Didomenica di pace

Che il 2026 sia l’anno della pace

_____________________________________________________________________________

Gabriele Busti 2 Febbraio 2026 – Disumanizzazione

Piero Belli 1 Febbraio 2026 – Scuola, modelli e disumanizzazione: il Paese che non sa più educare

Piero Belli 25 Gennaio 2026 – Giustizia sotto pressione: tra protezione dei testimoni, decreto sicurezza e separazione delle carriere cresce il timore di uno squilibrio sistemico

Riccardo Infantino 17 Gennaio 2026 – I dilemmi del cittadino comune

Piero Belli 17 Gennaio 2026 – Giro girotondo, gira il mondo, arriva la guerra, tutti giù per terra!

Piero Belli 11 Gennaio 2026 – L’Europa al Bivio: Verso una “Neutralità Attiva” per Salvare l’Umanità

Riccardo Infantino 4 Gennaio 2026 – Tempi di autoresistenza

_____________________________________________________________________________

02.02.2026

Gabriele Busti

Disumanizzazione

È trent’anni che vengono prodotti in serie milioni di esseri (sempre meno) umani in tutto identici a quell’imbecille dell’autista di Cadore che adesso funge da capro espiatorio dell’indignazione popolare da social.

Per carità, quell’autista è un imbecille senza tema di smentita, perché il libero arbitrio esiste e la responsabilità delle proprie azioni è individuale.

Che un dispositivo delinquenziale e stupido possa creare gente scollegata, schizzata, intimamente terrorizzata di perdere il lavoro, incapace di pensiero morale, vogliosa solo di tornare a casa e addormentarsi davanti a uno schermo, è una verità statistica.

Nell’Inferno dantesco il primo girone, ovvero quello più sterminato, è ovviamente il primo, essendo l’Inferno un cono rovesciato. E lì ci sono gli ignavi, ovvero coloro che “vissero sanza infamia e sanza lodo“, che obbedirono senza mai prendere posizione e furono le architravi di ogni potere, e una volta morti divennero gli inquilini più numerosi di tutto il condominio,  ” … si gran tratta / di gente che io non averia creduto / che morte tanta ne avesse disfatta.

La gente non vuole rotture di coglioni, mettono i biglietti a dieci euro per le olimpiadi? “Non è un problema mio, le olimpiadi portano tanti soldi, io lavoro a chiamata, a partita Iva, se faccio l’eroe mi mandano a casa e il posto mio se lo prende uno che è meno eroe di me.”

Non ci credete? Alzate gli occhi e guardatevi intorno. Non è così che funziona un po’ dappertutto?

Non dimentichiamo di dare anche un’occhiata dentro noi stessi. Quattro anni fa, ai dodicenni sprovvisti di GP è stato, a norma di legge, impedito l’accesso agli autobus. Abbiamo aderito quasi tutti a questo dispositivo, con differenti (ma di fatto ininfluenti) gradi di compromissione.

Ergo diventare autisti di Cadore è meno difficile di quello che pensiamo. Un mondo di merda produce gente di merda, è una questione statistica.

Lascia qui un commento

________________________________________________________________________________

01.02.2026

Piero Belli

Scuola, modelli e disumanizzazione: il Paese che non sa più educare

La scuola italiana è diventata il simbolo di un Paese che ha smarrito la capacità di educare. Le misure proposte – dall’educazione affettiva ai metal detector – sono risposte simboliche, rassicurazioni per adulti spaesati più che soluzioni reali. Non affrontano il nodo centrale: la perdita di autorevolezza degli adulti e il crollo del valore attribuito al sapere.
Gli studenti crescono per imitazione, ma oggi non trovano negli insegnanti modelli aspirazionali. Non perché i docenti siano “falliti”, ma perché la società li ha trattati come tali: stipendi bassi, scarsa tutela, delegittimazione continua. Da anni si ripete che le nozioni non servono, che la scuola deve essere “leggera”, che la fatica è un’ingiustizia. Il risultato è una generazione che percepisce il sapere come inutile e chi lo trasmette come marginale.
In questo contesto, molte scuole superiori rischiano di diventare parcheggi sociali: luoghi dove l’impegno non paga, le regole sono negoziabili e lo studente è un cliente da non perdere. È il terreno ideale per derive inquietanti, come il recente volantino di un movimento studentesco di destra che invitava a “schedare” i professori di sinistra e a denunciare presunte propagande. Un gesto che rivela quanto fragile sia ormai l’autorità educativa: basta un foglio A4 per trasformare un docente in un sospetto.
A questa dinamica si aggiunge un’altra polemica ricorrente: quella che si scatena ogni volta che l’ANPI viene invitata nelle scuole a raccontare la Resistenza, a spiegare il significato del 25 Aprile o a ricordare la nascita della Repubblica il 2 giugno.

Una parte della destra reagisce immancabilmente accusando le scuole di “fare propaganda”.
È un paradosso tutto italiano: la memoria antifascista, che è alla base della Costituzione e dell’ordine democratico, viene trattata come un’opinione di parte, come se la Liberazione fosse un’opzione ideologica e non un fatto storico fondativo.
Questa polemica produce due effetti devastanti:

  • trasforma la storia in un campo minato, dove ogni parola può essere letta come schieramento politico
  • indebolisce ulteriormente l’autorevolezza degli insegnanti, costretti a muoversi tra accuse preventive e sospetti ideologici

Il risultato è che anche ciò che dovrebbe unire – la memoria condivisa della lotta contro una dittatura – diventa motivo di divisione.
E i ragazzi, che avrebbero bisogno di strumenti critici per comprendere il presente, si ritrovano immersi in un clima di sospetto in cui ogni contenuto storico rischia di essere percepito come propaganda.
La crisi educativa non riguarda solo la scuola: è il riflesso di una società adulta che ha smesso di fare gli adulti. L’episodio del ragazzino fatto scendere dall’autobus e lasciato nella neve per un biglietto irregolare è emblematico. Non è un caso isolato, ma il sintomo di una disumanizzazione crescente: regole applicate senza giudizio, minori trattati come problemi amministrativi, responsabilità ridotta a burocrazia.
La scuola non può essere migliore della società che la circonda. Se fuori regnano sfiducia, polarizzazione e delegittimazione, dentro non può che filtrare la stessa aria. Eppure lo studio resta uno degli ultimi strumenti di emancipazione: non garantisce più mobilità sociale di massa, ma offre autonomia mentale, capacità critica, libertà interiore.
Perché la scuola torni ad avere un ruolo trasformativo servono tre condizioni: restituire valore al sapere, riconoscere l’autorevolezza degli insegnanti e ricostruire un patto educativo tra adulti, famiglie e istituzioni. Senza questo, i giovani impareranno una sola lezione: che nessuno si prenderà cura di loro.
La scuola non può salvare tutto, ma può ancora salvarci dall’idea più pericolosa: che educare non serva più a niente.

Lascia qui un commento

___________________________________________________________________________________

25.01.2026

Piero Belli

Giustizia sotto pressione: tra protezione dei testimoni, decreto sicurezza e separazione delle carriere cresce il timore di uno squilibrio sistemico

Negli ultimi mesi, il sistema giudiziario italiano è diventato il fulcro di un acceso dibattito. Una serie di interventi normativi, eventi di cronaca e un referendum in arrivo stanno cambiando il modo in cui si relazionano i poteri dello Stato, i diritti della difesa, la protezione dei testimoni e le garanzie democratiche.

Siamo in un periodo di profonda trasformazione; queste riforme potrebbero portare a un equilibrio instabile come mai prima d’ora.

Il caso riportato da Il Fatto Quotidiano – quello di un presunto narcotrafficante che, dopo aver ricevuto gli atti dell’indagine, ha potuto identificare e minacciare i testimoni contro di lui – è diventato emblematico. Non si tratta di un episodio isolato, ma di un segnale di un problema più ampio.

L’accesso anticipato agli atti rappresenta una falla nella protezione dei testimoni.

La normativa attuale stabilisce che, prima di applicare misure cautelari come l’arresto, l’indagato debba essere convocato per un interrogatorio e ricevere copia dei documenti principali dell’indagine. Un principio pensato per rafforzare le garanzie della difesa, ma che nei casi di criminalità organizzata o di gruppi violenti può trasformarsi in un rischio immediato.

Il confronto internazionale mostra che molti Paesi occidentali adottano approcci opposti:

– accesso graduale agli atti

– anonimato nei casi più delicati

– programmi di protezione avanzati

– limitazioni al diritto di confronto quando c’è un rischio concreto.

Parallelamente, il nuovo decreto sicurezza ha sollevato critiche da parte di associazioni, giuristi e rappresentanti istituzionali.  

Tra le voci più nette c’è quella di Gianfranco Pagliarulo, che ha dichiarato:

“Col nuovo decreto sicurezza si supera la linea rossa di una deriva autoritaria sempre più marcata. Invito le forze politiche a intervenire tempestivamente contro tali ulteriori norme liberticide.”

Questa posizione riflette un timore diffuso: che l’inasprimento delle norme sull’ordine pubblico, sommato alle modifiche procedurali che espongono i testimoni, stia creando un contesto in cui la tutela delle libertà civili rischia di essere compromessa.

A questo scenario si aggiunge il prossimo referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Questo tema è piuttosto complesso e ha diviso il mondo giuridico per anni. I sostenitori affermano che la separazione garantirebbe maggiore imparzialità e chiarezza nei ruoli. Temo invece che possa indebolire l’indipendenza del pubblico ministero, esponendolo a pressioni esterne e limitando la capacità dello Stato di combattere la criminalità organizzata e la corruzione. Se unita alle altre riforme in atto, la separazione delle carriere potrebbe portare a un assetto istituzionale in cui il potere esecutivo acquista un peso maggiore rispetto alla magistratura.

Le preoccupazioni sollevate da magistrati, studiosi e associazioni si concentrano su tre punti principali:

1. Sicurezza dei testimoni e capacità investigativa: Se chi collabora con la giustizia non si sente protetto, la lotta contro la criminalità organizzata diventa più ardua.

2. Garanzie democratiche e libertà civili: Le norme sull’ordine pubblico devono essere bilanciate con la protezione dei diritti fondamentali, per evitare derive restrittive.

3. Indipendenza della magistratura: La separazione delle carriere, se non supportata da adeguate garanzie, potrebbe alterare i rapporti tra i poteri dello Stato.

Nasce quindi una domanda fondamentale: il sistema giudiziario italiano sta evolvendo verso un equilibrio più moderno o sta invece andando verso una concentrazione di potere che potrebbe compromettere i contrappesi democratici?

Siamo a un bivio istituzionale, in un momento delicato. Le riforme in corso non sono eventi isolati: si intrecciano, si influenzano a vicenda. La giustizia non è solo un insieme di norme, ma rappresenta un pilastro della democrazia. E quando si interviene su quel pilastro, è fondamentale farlo con attenzione, trasparenza e un ampio confronto.

Lascia qui un commento

___________________________________________________________________________

17-01-2026

Riccardo Infantino

I dilemmi del cittadino comune

Lo sappiamo tutti, nessuna democrazia è perfetta, e presenta al suo interno contraddizioni e zone di sofferenza – cosa normale, dato che è il prodotto di esseri umani – , ma ha un suo punto chiave nell’affidare l’uso della forza a protezione dei diritti di ognuno e di tutti esclusivamente alla legge ed alla forza pubblica, come del resto recita la Costituzione, che del resto parla chiaro: nello stato di diritto nessuno può avere la prerogativa di esercitare una giustizia a livello personale, come invece si invoca oggi da troppe parti, perché si pensa che la legge non sia più in grado di difendere i cittadini.

Una delle cose di cui sono contento del mio paese è la non liberalizzazione della vendita di armi da fuoco, e comunque il tanto oggi agognato porto d’arma non viene concesso facilmente; almeno per ora evitiamo di trasformarci in potenziali giustizieri vendicatori dei torti ricevuti.

Bel ragionamento, mi si potrebbe dire…ma come la mettiamo se proprio le fondamenta dello stato di diritto potrebbero venire incrinate dalla sovrapposizione di leggi e decreti sicurezza che rischiano di avere come unico effetto il prevalere della forza repressiva sulla prevenzione, mirando a circoscrivere prima e criminalizzare poi chi non si allinea, che è costretto ad una esistenza precaria e border line e soprattutto chi non rinuncerebbe ad esprimere apertamente il proprio dissenso?

La caratteristica fondamentale della azione della forza pubblica non è l’indipendenza dell’agire, quanto l’obbligo di intervenire solo in caso di necessità provata ed autorizzata tempestivamente; in caso contrario misure come lo scudo penale e la licenza di intervento a discrezione verrebbero ad erodere il principio fondamentale che niente e nessuno può essere al di fuori della legge, pena il rischio di generare una qualche forma di violenza delle istituzioni chiamate a proteggere ed aiutare noi comuni cittadini.

La mia generazione – i nati all’inizio degli anni Sessanta – ha attraversati gli anni di piombo e del terrorismo neo fascista, assistendo anche a fatti esecrabili come la morte di Giorgiana Masi, colpita – come poi stabilirà l’autopsia ufficiale del suo cadavere – da un proiettile sparato ad altezza d’uomo da un’arma di ordinanza; questo è solo un esempio, altri e numerosi potrebbero essere ricordati.

Vedendo la storia dell’ordine pubblico dagli anni Settanta ad oggi ci si rende conto di come purtroppo fatti tragici come quello di cui sopra non sono azioni compiute da singole “mele marce” (così ci hanno sempre ripetuto), ma fanno parte di una lenta e costante progressione autoritaria a cui abbiamo tutti assistito al G8 di Genova nel 2001, un carosello di violenze e pestaggi gratuiti, culminato nella morte di Carlo Giuliani.

Vale la pena di ricordare che Amnesty definì quei giorni la più grave sospensione dei diritti dopo la seconda guerra mondiale, e già da allora lanciò un ben preciso allarme sul rischio che l’esecutivo e la forza pubblica, se svincolati da una supervisione e dal controllo del Parlamento e della Magistratura, rischierebbero di assorbire i poteri che ora sono distribuiti in modo bilanciato tra i vari corpi dello Stato,a garanzia di una democrazia reale e non solo sulla carta, fosse pure costituzionale.

Ora però si sta ultimando il capovolgimento dei termini sicurezza e libertà: le nostre madri ed i nostri padri costituenti capirono che la libertà – e le condizioni di umanità da lei create – deve precedere la sicurezza, pena la erosione progressiva dei princìpi del pluralismo e del diritto al dissenso, e che quest’ultima doveva ricorrere alla forza solo qualora strettamente ed inevitabilmente necessario.

Privilegiare la sicurezza e gli interventi di tipo repressivo e contrastivo porta a quella che si chiamava violenza delle istituzioni – o meglio, di quella parte delle istituzioni che inquadra ogni problema economico, sociale e politico come una faccenda di ordine pubblico, che si può contenere con un semplice atto di forza: una carica di celerini, un arresto “preventivo”, l’adozione di misure restrittive e coercitive dettate solo dalla discrezionalità invece che da un iter trasparente e ben individuabile.

Allora il cittadino comune come me si chiede molto, ma molto preoccupato, quale condotta tenere come singolo e come collettività qualora la violenza dovesse arrivare proprio da quei corpi dello Stato chiamati a difenderti, sarebbe lecito in un caso del genere l’uso della forza per difendere i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione?

Nella seduta di fine dicembre 1947, quella che dibattè sull’articolo che poi sarebbe stato il 52 (La difesa della patria è sacro dovere del cittadino), un partigiano che poi sarebbe entrato nell’ordine dei benedettini, Giuseppe Dossetti, propose l’adozione della dicitura (chiedo scusa se non cito letteralmente): il cittadino ha il dovere di ribellarsi e di contrastare un parlamento o un governo che con la loro azione ledono i diritti costituzionali fondamentali; in pratica doveva essere introdotto il diritto – dovere di Resistenza.
Come è noto la formulazione non venne inclusa, avrebbe avuti effetti potenzialmente dirompenti, perché non specificava in quale modo si dovesse esercitare tale contrasto se con la non violenza o con un uso della forza.

In questi giorni, mentre siamo in attesa di un ennesimo decreto sicurezza che almeno dalle bozze sembra prescindere dalla logica del controllo sulla applicazione della forza nell’ordine pubblico mi chiedo molto seriamente se basta l’azione non violenta di opposizione – che a questo punto si configurerebbe quale reato – a tutelarci, oppure potremmo essere costretti ad un uso della forza in quanto privati cittadini, al solo ed unico scopo di difendere noi stessi ed i diritti fondamentali contro la violenza che potrebbe arrivare da una parte delle istituzioni.

Ora propendo per la non violenza, ma spero di non trovarmi mai nella condizione di scegliere tra lei e la strada dell’atto di forza a scopo difensivo.

Saluti (si spera sempre) nonviolenti e (sempre) antifascisti

Lascia qui un commento

_____________________________________________________________________________

17.01.2026

Piero Belli

Giro girotondo, gira il mondo, arriva la guerra, tutti giù per terra!

Oggi ricorre la giornata più terribile che Viterbo subì nella seconda guerra mondiale, il 17 Gennaio 1944, 50 bombardieri “Liberator” sganciarono sulla città 90 tonnellate di bombe che colpirono quasi tutta la città e molte parti del centro storico, distruggendo edifici civili e religiosi e causando CENTINAIA DI MORTI. I bombardieri puntavano alle infrastrutture ferroviarie e alle vie di comunicazione strategiche, ma le bombe non sono intelligenti, non lo sono state nella guerra del golfo dove ci raccontavano che i missili patriot colpivano puntuali basi nemiche e non lo sono oggi in Ucraina e a Gaza.

Oggi, camminando per il centro storico, i “vuoti” lasciati da quelle 90 tonnellate di bombe sono ancora visibili in alcune piazze e nei molti edifici ricostruiti con stili diversi. Ricordare questi eventi non è solo un atto di omaggio alle vittime, ma un monito costante sulla fragilità della pace e del patrimonio che ci circonda.

La guerra è l’antitesi della vita: un insieme di disperazione, lacrime e sangue che non risparmia né i vinti né i vincitori. Al di là della propaganda, essa rimane il palcoscenico dove il genere umano commette e giustifica i crimini più orrendi, lasciando dietro di sé solo cenere e miseria. Ma oggi dobbiamo guardare oltre le rovine delle città.

Le guerre contemporanee non si limitano a mietere vittime tra soldati e civili, esse aggrediscono le fondamenta stesse della nostra sopravvivenza attraverso una distruzione ambientale sistematica. Non è più solo il ricordo delle foreste del Vietnam, devastate decenni fa dai defolianti che ancora oggi rendono sterili i campi, a tormentarci,  ma la consapevolezza che la natura è diventata sia un’arma che un obiettivo strategico.

Come ammonito da Papa Francesco nella Laudato si’, il degrado ambientale causato dai conflitti è un rischio enorme, specialmente nell’era delle armi nucleari e biologiche. Recentemente, abbiamo assistito a una forma ancora più subdola di violenza, definibile come “ecocidio”: la distruzione deliberata di infrastrutture energetiche e grandi dighe nell’Europa dell’Est. Quando una diga viene abbattuta, non si colpisce solo un bersaglio militare, ma si avvelena la terra, si cancellano ecosistemi e si condannano intere popolazioni alla sete e alla fame per decenni, usando la sofferenza della natura come strumento per piegare la resistenza umana.

Secondo l’Onu, il 40% delle guerre degli ultimi sessant’anni ha radici ambientali, e questo dato è destinato a crescere con l’aggravarsi della crisi climatica. Accaparrarsi un bacino idrico, un giacimento di gas o una miniera di coltan non è più solo una questione economica, ma una mossa strategica per la sopravvivenza del potere. Persino la gestione criminale del territorio diventa un mezzo per finanziare il terrore. L’esempio dell’Afghanistan è emblematico: dopo vent’anni di missione internazionale, il ritorno dei talebani ha consolidato un vero e proprio “Narco-Stato”. Qui la terra non serve a sfamare, ma a produrre oppio e cannabis, trasformando l’agricoltura in una fonte di ricchezza per chi opprime i diritti umani, calpesta la dignità delle donne e giustizia i dissenzienti. La “war on terror” iniziata dopo l’11 settembre ci ha lasciato una lezione amara sulla difficoltà di costruire una pace duratura quando le radici dell’economia bellica rimangono intatte nel terreno.

In questo contesto, l’Italia si deve interrogare sul proprio ruolo. Il ripudio della guerra sancito dalla nostra Costituzione sembra scontrarsi con la partecipazione a missioni internazionali che implicano l’uso della forza. Tuttavia, sta emergendo una nuova consapevolezza: se la nostra Costituzione oggi tutela esplicitamente l’ambiente e la biodiversità all’Articolo 9, allora difendere l’ecosistema diventa un dovere che giustifica l’intervento internazionale. Non si tratta di invadere per conquistare territori, ma di proteggere valori universali e risorse vitali che appartengono all’umanità intera. Se non garantiamo la sicurezza delle risorse naturali, non potrà mai esistere una pace durevole. La difesa dell’ambiente ci riguarda tutti, perché questa sfera terrestre è l’unica casa che abbiamo. Solo proteggendo la terra dalle ferite dei conflitti potremo sperare di passare dal tragico grido “tutti giù per terra” a un futuro in cui le generazioni potranno finalmente vivere serene.

Lascia qui un commento

L’unico modo per eliminare la guerra è partire dall’individuo, educarci tutti, come singoli e collettività, al rispetto ed alla risoluzione dei conflitti puntando sul confronto e non sulla aggressione; vale sempre e comunque il pensiero che l’unico modo per vincere una guerra è rfiutarsi di combatterla.

Che sia l’inizio di un circolo virtuoso di pensiero e di azione (come avrebbe detto Giuseppe Mazzini)

Riccardo Infantino

_____________________________________________________________________________

11.01.2026

Piero Belli

L’Europa al bivio: verso una “Neutralità attiva” per salvare l’umanità

Il mondo sta percorrendo una strada rischiosa, guidato da logiche di potere che sembrano trascurare i veri problemi dell’umanità. Guerre, crisi climatica e disuguaglianze economiche enormi non sono semplici incidenti di percorso, ma il risultato di un sistema che ha perso la sua bussola morale. In questo contesto, l’Europa ha un’unica via d’uscita: “diventare il faro della neutralità e del buon senso”.

Dobbiamo liberarci dalla narrazione tossica che divide il mondo in “democrazie contro autocrazie”. Questa distinzione, spesso ipocrita, serve solo a giustificare nuove corse agli armamenti e a polarizzare i conflitti. L’Europa deve smettere di essere un partner subalterno e iniziare a concentrarsi sui problemi reali: la povertà estrema e la salvaguardia del pianeta sono sfide che ci avvicinano al resto del mondo, piuttosto che a certi interessi oltreoceano.

Per non essere schiacciata dalle superpotenze (USA, Cina, Russia), l’Europa deve abbracciare una “neutralità attiva”. Questo non significa isolarsi, ma agire come un blocco unico e sovrano.

Basta divisioni interne: Non possiamo più permetterci 27 politiche estere diverse. Un solo interlocutore. Dobbiamo dialogare con i giganti mondiali da pari a pari, impedendo a potenze esterne di decidere per noi. Chi decide di schierarsi con interessi extra-europei per convenienza personale si pone automaticamente al di fuori della nostra comunità europea.

Il principale ostacolo a questa visione non è solo geopolitico, ma interno. La classe dirigente attuale appare spesso prigioniera di interessi di parte (politici e governanti più attenti al profitto immediato e al potere personale che al bene collettivo), corruzione e ingordigia (un sistema dove il denaro orienta le scelte, creando una barriera tra le istituzioni e i bisogni delle persone), mancanza di Giustizia (una scarsa fiducia nel sistema giudiziario che permette ai “potenti” di agire nell’impunità, alimentando le diseguaglianze).

Abbiamo bisogno di persone, non solo di burocrati. Uomini e donne capaci di lottare contro le barriere sociali e di resistere alle lusinghe del capitale internazionale. La sfida dell’Europa è riscoprire la propria anima umanistica: mettere l’uomo, la pace e la stabilità sociale sopra il delirio di espansione e il profitto delle lobby.

L’Europa può essere la “Svizzera del mondo”: un porto sicuro di diplomazia e cooperazione multilaterale. Se non avrà il coraggio di rendersi autonoma e di combattere la corruzione interna che la divora, rimarrà solo un terreno di scontro per interessi che non le appartengono.

Lascia qui un commento

_____________________________________________________________________________

04.01.2026

Riccardo Infantino

Tempi di autoresistenza

La decennale frequentazione dell’ANPI mi ha insegnato cosa è stata e cosa è, oggi, la resistenza; anche ora che i miei rapporti non si sono interrotti, ma diradati, sono giunto grazie alla associazione a formulare un concetto o meglio, un atteggiamento di vita, di cui vorrei parlare a tutt*, anche per un confronto (una delle basi della democrazia) con chiunque voglia discuterne.

Quando si parla di Resistenza (quella storica, che portò al crollo del regime fascista) e di resistenza (quella forma mentale sempre vigile a tutela delle libertà fondamentali, oggi non proprio di moda…) si pensa ovviamente al contrasto verso un pericolo fuori di noi; cambiano i tempi, i nuovi fascismi e le nuove forme di pensiero antidemocratiche non si presentano più con la faccia dura della repressione a colpi di manganello – o almeno non sempre -, ma puntano spesso sull’assuefazione nei confronti degli atti che negano i princìpi umanitari fondamentali: ormai sono in numero così grande e smaccatamente evidente che si rischia di inserirli pericolosamente in un contesto di rassegnata e quasi ordinaria quotidianità.

Urge allora, oggi più che mai, coltivare una sorta di autoresistenza – quasi una lotta contro noi stessi – come antidoto alla passiva accettazione dei soprusi peggiori come “normali” ed inevitabili -, perché chi commette crimini – di guerra e non – sa bene che compiendo azioni delittuose sempre più efferate – dall’embargo economico al regime di apartheid fino al genocidio, magari dilazionato nel tempo, per finire con l’invasione militare di un paese per “riportare la democrazia” – le menti di noi cittadini comuni subiscono una costante overdose di violenza e di illegalità a tutto campo, e a quel punto la pressione arriva ad un punto tale che si inizia a pensare che no, non sarà mai possibile fermare chi ha la forza economica e militare per praticare questi orrori, tanto non ne abbiamo la forza.

Sbagliato.

Il punto di partenza è proprio nello sforzo costante di non assuefazione, la capacità (a volte quasi autolesionistica, è vero) di non smettere di provare sofferenza per tutto ciò, e dal disagio impotente che si avverte partire per collegarlo a quello di tanti altri: in altre parole creare un network di cervelli e di empatie miranti a realizzare un qualcosa di pratico ed efficace (i grandi numeri sono difficilmente controllabili, lo sappiamo bene), nella speranza che dai e dai questo ordine mondiale basato sulla legge della forza invece che del diritto si incrinerà dal suo interno, essendo un gigantesco palazzo costruito con materiali scadenti (la logica del consumo illimitato) e fondato sui conflitti militari come correttivo di economie basate sulla speculazione invece che sulla produzione effettiva di beni utili in quantità accettabili.

L’autoresistenza, a questo punto divenuta collettiva, dovrebbe portare al proposito di mutare gradualmente stile di vita, allontanandosi poco alla volta da bisogni artificiali creati a scopo di lucro (per pochi), lucro che alimenta la sola industria che, al momento, non conosce crisi da sovrapproduzione (a differenza di tutte le altre), quella degli armamenti.

A quanti di noi non è venuto in mente, di fronte agli orrori dei nostri giorni, che forse è arrivato il momento di una rivoluzione armata globale che ripristini la giustizia e l’eguaglianza tra tutti?

Nessuno però ci garantisce – come ci ricorda Hannah Arendt – che potrebbe essere la sostituzione pura e semplice di un ordine violento con un altro, egualmente derivato dalla violenza.

Forse otterremmo risultati duraturi muovendoci tutti insieme come una massa critica che boicotta le economie di rapina in ogni modo possibile, perché le armi hanno bisogno di denaro per essere acquistate ed utilizzate, ma se il denaro inizia a venire meno diminuiscono anche quelle…

Saluti antifascisti a tutt*, siempre!

Lascia qui un commento