante di opposti, mescolanza che pare ad un primo sguardo priva di un senso.

La democrazia sospesa nei suoi diritti fondamentali di riunione e libero spostamento, la creazione di un nuovo folto gruppo di tre milioni di italiani in povertà si spera solo relativa, l’obbligo del distanziamento sociale che ha come conseguenza un potenziale crollo del meccanismo di solidarietà reciproca, sancito dall’articolo 2 della Costituzione, e soprattutto un diffuso senso di malessere e di quasi diffidenza nei confronti del prossimo, sono chiari segnali che non si potrà tornare ad uno status precedente la pandemia, a quel tipo di organizzazione sociale basata sul consumo e la competizione.

Come non di rado accade nella Storia un evento di proporzioni collettive mette sotto stress tutto un sistema, facendone saltare fuori impietosamente i difetti di fabbricazione e di funzionamento conseguenti: nel nostro caso la prevalenza della logica economica del mercato sulle ragioni della buona politica, supremazia della quale il welfare state è la vittima illustre.

Nella carta costituzionale non a caso, subito dopo il principio di eguaglianza sostanziale, è contemplato l’altrettanto reale diritto al lavoro (ed alla giusta retribuzione ed orario umano…), all’assistenza medica di qualità e alla istruzione di elevato livello; le nostre madri e i nostri padri costituenti (e prima resistenti) avevano compreso che la buona salute di un paese non è data dalla ipotetica virtù di un leader che si pone come risanatore del tessuto economico e sociale, che attui, lui solo al comando grazie ai consensi di cui gode, una sicurezza basata sul controllo preventivo di massa, ma soprattutto avevano ben chiaro che la tranquillità economica necessaria ad uno sviluppo armonico e davvero democratico non deriva certo da quello che si chiama trikle down, lo sgocciolare in basso: se le grandi aziende hanno aumentato il loro fatturati e dividendi non è aumentato il salario di chi ci lavora, dunque l’arricchimento di pochi non coincide affatto in una ricaduta positiva sui moltissimi.

MI piace molto la fantapolitica (ho letto e riletto 1984 di Orwell), e se fino a non molti anni fa non credevo facilmente attuabili le condizioni favorevoli alla presa di potere del grande uomo carismatico che voglia assumere poteri oltre quelli istituzionali ora lo temo fortemente: nel giro di non moltissimo tempo siamo passati da pubbliche manifestazioni apologetiche del fascismo messe in atto da isolati o gruppi nostalgici a palesi violazioni della legge Scelba in contesti istituzionali, atti perpetrati da figure elette dai cittadini, come dimostra, solo ultimo dopo tanti, il saluto romano esibito dai consiglieri di minoranza nel Consiglio Comunale di Cogoleto.

Una parte non piccola degli italiani ha dato e probabilmente darà il proprio consenso elettorale a forze e candidati che si richiamano apertamente e non a figure ed ideali di un passato con il quale occorre fare i conti e superarlo per riuscire a trovare, dopo, un assetto umano e sociale basato sul contributo alla pari di tutt*, e su un conseguente ritorno distribuito in benessere e sicurezza sociale.

Da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni…che sia questa la strada?

Saluti antifascisti a tutt*

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infantino21

 

 

Riccardo Infantino 16.01.2021

 Memorie antiche e recenti

Tante volte mi è stato chiesto dai ragazzi che ho avuti come alunni un anno dopo l’altro a scuola a cosa potesse servire la memoria di eventi importanti come il ventennio fascista e la Resistenza, ma ormai lontani decenni, a quale risultato positivo potesse portare il loro ricordarli, dato che alla fine si commettono sempre gli stessi errori, simili in modo inquietante a quelli che ormai ottanta anni fa hanno prodotto odio razziale e nazionalismo guerrafondaio.

Ogni volta che mi è stato e che mi viene chiesto non riesco a non meravigliarmi, perché è così evidente la lezione civile e morale dei fatti del passato…poi mi ricordo che a mano a mano che ci si allontana aumenta la velocità del ricambio generazionale, e cambia radicalmente il modo di vivere e partecipare a un fatto di grande portata.

Le generazioni nate già connesse possono avere a disposizione una contemporaneità di informazioni molto dettagliate, ma questo privilegia la parte documentale e cognitiva su quella emozionale: in altre parole chi è nato, ad esempio, dopo il 2000, un millennium learner – come viene chiamato oggi – può acquisire migliaia e migliaia di dati sulla strage di Ustica del 1980, oppure sulla caduta del Muro di Berlino, ma non di rado questo va a scapito della permanenza e della profondità emozionale che ogni evento porta con sé.

Inizio a pensare che ancora prima di divulgare le necessarie informazioni su un evento (penso in particolare al vicino Giorno della Memoria) bisognerebbe tentare di trasmettere la sua componente emozionale profonda, rivolgersi alla memoria emotiva – direbbe un attore -, che nella sua forza e permanenza lascerebbe una traccia così ampia da scongiurare (forse) il pericolo che le testimonianze storiche non evitino di ripetere gli errori che le hanno generate, molto o poco tempo fa, e che si sia spinti dalla forza morale, prima ancora che dalla conoscenza, ad agire in quella direzione.

Saluti antifascisti a tutt*

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"Benvenuto 2021... Felice Anno Nuovo!"

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